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Una storia di RossellaDettori

Questa storia è presente nel magazine Romanzo a puntate

La simmetria dura solo un minuto

3 - L'ospedale

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5 minuti

Pubblicato il 08 settembre 2020 in Altro

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Inutile raccontare di quando Eleusi fu ingessata al piede destro, per via di un’improvvisa necrosi al calcagno, scoperta per caso. È di ben poco interesse, direi. O sbaglio?

In quell’occasione, al limite, si può dire che le mancò a lungo la sua cara bicicletta “Aurelia”, rossa fiammante, con la quale le era sembrato tante volte di lanciarsi in picchiata, come Bastian in volo sul Drago della Fortuna della Storia Infinita.

Ma non spostandoci dall’ambito sanitario, non si può omettere, invece, una fondamentale esperienza della sua vita, sulla quale anzi sarebbe opportuno unirsi, quasi politicamente, a molte altre voci tuttora inascoltate.

Eleusi aveva vissuto con devozione la sua prima comunione, composta e più a suo agio del solito, neanche fosse stata santa Maria Goretti!

Al suo turno alle preghiere dei fedeli, leggendo correttamente ed espressivamente al microfono, aveva fatto sorridere, se non sghignazzare, tutti i genitori.

- Caro Gesù, non ti chiedo niente per me. Ti ringrazio e basta. Io sono una bambina fortunata –

La lezione di mamma Clara era stata appresa fin troppo bene.

Ma, finiti i festeggiamenti serali da qualche ora, si rischiò il peggio.

Ciò che Eleusi ricorda potrebbe, infatti, rientrare tra le cosiddette esperienze di premorte – ma qualunque medico smentirebbe senza appello.

Scossa da violenti tremiti, chiamò a gran voce la mamma, mentre sentiva la sua stessa voce farsi sempre più flebile.

Bruno era accorso il più in fretta possibile, ma alla bimba, ancora coperta dalle lenzuola, non era parso si rendesse subito conto.

Poi, nella sua percezione, il tutto si confuse in modo inenarrabile.

Senz’altro vi fu totale sollievo dal grande spavento e cessazione di dolore, ma nessuna proverbiale luce in fondo ad un famigerato tunnel.

Era come se i sensi fossero ottenebrati, ad esclusione di un potente udito.

Eleusi, infatti, sentiva la voce trafelata del babbo, ma lontana, confusa con altre circostanti più vicine a lei.

Una particolarmente indimenticabile. Un timbro maschile profondo, che parlava con tono quasi arrabbiato.

- Tu non dovresti essere qui – le diceva.

Poi, la stessa persona (che, ripeto, la bimba poteva ben udire ma non vedere), acquietatasi, cominciò a contare a ritroso, fino a rivelarle: - Stai per risvegliarti.

E il risveglio fu molto doloroso, a suo dire: l’aria “le raschiò i polmoni”.

Tanto che Eleusi pianse, prima supina sul pavimento del bagno, poi accolta tra le braccia di suo padre.

Clara era fuori di sé, ancora scossa ed inconsolabile.

Ma avrebbe avuto modo di reagire al meglio più avanti.

In ospedale, la diagnosi dei medici fu precisa e suonò terribile alle orecchie dei due giovani genitori: una vita di continue ansie e di forti limitazioni si prefigurava per loro e per la loro piccola.

Il corridoio del reparto era lungo, grigio e freddo.

Alcune raffigurazioni sulle pareti, tra le quali quella di un drago, non bastavano a rallegrarne l’aspetto.

Pasti frugali a base di tè, brodino e pollo lesso, ogni santo giorno.

- Due farmaci sono troppi! Ieri è stata malissimo: era assente, neppure mi rispondeva! – si impose Clara ai medici. Ed ebbe la meglio, intuendo persino quale fosse il farmaco incriminato.

Una sera, né Clara né Bruno poterono fare compagnia alla bimba, che rimase sola per ore.

Allora Eleusi, per non soffrire la solitudine, decise di scrivere – scrivere, nel senso creare, comporre qualcosa di suo.

Ne venne fuori, su un quaderno, un qualcosa di una lunghezza considerevole, e dotato di rime e assonanze.

Un qualcosa di fiducioso e ottimista che, se scritto da un adulto, sarebbe oggetto del peggiore scherno. Ma Eleusi aveva solo nove anni!

La bambina si risvegliò la sera stessa, mentre sua madre leggeva lo scritto a una zia. Ne derivarono tanti complimenti.

Il camerone del reparto che la ospitava ben presto si riempì.

Fu così che Eleusi scoprì VideoMusic e il connubio di una musica per lei strana, fatta di accostamenti arditi di suoni, con immagini psichedeliche: una bella ragazza bionda, infatti, pareva quasi dipendente da quel canale.

Poi arrivarono altri due: un ragazzo e una coetanea di Eleusi, Giovanna.

- Non correte per i corridoi – raccomandava Clara, invano, alle due bambine.

Quanti scontri frontali quotidiani con la gente in camice!

- Non usate gli ascensori! –

Ne ruppero uno.

Con il ragazzo, invece, Eleusi ricorda di aver giocato ad indovinare delle parole.

Giovanna era dell’entroterra, Sardegna centrale. Aveva un accento molto divertente. Era caratterizzata da un leggero strabismo, ma era graziosa.

- A volte mi sembra che mi passino dei colpi di spugna nel cervello – le aveva rivelato. Ma presto fu dimessa, prima di lei.

Una volta tornate a casa entrambe, Giovanna le telefonò.

Poi non ebbe più sue notizie.

Concluso il ricovero, cominciò il day hospital.

I compagni di scuola di Eleusi, che vantavano informazioni pasticciate sulla sua salute, non le riservarono nessuna particolare accoglienza nel rivederla.

Ma non si vide alcuna falla sul suo rendimento, pressoché impeccabile.

- Di’ alla dottoressa quello che sogni spesso – le raccomandò Bruno ad una visita.

Eleusi rispose, imbarazzata: - Sogno che qualcuno mi sta alle spalle, spaventandomi, poi mi insegue e io devo fuggire… -

Il medico chiese gentilmente un colloquio con la sola bambina.

- Tuo papà è preoccupato – le disse, sorridendo, una volta rimaste sole.

- Perché? –

- Perché crede che tu voglia andare via da lui, dai tuoi genitori.

Sai, non c’è niente di più spaventoso, di più doloroso di questo, per un genitore: un figlio che, in qualche modo, se ne va via.

- Ma non è lui, non sono loro a spaventarmi – spiegò la bambina – È qualcosa che non conosco e che non capisco. E poi, mica posso scegliere cosa sognare.

Il medico parve colpito e lo manifestò spesso, nel corso dei loro dialoghi.

Con la dottoressa Carlotto si poteva discutere di qualunque argomento.

Ad Eleusi non dispiacevano le sue domande, sempre delicate e mai invadenti, né le sue sagge considerazioni.

Cominciava ad intuire vagamente, attraverso la sua figura, che cosa significhi svolgere bene un lavoro, quasi incarnarlo.

Ma se pensava a se stessa in modo onesto, niente, niente oltre la scrittura catturava i suoi vagheggiamenti sul futuro.

Che altro? Insegnamento? Avvocatura? Medicina, a sua volta? Non riusciva a convincersi.

Gli anni passarono, le visite e gli esami specialistici si diradarono costantemente, senza cedimenti.

Finché, un caldo mattino di maggio, la Carlotto rivolse il suo sguardo diretto all’adolescente Eleusi, ormai di quattordici anni, e poche parole di congedo:

- Da molto tempo a questa parte, tutti i tuoi esami sono perfetti.

Eleusi, io non voglio vederti mai più qui! Hai capito? –


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