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Una storia di LucaBiancalana

Questa storia è presente nel magazine In un bagaglio a mano

Una ciambella senza buco

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21 minuti

Pubblicato il 22 dicembre 2018 in Storie d’amore

Tags: #Amicizia #Cicatrice #Distanza #Ricordi #Scuola

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Alcune volte penso "perché non è arrivata prima?", altre invece condanno il giorno in cui l’ho conosciuta in quel bel parco desolato in un giorno di autunno, mentre le foglie cadevano, a rappresentare forse noi due, ad avvertirci su quello che sarebbe successo, forse volevano solo proteggerci. I più scettici o i meno attenti dicono che le foglie cadono e basta, perché non hanno più nutrimento, io glielo lascio pensare.

Anche Nasrin cadde in un giorno di autunno, quando non aveva più forza, bella e giovane, come una foglia che non ha esaurito il suo tempo, col suo colore acceso che colora il mondo tutto.


Per quasi tutte le superiori ho avuto lo stesso compagno di banco, o per meglio dire ‘la stessa compagna di banco’; dico quasi perché il primo anno lo passai con un vecchio compagno delle medie molto avvezzo a far macello, proprio come me, e perciò mi era stato vietato di sedermici accanto in secondo; sono così finito vicino ad una perfetta sconosciuta, Nasrin, nome orientale di un fiore, da cui però non mi sono mai più allontanato. E’ stata lei la destinataria della mia prima lettera, in occasione di un viaggio estivo a Parigi; è stata lei che, per gioco, mi ha dato lo stimolo giusto per provarci e gliene sono grato.


6 luglio 2015

Cara Nasrin,

questa pagina è stata vuota per 15 minuti abbondanti, io la guardavo e lei mi guardava, ma non sapevamo che cosa dirci, ho in testa milioni di idee che si scontrano e il risultato è molto caotico.Ho sempre avuto problemi a iniziare i testi (e forse non solo i testi…), non riesco mai a convincermi quale sia il modo migliore per iniziare, probabilmente anche per finire; insomma non sono proprio il tipo da “piacere” e “arrivederci” o peggio “addio”, sono solo capace a stare con una persona fra un “ciao” e un “ci rivediamo presto”, magari mettendoci il cuore. Purtroppo non sono neanche capace a scrivere lettere, perché chi mi ha creato ha deciso di donarmi una mente scientifica, non prevedendo che oggi avrei dovuto scriverne una. Comunque ci devo provare e ci metterò tutto l'impegno necessario.Okay, c'è stato un altro blocco e quindi credo cambierò un po' il modo di scrivere: parlerò con un amico di te, tu ascolta e basta.

Oggi ti voglio parlare di Nasrin, ragazza mulatta di piccola statura (e anche per questo soprannominata Nana), intelligente, esile, ma con un cuore molto grande, che io ho conosciuto solo nel secondo anno delle superiori, quando mi sono ritrovato vicino a lei ed Alessandra. Ero un po’ scettico perché Alessandra più o meno la conoscevo, ma di lei non sapevo neanche il colore degli occhi; inizialmente non mi ha subito accettato nel suo mondo, ma mi ha sempre sorriso e abbiamo sempre scambiato due chiacchiere, poi una chiacchiera tira l'altra e non so neanche come abbiamo iniziato a fidarci uno dell'altra, a parlare sempre più e sempre più approfonditamente, anche di argomenti personali, ma senza mai dimenticare le cavolate quotidiane che alleggerivano le mie giornate e rendevano la scuola un po’ meno noiosa. Ed ecco qui, proprio in quel momento lei è cambiata ai miei occhi: Nasrin è una bella ragazza, ma non bella come tutte le altre, lei ha una bellezza particolare, che intriga ed ammalia; si veste con gusto; ha il babbo marocchino e lei si definisce musulmana, ma solo Dio, o meglio Allah, sa quello che combina il sabato sera; è una persona con cui parlare del più e del meno quando non hai voglia di ascoltare la lezione; è un orecchio, che ti ascolta ogni volta che hai bisogno di confidarti; è una lingua che ti consiglia sempre nel modo giusto; è uno scudo che ti protegge quando sei fragile, come se tu fossi la ragazzina piccola e esile e lei fosse l'uomo grande e forzuto di cui tutti hanno paura; è un agente segreto capace di copiare ogni compito scritto nei modi più impensabili, aiutandomi sempre e salvandomi numerose volte; è stata la MIA compagna di banco per due anni duri e faticosi, ma che con lei sono stati più divertenti, forse perché io e lei non abbiamo bisogno di parlare, capiamo al volo il pensiero dell'altro, sappiamo sempre quando è il momento di scherzare, quando è il momento di ascoltare, quando è il momento di aiutarci.Nasrin è tutto questo e forse altro, ma c'è una cosa che ancora non ho detto: lei per me non è un'amica o una compagna di banco, per me lei è una Sorella, semplicemente una sorella, una sorella più piccola che devo proteggere, una sorella che ora forse sta piangendo e io vorrei solo abbracciare, una sorella forte come una montagna quando deve rivendicare i propri diritti, ma fragile come un vaso di porcellana quando si parla del ragazzo che le ha rubato il cuore e che ora forse la sta anche guardando; voglio vederla felice, perché tengo a lei, ecco perché spesso mi arrabbio quando combina qualche marachella, io voglio che lei capisca quali sono i veri valori della vita e le strade sbagliate da non prendere, però spesso va a finire che è lei che mi sgrida per gli errori che commetto io e che mi indirizza verso la giusta strada.Sono certo che la fine della scuola non segnerà la fine di questa amicizia, ma solo un mutamento, che ci porterà sempre a contare uno sull’altro e a rincontrarci periodicamente e aggiornarci sulle nostre rispettive vite. Mi viene un sorriso molto grande ad immaginare la Nana con un marito e qualche figlio tra i piedi che mi butta lì tutti i suoi “problemi” a casa, come il disordine, i figli che non la fanno dormire oppure le lavatrici che non finiscono mai. Oppure, quasi mi scende qualche lacrima a immaginare Nasrin vecchia, con i capelli bianchi, le rughe e con qualche nipotino, vivace come lei e che potrà sempre contare su una nonna al passo con i tempi e giovane come quando calcava i banchi di scuola e raccontava al suo compagno di banco le cavolate fatte il sabato precedente, caratterizzate da grandi bevute, ragazzi e tanta musica.


Eravamo seduti su di un prato a Disneyland, con bambini pieni di gioia che correvano da tutte le parti; eppure io non sentivo nient’altro che la voce di Nasrin che, tremolante, si apprestava a fare gli ultimi dolorosi saluti, visto che il giorno seguente saremmo tornati a casa e lei sarebbe partita per il Marocco, tornando quando io ero ormai partito per la Danimarca.

Non l’ho più vista per quattro mesi e le poche volte che parlavamo, non sapevamo mai cosa dirci; con Nana era così: sui banchi di scuola parlavamo cinque ore su cinque, ma una volta tornati a casa non ci scrivevamo neanche per i compiti, non avevamo più nulla da condividere, eravamo due perfetti estranei che casualmente erano finiti nello stesso gruppo di classe.

Eppure, quando a fine ottobre ci siamo rivisti, era tutto uguale a prima vista, come se il tempo non fosse mai passato ed io e lei ci fossimo visti il giorno prima; è stato bello riabbracciarla e bello

è quel ricordo, prima che venissimo investiti da una tempesta inaspettata, che ha cambiato noi e il tempo.

Nel mio periodo di distacco da Nasrin ho avuto l’occasione di pensare e ragionare su di lei e come sia diventata grande in poco tempo, per cui, in occasione del suo diciottesimo compleanno ho deciso di rimettere su carta il vortice di idee, emozioni, speranze che avevo maturato in quel tempo, in maniera assolutamente discutibile.


… Oggi diventi maggiorenne di fronte alla legge, anche se hai imparato ad essere matura tanto tempo fa; mentre gli altri giocavano a fare gli immaturi, tu avevi già capito come girava il mondo e chi ti stava intorno, ti sei rimboccata le maniche, piano piano, per trovare una via d'uscita, una strada per scappare dalla prigione che ti ha tenuto rinchiusa per troppo a lungo. Ma con tutta questa maturità, acquisita in un colpo solo, ti sei anche chiusa in te stessa, hai deciso di indossare una maschera, per non destare sospetto a chi ti stava intorno; sfortunatamente, la maschera si è piano piano radicata in te, si è ingrandita, sentivi il bisogno di aggiungere sempre più dettagli alla tua maschera, sempre più storie, sempre più intrecci, sempre più bugie. La maschera che avevi creato ti si è ritorta contro, o forse parzialmente: la gente intorno a te si è accorta che c'è qualcosa che non va ed ha paura, scappa; hanno capito che sei pericolosa, troppo intelligente per queste menti. Ma, altra faccia della medaglia, le persone che davvero ci tengono, quelle che fanno davvero per te, inaspettatamente restano, si interessano, chiedono e vogliono capire, ma anche lì rimani chiusa e non vuoi parlare, non ti fidi, il tuo fragile corpo ha già combattuto battaglie di cui non vuoi parlare e allora decidi di tentare un'ultima difesa: inventi nuove storie, meno strampalate, più attendibili e reali, ma ormai la gente sa che sono inventate, ma nonostante ciò ti ascolta e per il tuo bene ti lascia sfogare, perché sa che è il tuo modo di proteggerti, il tuo modo di combattere contro un qualcosa di grande, che nessuno conosce, se non te. È una lotta che ti ha lasciato cicatrici, che però nascondi bene, almeno alla vista di chi non sa ascoltare il tuo cuore, ma è lì che le cicatrici non si possono nascondere e si aprono ogni volta che vengono anche solo sfiorate.

Metto un punto a questo flusso di idee che mi ha colto all'improvviso, ti chiedo scusa, non era previsto, ma è apparso ed io non credo sia un caso. Riprendo un attimo il discorso per fare alcune considerazioni del tutto personali, come anche l'intera idea sviluppata in precedenza, e, di conseguenza, tu sei libera di usare queste parole a tuo piacimento, anche di non accettarle - se vuoi.

Nel giorno del tuo diciottesimo compleanno fermati un attimo, guardati indietro e pensa a tutta la strada che hai fatto, pensa a te stessa e non a quello che pensano gli altri, pensa a tutte le battaglie di cui hai tanto paura di parlare e per la prima volta ammetti a te stessa le tue vittorie, i traguardi raggiunti e sii cosciente delle tue reali potenzialità, sii cosciente della forza che hai dentro, perché non è cosa normale per una ragazzetta piccola e, da fuori, docile come te …


Era il 6 luglio e me lo ricordo bene perché la mia vita è cambiata, in pochi istanti, in maniera netta e lineare, aprendo una voragine, senza che io potessi dire nulla o ribellarmi: per la prima volta nella mia vita ero in balia del fato, inerme ad aspettare il giudizio che mi spettava.

Ugualmente ora, per la prima volta, non desidero proseguire, mi trovo di fronte ad un ostacolo troppo grande e ad una ferita non ancora rimarginata; non riesco ad andare avanti nel racconto perché consapevole delle conseguenze e della fatica che avrò nel rimanere lucido per descrivere il viaggio di Nasrin.

Ciò nonostante, capisco l’importanza di raccontare, l’importanza di descrivere la gioia negli occhi della Nana fino alla fine, la sua positività contagiosa e la sua continua voglia di non smettere di lottare; è per questo che mi farò forza e, in un sol fiato, butterò fuori il mare di parole che tengo dentro da troppo tempo. Fino ad allora sono stato un ragazzo ostinato, debole e innocente. Adesso non lo sono più.

Nasrin si è svegliata presto quel giorno perché voleva godersi a pieno il suo diciottesimo compleanno in Marocco e dopo poco ha letto la lettera che le avevo mandato per e-mail, mentre io ancora dormivo; l’ha letta una seconda volta e poi mi ha scritto, quando io ero ormai sveglio:

- Hai usato parole bellissime e come sempre mi hai fatto piangere, ma anche riflettere su molte cose. Non proverò minimamente ad emularti ma credo sia necessario spendere due parole per commentare tutto quello che hai detto. Parto con il dire che probabilmente hai un sesto senso e mi stupisco di ciò: Sì, è vero mi nascondo spesso dietro una maschera di bugie e falsità che mi fanno sentire sicura, ma, se fino all’anno scorso ho lottato contro piccoli insetti, da marzo mi scontro con un “mostro” molto più grande di me e della mia età.

Dalle tue parole ho capito che è giusto tu sappia la verità: ricordi che a Natale sono stata male con la febbre alta e le tonsille gonfie? Ecco non mi è passata per due settimane e quindi la mamma mi ha portato dal medico, che mi ha curato una cisti al seno che mi era venuta; ma dopo il quadro medico non era abbastanza chiaro e quindi ha deciso di fare qualche controllo in più, anche perché io non tornavo in forze. Beh, dalle analisi è uscito fuori che avevo i linfonodi gonfi e che il tutto era causato da un mostro che si chiama ‘leucemia’. Sì, proprio quella che uccide le persone...

Quella parola è stata per me sentenza, dramma e distruzione. Ho letto e riletto quel messaggio sperando invano fosse solo un errore della mia mente, un brutto sogno da cui non mi ero ancora svegliato e da cui cercavo imperterrito di fuggire.

Era la verità ed io mi ci scontravo senza avere via d’uscita.

C’ho messo un po’ prima di trovare una risposta, forse la più sciocca che mi è venuta in mente, ma che in quel momento serviva solo a rompere quella lastra di ghiaccio che si era creata; ho cercato di confortarla e di dirle che tutto sarebbe andato bene, ma è finita che lei ha confortato me e mi ha tranquillizzato, dicendomi che nulla sarebbe cambiato: alla lunga aveva ragione, forse.

Ho rivisto Nasrin solo due mesi dopo quel messaggio, tornata dal Marocco e dalle vacanze, fra i banchi di scuola, l’unico luogo dove io e lei riuscivamo a parlare, fregandoci del mondo, ma soprattutto della lezione, e dove il tempo scorreva lento, non tangendo i nostri lunghi discorsi.

Mi ha raccontato della sua ricca estate: ricca di serate al mare e di mattine inesistenti passate a dormire per cercare di recuperare le ore di sonno strappate alla notte prima, ricca di emozioni, gioie e divertimento, ricca di spensieratezza, quella che ti perdi con la crescita, quella che ogni giorno ti accorgi di rivolere indietro. Le storie del Marocco erano belle e colme di particolari che mi facevano immergere in un mondo completamente diverso e nuovo, che stuzzicava spesso la mia immaginazione e il mio desiderio di conoscere tutta la Terra, nei suoi meandri più oscuri, nei suoi abissi più profondi.

Mi ha raccontato che aveva conosciuto molti ragazzi, soprattutto uno francese che l’aveva colpita molto e con cui aveva passato un bel po’ di tempo; mi aveva poi raccontato del parco divertimenti dove era andata, la spiaggia con il suo colore caratteristico e i mille volti dei turisti che la popolavano. Anche io le ho raccontato della mia estate, molto più misera e banale, ma per me ricca di avventure.

Solo una settimana dopo essere rientrati a scuola un giorno le ho detto:

- Senti com’è la malattia?

- C’è e non da segni di andare via, i medici sono scettici ed io mi sono fatta un’unica promessa: non cambierò nulla della mia vita e la vivrò a pieno fino all’ultimo giorno. L’unica cosa che ti chiedo è di farlo anche tu, scherziamoci sopra, ridiamoci e non spaventiamoci mai, solo così si combatte. Ah e non dirlo agli altri, non voglio essere trattata come la malata che sta per morire!

E così abbiamo fatto, arrivando addirittura a scherzare sul fatto che io avessi comprato i palloncini bianchi per il suo funerale, oppure su che lei stesse organizzando la cerimonia, così da poterla fare come più gradiva. Era diventata la normalità e non ci facevo quasi più caso, la malattia c’era ma lei non faceva neanche una smorfia di dolore o si mostrava stanca, per cui piano piano era diventata una sola routine di controlli da medici dall’aspetto tutt’altro che rassicurante. Lei sorrideva sempre ed io non mi preoccupavo.

Nasrin non ha mai ceduto o concesso un solo centimetro alla malattia, anche quando le sue gambe non la tenevano più in piedi, anche quando il suo colore vivo di pelle mocaccino lasciava il posto ad un più pallido color sabbia, anche quando la sua crocchia di capelli diventava ogni giorno più piccola, sempre meno folta; eppure lei non si è mai lamentata, non ha mai chiesto aiuto ed ha sempre cercato di fare, riuscendoci, tutte le attività che la nostra età implica. Era brava a mascherare la sua sofferenza, anche ai miei occhi, e nessuno ha mai sospettato nulla, forse perché a diciotto anni non credi neanche sia possibile entrare in contatto con malattie del genere, figuriamoci conviverci.

Solo un giorno mi ha chiesto aiuto, il giorno prima di lasciare la scuola, perché forse era troppo anche per lei, era insostenibile anche per un leone come la Nana. Eravamo in classe e lei aveva una smorfia di disgusto stampata sul viso da un po’; ad un certo punto, senza fare neanche troppo trambusto ha alzato la mano per chiedere di andare al bagno, sforzandosi di sorridere e non dare nell’occhio, ma uscendo mi ha lanciato uno sguardo pieno di dolore ed io ho capito; ho chiesto con uguale gentilezza di andare al bagno e, camminando piano, sono uscito dalla porta, ma, appena chiusa, ho iniziato a correre forte e con noncuranza sono entrato nel bagno delle femmine: l’ho trovata china, abbracciata al water del primo bagno libero che aveva trovato, intenta a vomitare gli ultimi resti di un pasto che non aveva mai consumato. Non ho potuto fare molto, aveva fatto tutto lei, non mi è rimasto che aiutarla a ripulirsi per indossare nuovamente la “maschera” di apparente buona salute che era solita portare tutti i giorni, le ho anche chiesto come stava e lei con un sorriso mi ha risposto “Bene, è solo una conseguenza della chemio”.

Nei giorni seguenti non è venuta a scuola.

Ho appreso solo dopo, dal padre, che l’avevano portata in ospedale perché era peggiorata nella notte e i medici avrebbero tentato un ultimo e disperato trattamento per farla migliorare; mi consigliava di andarla a trovare nel pomeriggio, non sapeva bene quando, ma era certo sarebbe stato benevolo per entrambi.

Il reparto d’oncologia è come un mondo immaginario con regole sue e una scansione del tempo assolutamente atipica: è popolato da persone speciali che ogni giorno lottano per tornare a vivere una vita normale nel mondo di tutti i giorni. Che strano l’uomo: ogni momento nel mondo ci sono milioni di persone che, a causa di qualche insuccesso o qualche piccolo ostacolo sulla strada, desidererebbero lasciare tutto e andare in un mondo immaginario, sicuramente non come quello dell’oncologia, ma comunque lontano da tutto e tutti; invece, quei malati speciali, che stanno lontano da tutto e tutti, lottano per riconquistare il proprio posto in quella società tanto caotica e meschina, nella vita di tutti i giorni.

E’ proprio in questo mondo che ho trovato il mio fiore del deserto che tutto illumina, anche quel reparto ricco di tristezza, speranze e preghiere, spesso inascoltate; Nasrin era capace di sorridere e scherzare anche sul letto di un ospedale e non sarei stato certo io a ricordarle il posto in cui era o il motivo per cui si trovava là. Quel pomeriggio è passato in fretta, fra chiacchiere e risate: le ho raccontato qualche aneddoto successo a scuola in quegli ultimi giorni, tanto quella scuola era tutto meno che noiosa; poi le ho parlato un po’ di quella ragazza della classe accanto che mi spogliava con lo sguardo ad ogni ricreazione; la Nana diceva che ci dovevo provare, ma io non mi convincevo mai quale fosse il modo giusto per approcciarla e così non l’ho mai fatto. Me ne sono andato solo alle sette, quando ormai le visite erano interdette e stavano servendo la cena, sotto consiglio di una gentile infermiera, per evitare guai più seri.

- Grazie che sei venuto, mi ha fatto piacere. Domani torni?

- Certo, anche tutti i giorni!

Sono andato a letto come ogni sera, pregando il Signore di aiutarmi e proteggermi il giorno seguente come aveva fatto lo scorso, non sapendo però che neanche lui avrebbe potuto aiutarmi ad alleviare il dolore a cui andavo incontro, neanche lui avrebbe potuto proteggermi dalla tragedia che mi aspettava. Quella notte ho dormito profondamente, ero stanco perché la giornata era stata lunga e faticosa; ho addirittura sognato che sarei andato a sciare, chissà perché in autunno, con un clima mite e temperato, ma con la neve compatta e candida che copriva tutte le montagne.

Mi ha svegliato solo il telefono, che suonava insistentemente, alle sei e mezza: non so perché ma sapevo già chi era, sapevo già cosa voleva dirmi.

- Pronto Luca sono Muhammad … pronto Luca ci sei? - ha esordito così il babbo di Nasrin, con una voce calma e profonda, mentre sul mio viso già scendevano lacrime cariche di tensione.

- Dillo e basta, senza giri di parole … Dì che mi ha voluto bene, dì che ha combattuto, dì che è andata in un posto migliore … Dì tutto quello che vuoi, ma che tanto è morta!
- Ha sorriso fin all’ultimo e ha lottato fino a quando ha avuto le energie per farlo: sta notte è partita per un nuovo viaggio, Allah saprà avere cura di lei, lei saprà avere cura di noi!
Ho chiuso il telefono senza dire altro, mi mancava l’aria e non avevo parole in testa: ho pianto prima lentamente e poi sempre più con vigore, ho strillato perdendo quasi la voce, con la vana impressione di poter raggiungere il Paradiso con il mio suono, ho sofferto a tal punto di credere stessi morendo, ho sperato di morire per non provare più dolore.

I miei genitori non mi volevano mandare a scuola ma io dovevo farlo; mi sono vestito e sono corso via, non ho preso neanche il pullman: ho corso piangendo così tanto da non vedere più la strada, ma sono arrivato a scuola senza neanche un pizzico di fiatone; ho vomitato fuori tutto il mare di verità ed emozioni che avevo promesso di tenere segreto, poi sono caduto a terra, senza più un motivo per rialzarmi. Nessuno di noi in classe ha avuto il coraggio di proferire una sola parola, nessun professore ha avuto le forze per fare lezione, solo un lunghissimo silenzio, pesante come un macigno, spezzato soltanto da strazianti singhiozzi di pianti che non volevano smettere. E’ stato un giorno triste sia per la classe che per la scuola: tutti conoscevano la Nana e tutti ricordavano il suo sorriso contagioso.

Nasrin è caduta così, in un giorno di autunno, quando non aveva più forza, bella e giovane, come una foglia che non ha esaurito il suo tempo, col suo colore acceso che colora il mondo tutto.

Appena ho potuto sono andato a trovarla, nello stesso luogo dove l’avevo lasciata la sera prima, sorridente, speranzosa, ma soprattutto viva: anche se senza vita il suo viso appariva disteso, tranquillo e riposato; forse era proprio vero che era partita per un viaggio, ma lo aveva fatto senza rimpianti, senza rimorsi, con il cuore pieno di gratitudine per tutto quello che le era stato donato in quella vita. Non sono stato molto in quella stanza, giusto il tempo di dirle che sarebbe stata per sempre nel mio cuore e di darle un bacio, sul piede sinistro.

L’ultima volta che l’ho vista è stato al suo funerale, due giorni dopo, in una moschea ricca di volti che si sforzavano di non piangere come voleva Nasrin. Il padre mi aveva chiesto di parlare a nome di tutti gli amici e così ho fatto: non avevo nemmeno preparato un discorso, sapevo che lei avrebbe parlato per me, sono andato al microfono e ho iniziato a intonare il ritornello di una canzone che le piaceva tanto, l’avevamo ascoltata tante volte insieme e sapevo lei avrebbe gradito ricantarla con me, di fronte a tutte quelle persone venute per salutarla, per godere un’ultima volta della sua presenza, leggera e discreta; poi ho chiuso gli occhi, mi sono seduto ai piedi della Nana e ho parlato piano, mentre le lacrime mi rigavano il volto. Alla fine sono rimasto lì a piangere fino a quando un gruppo di compagni non mi hanno abbracciato e portato via.


Adesso sono qui, di fronte ad una lapide con su scritto il tuo nome, lo stesso che porto tatuato sulla mia pelle; non piango più come la prima volta, ma il vuoto che hai lasciato si sente forte e incolmabile proprio come il giorno che sei partita.

A presto, Inshallah!

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