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Una storia di Gan20

QUEL SOTTILE MALE DI VIVERE

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10 minuti

Pubblicato il 23 novembre 2020 in Didattica

Tags: #poesia #poeti #ricerca #scrittura #studi

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Attraverso i classici si capisce la valenza della parola nell’arte poetica, ma ancor di più si percepisce quel senso di malessere interiore che come un sottile filo d’argento segue e congiunge tutte le epoche fino a noi; “quel sottile male di vivere”. I poeti stessi in alcune liriche fanno trapelare il loro stato d’animo che è quello comune a tutti gli uomini.

Inizio questo percorso seguendo quel sottile filo conduttore tralasciando Greci e Latini, partendo da un’epoca molto più vicina e fiorente di poesia; il XIII sc.

Quest’epoca fu caratterizzata da un gran germogliare di poesia, tanto che la corte di Federico II di Svevia divenne un’importante centro culturale. In questo ambiente nacque la “Scuola poetica Siciliana”, ideale di Poesia raffinata e aristocratica. Federico II stesso, compose testi poetici, ma la più fiorente fu la Poesia Religiosa e il suo massimo esponente San Francesco D’Assisi, il più illustre tra i poeti di questo genere. Francesco, giovane e ricco, sceglie di spogliarsi dei suoi averi rinunciando ad una vita agiata e lussuosa per seguire la Fede fondando l’Ordine dei Francescani vivendo in assoluta povertà, divenuto poi Santo. Il poeta è senz’altro colpito da una grande crisi interiore, vocazione o male di vivere? Questo tumulto provoca rimorso e sofferenza al poeta religioso che vede nella Fede l’unica via d’uscita, liberandosi da una vita viziosa trova la voglia di vivere e ne compone lodi e liriche di ringraziamento a DIO. Verso la fine di questo secolo è Firenze la protagonista dello scenario poetico, qui si forma, dall’espressione Dantesca, la “Scuola del Dolce Stilnovo”. Proprio Dante Alighieri, nella composizione di uno dei sonetti della “Divina Commedia” cita il suo stato d’animo, a come all’ età di circa trentacinque anni si ritrova in una condizione di smarrimento morale e spirituale, avendo perduto quella strada del giusto equilibrio, desideroso di una vita più nobile, di serene conversazioni con amici e in compagnia della sua amata Beatrice. Dante, in una attenta lettura dei suoi componimenti ci induce a capire come fosse in conflitto con se stesso e ad aver paura di ritrovarsi da solo. Altro Poeta che visse una vita tormentata, fu Francesco Petrarca, il male d’amore fa penare il Poeta, quell’amore per Laura che il destino volle non fosse corrisposto, ma che il Petrarca canta nelle sue più belle liriche, e provocano in lui sogni e affanni, perciò il poeta temendo che solo la morte possa metter fine alle sue pene chiede di esser sepolto in quei luoghi ove ebbero inizio i sui tormenti d’amore. “Quanto più m’avvicino al giorno estremo”, questo sonetto mette in evidenza lo stato d’animo del Petrarca, che fa della sua vita un esame “ Il tempo fugge veloce e con lui si dileguano le speranze ingannevoli ed effimere”. È chiaro che i poeti traggono ispirazione quando loro stessi sentono e vivono situazioni di disagio interiore, quindi a quelle vicende comuni a tutti gli uomini. Con il Rinascimento nasce quella corrente artistica letteraria denominata “Umanesimo”, ed è sempre a Firenze che si concentra la cultura e l’arte per interesse profondo di Lorenzo De Medici, detto il Magnifico. Anch’egli poeta lascia chiaro un messaggio in una delle sue più belle opere di quel tempo, “Quanto è bella giovinezza”. In questa lirica carnevalesca, Lorenzo espone la fugacità delle cose umane, specie la giovinezza, il poeta si rammarica della sua fuggevolezza e ritiene sia meglio coglierne tutte le gioie che ne derivano non essendovi certezza del domani. Fa pensare allora, che il magnifico, avesse timore di invecchiare sapendo di ritrovarsi a breve a non poter godere della vita che le rimaneva.

Michelangelo Bonarroti, è senz’altro conosciuto come artista figurativo e scultore, il quale ci ha lasciato moltissime opere ineguagliabili e maestose che un uomo potesse creare. Ma oltre all’essere artista di grande valore fu poeta di spessore, certamente il suo linguaggio era più aspro e grezzo, lungi dalla levigatezza dei versi di poeti delle scuole o correnti citate prima. In Michelangelo, notiamo come la predilezione all’arte e il suo temperamento irascibile lo portino ad affrontare il tema dell’amore platonico, a grandi riflessioni che non lasciano armonizzare l’artista che fa trasparire nei suoi versi il continuo contrasto con l’anima. Ecco come i poeti ci lasciano in eredità “quel sottile male di vivere”, un mondo interiore che è sempre attuale. Sinora abbiamo visto come tutti i poeti citati erano turbati da profonde fobie, da inquietudini interiori, dalla quotidianità. Certamente non tutti declamavano le loro sensazioni inquiete nei versi, c’era anche chi denunciava la propria angoscia di come la società aristocratica o benestante, fosse frivola, superficiale, interessata solo alle futilità, insensibile ai gravi problemi delle classi meno abbiette. È il Parini nel XVIII sc. a declamare in metafora quell’insegnamento a comportarsi in un modo civile e dignitoso qualunque sia la provenienza del cetto sociale. Il Parini denuncia appunto nei suoi poemi, il mondo molle, vuoto e artificioso della nobiltà, contrapposto a quello umile, denso di affetti familiari, onesto e laborioso delle classi meno privilegiate. Uno degli esponenti della letteratura poetica italiana a far propri gli insegnamenti del Parini, è il poeta Ugo Foscolo, figura complessa del panorama poetico, crea un nuovo stile di poesia che sia più vicino al cittadino che non alle solite secolari tradizioni letterarie. Il Foscolo, trae esempio dall’ ALFIERI e dal Parini, ma andando oltre, mutando completamente il genere poetico; l’uomo e le sue passioni, la storia, sono il punto cruciale del nuovo discorso, dove alla parola viene restituito peso e significato. Egli conobbe la sofferenza, combatté guerre, lesse e imparò molto dai suoi posteri, dal Vico, che appunto sosteneva: “la poesia è quella straordinaria opera d’arte che è la storia degli uomini, la sola che gli uomini possano conoscere a fondo perché ne sono essi medesimi gli autori”. Il Foscolo, come esponevo prima, ha avuto una difficile vita, tumultuosa, impetuosa, da qui le sue convinzioni che quanto più un uomo compia grandi cose nella vita, più sia necessario ricordarlo dopo la morte, cioè regalare l’immortalità dietro il simbolo del sepolcro. In questo quadro di sofferenze e turbamenti, di stanchezza morale, di concezione pessimistica della vita, nasce il “Decadentismo” le danno voce due dei massimi esponenti della poesia italiana del 900”, Giovanni Pascoli e Gabriele D’Annunzio.

Fino al Carducci la poesia aveva avuto uno sviluppo lineare, il Decadentismo invece, nasce da un senso di solitudine, di angoscia, l’accettazione sofferta della realtà, al quale non valse neanche l’ottimismo positivistico a superarlo.

I poeti vedono il mondo avvolto dal mistero, un assoluto che noi ignoriamo, qualcosa di trascendente, qualcosa che non si può raggiungere con l’intelletto o la ragione, ma con l’estasi, col sogno, con il subconscio. La poesia, cessa di essere la rappresentazione degli ideali morali e sociali, il poeta del Decadentismo diviene veggente, la parola non ha più potere comunicativo ma evocativo. Il poeta non si esprime ma suggerisce, tutto è metaforico, simbolico, tutto quel mondo è simbolico ed ogni forma non è che apparenza, immedesimazione. Nel Pascoli, la vita, come la poesia è seguita da sofferenze, prima la morte del padre, poi gli altri lutti. Il poeta penetra in un mondo misterioso, la morte diviene un motivo insistente, la malinconia dolce e rassegnata, questi stati d’animo lo portano a rifugiarsi in campagna, dove trova conforto nel silenzio arcano della solitudine. Il Pascoli guarda questo mondo con animo distante, coglie il cinguettio degli uccelli, lo stormire dei cipressi, il suono lontano di campane, le voci dei contadini. Tutto questo lo accoglie come un invito contemplativo, esprime quel mondo con una particolare sensibilità in una forma poetica nuova, inventore di bellissime immagini. A questo punto notiamo come l’atmosfera e lo stato d’animo nel corso della storia incida sullo sviluppo narrativo dell’uomo, del poeta, l’andamento della vita sociale e le vicende personali danno un’identità poetica insolita e affascinante. Celebratore del superuomo, questa creatura privilegiata, dalla vita inimitabile è il D’Annunzio; l’immaginifico. Le immagini flottano a ritmo incessante, raffinate e leggere, fresche e seducenti, nella quale esprime la sua sensualità nell’ispirazione. Il meglio della sua vasta opera il D’Annunzio, lo lascia nel volume “l’Alcyone”, le sue più belle liriche: la sera Fiesolana, la pioggia nel pineto, l’onda, meriggio, ecc…in queste liriche il poeta si abbandona al suo senso panico della natura, al suo immergersi e sciogliersi nelle cose, quel suo sensualismo malinconico, quella sua esaltazione dell’individuo. Dopo la grande epoca iniziata col Parini e finita col D’Annunzio, si sviluppa nel primo decennio del 900” la poesia “Crepuscolare”, chiamata così per i suoi temi prosaici e le tinte smorzate che dava appunto l’impressione del crepuscolo. Questo movimento riconosce come proprio il Gozzano. I crepuscolari, spiritualmente stanchi e delusi del mondo e della vita cantano una poesia di dolci paesaggi autunnali, della tristezza di cose perdute, del ricordo di cose perdute, l’aspirazione ad evadere nel passato, in un mondo immaginario, nella vita semplice e serena, lo fanno con una poesia dal tono piano, discorsivo, quasi parlato, un ritmo facile ma penetrante, far rivivere l’illusione del passato. Dello stesso periodo è la “Poesia Futuristica” le parole in libertà, prosa libera da ogni nesso logico, dalla metrica, dalla punteggiatura, esprimere con immediatezza il ritmo della vita come istinto e reazione, dare alla poesia dinamica audace, meccanica, sportività. Un po’ come nell’arte figurativa, sta, l’astrattismo. Il Futurismo, fu un violento sconvolgimento, un moto di reazione al linguaggio eletto, alla tradizione retorica, un rinnovamento nel linguaggio e nelle immagini. Per breve tempo, poeti già crepuscolari, come il Palazzeschi, sperimentano il Futurismo. Alla fine del primo ventennio del 900” e’ il Caldarelli a riportare i poeti ai classici e al culto dello stile limpido e sorvegliato, attento ai valori tecnici e formali. Nasce “La Prosa d’Arte”, che prese a modello il Leopardi.

Caldarelli, cesellatore della parola, eccellente poeta di scorci di paesaggi o immagini di città, di marine, mette nei suoi componimenti anche note inquiete e malinconiche autobiografiche. Ungaretti, Quasimodo, Montale, sono di quel gruppo che si rifanno al Pascoli e al D’Annunzio, dando inizialmente un rifiuto alle forme chiuse della poesia tradizionale, nasce così quel tipo di poesia chiamato “Ermetismo”, per l’oscurità e difficoltà a capirlo. “ Poesia pura”, come sosteneva il Flora, l’Ermetismo mette da parte ogni pretesa di comunicabilità, di cultura, di tradizione, esprime essenzialmente lo stato d’animo del poeta, libero da ogni fardello metrico o tecnico; Poesia pura come rivelazione dell’assoluto, il tramite tra l’uomo e la realtà inconoscibile, l’intuizione poetica è tanto più intensa quanto più è breve, il senso logico, la comunicabilità, l’immagine, il simbolo, non esistono nell’Ermetismo.

L’intuizione poetica, con le sue molteplici forme, stili, movimenti, metafore, ricche di significato, rivela attraverso i poeti “ Quel sottile male di vivere”, il senso di precarietà della vita, della pena dell’uomo, l’angoscia esistenziale.

Montale, ha declamato il senso tragico della vita “il male di vivere”, la poesia di Montale è la voce poetica dell’angoscia esistenziale comune a tutti gli uomini non soltanto ai poeti, i poeti anzi, cercano di riportare l’uomo ad una evasione dal sentimento doloroso della vita, la poesia si arricchisce di umanità, non per fare moda, ma per restituire all’uomo l’amore per le piccole cose, per la natura, per gli animali, l’amore di sentirsi insieme con gli altri. La poesia è un equilibrio abilmente dosato di realismo e di interiorità, i poeti esprimono la loro umana esperienza con versi modulati dall’anima, aperti alla natura dell’uomo, alla vita e i suoi problemi con quel sottile filo conduttore del male di vivere.


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