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Una storia di utente_cancellato

Che cos'è il design?

Seguono una serie di considerazioni fatte sulla base di appunti presi alle lezioni di Storia del Design, presentate poi in sede d'esame

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6 minuti

Pubblicato il 12 dicembre 2018 in Tecnologia e Innovazione

Tags: #design #arte #differenze #storia #analisi

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Che cos'è il design? Non ho una risposta da dare a questa domanda, perché non esiste una risposta, sostanzialmente.
Design è un termine molto versatile, si presta a molti ambiti. Esistono però diverse definizioni e interpretazioni, tutte giuste e sbagliate al contempo. In tutto ciò, so esattamente cosa non è: il design non è arte.
È evidente che tra i due sia nato prima l’arte: fa parte dell’esperienza umana da quando esistiamo come specie. Il design, invece, nasce con la rivoluzione industriale, come industrial design: con il passare del tempo si evolve, aprendosi strada in vari settori. Entrambi si servono dell’estetica, ma questa caratteristica comune non li rende la stessa cosa, altrimenti non esisterebbero due termini distinti.
Il fatto è che, oltre ad avere campi in comune, hanno anche molte diversità. Ad esempio: quando qualcuno vuole accomunare arte e design, la prima cosa che gli viene in mente è l’estetica. Ma chi afferma che, nel 2018, l’arte debba per forza avere una buona estetica? L’arte mira al trasmettere emozioni, mandare messaggi, talvolta molto forti e in tutto questo l’estetica non è necessaria. Spesso la provocazione è l’obiettivo dell’arte; colpire l’osservatore, che sia in positivo o in negativo.
Al contrario, l’estetica gioca un ruolo molto importante nel design. Nel 2018 è difficile trovare un prodotto funzionale brutto da vedere, che debba servire le persone. Siamo attratti dal bello ed è incontestabile che il bello abbia un impatto positivo sulla nostra vita. Più ci si circonda di cose belle, più si vive positivamente: l’educazione al bello è un dovere etico.
È per questo motivo che tra l’uomo e il design si instaura un rapporto di causa-effetto reciproco: l’ambiente che ci circonda ci induce a comportarci in un determinato modo e di conseguenza è con un determinato stato d’animo che siamo motivati a fare cose.
Il design è funzionale o almeno dà l’idea di esserlo. Inoltre è un processo, che spesso segue un metodo, ed è mirato al problem-solving. E i problemi, al giorno d’oggi, sono principalmente di due generi: funzionali e di piacere/decorativi. Il piacere estetico quindi è diventato un problema. Per alcune persone il problema estetico è di vitale importanza; si tende a preferire una cosa di gran lunga esteticamente bella, piuttosto che funzionale. Per qualche strano motivo, la buona estetica di un prodotto dà l’idea di una buona funzionalità di quest’ultimo.

Un ulteriore aspetto importante del design è l’inutilità della sua funzione.
Se l’arte ormai non necessita di una buona estetica per essere arte, il design non necessita di essere funzionale per essere design. Ed è qui che trovo giusto introdurre una proporzione esplicativo, nonostante le mie carenze in matematica:

ESTETICA(bello):ARTE=FUNZIONALITÀ(utile):DESIGN

Ma la cosa interessante è che anche con il suo aspetto inutile, il design continua ad essere funzionale e a risolvere problemi, quelli dell’occhio principalmente. Può sembrare una cosa da niente, ma le dimensioni, i colori e le forme sono caratteri importanti che determinano la validità di un prodotto, nonostante la sua non-funzionalità.
Esistono numerosi esempi di design “inutili”: il Juicy Salif è il pioniere di questi. Prodotto nel 1990 da Alessi ha avuto un successo commerciale enorme, nonostante sia uno sprema agrumi che non spreme agrumi, neanche per sbaglio. Ma rimane un oggetto di design. Perché? Perché imbroglia, dà l’idea di essere funzionale, è figo, è decorativo.
Il perché di questo “progresso” è inutile chiederselo; progresso è un fenomeno che porta, o almeno dovrebbe portare, a miglioramenti e ottimizzazioni. Il progresso nel corso della storia è stato un bagliore che verso la fine del 900 si è via via spento, venendo sostituito da una sfiducia nel futuro. In un certo senso, anche questo termine è stato estrapolato dal
suo stesso significato, perché descrive perfettamente quella febbre dell’uomo per cui tutto ciò che è nuovo porta, in quanto nuovo, benessere. In questo caso parliamo di un finto progresso, in quanto produciamo sempre cose nuove. Inutili, ma pur sempre nuove.

Quando l’uomo si cimenta in qualcosa che sembra avere senso, con il tempo, il senso inizia a svanire: nasce un succedersi di eventi e produzioni che sembrano voler annullare quelli precedenti. E ogni volta il concetto di design viene superato. Vedere, ad esempio, come, dopo il Juicy Salif, è stato messo in commercio il bollitore Hot Berta (prodotto Alessi) che è stato un disastro economico, per via delle sue dimensioni, grandi per uno standard decorativo. Successivamente Anna G (prodotto Alessi), un cavatappi che raffigura
elementi femminili: è stato un successo, perché è il primo cavatappi standing. Vogliamo parlare anche dei Totem di Ettore Sottsass? E della sua libreria Carlton? Sono tutti prodotti che apparentemente hanno un progresso dietro e che apparentemente risolvono problemi. Con la foga di volere superare il precedente, abbiamo superato l’obiettivo in sé. Ma questi prodotti rimangono comunque particolari e, soprattutto, di design perché rappresentano la società di oggi e i suoi bisogni che riempiono quel vuoto lasciato dalla mancanza di qualcosa di bello da vedere. Probabilmente è anche per questo motivo che fatichiamo a definire il termine design.
Siamo vittime di un’evoluzione dovuta a determinati eventi che lentamente ci sono sfuggiti di mano e con noi, tutto quello che creiamo ha subito un impatto non da poco: ormai quello che facciamo e decidiamo non ha più bisogno dei “perché”, in quanto perfino a noi sfuggono le cause.
L’evoluzione industriale è stato succeduto dal movimento liberty, poi più in là è intervenuto Bauhaus con il suo progetto di ripensare il mondo, in maniera semplicistica, poi un po’ più complessa. Dopo è arrivata la guerra e si è rimasti senza nulla. Alla fine della guerra c’era solo lo spirito di voler ricominciare da capo e l’unica cosa che si possedeva era il saper fare e
solo dopo pochi anni c’è stato il boom economico, accompagnato a braccetto
dall'ansia del nuovo. Scoperte di materiali nuovi, produzioni scatenate e poi nulla. Si è rimasti un po’ con l’amaro in bocca, perché la caccia al nuovo e al bello non porta a niente e questo
fenomeno viene chiamato postmodernismo, che direttamente da Wikipedia "indica piuttosto un diverso modo di rapportarsi al moderno, che non è né di opposizione
(antimoderno) né di superamento (ultramoderno)
". Poi è subentrato l’inquinamento e abbiamo dovuto prenderne atto. E poi, cos’è successo? La fine della crisi della frenesia e delle ideologie moderniste: un continuo voler combattere il razionalismo che detta la modernità dai tempi dell’età gotica, dare sempre più importanza a produzioni manuali e artigiani, voler dare vita a oggetti apparentemente perduti. Ora mi permetto di diagnosticare un nuovo disturbo psicologico dell’attuale società, che ha radici nel passato '900: l’ansia della ricerca e della provocazione. Molte cose sono cambiate nel corso della storia, ma una cosa ci è rimasta: cercare di essere i prossimi ad affascinare gli altri, ma non necessariamente in modo innocente. Si guardi l’arte e a tutto ciò che ha scatenato Marcel Duchamp (che se non l’avesse fatto lui, ci sarebbe stato sicuramente qualcun altro), o gli studi di Achille Castiglioni, intento a giocare con tutto ciò che gli capitava sotto mano. Sono tutti tentativi di proporre un meglio in chiave esclusiva e distinta.

Alla luce di tutto questo, sotto una considerazione personale, sembra che il Juicy Salif sia l’icona dell’evoluzione del genere umano, in quanto abbiamo faticato tanto come
specie, per poter battere all'asta a quotazioni alte spremi agrumi finti placcati d’oro o bollitori noti solo per il loro fallimento economico. Siamo affascinati dal particolare, dall’insolito e un po’ anche dallo scandalo.
Ma in tutto ciò, se ancora volessimo definirlo, che cos'è il design? Beh, mi
sento di prendere in prestito una citazione del fenomenologo Dino Formaggio, che sembra abbia capito tutto dalla vita, senza farsi molte domande, o forse ne ha fatte molte solo per giungere ad una conclusione semplice: il design è tutto ciò che gli uomini chiamano design.


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