scrivi

Una storia di Alecascianelli

Questa storia è presente nel magazine Spunti di scrittura: #pioggia

Due dita nel cuore

1.5K visualizzazioni

9 minuti

Pubblicato il 07 novembre 2018 in Storie d’amore

Tags: #Instagram #Musica #Pioggia #Amore #Inverno

0

Dentro questo locale non si respira, stiamo aspettando l’inizio del concerto e il tempo non passa mai, come ogni volta in cui vuoi qualcosa ardentemente, ma non dipende da te. Mi guardo attorno. Siamo migliaia di persone, ma mi sento solo. Il mio nome qua lo so solo io. Su Instagram sono Kokoon, e, ormai, mi chiamano tutti così, ma in questo posto non ha alcuna importanza. Sono uno dei tanti granelli di zucchero che si trovano prigionieri nelle bustine: se non ci fossi nessuno se ne accorgerebbe. Di colpo le luci si spengono, ci agitiamo tutti ansiosamente. Le urla piene di euforia riempiono l’attesa, insieme ai cori testimoniano che il concerto sta per iniziare. Migliaia di telefoni sono puntati verso il palco: non c’è una persona che non voglia riprendere l’ingresso della star, sono tutti pronti. Tutti tranne me. Il mio cellulare non è molto rapido, ogni volta che provo a farci dei video finisce per bloccarsi, così ci ho rinunciato. Ci siamo, la musica è partita, il cantante sta salendo sul palco trionfale. Per ripararsi dall’ansia e da tutti quegli sguardi - più virtuali che reali - si è protetto con il cappuccio della felpa e con un cappello dalla visiera abbastanza lunga da mostrare solo la sua bocca. Non ricordo né come si chiami né quale sia il suo genere, in verità non dovrei nemmeno essere qui. Ho un odio profondo per i concerti e per le feste in discoteca, sono venuto solo per vedere Lucrezia, una mia amica.

“Ci vediamo in prima fila”, mi aveva scritto mentre mi stavo preparando per la serata. Eppure l’ho cercata ovunque, ma di lei non c’è traccia. Mentre continuo a scrutare tra il pubblico adrenalinico, mi rendo conto di essere l’unico completamente disinteressato all'esibizione dell’artista - che, nel frattempo, ho scoperto essere un rapper di successo. Conoscendomi, potrei anche aver sbagliato locale: nella via ce ne sono almeno una decina - tra l’altro quasi tutti uguali esternamente - entrare in quello sbagliato non sarebbe un’impresa impossibile. Lucrezia era stata fin troppo gentile con me; aveva cercato in tutti i modi di spiegarmi la strada per arrivare, ma sapevo che sarebbe stato inutile: non ho mai avuto un buon senso dell’orientamento e, a testimoniarlo, c’è il navigatore del mio cellulare, che, quando esco, è costantemente in funzione. Anche Lucrezia lo sapeva, ci conosciamo da tre anni e, ormai, con certe cose ci ha fatto l’abitudine. Ad ogni modo mentre parlava di svolte, di numeri civici e di club, pur non capendo nulla l’ho fatta continuare, volevo solo sentire la sua voce. Ogni volta che la sento parlare rimango affascinato: ha una dizione perfetta e, come se non bastasse, si vede che legge molto; ha una padronanza lessicale che difficilmente passa inosservata, in ogni sua frase c’è sempre un termine che non conosco. A farmi tornare alla realtà ci pensano le spinte e le gomitate, che sto prendendo da quelli dietro di me: vorrei dirgli qualcosa, ma non ho mai fatto a pugni in vita mia e finirei per crollare a terra rovinosamente, preferisco sopportare. Se sei già a pezzi, non c’è niente che può romperti l’anima. Di tanto in tanto, il cantante mi getta delle occhiate fuggiasche: tutti conoscono le sue canzoni, così muovo le labbra a tempo e faccio finta di essere uno degli scatenati che popolano la prima fila. Nessuno deve capire che sono qui per caso. Di colpo, sento vibrare il telefono in fondo alla tasca dei miei jeans consumati. Lo sblocco. Cavolo, ho un messaggio non letto, è Lucrezia. “Koko, dove sei?” - panico.

Mi bastano due risposte per capire che ho sbagliato locale, come non detto. Non importa, la voglio vedere. Ho cambiato due linee di pullman solo per lei, non posso mandare tutto a rotoli, almeno non questa volta. Sono sempre stato un galantuomo - o, per lo meno, così hanno sempre detto - farmi largo a suon di spinte e spallate non è mai stata la mia specialità, ma, alla fine, dopo dieci minuti di agonia, in qualche modo sono fuori dall’inferno. Fa un freddo cane e le nuvole sono più nere dei miei pensieri tristi, ma voglio andare da lei. Lucrezia non è solo un’amica, è una speranza. É l’unica persona in grado di farmi sconfiggere il mio cinismo per l’amore. Ogni volta che ho dato un po' del mio cuore ad una ragazza, l’ha preso senza ridarmi nulla indietro, finché non ne è rimasto niente, se non un piccolo pezzetto. Sto smettendo di credere all’amore. Proprio io che ascoltavo con le lacrime agli occhi gli album degli artisti che, con le loro canzoni, evocavano questo bellissimo sentimento. Proprio io che avevo i brividi quando guardavo le pennellate dei pittori che, con la loro arte, rendevano eterni i baci più importanti della loro vita. Proprio io che mi emozionavo a leggere i libri dei grandi scrittori che, con il loro inchiostro, tessevano un monumento di periodi per ricordare la loro amata. Eppure per me è finita la magia. Ora dentro di me c’è una barriera che non lascia spazio a niente: è l’unico modo che ho per evitare che mi rubino l’ultimo pezzetto di cuore rimasto. Dopo aver corso come un centometrista olimpionico, con la voce del navigatore nelle cuffie a darmi istruzioni, finalmente vedo delle persone in lontananza. Spero che questa volta il locale sia quello giusto: l’insegna è un po’ arrugginita, ma il nome corrisponde a quello che mi ha scritto Lucrezia. Nonostante inizi a fare timidamente qualche goccia di pioggia, molti conversano fuori, gustandosi una birra o mangiando famelicamente un panino, riempito con alimenti chimicamente difficili da definire. Senza cercare di disturbare, chiedo alla sicurezza a che ora finirà l’evento e il buttafuori - un uomo erculeo di molte parole - mi risponde secco, dopo aver guardato l’ora sul cellulare, che mancano trenta minuti. Dicono che sia un ragazzo puntuale, o almeno un tempo era così. Ero puntuale a scuola nelle consegne, ero puntuale negli appuntamenti, ma soprattutto lo ero nei sentimenti: c’ero sempre. Finché un giorno ho deciso di smettere. A scuola gli altri non erano mai precisi e la data veniva continuamente posticipata, negli appuntamenti ritardavano puntualmente e nei sentimenti, ogni volta, l’amore mi diceva di aspettare.

“Non è il momento giusto per me, ma presto lo sarà, abbi pazienza” - questa frase ho perso il conto delle volte in cui l’ho dovuta sentire. Alla fine, però, aspettavo sempre qualcosa che non arrivava mai. Un po’ come il mio sogno: baciare una ragazza sotto un temporale, l’avevo visto in moltissimi film e, ogni volta, desideravo di poterlo fare anch’io, ma quando mi era capitata la possibilità avevo preso l’acqua e fatto scappare la ragazza. Così, oltre che all’amore, sono diventato intollerante anche all’attesa, che, in fin dei conti, è parte della favola. Davanti al locale ho trovato un muretto e mi ci sono seduto, giusto per non dare troppo nell’occhio. Mezz’ora se non hai nulla da fare non passa mai. Mentre sono perso nello sconfinato universo delle mie paranoie, cammino per qualche metro, per poi ritornare al muretto: come quando provi ad andare avanti senza una persona a cui tieni, ma poi torni da lei, perché ne sei dannatamente dipendente e, anche se potresti farne a meno, la tua mente te lo impedisce. Giuro che questa sarà l’ultima volta che aspetterò. Nonostante sia distante diversi metri la musica arriva forte, così decido di mettere le cuffiette: voglio passare il tempo rimanente nel mio mondo, non in quello degli altri - o almeno vorrei, perché dopo aver sbloccato il telefono la voce del navigatore, mi ricorda, per l’ennesima volta, che sono arrivato a destinazione. Ci sono dei ragazzi a pochi passi da me: ridono e mi guardano storto; si stanno ubriacando per rendere la loro serata più divertente, anche se domani non se la ricorderanno. Vorrei tanto poter trattare i ricordi con la loro leggerezza, ma dei miei ne sono geloso: li conservo con cura, riempendo ogni angolo libero della mia memoria. Ho voglia di vedere Lucrezia, chissà come sarà vestita. Ama indossare il verde acqua: ha decine di maglioni di quel colore. I pantaloni li mette quasi sempre neri, dice che si abbinano bene con tutto e che li preferisce ai jeans, perché ormai ce l’hanno tutti. É fissata con questa cosa di dover ostentare la propria personalità, è per questo che mette tutti i giorni degli occhiali rotondi: anche se non hanno alcuna gradazione, è convinta che la rendano più intellettuale. Ama l’indie, che, per me, non è altro che musica pop, ma ogni volta che glielo dico, finiamo per litigare. Lo facciamo per qualsiasi cosa, ma abbiamo imparato a chiederci scusa. Amo tutto di lei, dal suo taglio di capelli al suo nome, ma, finora, pur di averla accanto ho fatto finta di essere suo amico. Prima o poi, però, per ogni albero arriva il giorno in cui cadono le foglie e rimangono solo i rami, spogli della loro apparenza, nudi e con le loro verità nascoste. É uscita dal locale, ora sta piovendo, è sola ed ha un maglione verde - casualmente dello stesso colore dell’insegna, che è appannata dalla bolla di nebbia e dagli anni che passano. Sta prendendo il telefono, ma prima che lo sblocchi, mi alzo e le vado incontro. Urlo il suo nome, sperando che mi senta, non mi importa che penseranno gli altri, mi importa solo di lei. Ci abbracciamo forte, mentre ci riscaldiamo, mi bacia sulla guancia con affetto. Ogni volta che lo fa, la barriera del mio cuore perde un mattoncino. Prima o poi si sgretolerà, continuo a ripetermi. Mi tolgo la felpa e gliela presto per ripararsi: ho il raffreddore e mi prenderò una polmonite, ma questa sera della mia salute non mi interessa. Mi chiede di accompagnarla alla fermata dell’autobus, è a pochi minuti a piedi dal locale, ma è notte ed ha paura. Non potrei mai permettermi di lasciarla andare da sola, voglio proteggerla - anche se è leggermente più alta di me. Siamo riparati sotto la tettoia della fermata, quando le arriva un messaggio: è sua madre, vuole che torni, è preoccupata. Il rumore del temporale che colpisce con violenza la superficie della tettoia, i lampi che imperversano e noi che siamo abbracciati ad aspettare il pullman: vorrei poter rivivere questo momento all’infinito premendo solo un tasto, come quando guardi le serie tv sul pc a notte fonda. La pioggia è sempre più forte ed io ho la pelle d’oca, ma il mio cuore batte troppo forte per farmi sentire freddo. Vorrei baciarla. Siamo io, lei e il temporale, proprio come nei miei sogni. In lontananza scorgo una luce fioca, in pochi minuti si avvicina sempre di più fino a fermarsi davanti a noi: è il suo autobus, deve tornare a casa. La saluto con un bacio sulla fronte, dice di voler portare la felpa con sé perché vorrebbe lavarmela, ma alla fine la prendo io. É tutta bagnata, ma si sente ancora il suo profumo. Le porte del pullman si chiudono e, di colpo, Lucrezia non c’è più.

“Grazie per stasera” - le scrivo in un messaggio. É il mio modo per dirle “ti amo”, la frase che da sempre vorrei dirle, ma che, probabilmente, rimarrà dentro di me, fino a quando non ci parleremo più.







Nessuno ha ancora commentato, sii tu il primo!

Ottimo! Visita la libreria per gestire i tuoi magazine

×
!
La tua sessione è scaduta! Effettua di nuovo il login e spunta Ricordati di me per rimanere sempre connesso e non perdere i tuoi progressi!
Ottimo!

Controlla la tua email per reimpostare la tua password!

×