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Una storia di Roberto98

Domino

Ruotò le chiavi dentro la serratura: due giri sicuri fino in fondo, come ogni giorno.

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45 minuti

Pubblicato il 19 maggio 2020 in Thriller/Noir

Tags: #giornalismo #complotto #fuga #brivido #societ

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Un'elegante macchina nera fece il suo ingresso nel quartiere. Si muoveva lenta, coi fari opachi, come occhi socchiusi che di tanto in tanto si spalancavano, per errore, lanciando raggi accecanti sul selciato. Soffiava un vento sottile, il sole era sul punto di iniziare il suo giro intorno a questa faccia del mondo, ma qui era ancora notte. Era un quartiere residenziale, la strada (quasi) deserta, il lento rimbombo d'un motore come in cerca d'una preda; intanto, sui due lati del selciato sonnecchiavano tante piccole case prefabbricate, simili a quelle piene di bambole che le bambine adorano e che i genitori gli donano per il compleanno o a Natale; rosa, azzurre, gialle, tutte di un color pastello che in quel momento era imbevuto del nero che precede l'alba. Giunta nei pressi di una delle case la macchina dai vetri oscurati si fermò, il motore si spense. Tornò il silenzio.

In mezzo al tappeto di quelle case buie una si accese. Sauro staccò la mano dall'interruttore e si sfregò gli occhi, poi prese a muovere lievi passi lungo il corridoio, ben attento a non disturbare il sonno della moglie e del figlioletto. Ormai sufficientemente distante dal loro riposo il suo passo si fece più pesante, Sauro liberò la spossatezza, grattandosi le natiche sotto il pigiama, avanzando confuso con la gamba addormentata, come zoppo. D'improvviso i pantaloni che portava in mano gli scivolarono fra i piedi e per mantenere l'equilibrio lasciò cadere i mocassini che teneva con la punta delle dita. Lanciando una maledizione interiore Sauro si chinò per raccoglierle; restò così, piegato senza un motivo, con le mani dentro le scarpe, in ascolto per eventuali proteste dalle camere da letto. Nessun rumore. Sauro si tirò su e rise di sé: “Appena sveglio e chino su me stesso, come un cane,” penso. La testa gli formicolava, come se un striscia di cervello se ne fosse andata momentaneamente a spasso. Anche quest'idea lo divertiva. Riprese il suo tragitto quotidiano, uno sbadiglio ed eccolo accendere la luce della cucina. Sauro aprì lo sportello del frigorifero ed estrasse una ciotola piena di latte freddissimo; versò dell'aranciata in un bicchiere e poi agguantò i suoi cereali dietetici, “fraterni amici nella mia lotta personale contro la pancetta da quarantenne...” amici da un bel pezzo, forse da troppo, pensò. Affogati i cereali nel latte perché si ammorbidissero il nostro si tolse il pigiama con l'idea di vestirsi nel mentre.

Quella mattina restò per qualche istante nudo, gongolandosi all'idea di poter girare per la stanza senza che nessuno - specie suo figlio - potesse sorprenderlo e prendersi un colpo. Ancora pervaso da quell'idea buffa si spostò nudo in mezzo alla stanza e adagiò le mani ai lati al cranio, facendo pressione: la schiena gli scrocchiò progressivamente da cima a fondo; il nostro rimase per alcuni istanti con le braccia alzate, senza pensare a nulla, poi sbuffò e corse ai ripari dietro al tavolo, come se lo scoprirsi nudo l'avesse improvvisamente spaventato. Sauro si sedette e iniziò a infilare i calzini, delle comuni pezze bianche, poi non contento di togliere subito la libertà al suo membro passò direttamente alla canottiera, anch'essa bianca, e alla camicia blu; arrivò inevitabilmente il turno delle mutande, e scoprì di aver afferrato dal cassetto proprio quelle con sopra stampate le orecchie di Mickey Mouse. “Decisamente poco professionali, giornalisticamente parlando.” Le indossò, poi toccò ai pantaloni che quasi l'avevano fatto inciampare; la cintura era rimasta fra le asole e il cellulare ancora in tasca. Temendo che i cereali si rammollissero troppo Sauro agguantò di corsa i mocassini e li calzò alzandosi dalla sedia; il nostro prese il cucchiaio e iniziò a far colazione, in piedi contro il lavabo a scrutare dalla finestra verso il giardino.

Le prime note rosse dell'alba iniziavano a tingere la strada e Sauro adocchiò l'elegante macchina scura ferma poco lontano. “Strano,” pensò, “troppo elegante e pacchiana per poter essere un nuovo acquisto del vicinato, ancor più strano perché è l'unica automobile a non essere davanti a un garage,” acuminò la vista, “ma poi, quei fari... ogni tanto sembrano accendersi, come se gli scoppiassero dentro delle veloci scintille.” Come al solito Sauro pensò che doveva esserci una spiegazione razionale a cui, naturalmente, neppure valeva la pena pensare. Accantonata la scodella si riempì la bocca di aranciata fresca, poi sfilò il cellulare dalla tasca.

“25 Marzo. Le Sei e un quarto. Oggi sono in anticipo.” Ancora con la strana automobile in testa Sauro aprì un paio di social network fattigli scoprire, controvoglia, da moglie e figlio coalizzati in un'alleanza implacabile. Ovviamente non c'era nulla di nuovo da guardare, realizzò: “Tutti a letto, la macchina deve ancora mettersi in moto.” “Dannata macchina... Basta!” Sauro chiuse la scheda del social e si ritrovò davanti la rubrica telefonica. Iniziò a scorrerla per ingannare il tempo. “A, B... Ho poca gente che inizia con la C. Strano, sono cognomi abbastanza diffusi, a pensarci bene.” Le persone erano tante. Tanti amici, anche se pochi per davvero; tante conoscenze, agganci in questo o quel posto, vecchi compagni di scuola, colleghi del giornale o di altre testate. L'idea di essere ancora lì a scorrere velocemente la rubrica senza essere arrivato alla fine: questo concetto lo calmava. Davanti a così tanti nomi, così tante persone da chiamare in caso di aiuto, ogni paura era stupida. Il terrore di rimanere improvvisamente solo adesso scivolava al largo; il sapore dei cereali, l'arcigno dell'arancia, tutto portava a riva idee serene, senza più ansie. Che quella strana automobile andasse pure al diavolo.

Le rappresentazioni mentali di Sauro erano in effetti schematiche, quasi banali; molto penetrante nel cogliere gli invisibili collegamenti della realtà da raccontare sui giornali, ma altrettanto appiattito su concezioni idealistiche del potere; ciò che aveva scoperto sulla società, ciò che aveva pubblicato e che lo faceva preoccupare per la propria vita, alla fine non riusciva a far crollare quel muro di sicurezze immaginarie che si annidavano nella sua mente. “Il potere,” tremendo, certo, “i suoi servitori,” spesso ancor più spietati del potere stesso, ma poi “le leggi antiche, la carta fondamentale, la libertà...” e soprattutto “il diritto di controllo che noi abbiamo, come giornalisti, come cittadini,” e quindi, come succo di questa somma d'idee confuse, una serenità irrazionale che pervadeva l'indole di Sauro. Un sentirsi al sicuro all'interno di un sistema che, per quanto corrotto dal potere, aveva dei limiti che i potenti stessi non potevano superare. Si sentiva salvo - e intorno a sé aveva molte persone su cui contare.

Sauro uscì dal bagno e tornò alla finestra. La macchina era sempre lì, ma lui non ci pensava più, era inequivocabilmente spenta. E senza nessuno dentro. L'arancio stava cedendo il passo al grigio di una qualsiasi giornata uggiosa. Sauro lisciò le pieghe alla camicia, controllò che fosse abbottonata bene e che non ci fosse nessuna macchia sul tessuto, anche quello dei pantaloni. Il profumo del dopobarba gli pizzicava il naso; si passò la mano sulla faccia ancora umida e un filo ruvida: soddisfatto. Il nostro guardò verso il corridoio, in direzione delle camere da letto, e mandò un pensiero alla moglie e al figlio. Calzò intorno al busto la tracolla della borsa e uscì di casa. Ruotò le chiavi dentro la serratura: due giri sicuri come ogni giorno, fino in fondo, poi per essere ancor più sicuro provò a spingere la porta: sigillata. Neanche un cigolio.


“Davvero una bella auto” pensò Sauro ritrovandosela davanti agli occhi mentre aggiustava lo specchietto retrovisore. L'aria era fredda, ma in macchina tutto sapeva di pulito, fin troppo. Era ancora da stagionare. Sauro decise che valeva la pena godersi quell'aria frizzante, greve d'acqua, e tirò giù il finestrino; “tanto le ferie devo scaricarle comunque, e un raffreddore potrebbe essere un'ottima scusa; farei compagnia a Giò, tanto quello a scuola non ci torna entro lunedì prossimo,” pensò, mentre usciva dal vicolo lasciandosi alle spalle l'auto misteriosa. “Il giornale di oggi è già in edicola da ore... e già adesso avrò un fiume di e-mail a cui rispondere. Casalinghe benpensanti, consiglieri comunali, polizia e paramilitari d'ogni risma... il mio articolo potrebbe perfino finire sulla scrivania di qualche ministro. E tutto perché? Perché finalmente ho trovato le palle di fare il cane da guardia, non del potere, ma contro di esso... saranno delle giornatacce.”

Ogni tanto una goccia di pioviggine penetrava dai finestrini; il nostro si allontanò da tutte quelle elucubrazioni e si concentrò, aspettando di sentirne una sulla guancia. Gliene piovve una dritta nell'occhio. Sauro si passò un dito sulle ciglia poi guardò nello specchietto retrovisore e vide ciò che non voleva vedere. Dietro di lui stavano i fanali dell'auto nera: scintillavano come fossero un grido, un mostro che avanzava per venire a divorarlo. L'auto viaggiava veloce, la strada era quasi deserta. Il nostro prese una boccata d'aria ed istintivamente tirò ancor più giù il finestrino. Mantenne la solita velocità - la macchina lo aveva quasi raggiunto, “fosse una qualsiasi auto, una fottutissima, banalissima automobile, ma è proprio quella: non ne ho mai vista un'altra in tutta la vita.” E poi i fari lampeggiavano come sbattendo le palpebre, calando di forza e poi tornando a gonfiarsi di luce, famelici. A forza di prendere schiaffi d'aria fredda in faccia i pensieri di Sauro si misero in fila: “E' uno scontro, non c'è via di fuga. Potrei continuare il solito tragitto verso il giornale oppure chiamare qualcuno, oppure ancora gridare come un matto chiedendo aiuto a chiunque passi, ma se davvero questa gente vuole me queste cose non li possono fermare. La priorità è capire se davvero vogliono me, e in caso di risposta positiva correre via o, nel caso contrario, tirare su il finestrino, accendere la radio e andare a lavoro fischiettando... come una persona normale.” Sauro frenò improvvisamente e accostò sul bordo della strada; l'auto misteriosa gli passò affianco e grazie al controluce del sole vide che dietro i vetri scuri c'erano due uomini. Il nostro, fuori di sé, guardò la macchina allontanarsi, festoso. Si tolse il sudore di fronte a due mani, poi portò un polso alla bocca e leccò il liquido salaticcio; ansimava, stava già per sorridere. Gli uscirono gli occhi dalle orbite quando vide che l'auto nera si era fermata ad aspettarlo.

Aveva frenato un mezzo chilometro più avanti. Non lanciava più lampi sulla strada, le luci posteriori erano spente, come si fosse addormentata. “E' in attesa.”

La strada sussultava, passò un camion. Da un'edicola era appena uscito un anziano con il giornale in mano; un altro si dirigeva verso il bar lì affianco, con le mani intrecciate dietro la schiena, fumando un tocco di sigaro; le luci calde del locale proiettavano linee gialle sulla strada grigia, all'interno alcuni pendolari facevano colazione. La strada iniziava lentamente ad affollarsi. Le nubi filtravano sempre più la luce bianca del sole, in espansione. La macchina nera era sempre lì, ferma, in attesa di qualcosa che Sauro non riusciva a capire; dentro l'auto qualcosa si muoveva, il nostro intuì che i due tizi stavano armeggiando, come decidendo che cosa fare e scegliendo lo strumento più adatto con cui realizzarlo. Cosa sarebbe accaduto se fosse rimasto fermo lì per tutta la mattinata? Prima o poi qualcuno sarebbe uscito dall'auto e gli avrebbe fatto la festa? Viceversa se fosse partito alla fuga l'inseguimento avrebbe ricominciato. “No, non posso sprecare questi attimi preziosi facendo finta che quell'auto non ci sia. Non posso far finta che quei tizi non siano qui per me. Devo agire, e non devo agire nel modo che si aspettano.” Il nostro lanciò un'altra occhiata verso il marciapiede; l'anziano camminava alla cieca con il giornale aperto davanti agli occhi. “... Il giornale, devo arrivare al giornale. Arrivato lì devo correre fuori dall'auto e piombare nella sede.” Sauro fece per prendere il cellulare non sapendo chi avrebbe chiamato e che cosa gli avrebbe detto; guardò l'auto elegante, poi lanciò il telefono sul sedile affianco e spinse sull'acceleratore.

Le ruote stridettero contro l'asfalto, passò un istante e si era già lasciato la macchina nera alle spalle; ma gli istanti si spezzano subito. I fanali dell'altra auto si svegliarono di colpo, inondando di luce lo specchietto di Sauro. Il nostro ebbe una vampata di calore, una chiazza di sudore tornò a comparirgli sulla fronte; mantenne il piede sull'acceleratore, superando le altre automobili: tanto qual'era il rovescio della medaglia? “Morire,” pensò. “Se una volante arrivasse a sirene spiegate per arrestarmi sarebbe una gioia, un vento di salvezza.” Nonostante l'intreccio di auto gli abbaglianti famelici erano incollati dietro di lui; le traverse si susseguivano come rapidi fermi immagine di un film, correva così veloce che la strada e le altre macchine non avevano più una forma definita, erano un flusso di colori che si mischiava, come un fiume. Una traversa, no, un'altra o forse era ancora quella di prima. “Sono su una giostra e tutto può sfuggirmi di mano da un momento all'altro.” Sauro era attaccato a un filo. Una strada, un'altra; quel negozio all'angolo doveva essere la dolceria del suo caro amico Massimo, Sauro pensò che avrebbe volentieri inchiodato l'auto per correre ad abbracciarlo. Immaginò la scena: aprire lo sportello, scendere, ancora abituato alla velocità vertiginosa della corsa, barcollare per la strada in direzione del negozio, stramazzare a terra: i sicari dentro l'auto si meravigliano, nascondono le pistole e si dileguano senza aver bisogno di sparargli. Sauro uscì dai suoi pensieri, viaggiava al massimo della velocità. “Sì, ecco un'altra traversa. Un'altra, coraggio... alla prossima devi farlo.” Nell'intermezzo di pochi istanti fra una strada e l'altra si decise e sterzò bruscamente.

Si ritrovò nella via laterale ma gli abbaglianti erano ancora dietro di lui, come un magnete. Un'altra traversa. Il mostro iniziava a cedere il passo. Il nostro pregò di non investire nessuno e sterzò di nuovo: una nuova strada; era entrato in un labirinto e non sapeva come ne sarebbe uscito. Una sterzata a destra, un'altra nella stessa direzione e poi una a sinistra. Il mostro non c'era più, lo specchietto era vuoto, buio, su quelle anguste strade doveva ancora penetrare la luce del sole. “No, devo andare ancora più in profondità.” Sauro imboccò un'altra via, iniziando a rallentare. La testa gli girava, sentiva di muovere il volante sopra e sotto l'orizzonte; fra un palazzo e l'altro la luce del sole lo accecava e sembrava provenirgli da sotto i piedi, poi da dietro il capo o perfino da dentro gli occhi. Un'altra sterzata. Il nostro iniziò a guardare i condomini, grigi, fitti, senz'aria. “Destra o sinistra?” Sauro girò di nuovo il volante. Quei palazzi erano tutti uguali, in ogni dove, “davvero come le pareti di un immenso labirinto,” pensò. Scorgendosi nello specchietto scoprì di avere il volto gonfio e rosso, in piena iperventilazione. Iniziò a prender fiato buttando giù grandi boccate d'aria: quanti minuti aveva passato senza farlo? Continuò a respirare cercando di placare il cuore. Si passò una mano fra i capelli bagnati.

Sauro fermò la macchina e accostò. “Dove diavolo sono?” Quella che sembrava una prostituta entrò in un palazzo, delle signore portavano i bambini a scuola. Era un quartiere povero. Incastonati ai piedi dei condomini stavano alcuni negozi, degli alimentari con le saracinesche abbassate, botteghe vuote con l'insegna ammuffita; un signore scese dal furgone ed entrò in un piccolo bar con la porta stretta, simile a un antiquariato. Vedendo quel piccolo luogo che sprigionava calore in tutto quel freddo il nostro fu assalito dalla voglia di bere qualcosa, fosse anche un caffè in cui intingere una brioche. Che la dieta ipocalorica andasse pure a quel paese. Nonostante tutto il nostro non poteva rimanere lì, piuttosto che cercarlo per la città quei due tizi avrebbero continuato a setacciare ogni angolo del quartiere; Sauro capì che doveva andarsene, lentamente, cercando la chiave per uscire da quel labirinto. Il nostro prese il cellulare e attivò il navigatore, la mano gli tremava. “Dimmi di sì... dimmi che vai...” e invece la connessione non c'era più. Non poteva chiamare o ricevere chiamate, non poteva neanche capire dove si trovasse: era stato trascinato fuori dal mondo. Il nostro abbassò la testa contro il volante, avrebbe voluto addormentarsi lì e aspettare la fine - poi l'istinto lo risvegliò e raccolse tutto il senno che gli restava.

Muovendosi lentamente per viottoli pieni di buche e laterali senza alcun lampione Sauro riuscì a portarsi su una strada provinciale molto trafficata. Il volante gli oscillava fra le mani e di tanto in tanto non poteva evitare di dare uno scossone alle ruote: chiunque lo avrebbe scambiato per un ubriaco tornato da una notte di bagordi; nessuno dei signori che passava, preso dalle propria misera vita, si sarebbe mai immaginato che in quell'auto ci fosse un uomo che fuggiva, un animale braccato d'improvviso perso in una città sconosciuta, parallela a quella che aveva raccontato per così tanti anni. La sede del giornale distava ancora diversi chilometri, allora, guadagnata velocità e lasciatosi alle spalle quel quartiere senza luce, arrivò davanti a un bar pieno di avventori; il nostro girò intorno allo stabile e parcheggiò l'automobile fra due camion, premunendosi di celarla al meglio nel caso la macchina nera fosse passata di lì. Entrò nel locale.

I clienti seduti ai tavoli si voltarono, già pronti a salutare uno dei loro amici o colleghi, poi Sauro vide i loro volti spegnersi, le loro mani abbassarsi; alcuni continuarono a guardarlo, chiedendosi chi fosse questo sconosciuto in ghingheri con due macchie di sudore sotto le ascelle, come sacche pronte a esplodere.

Sauro scivolò verso il bancone - si aggrappò al legno con le dita. La sua mente scivolò prigioniera nella macchina nera, rivisse quegli istanti con il mostro famelico alle spalle. Ebbe una nuova vampata di calore.

“Un... Mia dia...” Farneticò il nostro.

L'anziano barista si voltò a guardarlo stupito; cos'aveva questo figurino? Perché ansimava?

“Prego, signore?” Fece finta di non aver sentito la sfarfugliata di prima.

“Insomma...” Le unghie del nostro scavavano nel bancone.

Tutti guardavano la scena.Il barista stava per spazientirsi:

“... Insomma?”

Sauro battè il pugno sul tavolo per scacciare la macchina nera dalla mente, o meglio per portarsi fuori di lì. Il barista posò il bicchiere che stava pulendo e si preparò a buttare il nostro fuori dal locale con un bel calcio.

“Un caffè!” Gridò come fosse scoppiato. Si raccolse la testa fra le mani, si unse di sudore.

Pensò all'idea di poco prima, nel labirinto di case: un caffè, intingerci qualcosa, foss'anche una squallida brioche vuota.

“Un caffè e una brioche,” aggiunse, ora sussurrando.

“Perfetto.”

Il barista lanciò un'occhiata ai suoi clienti, come a tranquillizzarli, poi si voltò; loro continuarono a guardare Sauro da dietro le spalle, la scena gli sembrava priva di logica: chi se lo sarebbe mai aspettato un pazzo simile, specie di prima mattina. L'anziano prese un caffè appena pronto e lo allungò sul bancone – il suo amico avrebbe aspettato il prossimo giro, tanto anche oggi non avrebbe pagato – poi afferrò una brioche dalla dispensa: era proprio come la immaginava il nostro, squallida e vuota. Sauro afferrò il dolce e lo annegò nella tazzina, ingoiò il primo boccone ustionandosi la lingua, deglutì senza neppure sentirne il sapore, come non mangiasse da giorni. Il nostro aspirò col naso il fumo del caffè, scaldandoselo; in fondo alla gola sentiva già del catarro, il proverbiale raffreddore stava arrivando. “Chissà se potrò stare a casa insieme a Giò,” pensò, “anch'io vorrei prendermi una bella pausa dal mondo.”

Dopo aver messo un altro caffè sulla macchinetta il barista si voltò a guardare Sauro. Il nostro annusò ancora il caffè, tirò su col naso e buttò giù un altro boccone.

L'uomo si chinò verso Sauro e gli chiese: “Signore, si sente bene?”

Il nostro si fermò e poggiò la brioche già intinta sul bancone rovinato.

“... So che non sembra... E infatti... No, non sto bene,” risposte, senza alzare gli occhi.

“Qual è il problema, se posso chiederglielo?”

Nel locale era tornato ad alzarsi il chiacchiericcio, l'atmosfera appariva normale.

Sauro strinse la tazzina con entrambe le mani, guardandovi dentro.

“... Lei mi prenderà per pazzo... Legge mai il giornale?”

“Non apro un giornale da anni, li metto sui tavolini del bar la mattina e la sera li caccio via.”

“Capisco. Allora non mi conosce.” E allora mi prenderai per pazzo, pensò Sauro. Sorrise e trangugiò il caffè. Si stupì nello scoprire che non ne aveva più da bere; mise il pollice dentro la tazzina vuota, ancora calda.

Qualcuno uscì svelto dal locale.

“Vede, io scrivo. E forse... Ho scritto troppo. Questa mattina mi sono svegliato e ho notato che fuori casa c'era una strana macchina nera, di quelle che giravano nei film noir degli anni cinquanta... Non ne avevo mai vista una nella realtà. Sono uscito di casa per andare al lavoro e quell'automobile ha iniziato a seguirmi. Mi seguiva.... E aveva i fari che scintillavano: click e poi luce, click e buio,” Sauro faceva schioccare le dita sudate e il barista gliele seguiva con lo sguardo. Il pollice destro era sporco di caffè. “Ma velocissimi... Veloci... Quegli occhi pieni di male. Freno e penso di essere salvo, ma anche il mostro si è fermato... Allora cerco di riprendere la calma, poi clack! Quasi spacco l'acceleratore e corro via...”

Uno dei clienti, un signore con due folti baffi, si era avvicinato al bancone per dire qualcosa al barista, ma carpite alcune parole di Sauro rimase lì ad ascoltare. Mentre il nostro si agitava sullo sgabello i due si guardarono sbalorditi. Il barista aprì lievemente le braccia, il baffuto gli fece gesto di non muoversi, voleva ascoltare: finalmente una mattina diversa dalle altre.

“... Vede? Non c'è connessione! Anche lei, anche lei, guardi! Non funziona nulla! Io devo... scappare. Ma non riesco neanche a bere un caffè come un essere umano. Io... io! Sì, io devo calmarmi...”

Sauro si raccolse fra le braccia, senza neanche guardare la reazione dei due che lo ascoltavano.

“Signore, se vuole riprender fiato non c'è nessun problema,” fece il barista, poggiandogli una mano sulla spalla. “C'è un tavolo vuoto, lì in fondo, può riposarsi.”

Il nostro sembrava essersi spento, con la testa sciolta sopra il bancone. Il barista staccò la mano dalla sua spalla, l'altro continuava a guardarli, senza aver pagato biglietto era davanti al teatro dell'assurdo.

“Su amico, il caffè qui non è poi così tremendo,” fece il baffuto con voce gracchiante ed emise un qualcosa in bilico fra una risata e un conato di vomito. Il barista annuì all'amico e continuò sulla stessa linea:

“Ma sì Mario, dillo pure forte: quel caffè era una merda; lo stavo preparando per te.” Questa volta la risata fu più chiara, condivisa da entrambi. Sauro era ancora lontano. “Forse è meglio un bicchierino di qualcosa di più grintoso, offre la casa. Se non se la sente di camminare la accompagno io...”

Sauro si raddrizzò di colpo quasi spaventandoli.

“Grazie...” Allungò una mano alla spalla del barista. “Grazie anche a lei...” fece, alzandosi, al signore coi baffi che gli porse una mano. “Ce la faccio... Mi sento già meglio.”

Sauro si allontanò in fretta verso il tavolo in disparte, i due signori rimasero soli, uno difronte all'altro: il barista girò il dito in cerchio vicino alla tempia:

“E' matto.”

L'amico annuì, attonito.


Il nostro pendeva con la testa dentro il suo bicchiere di doppio whiskey, in un angolo del locale. Ogni tanto il barista si girava a guardarlo, nessun altro gli dava più peso. Un gruppo di pensionati scherzava intorno a un tavolo passandosi a turno il giornale. Dalla vetrata filtrava una luce gelida ma intensa, il proprietario spense le luci, la notte era alle spalle.

“Dovevo chiedergli un telefono... Devo telefonare alla polizia e a Marta, per sapere se è tutto apposto. Prima la polizia o prima lei? Non stai facendo nulla, Sauro... Ma forse è giusto così?” Alzò il bicchiere a prendere uno degli ultimi gocci di whiskey.

Due ombre si allungarono sul marciapiedi oltre l'ingresso. Si fermarono, poi una delle due avanzò e un uomo comparve oltre la vetrata. Si fermò sull'uscio. Era un signore elegante, familiare al nostro, e guardava dentro il locale, cercando qualcuno. Il suo sguardo andò in profondità e scoprì Sauro, seduto al tavolino più lontano. “Ma certo... E' Longhi!” Vecchio amico e concorrente di un'altra testata; all'istante ricordò che doveva abitare proprio lì vicino: dunque ecco il bar in cui veniva a far colazione ogni mattina.

Il nostro buttò giù il bicchiere e si alzò in piedi, con un sorriso a tutti denti completamente spontaneo, il primo di quella tremenda mattinata.

“Longhi!” Gridò, “ho scovato la tua tana!”

Fece per correre verso l'amico, già con le lacrime agli occhi, ma notò ch'egli se ne stava lì, sull'uscio, e non accennava né un gesto né una parola; anzi, sembrava guardare il nostro come un perfetto sconosciuto. “E' spaventato.”

Sauro si fermò in mezzo al locale – ma sentiva già qualcosa dentro che lo trascinava all'indietro, una voce primitiva che gli gridava di scappare.

Longhi si voltò alla propria sinistra, verso l'ombra che era rimasta nascosta oltre il muro.

“E' qui.” Disse ad alta voce, senza paura di essere udito, e indicò dentro il locale, verso Sauro.

L'ombra si fece avanti e oltre il vetro comparve un uomo in impermeabile, alto, col volto distinto e due piccoli occhi penetranti. Il barista si fermò a guardare la scena e, in un istante, capì che il nostro era tutt'altro che pazzo; già arretrando, rapito dalla paura, Sauro guardò istintivamente verso di lui e gli chiese sussurrando se ci fosse un'altra uscita. Sul punto di svenire il barista annuì e ruotò gli occhi verso un angolo del locale, chinandosi leggermente e incassando la testa come a non farsi vedere dai due intrusi. Il nostro saltò sul posto, ruotò il busto e ancor prima di atterrare già muoveva i piedi per correre via; non ebbe modo di accorgersene ma l'uomo in impermeabile stava saltandogli addosso e, spostandosi, lo fece scivolare a terra. Sauro scorse la porta della toilette e intuì essere quella l'uscita, per la fretta rovinò con il muso contro il muro, poi usò la fronte contusa per spalancare il bagno, quasi scivolando anch'egli sulle mattonelle appena lavate. Longhi era rimasto sull'uscio del bar a guardare la scena, terrorizzato. Il nostro si guardò intorno: non c'era una vera via d'uscita, ma soltanto una grossa finestra; annichilito, capì che quella era la mattina in cui avrebbe perso la testa, in tutti i sensi: rise disperato; si buttò contro il vetro a occhi chiusi, sentì un forte dolore, al tempo stesso lontano come avesse colpito un altro uomo, si ritrovò sull'asfalto di un vicolo. Si rialzò gridando, senza guardare se il suo inseguitore gli fosse addosso con un coltello in mano o ancora lontano, iniziò a correre per la strada deserta. Urlava come un animale, frasi incomprensibili che erano l'eco disperata del suo pensare alla salvezza, alla sua famiglia, al come uscire da quel labirinto che si faceva sempre più denso.

Sauro continuò a correre senza guardare indietro, non sentiva neppure i propri passi, come scivolasse sopra del ghiaccio. Nella corsa forsennata si mise la mano in tasca e buttò a terra il cellulare, che si aprì in mille pezzi. Quel vicolo sembrava non aver fine, non c'era aria; si accorse che i palazzi vertiginosi, conficcati contro il cielo, erano tornati come fosse ricominciato l'inseguimento di un'ora prima. Per strada non c'era nessuno, non si sentiva nulla, come se le case fossero barricate e nessuno potesse uscire. Il nostro vide un altro vicolo alla propria destra, ancor più piccolo. Vi si gettò a capofitto. Un cane frugava dentro un cassonetto stracolmo di rifiuti; finalmente Sauro sentì un odore in tutto quel gelo: frittura ammarcita, da una porticina fuoriusciva del fumo – il nostro vi entrò con un capitombolo e si ritrovò addosso a un cinesino in grembiule che stava spellando un pollo. I due si guardarono: il nostro avrebbe voluto dirgli mille cose ma riuscì soltanto a lanciare un urlo, poi continuò la sua corsa, si aggrappò a dei frigoriferi e a un fornello rovente, imboccò un corridoio e si scontrò con una ragazza che portava una cesta piena d'uova. Finì tutto a terra. Sauro continuò a scappare, per i corridoi si alzarono delle voci incomprensibili, il nostro spalancò una porta e si ritrovò in un androne dove altri cinesi si muovevano confusi, sull'attenti, come appena svegliati da un richiamo militare. Il nostro alzò le mani, facendo di no con la testa, e sfarfugliando si buttò a capofitto nella calca, una palla fra i birilli: terminò la corsa difronte a una porta socchiusa da cui filtrava della luce bianca - la spalancò e gli si aprì davanti una nuova strada, ampia e assolata, alcune persone passeggiavano. I cinesi si scambiarono delle battute – chi diavolo era quel disperato con la camicia distrutta, che puzzava, sudato dalla testa ai piedi e che sbavava come una lumaca? - poi chiusero la porta.

Sauro si voltò e vide un ragazzo uscire con la bici dal portone d'un condominio, prima che l'ingresso si richiudesse vi scivolò dentro. Si guardò intorno. Chiusa la porta calò l'ombra nell'atrio, rischiarata soltanto da una flebile lampadina; delle larghe scale portavano ai piani superiori. Il nostro vide una gigantesca parete affollata di nomi e di campanelli – lassù dovevano vivere ammassati come animali, pensò. Sauro riprese fiato e si passò la mano fra i capelli, tirandoseli all'indietro. Si pettinavano come pieni d'olio, stavano tutti al loro posto, nessun ciuffo ribelle azzardava a rialzarsi: erano cresciuti oltre il limite del suo codice deontologico, avrebbe dovuto fare un salto dal barbiere. Il nostro si stirò la camicia con le mani e alla luce della lampadina vide brillare, sopra il sudore, chiazze d'olio e macchie d'uovo.

Per le scale riecheggiarono dei passi: qualcuno stava scendendo. Sauro si voltò, ancora ansante, e vide una donna di colore con gli occhi ancor più perplessi dei suoi. Il nostro si fece in disparte e guardò l'orologio, fingendo di aspettare qualcuno. La signora avanzò perplessa e aprì lentamente il portone, con altrettanta lentezza se lo richiuse alle spalle, lasciando Sauro di nuovo nell'ombra, con la calda lampadina sopra la testa. Egli aspettò ancora per qualche secondo, si toccò il volto - stava lentamente asciugandosi - tutto si faceva freddo, il catarro aumentava. Si guardò i mocassini: nel giro di un'ora erano diventati impresentabili anche quelli. Per terra c'erano alcuni mozziconi di sigaretta, gli salì la voglia di fumarne una dopo anni di astinenza faticosamente ammansita. Si mise ad ascoltare la strada.

“Ogni tanto passa qualcuno. Ormai saranno le dieci, la strada si va riempiendo. Se il tizio è venuto a cercarmi da queste parti dev'essersene già andato; può anche darsi che i cinesi si siano incazzati e che lo abbiano messo in pentola.” Rise e alzò la testa, guardando la lampadina. Gli bruciarono gli occhi.

Il nostro toccò il portone e lo socchiuse, scrutò la strada. Un signore gli passò a un palmo di distanza, guardando perplesso quell'occhio vitreo che spuntava da dietro la porta. Sauro allungò la testa fuori dalla fessura, guardò a destra e a sinistra: dell'uomo in impermeabile nessuna traccia. Uscì e provando a camminare come gli altri il nostro cercò un punto di riferimento, qualcuno che potesse aiutarlo, e vide una coppia di giovani in divisa che camminavano chiacchierando.

Si stavano dicendo qualcosa di divertente. “Rigate dritto e pensate a ridere,” pensò il nostro continuando a camminare fra gli altri, “andrete lontano, non avrete grane e... beh, non vi ritroverete un bel mattino a correre per la città sporchi di uova.” Da un tombino provenne uno squittio. “Esatto, cari topi: proprio come voi.”

I due si fermarono davanti a quello che sembrava un vecchio negozio pieno di adornamenti in ferro battuto. Uno diede la pacca all'altro e vi entrò dentro. “Mio dio: questa mattina se ne scoprono di cose,” penso il nostro, “devo andare anche dall'oculista,” e fece per avvicinarsi a capire che posto fosse. Era una piccola stazione della polizia. Sauro uscì dalla folla e si lanciò in mezzo alla strada, poi, per evitare di beccarsi un proiettile dagli agenti rallentò il passo ed entrò nella centrale con una calma simulata. All'ingresso c'era un ragazzo ammanettato che parlava con un poliziotto, poi un altro colletto blu stava dietro una scrivania, guardò il nostro e gli fece cenno di avvicinarsi.

“Salve, mi scusi se disturbo”, cominciò Sauro poggiandosi al lungo tavolo. Questa cercò di non graffiarlo.Me ne sono successe di tutti i colori, ma voglio dirvi soltanto il succo...”

Il poliziotto, dal basso verso l'alto, ascoltò per interi minuti il racconto del nostro. Non era proprio il succo, ma filò più liscio e razionale rispetto al resoconto che diede al barista di poco prima. L'uomo rimase ad ascoltarlo senza stupore, in silenzio religioso, annuendo di tanto in tanto agli sporadici sguardi del nostro. Finito il monologo rassicurò Sauro e gli chiese di seguirlo in una stanza più appartata per firmare alcune carte. Egli entrò in quello che sembrava un salotto ben tenuto e si sedette su una comoda poltrona, vicino ad altre vuote. Il poliziotto uscì dalla stanza e lo lasciò solo. Dall'aria condizionata giungevano dei confortanti sbuffi caldi. Il nostro tentò di migliorare un po' il proprio aspetto, ma poteva farci ben poco: il sudore stava andandosene ma in compenso le macchie di sporco si notavano ancor di più. “E che si notino,” pensò, “che intuiscano tutto quello che ho passato.” Sauro restò in attesa di notizie, distese le mani sui braccioli e allungò le gambe. “Tutto sommato ho fatto un buon racconto... Sì, non è stato male. Soprattutto considerando che non ho avuto il tempo per buttare giù due righe, rileggere la bozza e lavorare all'articolo finale. Ormai non sono più fatto per i rapporti umani immediati, senza mediazione.”

La porta tornò ad aprirsi senza far rumore, entrò il poliziotto di prima insieme a un paio di colleghi.

“Ecco, questo è il signor Palmi.” Disse il tizio.

I due poliziotti si tolsero il capello e fecero un cenno di saluto.

“Salve, signore. Abbiamo sentito cosa le è accaduto.”

Il nostro si pavoneggiò, scrollò le spalle.

“Prego, datemi pure del tu.” Chi credeva di essere, adesso?

Il signore fece un ultimo saluto e lasciò il Sauro insieme ai due arrivati.

Uno dei poliziotti si sedette su una poltrona affianco al nostro, l'altro prese un posacenere dal tavolino e rimase in piedi nei paraggi; si accese una sigaretta. A Sauro luccicarono gli occhi e gliene chiese una. L'uomo annuì, gli porse la sigaretta e gli diede anche del fuoco.

Il tizio che si era seduto tirò su col naso e iniziò a gesticolare.

“Vede, signor Palmi... Scusami... Sauro, giusto?” Egli annuì, si sentiva a casa. “Quel che ci hai detto è molto grave. Immagino lo capirai. Attenzione,” disse il poliziotto facendosi avanti verso il nostro e allargando le braccia, “non intendiamo dire che non ti crediamo, anzi: sei una persona molto rispettata dalla comunità e non abbiamo motivo di dubitare di cosa ci hai detto. Questo tipo di faccenda ha bisogno di un'azione molto meticolosa: interrogatori, visite sui luoghi che hai frequentato, innanzitutto quelli dove sono accaduti i fatti più gravi, insomma, è un lavoro che richiede diversi uomini.”

Il nostro si godeva la sigaretta, ascoltando, del tutto inconsapevole di apparire come uno scienziato pazzo appena sopravvissuto a un'esplosione. L'altro poliziotto, in piedi vicino a lui, tirò fuori un foglio dalla tasca con sopra disegnato qualcosa. Iniziò a scrutare con attenzione il volto di Sauro, muovendo gli occhi su e giù dal foglio; annuì al vuoto come se fosse arrivato a una conclusione. Il nostro neanche ci badava, era preso dalle immense gioie che la nicotina poteva dare dopo anni di astinenza e dalle comprensibili parole dell'altro signore che continuava a parlargli.

“Prima di dare il via a tutto questo casino dobbiamo fare un secondo controllo, una specie di interrogatorio, ovviamente non devi farti nessuna paranoia. Qui abbiamo il tempo e la dovuta calma per fare tutto quanto; è solo questione che arrivi il capitano e ci mettiamo al lavoro.” L'uomo si rivolse a quello in piedi. “Fra quanto arriva il boss?”

“Dovrebbe essere qui a momenti, deve fare due domande a quel negro.” Allungò la sigaretta sul posacenere in mano a Sirio e la spense.

Il nostro fumò la sua fino al filtro, poi la schiacciò affianco a quella del poliziotto. Si sentiva rinato e avrebbe già voluto fumarne un'altra. Pochi istanti dopo la porta si aprì di colpo.

“Salve capitano,” dissero i due poliziotti, quasi all'unisono.

Anche Sauro si voltò a guardarlo e sentì i polmoni collassare. Il capitano si tolse il cappello e gli sorrise con i suoi piccoli occhi penetranti. Era l'uomo con l'impermeabile, l'ombra che era entrata nel bar; era scappato così lontano per poi scivolargli dritto fra le braccia.

“E' lei il signor Palmi?” Chiese al nostro, facendo finta di non conoscerlo.

Sauro si alzò di scatto fingendo a sua volta di non averlo mai visto, gli andò incontro a mano aperta, come per stringerla; aveva gli occhi spiritati, sul punto di rivoltarglisi nelle orbite. Il nostro tirò una spallata all'uomo e si gettò fuori dalla porta, correndo per l'atrio.

“Aiuto!” Gridava, come sgozzato “Aiuto!” Urtò contro un altro omuncolo ammanettato e spinse sulla porta d'ingresso, spalancandola con uno scroscio.

“Fermatelo!” Sentì alle proprie spalle.

Davanti alla centrale stava per ripartire un autobus. Sauro vi saltò sopra e prima che i poliziotti riuscissero a raggiungerlo gli sportelli si erano già chiusi e il veicolo era in marcia a tutta velocità; doveva essere in ritardo su qualche fermata. Il nostro corse in fondo all'autobus e vide mezza centrale correre dietro al mezzo, un'intera pattuglia di divise blu che arrancava, sempre più in lontananza, cercandosi indosso una pistola che nessuno aveva. Intorno a sé aveva un gruppetto di sbandati d'ogni colore, lo guardavano fra il sospetto e l'ammirazione. Tutti insieme guardarono i poliziotti perdersi all'angolo della strada mentre l'autobus svoltava, poi tornarono con gli occhi su Sauro. Nessuno disse niente; una ragazzetta marocchina gli fece un occhiolino. Egli avrebbe voluto abbracciarli per ringraziarli, ma non poteva togliersi di faccia quella maschera da folle, con gli occhi da psicopatico.

Sauro si aggirava su e giù per il mezzo, allontanandosi e riavvicinandosi al gruppetto di stranieri. Durante una curva si poggiò alle spalle d'uno stangone, poi poco dopo si avvicinò a un altro, sfiorandolo, come cercando conforto. Continuò il via vai fra i sedili, poi tornò a guardare fuori. Si stava avvicinando al centro della città, le strade esplodevano di gente, dalle nubi filtravano dei raggi di sole. Fra tutti quei passanti ne vedeva alcuni con aria circospetta, intenti a guardarsi intorno, e il nostro avrebbe giurato che cercassero lui. Conosceva bene la zona: era proprio quella dove abitava il suo più grande amico, forse l'unico su cui contare.

Il mezzo si fermò e il nostro tornò in strada, abbandonando i suoi nuovi amici dell'autobus. Nel giro di pochi istanti i loro volti dietro i vetri macchiati si persero nel via vai della città.

“Giorgio abita lì, dietro quel condominio. E' fuori mano rispetto al tragitto dell'autobus – meglio, i poliziotti non possono più rintracciarmi.”

Sauro si allontanò dalla strada principale, avvicinandosi a passo veloce all'elegante casa dell'amico. Per quelle vie giravano meno persone e questo permise al nostro di concentrarsi ancor di più sul loro agire; erano strane, “sembrano curvi, come dei detective, in cerca di qualcosa...” pensò, “possono mai essere in cerca di me? Un'intera città in movimento per scovare il mostro?” Preso dall'angoscia si portò contro il muro della casa in mattoni, quasi strisciandovi sopra, per non essere visto dalle persone affacciate al balcone. “Non sembrano neanche uomini... Sembrano degli androidi costruiti con un unico scopo, la ricerca, come dei mastini creati all'istante in catena di montaggio...” Sauro li guardava raggomitolandosi a sua volta, come avesse rubato qualcosa e cercasse di nasconderlo. Il sudore era tornato.

Camminando filo filo al cornicione della casa il nostro vide il suo amico uscire dal muro, poco più avanti. Anche lui, come ogni giorno, stava per andare serenamente al lavoro – borsa in mano, barba appena rasata, la camicia senza neppure una piega. Due o tre giri di chiave nella serratura del portone.

“Giorgio!” Gridò il nostro e iniziò a corrergli incontro.

L'amico si bloccò sull'uscio di casa. Il nostro gli finì fra le braccia ed egli lo sostenne, non aveva occhi meravigliati quanto piuttosto pieni di misericordia. Come si era ridotto il suo amico?

“Io... Devi aiutarmi...” Sauro si raddrizzò e si accorse di aver unto la camicia dell'amico.

“Scusami... Giorgio, sono nella merda fino al collo.”

“Cosa stai dicendo?” Disse, e arretrò sul marciapiede, vicino alla propria auto.

Sauro avanzò gesticolando, ansante.

“Mi vogliono ammazzare. Per l'articolo che pubblichiamo oggi. La polizia e tutti gli altri mi stanno inseguendo per farmi fuori!”

Giorgio guardò verso le finestre del palazzo, come aspettando qualcosa. Con un click dischiuse la sicura dell'auto.

“Devi aiutarmi!”

L'amico spalancò gli occhi e quasi piangeva, Sauro si fermò. Giorgio guardò nuovamente verso le finestre, aprì lo sportello alla cieca e gridò:

“E' qui!” Scivolò dentro la macchina, chiudendo la sicura. Si raccolse la testa fra le mani.

Sauro saltò contro il muro della casa, si fermò per un istante con le mani ferme sui mattoni, guardò in alto: delle armi si allungavano dalle finestre. Era un agguato - bisognava correre. Degli uomini si sporsero per metterlo sotto tiro, partì uno sparo, ma il nostro era già scappato oltre l'angolo. Corse per un isolato fiancheggiando un'altra casa di benestanti – non sapeva per quanto ancora avrebbe continuato a scappare, credeva che la fine fosse finalmente arrivata. dopo ore di false speranze. “Non dovevo neanche iniziare a correre; non dovevo cercare salvezza; non dovevo fuggire; dovevo cadere ai piedi della macchina nera, chinare la testa e aspettare...” Il colpo fatale sarebbe giunto da un istante all'altro. Intanto egli continuò a correre, prigioniero del suo destino, capì che non poteva fare altro. Si sentiva come un burattino.

“Come possono aver fatto tutto questo? Come può essere vero? Non possono sparare a qualcuno in mezzo alla città, così... Senza aver nessun motivo per farlo, non alla luce del giorno.” Si voltò, delle persone cercavano riparo dopo aver sentito degli spari. Non c'era nessun altro. “A meno che il motivo non l'abbiano trovato.”

Il nostro arrivò vicino all'ingresso di un grande deposito sotterraneo: il carillon della sua morte si inceppò nuovo: Sauro riprese in mano il proprio destino e scivolò nel buio del parcheggio. Lì sotto si tornava a respirare il gelo dell'alba, strisciava un odore di muffa. Nella vasta oscurità erano parcheggiate decine di macchine. Alle due estremità del deposito stavano tanti garage sigillati; in fondo alla tenebra si vedeva della luce, che, a patto di non perdersi, era possibile raggiungere. Il nostro si chinò e corse fra le macchine, sempre attento a non perdere di vista quei raggi di salvezza – era il sole? Era un'altra uscita? Ecco un altro labirinto, un nuovo dilemma – sbagliare ora avrebbe significato perdere, senza ritorno. Sauro era ormai a metà strada: sì, quelli fuori dal sotterraneo erano i raggi del sole: in controluce vide delle persone camminare sul marciapiedi. Il nostro stava già per compiere il tratto di corsa decisivo, ma alle proprie spalle, all'altezza dell'entrata di prima, sentì riecheggiare delle voci. Si acquattò dietro una macchina e sporse lentamente gli occhi. Erano loro, lo cercavano. Erano in cinque, tutti con la divisa da poliziotto. “Allora la cosa è diventata ufficiale,” pensò il nostro, “è una caccia all'uomo senza insabbiamenti – non devono neanche preoccuparsi di uccidermi senza che gli altri sappiano. Devono essersi inventati qualcosa. Devono essersi inventati il nemico da sterminare, costi quel che costi.” Mentre il nostro riprendeva fiato egli si accorse che i cinque erano ancor più stanchi di lui. Discutevano sul da farsi. Uno di loro, più piazzato, era chino sulle ginocchia, sudato – il sole in controluce gli faceva scintillare la testa calva. Gli altri lo guardarono, uno lo spronò. Vedendo che il tizio non accennava a riprendersi decisero di lasciarlo indietro; gli diedero il compito di scendere nel deposito a controllare. Gli altri svanirono per la strada assolata.

Sauro si abbassò ancor di più. L'armadio pelato si avvicinava lentamente, confuso e stremato. Il suo ansare riecheggiava per il deposito, volava limpido contro le pareti, poi l'oscurità lo raccoglieva, lo arricchiva e lo spargeva per tutto il sotterraneo – sempre così per ogni respiro. L'uomo camminava in direzione dell'uscita a cui bramava anche Sauro. Avanzava in linea retta attraverso le auto; ogni tanto si fermava davanti a una fila, guardava a destra, poi a sinistra, e riprendeva a muoversi imponente. Il nostro si appoggiò dietro la macchina, nascondendosi completamente.

“Il grassone mi arriverà praticamente affianco. Quello si ferma, si volta a destra, poi guarda a sinistra... e mi vede.” Il carillon mortale tornò a girare: si era illuso di nuovo, ma egli sentì che adesso era davvero arrivata la fine: adesso non doveva neppure scappare, qualcosa lo obbligava a stare rannicchiato lì, al buio, aspettando di morire come un animale - nel silenzio. I passi si avvicinarono, il respiro sempre più chiaro, penetrante. L'uomo tossì: doveva essere proprio dietro la macchina.

“E' questo il mio destino...”

La gamba del poliziotto spuntò di fianco a Sauro; ancor prima che muovesse l'altra il nostro gli saltò addosso cogliendolo di sorpresa, come una belva inferocita, riuscì a farlo barcollare. L'armadio lo lanciò indietro, rimanendo in piedi quasi per miracolo, ma nello stesso istante Sauro tornò all'attacco e con un lieve salto picchiò la propria fronte contro quella dell'uomo; il poliziotto indietreggiò, ma prima di tornare a terra Sauro strinse fra i denti un orecchio del pelato: glielo mozzò via. Un urlo di dolore. Il nostro piazzò i piedi sul pavimento e assestò un pugno al petto del pelato, riuscì a farlo precipitare contro i fanali di un'auto. L'uomo quasi non respirava più, era cianotico e si raccoglieva il sangue che gli sgorgava dall'orecchio reciso. Il nostro avrebbe potuto correre via, ma la stessa feroce forza di prima lo riportò all'offensiva. Con entrambe le mani afferrò la nuca dell'uomo supplicante: scoprì che il collo era morbido, grasso, non faceva alcuna resistenza: ne caricò all'indietro il cranio e poi spinse la sua faccia contro la targa dell'automobile, conficcandogliene uno spigolo nell'occhio. Il nostro spinse, spinse ancor più forte, il pelato continuava ad emettere un sibilio con la gola impastata, come una teiera che soffia fumo bollente; la targa arrivò fino al cervello, ruppe il naso; il sangue schizzava da ogni parte, come una doccia. Il nostro balzò all'indietro e cadde su se stesso; sfregò le mani sull'asfalto e vi lasciò sopra una macchia di sangue. Egli strisciò verso la luce che penetrava dalla strada: non passava nessuno; si guardò i vestiti: olio, sudore, chiazze d'uova, strappi, ma di sangue neanche una traccia... anzi, notò, guardando meglio: una piccola macchia vicino al colletto. Fra tutti i colori che aveva assunto la sua camicia nessuno l'avrebbe mai notata. Sauro si rialzò e si portò fuori dal deposito; si voltò: il pelato era seduto, con la testa china sopra e dentro la targa. Non sibilava più. Il nostro iniziò a correre lontano.

Chi passava lo guardava, non poteva essere altrimenti. Sauro avrebbe voluto mettersi a quattro zampe e correre come un animale. “Un animale braccato,” pensò, “chi dovesse scambiarmi ancora per un uomo... beh, sarebbe un pazzo.” In giro non c'erano colletti blu, ma sarebbe bastato un istante e la sua sorte sarebbe di nuovo cambiata. “La stazione. Devo scappare di qui. Devo andarmene dalla città, da questa regione, dal paese. Devo prendere il primo treno prima che anche i sassi si mettano a cercarmi.”

In effetti la stazione dei treni non era così distante: il nostro avrebbe dovuto spremere il poco di polmoni che gli restavano e sarebbe arrivato a destinazione in pochi minuti.

“Giorgio mi ha tradito... ma posso perdonarlo? Era terrorizzato; se non avesse acconsentito a fare da esca... avrebbero fatto fuori anche lui. E il morto? L'ho ammazzato... merita qualcosa? Ho risposto all'attacco... ho risposto ad armi impari ed ho vinto... sì, questa battaglia l'ho vinta. Possono trionfare nella guerra, ma nella tattica stanno sbagliando tutto... sto rispondendo... Rispondo!” Era in bilico fra il pensiero interiore e il grido ad alta voce.

Due anziani lo indicarono, mentre il nostro continuava a correre forsennato, spezzando la serenità di quella strada.

“Guardate, eh? Non sapete, non sapete proprio cosa guardate. Indicate, eh? Indicate me? Indicate qualcun altro. Bastardi!” Adesso gridava.

Corse più forte.


Sauro svoltò l'angolo e si ritrovò davanti la stazione. Piombato nella sala d'aspetto controllò la tabella di marcia dei treni. Di lì a pochi minuti ne sarebbe passato uno che poteva aiutarlo a fare il primo pezzo di fuga. La biglietteria era vuota; ma valeva la pena fare il biglietto? Avrebbe potuto chiederlo al controllore sul treno. Continuando a girare la testa, in vertigine, Sauro vide una coppia di cabine telefoniche; egli corse e alzò la cornetta, tolse il portafogli dalla tasca – estraendone il cuio sentì l'aria penetrargli nella coscia sudata – vi frugò dentro – anche le banconote erano zuppe – e inserì la prima monetina nel telefono. Rimase immobile realizzando di non avere più né il cellulare né la rubrica, quell'elenco sterminato di nomi che fino a poche ore prima gli appariva indelebile, affidabile. Tutti quei numeri erano carta straccia. Il nostro volò col pensiero al volto di sua moglie. “Marta,” pensò... “Il numero...” Si spremette le meningi. “Per Dio, dammi quel cazzo di numero!” Il nostro schiacciò dei numeri sulla tastiera in acciaio, inanellando una sequenza che non gli sembrava di aver mai visto prima. Eppure, se lo sto facendo, pensò, deve avere un senso.

Il telefono iniziò a squillare.

Sauro si guardo intorno: si accorse che anche l'atrio era semideserto. Dalla biglietteria un signore lo guardava con occhi strani. Il nostro strinse la cornetta fra il mento e la spalla e si sbottonò la camicia, rimanendo in maglietta. Era un unico grande panno da cui non filtrava aria ma soltanto puzzo di sudore, ma almeno non aveva su nessuna macchia. La linea continuava a squillare. Sauro stirò la camicia con le mani e se la legò intorno alla cinta a nascondere un po' dello sporco sui pantaloni. “Sembro un hippie,” pensò, e ridacchiando sputò sopra la cornetta, “sembro tornato da un'odissea psichedelica insieme a chissà quali disperati; ma sono credibile, sì,” si scompigliò i capelli unti, “Marta?!” Sentì una voce dall'altro capo del telefono.

“Sauro!” Gridò la donna, estenuata.

“Marta, va tutto bene?” Gridò tutto d'un fiato.

“... Sì, Sauro, ma dove sei? Perché stai gridando?!”

“Mi sta succedendo una cosa assurda.” Cercò di calmarsi.

“Dove sei?”

“Sono in stazione... Non posso spiegarti tutto adesso.”

“In stazione?!”

“Marta, mi stanno inseguendo, vogliono uccidermi!”

“Sauro....” Ha già smesso di gridare? Pensò il nostro.

“Chiuditi in casa e chiama qualcuno, chiama tutti. Non doveste restare soli.”

“Stai calmo, caro...” Sei tu a essere troppo calma, pensò Sauro.

Seguì un silenzio e un rumore come d'interferenza.

“Stai calmo... Resta dove sei, vengo a prenderti.

Il nostro chiuse gli occhi.

“Marta... Ma tu non hai più la macchina.”

Dall'altro capo del filo si sentì un'altra voce, come una lotta, poi la donna gridò:

“Scappa! Scappa!” La voce si spezzò in un urlo atroce.

Il nostro lanciò via la cornetta: la avevano in pugno: era caduta anche lei. Il treno stava fermandosi e alcune persone già premevano per salire.

Sauro corse verso i binari, la camicia gli sventolava intorno ai fianchi. Il capotreno scese a controllare che tutti gli sportelli fossero aperti. Il nostro lo sfiorò, l'uomo fece per guardarlo ma rimase stordito dal suo olezzo penetrante. Saltato sopra il vagone Sauro adocchiò una cabina completamente vuota e si lasciò cadere sul sedile. Era così morbido; il nostro avvertì dolore alla schiena, gli si distese, poi sentì un formicolio di sollievo. Divaricò le gambe e chiuse gli occhi, senza pensare a nulla. Lasciò volutamente Marta e suo figlio nei recessi della mente, senza sfiorarli. Egli non poteva perdere adesso, no, non ora che il carillon girava impazzito e non aveva ancora suonato a morto. Il treno partì e della brezza cominciò a entrare dal finestrino; l'aria salutò il nostro baciandogli il sudore – tutto il corpo iniziò a rinfrescarglisi, umido, sprigionando odore per tutta la cabina. Ormai aveva lasciato la città. Il nostro schiuse gli occhi e scrutò nella cabina affianco: una ragazza guardava il cellulare. Affianco a lei era abbandonata una copia del giornale per cui lavorava. Il nostro aprì lo sportello e prese il quotidiano, la ragazza non si accorse di nulla; egli tornò a sprofondare nella poltrona – nuovo sussulto della schiena, nuovo sollievo; l'aria era freschissima – e spalancò il giornale alla seconda pagina. Del suo articolo non c'era nessuna traccia. Sauro lasciò cadere a terra quell'ammasso di fogli e poggiò la testa allo schienale. Chiuse gli occhi. Il vento gli portava dei pensieri ma lui li cacciava via, fuori dal vagone. Sopra il cammino del treno regnava il silenzio. “Io non ci sono più...” Dormì.

Si svegliò e ne fu stupito. Era asciutto. Un anziano gli diede un altro lieve scossone.

“Guardi che siamo arrivati al capolinea.”

Il nostro annuì, stordito, e si alzò. Si guardò la maglietta e la camicia stretta intorno alla vita: dopotutto non era messo così male. Il treno si era svuotato. Sauro scese lentamente dal vagone, si sentiva fragile. Avrebbe dormito un mese intero e giurò che sul prossimo treno l'avrebbe fatto, come se non si fosse ancora svegliato. Gli sembrava di aver aperto gli occhi dentro a un sogno.

“Sono ancora vivo?” Il sole del tardo pomeriggio gli picchiava sulla nuca.

Su un binario poco lontano stava in sosta un altro treno da cui scesero alcune persone. Era il treno con cui avrebbe potuto continuare la fuga, varcando il confine?

Stanco, con la vista sfocata ma stranamente leggero, egli fece per avvicinarsi a un controllore e chiedergli delle informazioni.

Qualcuno gli poggiò la mano sulla spalla.

Sauro si voltò.


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