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Una storia di P3PP4R10

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A new day at midnight

Celtic Tiger Years (Lunario musicale Pt. 3)

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3 minuti

Pubblicato il 13 febbraio 2021 in Fumetti

Tags: #anewdayatmidnight #cork #davidgray #ireland #pub

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Mi addormentai da Costigans, davanti una pinta di Heineken e una porzione piccola di patate condite con aceto di vino. Erano le 20 PM. Ero stanco di quella vita, anche se devo confessare che iniziava un po’ a piacermi. Avevo trovato una mia dimensione, almeno nel contesto lavorativo: tutto ciò che facevo, cinque giorni la settimana, dalle 7.30 alle 17.15. Il resto del tempo lo impegnavo, come in quel momento, tra pub, locali tipici e negozi di cianfrusaglie. Se c'è una cosa che sento cambiata, adesso, nel corso di questi anni, è la mancanza di posti realmente personali. Io a Cork ne avevo trovato alcuni davvero interessanti. Di fronte al pub di Costigans, c'era questo robivecchi: sia chiaro, mai una volta che vi trovassi qualcosa di decente. Mi piaceva il posto. Ci andavo almeno 1-2 volte a settimana, ogni volta che potevo. Lo gestiva un tipo che era un mix tra Dave Van Ronk e John Martyn. Per John Martyn non intendo il giovane cantautore riccioluto e con quell’aria un po’ da antico filosofo greco, bensì l’aspetto che il cantautore scozzese aveva assunto durante gli ultimi anni di vita. Non ho mai saputo il nome di quel robivecchi. Mi piace pensare si chiamasse Sean, Mhichíl o Angus. Sapevo in compenso il nome del suo gatto. Era un British Shorthair flemmatico e pacioso, che si aggirava con aria regale tra le scartoffie e le cianfrusaglie di quel burbero ma affascinante rigattiere. Mr. Gallagher, era il suo nome, e giuro di averlo visto diventare più grigio, settimana dopo settimana. Lì trascorrevo un po' di tempo in serenità, cercando non so bene cosa, comprando alla fine oggetti, di cui ero già pentivo dell’acquisto appena fatto qualche passo, fuori dalla porta del negozio. Forse la magia del posto rendeva quegli oggetti più affascinanti, sarà stato il British Shorthair, il fastidio per il suo pelo un po’ malconcio, quella confusione che mi inibiva e mi piaceva al contempo, ma faceva parte del mio rituale. Ero alla scoperta di un posto nuovo che esercitava su di me grande fascino. Mistero. La Rebel City aveva da poco accolto uno scapestrato come me, in rotta per un futuro altro, lontano da casa e dagli affetti, che a dirla tutta in quel momento non mi mancavano affatto. Voltato l'angolo mi ritrovavo come d'incanto sulla via di casa, verso il 101 di Miller's Court, giù su Grand Parade. Ora, su Grand Parade c'erano due cose che potevano attirarmi: i locali di street food e il Virgin Store. Io optavo quasi sempre per il Virgin Store, perché dentro avevo trovato cd incredibili. Mi irretivano, forse sussurrandomi una nenia in gaelico o forse era merito di quel profumo di cose nuove, colorate e belle, che solo i negozi di musica possiedono. Sì, so bene che non tutti subiscono il fascino del feticcio musicale, ma rassegnatevi, io faccio parte di questa categoria. Ormai arrivati a questo punto del percorso, dovreste già averlo capito, da un pezzo. C'erano vecchi classici che mi aspettavano, Bob Dylan, Bruce Springsteen, Nina Simone e quel vecchio birbante di Willie Nelson. Dischi che conoscevo bene e avevo imparato ad amare negli anni giovani e selvaggi dell'adolescenza. Lungo la strada, per una sorta di pseudo maturità, inevitabilmente mi ero perso qualcosa. Ci sono artisti che ti stanno chiamando, proprio ora, mentre mi stai leggendo, stanno chiamando te, ma anche me. Uno di loro è David Gray.


"Accendi un sogno e lascialo bruciare in te." (William Shakespeare)


Continua qui:

Pt 2 – I nostri miti morti ormai, la scoperta di David Gray

- Una storia irlandese -

Illustrazione di Elena Artese
Illustrazione di Elena Artese

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