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Una storia di GeorgeDebilatis

CROTALO

GEMELLI SETTIMINI NELLA PLACENTA RUVIDA

254 visualizzazioni

19 minuti

Pubblicato il 26 gennaio 2021 in Thriller/Noir

Tags: #confini #giorno #notte #pick-up #roveti

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Mi ero svegliato con la pellicola sulla fronte.
Non la pellicola di quelle vecchie, da cinema, da proiezione, da tecnico
vecchio stampo per far sognare chi ti pagava il biglietto per una sala buia
e i popcorn. Intendo proprio la pellicola di sudore: appiccicaticcia;
pura colla, che se sei tumulato di tranquillanti e J&B, come stavo messo,
non si stacca nemmeno con il più lungo e paziente lavoro di rimozione.
Avevo sognato. E avevo sognato mia madre, come capitava una sera Sì, una sera
No, da un mese.
Questa volta mi portava un mazzo garofani, nella sua confezione ben oliata
e traslucida... E la portava mentre io stavo orizzontale sotto una stupenda
lapide con angeli e Madonna a corona: di quelle di una volta, non come adesso
che ti pigiano in un'urna dopo averti pestellato ben bene le ceneri.
Ricordai, mentre mi vestivo, che aveva sussurrato solo cinque, ben precise
parole: "Hai fatto un buon lavoro".
Neanche aveva pronunciato il mio nome.
M'ero lavato la faccia e bagnato forsennatamente i capelli, sino a diventare
una specie di troll grondante... Per una doccia no, non c'era tempo, soprattutto
una doccia gelata: quello di cui avrei avuto una grandissima necessità.
Non c'era tempo, e temevo che il passaggio afa-gelo m'avrebbe bloccato il muscolo
cardiaco... E davvero ripeto, non potevo concedermelo.
Andavo di fretta.

Mettendo assieme un mucchio di stracci sul mio miserabile corpaccione tremante
era salito sul pick-up, e m'ero acceso una winston.
Il pensiero di mamma mi faceva tremare le mani, mentre prendevo in direzione
di Monte Vista, sulla 285 da Alamosa, dove sonnecchiava il mio motel né bello
né brutto: puramente anonimo.
C'era voluto un bel po' affinché le pupille si adattassero faticosamente al buio
mescolato ai fari potenti, e le nocche notai, mi erano sbiancate in maniera
tale da assomigliare ad albume di gallina. Facevo una gran fatica a compiere
le manovre più imbecilli: tipo tenere una linea continuata su quella piatta
frittella di locomozione, che implorava solo un cambio di velocità ogni tanto.
Nulla di più.
Insomma... Mettendoci mezz'ora più del normale ero arrivato nei dintorni
di Monte Vista, e avevo avvicinato i sobborghi abbastanza bianchi e buoni
di quel posto per sapidi pensionati. Mia madre alloggiava in Harrison Stret...
Discreta, tranquilla villetta con tutte luci spente, come era abbastanza ovvio
essendo le quattro nel mattino.
Eppure... Malgrado il lindo e normalissimo dipanarsi della vicenda avevo
cominciato a battere i denti, e scendere dal pick-up fino a chiuderlo, era
costato parecchio al mio fisico in eruzione cefalica.

Salite le scale avevo però inserito la chiave con la mano improvvisamente ferma.
Per un momento questo m'aveva costernato, pensando al relitto che ero sino
a qualche minuto prima. Poi l'avevo interpretato come buon auspicio.
Sgusciato dentro, avevo acceso tutte le luci per poter respirare meglio
e m'ero liberato velocemente della camicia, tutta zuppa di sudore.
Non avevo neppure chiamato MAMMA, mentre mi dirigevo alla sua stanza in fondo
al corridoio, non distante dal piccolo salone centrale.
Avevo fatto dolcemente irruzione ma il letto: grande, impeccabile e ordinatissimo,
non dava segno di non essere mai stato calcato da essere umano quel giorno e
quella notte. Solo un particolare... Da sotto il letto spuntava un piede, con le unghie curatissime, smaltate color ametista.
Inequivocabilmente un segno dell'identità di mia madre Helen, che a 77 anni
suonati era rimasta eccentrica, e attaccata a quei piccoli dettagli fisici
e psichici, che un cialtrone qualunque potrebbe attribuire a personalità bizzarre.
Sempre con la fermezza, e un'improvvisa tranquillità che insistevano a stupirmi,
l'avevo estratta tirandola di sbieco, da sotto il meraviglioso catafalco fino
ad avermela davanti in tutta la sua imponente persona.

Era ancora alta un metro e ottantuno, diversamente dal figlio degenere.
Arrivò subito distintamente all'occhio un dettaglio piuttosto inspiegabile
per come stavo messo: l'enorme bavaglio amaranto che, partendo da sotto il mento
le arrivava fin quasi all'altezza dello stomaco, sopra la vestaglia da notte azzurro
fiordaliso con gingilli vari; una tenuta indossata abitualmente quando si coricava,
tranne rarissime eccezioni di tonalità o di forma.

Un contrasto visivo evidentissimo.
Realizzai, stordito ma saldo, che chi le aveva tagliato la gola lo aveva fatto
con una perizia e una precisione millimetrica da avere dell'incredibile.
La pelle sotto le due orecchie era lievemente arricciata, ma tutto si fermava
lì... Il proseguimento del taglio sbalordiva: epiglottide, trachea, giugulare
erano state recise da una mano fermissima e che non conosceva dubbio,
né indecisione di sorta.
Pensai ovviamente subito alla mia ex moglie Blanca che abitava più giù:
a Bayard nel Nuovo Messico, non troppo distante da Silver City, lungo la 180.
Da ragazzina aveva sgozzato parecchie bestie nella famiglia contadina e pezzente.
Aveva fatto il filo a un mucchio di pennuti, agnelli, maiali, montoni, persino equini
malati e muli, per conto di altre dinastie agresti meglio in arnese.
Ce l'aveva nel sangue m'aveva detto una volta, ridendo, e calcando la sfumatura
vocale su SANGUE... Sosteneva di essere in grado di sgozzare senza neppure
spruzzarsi una goccia lungo il mignolo.
Me l'aveva detto: se n'era vantata della sua capacità.

Così senza mettere troppo tempo in mezzo fra il pensare e l'agire; e dopo avere
ingoiato una manciata di capsule di clonazepam presa dal mobiletto dei medicinali
di Helen, averci bevuto come d'abitudine due bei bicchieroni di 4 roses per farle diluire
e impattare meglio con la violenza lucida, rendermi il radar definito e precisissimo
come una specchiera camuffata da drone, scrostarmi il parabrezza mentale...
Beh, insomma, dopo tutto questo rituale avevo ripreso possesso del pick-up,
e puntato decisamente verso sud.


*


Arrivai che era più o meno le sette nel mattino e la gente, quella seria,
si prepara normalmente a recarsi al lavoro; gli altri, quelli meno seri,
a vivere di espedienti. Né io né Blanca rientravamo nelle due categorie:
eravamo dei creativi, almeno finché avevamo convissuto e lei non mi aveva
lasciato, non tanto per un uomo ma per sé stessa... Almeno credo.
Sé stessa e mia madre (di questo sono sicuro) che non aveva mai sopportato.
Antipatia a pelle ampiamente ricambiata, da quello che ne sapevo come figlio
e partner.
Lasciai il pick-up in Oak Street, una specie di suggestivo ampio vicolo cieco
dove stavano alcune villette unifamiliari con tanto di giardinetto e siepi ben
tagliate, dove la mia ex compagna aveva innalzato il suo buen retiro con la figlia
del primo matrimonio: Nelida. Mi avviai e aprì il cancello sul vialetto cosparso
di ghiano finissimo.
Era uno di quei periodi in inverno in cui il sole ancora stenta e non mi stupii
quindi di notare le luci accese in tutti i locali...
Con la copia delle chiavi che mi ero fatto clandestinamente spalancai l'ingresso
e cominciai a girare ogni pezzo della graziosa magione a due piccoli piani.
Provai a chiamare: BLANCA. Ma uscì solo un sussurro.
Provai a chiamare NELIDA. Ma il risultato fu lo stesso.

Rammento che le pasticche di clonazepam intrise di bourbon stavano iniziando
il loro kick, perché tutto sfavillava; come se al posto dell'elettricità ci fossero
delle torpedini magnetiche... Letteralmente: tutto riluceva, quasi Gesù Cristo
a Pasqua e Ascesa.
Forse passai tre quarti d'ora in quegli essenziali ma lindi, metri quadrati.
Poi alla fine la trovai.
Stava appesa per i piedi dietro la porta del bagno ma, credetemi pure, non era
uno spettacolo indecente o di quelli che ti fanno correre subito verso la tavoletta
del cesso per vomitare anche l'anima...
Stava semplicemente lì, nuda (aveva un bel corpo, non negherò mai) ma senza
nessun segno apparente di effrazione fisica o violenza. Poteva benissimo essere
capovolta nel dormiveglia come i pipistrelli; però in quanto a essere morta era
effettivamente morta.
Come a Monte Vista, mentre esploravo l'abitazione, mi ci volle non poco per afferrare
la causa del decesso. A primo approccio analitico non v'erano segni particolari
e, per un attimo, mi chiesi se il cocktail di farmaci e alcol non mi stesse fottendo definitivamente le capacità percettive di indagine e consecutio.
Alla fine lo colsi: un minuscolo forellino, che se non avessi gli occhi buonissimi
sarebbe stato necessario, forse, un microscopio. Stava proprio sotto l'attaccatura
del cuoio capelluto, pressoché indistinguibile dal resto del suo fisico, formoso
e florido.
Restai interdetto a lungo... Poi si accese un nuovo faro nel cranio di quella nottata
continua, fra visioni e salme inattese che spuntavano come bagliori dall'indistinto.
Allora; proprio allora la risposta mi spuntò dalla punta della lingua e affluì al cervello:
SIPRIANO!
Ma certamente: questo era il suo trademark, la sua firma in calce, il suo segno distintivo!

Chiusi silenziosamente la porta di Casa Blanca, mentre i buoni lavoratori di Bayard
scivolavano come spettri nelle strade ampie.
Riacciuffai il pick-up che ormai, con tutto quello che mi ero calato, aveva preso
sfumature aragosta, e puntai verso est: direzione Midland, Texas.

Ah! Ho dimenticato di dirvi che in tutto quel bailamme avevo fatto in tempo di darmi
una aggiustata alla camicia intrisa di estrogeni e a prelevare dal cassettino dei medicinali
di Blanca tre, magari quattro, bottigliette di temazepam.
Di pillole, cazzo, non v'era traccia.
Poi, già che c'ero, mi ero concesso una bottiglia di mezcal, che comunque si sarebbe rivelata del tutto infeconda quando hai già liquidi ipnotici a fonderti il telencefalo. Ma la misi...
Così: giusto per affetto e compagnia, sul sedile posteriore a scambiare quattro chiacchiere
nel corso del lungo dislocamento.


Pensavo a Sipriano...
L'avevo conosciuto a Flagstaff per il mio lavoro di commercialista di piccolo cabotaggio,
ma di grandi intuizioni. Un piccolo genio dei trucchetti borderline fra riciclaggio, furberie
e investimenti mirati.
Lui aveva riconosciuto immediatamente le mie potenzialità e avevo fatto il grande salto:
gli ero diventato utile e... Perché no? Quasi amico. Penso che mi volesse bene da subito,
e c'era qualcosa di strano.

Non che fosse finocchio, ma l'avevo riconosciuto. E lui aveva riconosciuto me.
Attraversai il Llano Estacado e la sua steppa, mettendomi sotto la lingua abbondanti
frizioni di gocce della benzodiazepina.
Ormai l'alba era piena; carica. E io ero carico ancor peggio del sole.
Del fatto che in casa della mia ex non avessi trovato sua figlia importava poco:
Nelida doveva avere un tizio che la scopava, e già da tempo vedeva poco sua madre.
Poteva essere ovunque con chiunque; e non aveva il minimo influsso sulle mie prossime, baluginanti azioni.
Allo svincolo per Midland cominciai a fare casino perché la zona era una fogna di inserzioni
stradali... Nello stato in cui ero (e progressivamente peggioravo, o miglioravo) tutto mi appariva come la rivelazione di antichi segreti.

Così, quando approdai nel bunker di Sipriano, all'estremità meridionale di tutto quello snodo commerciale non ebbi a meravigliarmi di avercela fatta, malgrado fossi ormai più vicino alle visioni di Santa Teresa che al mio sobrio e abile lavoro di tecnico delle truffe,

e artefice di sotterfugi fiscali per rendere lindi gli introiti del traffico di crystal meth, come
il culetto del pargolo mai nato tra me e Blanca.


*

La sede first class business di Sipriano era un capannone vicino a un vecchio centro ferroviario in disuso da qualche decennio. Entrai (sono certo) rilucendo come uno scudo
di bronzo attico nel deserto del Gila.

Di sicuro emanavo carisma perché Sipriano inarcò le sopracciglia: "Harry, tesoro mio...

Scotti da un miglio di distanza... Rechi calore. questo inverno è così lungo e noioso!
Ci porti, ovvio la Buona novella."
"Grazie, fratello." Bofonchiai.
"Di cosa?"
"Lo sai benissimo. Blanca... Te ne sarò riconoscente."
Vidi Sipriano socchiudere le palpebre come non potesse sopportare le mie emanazioni taumaturgiche. Aveva, in effetti, un languore da checca di Coahuila che non gli avevo
mai notato: faceva andare le dita e i cinque anelli d'argento come un illusionista noioso.
"Per un vero amico questo, ed altro ma..."
"Ma...?"
"Siamo amici, ma anche soci, quindi ho l'obbligo di chiederti un favore per saldare
il nostro patto di..."
"Sangue?" Sogghignai, pensando a Blanca e alla sua tecnica con gli animali.
"Che brutta parola".
"Ma sincera. Ebbene?"
"Ho dodici ragazzi che ti aspettano. Stanno poco fuori Encinal... Las Tiendas per
la precisione. Io ho fatto qualcosa per te, tu devi dimostrare qualcosa a me.
Come un fratello, entiende? Hermano..."
"Hermano?"
Lui si alzò mentre io continuavo a rifulgere, e mi abbracciò dandomi due baci
per guancia. "Sì... Fratello."
"Va bene... Hermano. Fammi portare da qualcuno dei tuoi sombreros a Las Tiendas...
Poi, come mi ripeto ogni volta che giunge l'alba, dalla vita si può solo imparare".

Lungo le pareti, senza soluzione di continuità in quell'ambiente da hangar libico,
sostavano i suoi assassini preferiti. Fumavano, si scambiavano parole brevissime,
tiravano da qualche canna...
Conoscevo qualche nome, non tanti... Calixto, Heraclio, Mateo, Pascual, Tizoc.
Altri non sapevo... Le facce erano più o meno tutte uguali: ogni sicario assomiglia
al suo vicino. Sempre.
"Dammi qualcosa."
"Cosa?"
"Qualcosa per i ragazzi, se non ho capito male. Sai, sono un po' nervoso come puoi
ben intuire".
Sipriano mi parve distogliersi dalla contemplazione di una qualche vergine martirizzata
sotto Decio; poi si frugò in tasca e ne cavò una Smith & Wesson 351 PD dal calibro 22.
"Una sciccheria." Mi buttò lì, ma con voce distratta: come se già fosse passato oltre.
A qualche altra questione relativamente importante.

Non lo sopportavo in quei momenti.
La quindicina di sgherri appoggiati alle due pareti non guardava, in fondo, da nessuna parte... Catatonica, ma pronta a mordere al primo stimolo embrionale, o reazione
pavloviana da machete. Maschere e occhi invisibili.
Mi sentivo fuori luogo... Un'altra dimensione, per essere espliciti. E ormai percepivo
di poter prosciugare le pupille di chiunque mi avesse fissato intensamente, talmente
brillavo: ambra, anguria, ardesia, azalea, blu di Prussia, chartreuse, glicine, lampone,
rosso corsa, verde menta chiaro... Coprivo lo spettro, se mi capite.
All'uscita, dopo avere messo in tasca la Smith & Wesson 351 PD calibro 22, mi parve
di notare una figura di ragazza sgattaiolare dentro una mercedes nera vecchia qualche
anno e sgommare con una sottospecie di scorta di nani, lasciandosi polvere e detriti
finissimi alle spalle in forma di nuvola inquieta. Una vocina mi stava sussurrando che certamente conoscessi quella piccola, formosetta, hermosa fanciulla in gonna gialla
e corta che era salita sul mezzo... Ma ingannai me stesso per sorvolare sulla deduzione.


Periferia mongoloide di Las Tiendas. E dodici ragazzi. il più giovane a occhio 16 anni,
il più vecchio 21. In ginocchio bendati, con tutta l'impressione di essere stati in quella posizione per parecchie ore... Le teste oscillanti avanti e indietro, senza camicia o

maglietta, cotti come cosce di pollo sulla graticola del barbecue... San Lorenzo...
E io con la Smith & Wesson 351 PD calibro 22 tirata fuori e adesso in mano.
Il tizio che mi ha accompagnato sulla Suzuki Vitara color cenere, Redondo, mi sta
incollato alla schiena; altri due personaggi seduti con le FM69 sulla terra screpolata,
i cappelli come santuari sopra i cervelli a cavatappo ma sempre vigili; camicie lerce
e jeans corti sdruciti, nike e tatuaggi sino alle falangi.
Impugno il revolver piccolo e comincio: i dodici apostoli che non cresceranno:
Andrea (rete e pesci: il nutritore; un colpo tra capo e collo. Il crollo improvviso).
Filippo (Il drago: ma non farà più paura a nessuno; un colpo fra capo e collo.
Il crollo improvviso). Bartolomeo (coltello: sorrido rimembrando ancora Blanca,

ma nessuno sarà sgozzato stasera; un colpo fra capo e collo. Il crollo improvviso).
Simone lo Zelota (la sega, ma è il suo teschio che rotola; un colpo fra capo e collo.
Il crollo improvviso). Mattia (accetta: mi spiace ma per questa volta dovrà accontentarsi
di una soluzione più minimalista; un colpo fra capo e collo. Il crollo improvviso).
Giacomo Il minore (bastone: la bastonata è subitanea ma attesa; un colpo fra capo
e collo. Il crollo improvviso).
Ricarico. Adesso quelli importanti: Giovanni, Pietro, Tommaso, Matteo, Giacomo
Il Maggiore, Giuda Taddeo. Un colpo fra capo e collo. Il crollo improvviso; le anime
salgono in cielo.
Ricarico dopo avere portato a termine il mio incarico. Non so nemmeno io la ragione... Sensazioni.
"Buen trabajo, hombre. Adesso la pistola però". Sento la voce di Redondo alle spalle.
Gli altri due spettri con pistola mitragliatrice probabilmente non hanno nemmeno
mosso le palpebre a ogni piccolo, soffice rimbombo nella spianata.
Rifletto. Non ho guanti. Non ho avuto guanti in lattice, e ho un piccolo precedente
per avere tentato di svuotare la cassa di un distributore di benzina a Fort Irwin
16 anni prima. Ragazzate, ma è ovvio che i tutori dell'ordine non avrebbero difficoltà
alcuna a risalirmi.
No.
Davvero non è il caso e glielo dico, senza particolare animosità.
Ma Redondo insiste: "La baratija, hombre".
No. Davvero non è il caso e mi lampeggia pienamente la trappola di Sipriano.
Avvicino la Smith & Wesson 351 PD calibro 22 alla fronte di Redondo, e l'eco si attutisce rapidamente fra le scanalature di quella mesa di creta, e brulla vita rossa sotterranea.
Il Bush=Texas Meridionale. Il crollo improvviso, l'anima sale in cielo.
Poco dopo monto la Suzuki Vitara, dopo che anche gli altri due spettri provvisti di inutili FM69 sono tornati alla sinistra del Creatore di ognuno di Noi.


*

Direzione Monte Vista; da dove si era iniziati a scendere nel pozzo delle sensazioni e dei dubbi atroci. Parcheggio fuori dalla villetta di mia madre, che non mi appare in nulla diversa dalla prima volta in cui vi avevo messo piedi quella notte: stessa serenità esterna, stesso candore, stessa pace di spirito e squisita serenità. L'unica differenza sono i due grammi
di speed che ho trovato nelle tasche dei bandoleros stesi poco fuori Las Tiendas, e che
mi sono pippato in due diversi tiri per narice.
Quello, e una corvette del 69 assolutamente caratteristica, parcheggiata poco distante
da Harrison Street.
Conosco e ormai sono trasfigurato; cammino immerso nel calore benefico dei raggi dell'oscurità, e chiunque mi incontrasse (ma esistono DAVVERO gli altri?) potrebbe tranquillamente usarmi come generatore autonomo di... PREGHIERE NUDE.
Dentro, sento che all'esterno sto prendendo un tocco carminio degli abiti mai cambiati
in quarantotto, degenerate ore. Non infilo neppure la chiave, perché so benissimo che
la porta è aperta; e di questo si tratta.

Come tempo e tempo prima i miei passi sull'impiantito sono attutiti dal battito, un po' accelerato un po' decompresso, del muscolo cardiaco. Il cervello schizza in mille rivoli

ma un punto fermo sostiene tutte le possibili varianti: il piede smaltato ametista che
continua sbucare da sotto l'imponente giaciglio di mamma.
Mi siedo sulla poltrona ambrata mentre so benissimo che qualcuno è seduto di fronte
a me sulla poltrona opposta: nera. Nera sotto il nero.
"Cos'è stato? Invidia? Rabbia? Frustrazione? Vendetta? Semplice Vendetta?"
Espiro, mentre mi accendo una winston, e mi accorgo che non lo faccio dall'inizio del trip.
Sipriano parla con la stessa voce cadenzata, e piuttosto apatica dell'incontro nel suo hangar a Midland: "Rabbia. Covata, malgrado tutto... Ho cercato di assuefarmi, sì. Anche di accettarti e di accettare l'idea che avesse inglobato te, lasciandomi come uno straccio, affidato a dei bovari di Presidio De Pilares, però...Alla fine non ho resistito. Alla fine
non ce l'ho fatta.
Anche il fatto che mi incontrasse nella sua cazzo di maniera clandestina... Come una padrona che getta l'ossicino spalmato di lustrini al cagnetto belloccio, e che ti rimanda
al tempo perduto in cui eri giovane, scatenata, scopaiola; e con le pretese da gran dama intellettuale. Una stronza di Biloxi con le scalmane per i bevitori di pulque, belli muscolosi".
"Tuo padre era quello?"
Sipriano mi getta un fascio di fotografie mentre accende la luce nella stanza.
Vedo lui abbracciato con Helen a Colonet, Baja California.
Lui abbracciato ad Helen a Big Sur.
Lui abbracciato ad Helen a Vero Beach, Florida.
Vedo, vedo, vedo... Poi gli lancio una foto che da qualche anno tengo nel portafoglio

e che avevo pescato da un comodino di Helen mentre cercavo libretti per gli assegni

in bianco: lui abbracciato a me e Helen a Galveston. Abbiamo due anni di differenza,
e nella foto dobbiamo averne, ad occhio, nove e undici. Però i tratti somatici non tradiscono... Mai.

Forse all'epoca me lo aveva presentato come il figlio di un amico: la bagascia.
Do ancora un'occhiata ancora al alle unghie smaltate ametista che spuntano dal letto.
Lui, guarda la foto per cinque buoni minuti, poi spegne la luce.
Mi acquatto sul pavimento mentre esplode una luce della solita piccolo calibro.
Quelle che lui ama tanto, quelle che colleziona...
Ma in ogni caso so benissimo che non può farmi nulla perché, pur rilucendo come
un mirrorball da cenobita pentito, sono Figlio di Dio e ho potenti talismani.
Ancestrali Amuleti. Brujeria.
Un'altra fiammata, mentre sono a fianco dell'armadio e lo individuo facilmente.
Capisco che è fatto di polvere e impreciso; emozionato: cosa non da lui. E capisco
che vuole farsi ammazzare.
Bene.
Mi avvicino frusciando, e senza respirare e cavo la Smith & Wesson 351 PD calibro 22
da dietro la cintura.
Condotto e sostenuto da un filo invisibile trovo subito il punto tra capo e collo e premo.
Il crollo improvviso mentre mia madre non è più sotto il letto con le unghie ametista ma davanti a me; mi abbraccia, mi bacia e sussurra in un orecchio: "Hai fatto un buon lavoro".
"Mamma! Mi hai sporcato tutto di sangue!"


*

Direzione: Bayard, Nuovo Messico. La casetta in Oak Street; con il giardinetto curato, le siepi
spuntate con cura, il vialetto col ghiaino su cui scricchiolano le suole delle mie scarpette
Adidas. Non infilo la chiave perché non ce n'è assolutamente bisogno.
La casa è completamente illuminata e mi dirigo senza indugio verso il bagno.
Lo trovo chiuso e inizio a battere freneticamente.
"OCCUPATO!"
"Apri, Nelida".
"Non posso, c'è anche mamma".
"Mamma è morta". Le parole mi cascano dalla bocca come perline farlocche, come cozze insipide. Ho smesso di brillare, e mi sto accartocciando, bruciando, esalando come foglia prima rinsecchita, poi incendiata. "Lo so, Mamma è morta". Le parole mi escono attraverso
le labbra e i denti digrignati: folate di piromani e piccole donne, che non crescono ma

impazziscono: con la gonna corta gialla e il fisico pienotto, come Blanca.
"Mamma è morta, e sei stata tu".
Sento puzza di bruciato e mi do alla fuga, avanti che tutta la villetta diventi una torcia,

scaturita da un accendino acceso in un cesso con una donna appesa a testa in giù, in compagnia passiva di una figlia con le sinapsi brulicanti di cristalli, che l'ha macellata
con un un unico colpo di Smith & Wesson 351 PD calibro 22, come gli ha insegnato il
suo guapo. Un colpo solo, preciso.


Mentre Sipriano ha ucciso la sua (e la mia) di madre come si sgozzano gli agnelli sacrificali.

Scambi di ruolo come nei giochi, scambi di identità, scambi di persone... Solo io rimanevo
a fissare la piccola ma dignitosa abitazione in Oak Street lasciarsi avvolgere, come una pira
in Benares.
Mentre scoppiava il finimondo e affluiva di tutto: vigili del fuoco, un piccolo oceano di curiosi, madri, padri e orfani, trovai con fatica le chiavi e ingroppai il pick-up come fosse
mia moglie ipotetica: un porto sicuro.
Mi accesi la terza winston, ma mentre tiravo realizzai che le cose non stavano esattamente
come dovevano essere... Mi ero spento ormai, certo ma sentivo un calore protrudermi fuoripetto: partiva dalla gola e arrivava alla sommità dello stomaco.
Dopo un minuto infinito, in mezzo alle sirene e alle bestemmie; nello stesso istante in cui
la mia vita passata con Blanca si disperdeva sino alle fondamenta dentro il rosso isterico della pira, decisi di darmi un'occhiata. La camicia era zuppa, ma non di sudore come scontato, bensì intrisa di sangue vermiglio.
"Hai Fatto Un Buon Lavoro".
"Figliolo." Chiosai, quando il mozzicone della winston mi ustionò indice e medio e ascesi
a uno strato superiore di conoscenza.

Un colpo fra narici e ippocampo.
Il crollo improvviso.



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