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Una storia di MirianaKuntz

Apologia di un rimbalzo

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8 minuti

Pubblicato il 07 giugno 2019 in Altro

Tags: #introspezione #paure #sofferenza #storiedivita

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Mi è sempre costato molto essere me stessa. Per me era la normalità essermi fedele, per quelli che mi circondavano un vero supplizio. All’inizio era bello poter dire -scrivo- le mamme degli amici fuori scuola alzavano le spalle inorgoglite, mia madre si sentiva -la madre dell’anno- e tutti continuavano a ripetere a tutti, in continuazione, di quanto io fossi brava, di quanto fossi speciale. Per loro la parola speciale andava a braccetto con la parola diversa, e finchè hai dieci anni, essere diversi è -tenero-

La storia delle spalle e dell’orgoglio è finita qualche tempo dopo, quando le stesse madri, un po’ più vecchie, ci ritrovavano per strada e mi chiedevano cosa facessi adesso. Io rispondevo la solita cosa, mia madre per farmi sembrare più interessante aggiungeva prontamente la frase – lei scrive anche, scrive ancora- Era un po’ come bleffare, un rendere un boccone amaro un po’ più dolce. Quelle signore ormai cinquantenni o sessantenni avevano i figli sposati, qualcuna i nipoti, qualcuna aveva solo la figlia laureata residente a Londra a fare il capo di qualche multinazionale importante. Non alzavano più le spalle, allora. La cosa che a dieci anni mi faceva sembrare una spanna sopra gli altri, adesso assomigliava quasi ad un deficit, ad una menomazione di vita, ad una macchia di sporco in bella mostra.


Odio quando mia madre dice che scrivo. Sembra si stia scusando pubblicamente che non ho figli, se non sono sposata, se non sono nemmeno in compagnia di -qualcuno- e se non lavoro per una multinazionale. Mi sento sempre in imbarazzo. Puntualmente. È una sensazione di vergogna che mi fa abbassare la testa senza arrivare a capire il perché. Non mi fa male il giudizio degli altri, quanto -le loro scuse al mondo- del fatto che io sia così.

A volte lei sembra credere in me, altre volte sembra stia solo fingendo.

Quando lui si barrica dietro la sua prepotenza, e mi dice dall’altra parte della porta che se mangio è grazie a lui, a lei sembra far male. Ma quando è arrabbiata non si risparmia: tutta la sua frustrazione sembra arrivarmi in faccia come un fiume di sangue. Un’ emorragia incontrollabile. In quei momenti per lei sono una che non apprezza la -vita che mi fanno fare- le cose che ho, le cose che ho avuto. Una che non apprezza la sua – nulla facenza- che dovrebbe darsi una mossa, o alla meno peggio saltare dal balcone e togliermi di mezzo. Fa strano dirlo ad alta voce, ma spesso queste sono le cose che ascolto. Sono così ridondanti che non riesco a lasciarle entrare dentro. Davanti a quelle parole sento solo il disequilibrio dei miei piedi, l’appannarsi della mia vita, quel filo d’aria che mi mantiene in vita sembra smettere di soffiare. Mi concentro sulla cosa che sto facendo: taglio le zucchine più veloce, impugno meglio il mestolo, batto sui tasti con più vigore. Sto in silenzio, aspettando che la tempesta si calmi, che io riacquisti l’equilibrio, la vista e l’aria.


Poi cerco di dimenticare, ma il loro disprezzo me lo sento addosso tutto il resto del tempo.


La cosa buffa è che non sono una principessa e non vivo in un castello, gran parte delle cose che desidero non me le posso permettere, e nemmeno avrei il coraggio di farne richiesta. Non sono viziosa, non sono una da sfarzi, non parlo nemmeno, a volte. Dire a me che -vivo bene- è una barzelletta.

A patto che fosse anche così, purtroppo, stare bene non corrisponde sempre a bere, mangiare e avere un letto. Ci sono delle cose che non si sostengono di materia, che hanno bisogno di parti invisibili e fili sospesi. Vorrei aver avuto dei baci, senza quella vergogna stupida, senza quella distanza inumana. Avrei voluto una cena al mese fuori casa, dove si ride di tutto, dove ci si racconta un po’, o una pizza nel cartone da un metro, davanti ad un film divertente: sentirsi parte di qualcosa senza doversela immaginare.


Avrei voluto sentirmi dire: -come stai? – hai bisogno di qualcosa?- -Vogliamo parlarne-? -sono preoccupata per te-

Sono le domande più belle del mondo, sono quelle che ti agganciano all’anima di un altro.

Ma non importa come sto davvero, la cosa importante è che esternamente sia tutto apposto. Io sono un palazzo a venti finestre. Ognuna di esse deve essere pulita, presentabile, femminile, intelligente, sveglia, capace, sorridente, docile, buona.


Quando mi ammalo ho paura, perché non è il momento buono per lasciarsi coccolare, è il momento degli insulti. Perché non ho messo la sciarpa quando faceva freddo, perché ho indugiato troppo coi capelli bagnati ascoltando una canzone alla radio, perché sono uscita quando non avrei dovuto, perché ho messo la camicia leggera invece del maglione. E perché adesso -rompi il cazzo- e diventi – più inutile degli altri giorni-

Quando ho la febbre sono fastidiosa, quando tossico pure. Quando ho male al collo sono una disgrazia. Ogni cosa che mi accade è a causa della mia incapacità, della mia poca responsabilità, e non il semplice frutto di un malanno stagionale. Tutti si ammalano, sia fuori che dentro, ma io non posso. Il mio palazzo non può tremare neppure durante un terremoto. Sono antisismica su carta, e non posso crollare. Eppure chi ha compilato quei documenti su di me, ha dimenticato la revisione, non ha tenuto cura delle mie mura portanti, non ha verniciato il portone d’ingresso. Non mi ha coperta, né abbracciata. Durante tutto l’inverno sono rimasta sotto l’acqua furente, sotto il sole cocente, sotto i lampi, la neve, le folate di vento che spostano il mondo. Ma su carta sono antisismica, così come mi hanno creata e non posso crollare. Non posso cadere.


Neppure quando c’è un motivo medico che aggrava le fondamenta distrutte di me stessa è una cosa giusta. Una ragazza forte ride sempre, una ragazza forte non si abbatte, una ragazza forte non piange.

Mi sono tenuta così tante lacrime dentro che mi si sono arrugginite le ossa.


Allora quando oggi qualcuno dice ad alta voce che -scrivo- vorrei cancellare la frase. Lui dice che se scrivo è grazie a Lui, che mi tiene ferma in una stanza senza aver bisogno di sgobbare. E Lei si limita a dire che non è così, ma quando è stanca pensa che la sua frase sia giusta.

Il fatto è che non ho mai pensato lontanamente di fare questo per vivere. Me lo sono sentita dire così tante volte che non -sono capace abbastanza se gli altri mi superano sempre- che ci ho creduto anche io. Una volta ho smesso di scrivere per un periodo lunghissimo che non saprei ricordare. Mi sembrò un po’ come accartocciare me stessa in una scatola che non avesse la mia misura. Fu doloroso e tragico.


Ho sempre cercato di fare altro, di prodigarmi affinchè qualcuno si accorgesse di me. Ho tentato di piegare vestiti, vendere cose, persino di produrre del pane. Mi è andata sempre male, ma ci ho provato, perché io non appartengo a quella categoria di persone che può starsene calma e buona senza ‘’parolacce’’ contro nella sua stanza a scrivere cose. Scrivere…scrivere..scrivere. Non mi è mai successo di sentirmi dire – scrivi, insegui il tuo sogno, finchè ci sarò sarai al sicuro- non ho mai sentito una pacca sulla spalla, un -ritenta- Sapevo che non avrei mai avuto un giardino su cui affacciarmi mentre batto con le dita sui tasti le storie più belle, che non avrei potuto dedicarmi ogni giorno alla cosa che più mi fa stare bene. Che avrei dovuto correre di qua e di la, arrivare a sera sudata e stanca, mangiare cinquanta grammi di riso e arrivare finalmente a quel momento della sera dove la freschezza si bacia con la passione: dove io finalmente nuda, scrivo, e mi sento nel posto giusto.


Avrei voluto sentirmi al sicuro più spesso. Sentirmi dire cose belle, piuttosto che inviti a sparire. Perché ci penso già troppo, perché so di essere stata letteralmente – un rimbalzo- e non una scelta. Perché non avrei mai dovuto essere nemmeno in questo mondo, che non sarei dovuta essere -io- ma che ho battuto sul tempo altri milioni di potenziali bambini. Avrei voluto perdere quel giorno, avrei voluto essere un rimbalzo sbagliato, una freccia che non sfiora nemmeno il punto centrale. Sono un difetto di forma, un accento messo alla rinfusa su una parola piuttosto brutta, sono un errore di sistema, un calcolo venuto male. E me ne accorgo ogni giorno sempre di più quando non riesco mai a sentirmi a casa, quando tutte le cose mi sembrano troppo difficili per me, quando mi affeziono sempre alle persone sbagliate, quando anche chi non mi ha messa al mondo, arriva a considerarmi -un errore-

E mi dispiace, adesso sono qui, vorrei poter dare meno fastidio possibile, avere meno ingombri possibili nell’armadio, farmi piccola piccola nelle coperte, arrivare a sparire quando è mattina. Consumare ancora meno cibo, diluire l’energia elettrica, avere meno aria di voi tutti, starmene buona seduta con un foglio e una penna, fino a dissolvermi sotto la luce piena della Luna.


Da una goccia finita per sbaglio in un mare infinito ci si aspetta niente, o quasi. Ed è quella che sono stata per chiunque mi abbia conosciuta: prima un’esplosione di tutto, e poi niente.

Non avrò mai il mio giardino, la mia macchina da scrivere, le mie tende, le mie piante, un bacio d’amore al mattino prima di salutarsi con malinconia. Non avrò il riposo, non avrò gli abbracci, ma non toglietemi l’inchiostro se l’unico modo che ho per vivere è quello che si aggancia ad un foglio bianco e alle mie mani.


Adesso che sono grande abbastanza da capire metà delle cose che so, vorrei fare un piccolo salto all’indietro, rendere le mie ossa, vendere il sangue, i pezzi di pelle, e nascondermi in un piccolo buco fatto di tessuti morbidi e silenziosi.


So che avrei fatto del bene a molte persone con questa mossa, so che avrei reso felice tutti, probabilmente anche me.

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