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Una storia di paulolden

Salvi per miracolo

(Pubblicato nell'antologia "Non spingete quel bottone" - 2011)

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7 minuti

Pubblicato il 12 febbraio 2019 in Storie d’amore

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Ho letto da qualche parte che l'imbarazzo da ascensore è inevitabile. In pratica, ciascuno di noi ha uno spazio vitale percepito che disegna come un cerchio di settanta centimetri di diametro tutto intorno a sé. L'invasione di questo campo, ovvero l'ingresso nei nostri personalissimi settanta centimetri di un'altra persona con la quale non abbiamo intimità, ci crea un forte disagio.

Da quando sono cosciente di questa cosa, i tipici imbarazzi da ascensore sono per me assai meno misteriosi. Questo però non vuol dire che io sappia gestirli.


Ecco perché, pochi istanti fa, quando la porta scorrevole si è aperta per mostrare la graziosa creatura biondo cenere dagli occhi smeraldini che adesso staziona a sessanta (e dico sessanta!) centimetri da me, sono stato immediatamente colto da un violento attacco di panico preventivo.


- A che piano va lei? ­

- Ehm. Io al novantunesimo, e lei?

- Ottantesimo.

- Broker finanziaria?

- No. Lavoro in banca, ma come segretaria.

- Ah. Bene!

- Insomma, così così.

- Capisco.


Tono piatto, monotono, da ascensore, appunto. Non si direbbe il tipo; no, proprio per niente. In altri contesti scommetterei che sa sfoggiare una leggiadra parlantina da ninfetta allegra. Ma qui siamo in ascensore e lei, naturalmente, ha un tono ascensorale (mi dico questo coniando la parola sul momento e compiacendomene non poco).


- Ecco, signorina, ottantesimo piano, lei è già arrivata. Per me, invece, ahimè, ancora un lungo tragitto in salita, verso la vetta di questa grigia colonna di cemento che noi, con un immeritato eufemismo, chiamiamo “palazzo”.


Per me è la prima volta che maledico la straordinaria tecnologia che rende questi diavolo di ascensori così veloci.

Sorride, e strabuzza un po' gli occhi lei, adesso; Dio mio, quanto è carina con quel modo di roteare gli occhi all'insù e spalancarli al mondo come farebbe una bambina di sei anni, sei anni e mezzo.

Sorride ancora, sussurrando un “arrivederci” e preparandosi all'apertura del portello di lancio verso il suo piccolo universo quotidiano di segretaria gentile e diligente.

Chissà com'è quando si rifà il trucco tra una telefonata da smistare e l'altra. Vederla mentre usa il Rimmel è una cosa che potrebbe anche uccidermi.


Adesso il portello di lancio, ovvero l'asettica porta scorrevole automatica in elegante alluminio satinato, si è aperto. Tre, due, uno... chissà se la rivedrò mai più. Ma certo che potrei rivederla, lavora nel palazzo in cui vengo tutti i giorni a lavorare.

Be' in ogni caso sarà bene prendere il coraggio a due mani e dirle qualcosa adesso, subito, oppure mai più. Ho la nettissima sensazione che, se si richiude il portello-porta scorrevole, la mia parte da protagonista in questo film sarà presa da qualcun altro. Oppure la produzione deciderà di andare avanti senza un protagonista maschile. Insomma, o parlo adesso, o sono licenziato in tronco dal destino.


- Signorina, scusi!


Il tempo del mio pensiero mi è sembrato lungo ma, razionalmente, saranno passati due secondi scarsi. Lei è a un metro da me, sul pianerottolo che dà sul corridoio dell'ottantesimo piano. Bramo un suo cenno, presagisco il movimento dei suoi capelli che accompagnano il viso che si volta verso di me, con quel delizioso sguardo interrogativo da fatina smarrita nel bosco. Ti prego, rispondimi. Adesso, subito, ora. Ti prego. Fallo.


- Ma... cosa... Ah, ecco! Allora ha notato anche lei questa luce accecante!

- Quale luce?


Ho tenuto gli occhi un po' bassi, nello sforzo di pensare e per questo motivo non mi sono accorto di nulla, proprio di nulla. Pur non sapendo di quale luce parlasse - poiché l'unico argomento sul quale in questo momento sono ben preparato a rispondere è la punta delle mie scarpe – blocco istintivamente la porta dell'ascensore frapponendo un ginocchio e facendo scattare le fotocellule o qualsiasi altra diavoleria abbiano usato per regolarne la chiusura automatica.


- Ha ragione, signorina, è proprio strana questa luce. E' una bella luce, direi, ma davvero troppo intensa! Non si vedono nemmeno le porte degli uffici!

- E' proprio questo il problema, c'è troppa luce, è accecante. Lei che ne pensa? Oddio, non so come raggiungere l'ufficio, sono abbagliata!


Dice così, mentre la sua piccola mano elegante sale a sfiorare gli occhi, come a lenire un dolore. Tuttavia, non sembra poi così sofferente: io in quella luce la vedo galleggiare, come a passeggio su nuvole bianche come il latte. E la adoro, sì, quanto la adoro!


-Aspetti, la aiuto io. Dovrà esserci un modo per abbassare queste luci.

-Grazie, devo dire che adesso sono un po' spaventata.

- Ma no, non è il caso, stia tranquilla, l'ingresso principale della banca dovrebbe essere qui a due passi da noi.

- Sì, non è lontano dall'ascensore, ma io non distinguo ancora nessuna porta. Mio Dio, mi sento persa nel vuoto assoluto!

- Ma no, non abbia paura. E poi non è affatto vuoto assoluto, vede? C'è qualcuno lì in fondo, innanzi a noi.

- Oh! E' vero. E' un sollievo vedere qualcuno.


La figura davanti a noi si avvicina a passo spedito, ma leggero. Si direbbe un uomo sulla settantina, pochi capelli portati ostinatamente piuttosto lunghi, occhiali dalla montatura sottile e un sorriso rassicurante. Non ha affatto l'aria di un tecnico delle luci o di un elettricista, ma tant'è.


- Senta, è lei che si occupa di questo impianto di illuminazione?

- Io? Ma no, caro ragazzo, non c'è alcun impianto di illuminazione qui.

- Sta scherzando vero? Queste luci ci stanno abbagliando!

- No, mai stato più serio.


L'uomo ha, in effetti, tutto ad un tratto cambiato espressione: è serissimo, quasi greve, con le folte sopracciglia candide ad avvicinarsi tra loro nell'espressione pensierosa di chi cerca le parole giuste. Intuisco che sta per dire qualcosa. Adesso, improvvisamente, mi rendo conto che attendo le sue parole con il cuore in gola, tormentato dall'ansia di sapere.

Sorpreso dalla mia reazione, istintivamente mi giro a cercare gli occhi della ragazza.

Lei è lì. Ferma. Attonita. Come paralizzata da una visione, la statua di cera di sé stessa.


- Signorina, si sente bene?


Un fremito. Deglutisce. Poi, portando entrambe le mani tra i capelli, come se volesse raccoglierli in una coda, parla a stento, quasi sottovoce.


-Papà! Ma tu... tu qui?


L'uomo la guarda con infinita tenerezza.


- Stai tranquilla, Francesca. Questa luce non può farti del male. Va tutto bene. Voi due siete semplicemente passati ad una diversa vita. Non temere la giusta parola per quello che è accaduto: oggi, undici settembre duemilauno, tu e questo bravo giovane che mi sta già piuttosto simpatico siete semplicemente morti.

Questo palazzo tra poco crollerà nell'isteria generale di una tragedia terrena. Una delle tante, che volete farci. Voi, per fortuna, non vi prenderete parte: eravate proprio al piano che è stato colpito per primo dall'aereo dirottato. Il dolore per il vostro passaggio è durato meno di un secondo. Vedete? Neppure ne avete memoria. State bene, no? Stai bene, Francesca, vero?

Vieni con me, dammi la tua mano. Venga anche lei, giovanotto, forza, non abbia paura. Questa luce che vi ha spaventato è nostra amica. Ci guida verso il luogo del nostro soggiorno. Non è per tutti, sapete, questa luce. Alcuni vagano in corridoi bui, altri in spazi sconfinati senza alcun calore, nel vuoto vacuo dell'eterno oblio.

Voi però fate parte dei ricompensati. Voi avete amato. Non importa se è stato solo un attimo, pochi secondi, un breve frammento di vita vissuta in un ascensore. Vi siete amati sinceramente, totalmente e con il trasporto totale di chi dona sé stesso all'altro. Non importa che quell'amore non abbia mai trovato concretezza alcuna nei gesti, nelle parole o nell'unione carnale: vi siete amati come amano pochi, ed è per questo che l'Universo a voi ha concesso di percorrere la via che è riservata a pochi. Venite, attraversiamo insieme. Il mondo che genera questa luce è un mondo di puro amore, pace e tenera, armoniosa condivisione. E' il mondo dove vivrete.


- Papà, sono contenta che tu sia qui con me in questo momento. Quindi, visto che sei qui, anche tu hai amato profondamente, giusto?


- Anch'io sono contento, Francesca. Vieni, la mamma ci aspetta.




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