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Una storia di Jelena

Questa storia è presente nel magazine Trecentosessantacinque

Dodici su dodici

La fine di una cura, l'inizio di una nuova vita.

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8 minuti

Pubblicato il 04 gennaio 2019 in Storie d’amore

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Una terapia autoprescritta, dodici capitoli per guarire da un male che nel momento in cui lo vivi somiglia ad una nube nera che copre ogni cosa, che ti spinge ad espiare colpe che non hai mai commesso.

Lui ti lascia senza una ragione, ne soffri, ma la vita continua e tu perdi tutte le corse perchè i passi diventano lenti a causa del peso di un fallimento che ti si attacca alle caviglie e rende la risalita quasi impossibile, preferiresti cadere piuttosto che vivere in quell'apparente equilibrio. Era il tuo mondo, o almeno così speravi che fosse, ma le vostre idee erano continenti troppo distanti, separate da un oceano di difficoltà che non avreste potuto superare. Non è bastata la tua caparbietà, le attese infinite , non è bastato sedersi sulle scale di quel sentimento mal corrisposto elemosinando un po' d'affetto. Hai creduto a delle bugie alle quali nemmeno una bambina avrebbe creduto, hai cenato da sola in ristoranti in cui con velata insistenza chiedevano la tua ordinazione, ma tu con le lacrime affacciate come fiori sui balconi, chiedevi di aspettare ancora un po', per poi finire a bere un bicchiere di wiskhy accompagnato dalla compassione del cameriere. Ricordi il bruciore di quel liquido ambrato lungo la gola, speravi potesse disinfettare tutte quelle ferite inferte da un'unica persona, poi suturare con punti stretti, aspettando il momento in cui quei tormenti si sarebbero trasformati in cicatrici dal color di luna.


Ti sei gettata nel lavoro, non hai guardato più l'orologio e mentre i colleghi a tarda serata raggiungevano le loro famiglie, te ne restavi davanti ad un monitor a sommare e a sottrarre, a chiedere ai numeri il perchè della loro inconfutabile esattezza, non come le parole che possono essere smentite, rincartate come un cioccolatino che non ci piace e riposto nella scatola dei dolci. Non era così che doveva andare, te lo sei detta più volte, non è così che dovevi essere lasciata, non con uno stupido messaggio. Avresti preferito vederlo con l'altra, avresti ascoltato con disprezzo le sue patetiche giustificazioni e poi gli avresti sbattuto la porta in faccia, saresti rimasta con il cerino della rabbia acceso e con quello saresti andata avanti per tutto il tempo necessario. Ma non ti è stato concesso, è stata aperta una finestra sul mare dei dubbi e ti è stato detto -se hai coraggio, vola-, e in fretta hai richiuso le imposte restando ad ascoltare lo sciabordio di quelle onde che si sono infrante sui tuoi sentimenti portandoli alla deriva.

Così hai iniziato a scrivere, perchè quel dolore andava urlato anche se non avevi voce, anche se il caos dell'esterno era più intenso, anche se ad ogni riga riuscivi a sentirti solo peggio.

Dodici mesi, dodici stati d'animo da imprimere su carta, per ogni passo verso una rinascita ce ne sono stati almeno due che ti trascinavano indietro, e più tentavi ti allontanarti da quella nube nera più lei incombeva sui tuoi giorni, hai legato un filo rosso intorno al polso e ti sei addentrata in un labirinto fatto di ricordi e di speranze vanificate.

A volte sentivi la sua voce provenire dall'esterno, come un richiamo di sirena, ti voltavi seguendone il suono fino a quando lo sbattere di nuovo contro una parete non ti riportava alla realtà. Un atroce dolore alla testa non ti permetteva di continuare, lui era lì nella tua mente e non voleva uscirne, ma sapevi bene che era solo un miraggio, un cortocircuito del cervello, che ormai stanco di dover lavorare il doppio, si è arreso. Eri consapevole che nello stesso momento in cui versavi lacrime sul divano lui era a cena in chissà quale posto della città, e chiudendo gli occhi immaginavi ogni cosa. Ti proiettavi lì, con il tuo vestito di velluto, i capelli poggiati su una spalla, le mani impeccabili ma gelide, lui sarebbe arrivato con il suo cappotto nero ed un maglione a collo alto, il sorriso misurato e il cuore altrove. Avreste mangiato insieme e ti saresti aggrappata ad ogni sua frase melensa per credere che finalmente ti aveva scelta.


Ma non ne aveva mai avuto l'intenzione, eri un sorbetto tra una portata e l'altra, eri freschezza ma non il piatto principale, eri più di niente ma meno di qualcosa.

Quel limbo era tossico, te lo diceva persino quell'amica che aveva avuto solo amori disastrati, lo diceva quando piantava il dito sul campanello di casa tua ed aveva la pazienza di aspettare che ti decidessi ad aprire.

Ci è voluto un intero anno per rimetterti in sesto, per percorrere le strade senza aver paura di incontrare il suo sguardo o di vedere le loro mani sfiorarsi, mentre cercavi ancora di capire cosa avessi sbagliato. Un anno in cui la penna è stata tua amica e la musica le ha fatto da fedele compagna, trecentosessantacinque giorni e un numero incalcolabile di umori.

Ed ora guardi indietro, al punto di partenza, vedi una ragazza terrorizzata, distrutta da un dolore che non sa gestire, un animale ferito che ringhia non appena qualcuno prova a prendersene cura. Ti viene la nausea a pensare di aver lasciato a qualcuno la facoltà di porterti ridurre così, lo stomaco si chiude e riaffiorano ricordi che sembrano appartenuti ad una vita precedente.

Non è rimasto niente di quell'amore che hai cresciuto da sola, se ne è andato facendo la valigia e lasciando all'ingresso le chiavi di casa, nemmeno un biglietto d'addio, nemmeno una scusa alla quale far finta di credere. Ma la realtà è che quel sentimento non ha mai abitato le tue stanze, era lì di passaggio come un ospite irrequieto, hai provato a serrare le porte, ma al primo attimo di distrazione è svanito nel nulla. L'hai cercato ovunque, ma non c'erano tracce di lui nel mondo, non c'erano foto, non c'erano regali, nè lettere, nè iniziali incise nella corteccia di un albero. Era esistito il tuo amore per lui, questo sì, ma null'altro.


Le persone sono deludenti, impieghi il tuo tempo a cercare di svelarne i segreti, a giustificare gli atteggiamenti, per poi scoprire che sono esattamente per ciò che si mostrano, mossi da egoismo e vanità credono che spezzare i cuori non sia poi tanto grave, che tutto passa e le ferite si rimarginino da sole. Non lo immaginano nemmeno il tremolio delle mani, il bruciore negli occhi, lo stomaco ripiegato su se stesso come se tutto il corpo volesse implodere e diiventare un puntino minuscolo e quasi invisibile.

Devi fare tutto da sola, rimetterti in sesto con le tue forze, ricominciare a guardarti allo specchio senza fare una smorfia di disgusto, telefonare ad un'amica per fare quattro chiacchiere e non per chiederle se lui ritornerà, mangiare qualcosa che sia degno di essere chiamato cibo, andare ad una festa e sorridere. Fa male, a volte come se fosse passato un solo giorno e non un anno, fa male come se vedessi ancora i suoi occhi trafiggere i tuoi, ma dura solo un attimo.


Adesso la tua risata risuona di nuovo per le strade, giunge alle orecchie delle persone con un suono che con una punta di prepotenza sembra voler urlare che questa melodia te la sei cucita addosso con il dolore, e nessuno avrà più il diritto di strapparla via come fosse un vecchio cappotto.

Hai impiegato un solo giorno per innamorarti e trecentosessantacinque per guarire, hai attraversato le stagioni e le fasi lunari, hai guardato le maree, contato le stelle e le rughe sul tuo viso. Ma sei uscita dalla tempesta nuotanto, senza aspettare una scialuppa di salvataggio, hai indossato un bel vestito e sei tornata in quel ristorante.

Hai chiesto un tavolo per due, lo sguardo del solito cameriere si è incupito, ha zuccherato il tono della voce e ha scritto lentamente la tua ordinazione. Sei rimasta lì ad attendere, hai osservato le altre coppie nella sala calcolandone ad occhio e croce la durata e l'intesa, a cercare di cogliere i segnali di un possibile tradimento o di segreti sospesi come spade di Damocle sulla testa di uno dei due. Hai ravvivato i capelli un paio di volte, controllato il cellulare, sei andata in bagno e sei tornata al tuo tavolo.


Il cameriere ti stava osservando da qualche minuto, mentre intento a lucidare delle stoviglie già impeccabili, si chiedeva cosa ci facesse ancora una volta quella ragazza seduta da sola ad aspettare un uomo che si era presentato una sola e misera volta. Gli faceva quasi male il cuore nel vedere quel triste spettacolo, per questo decise di voltarsi e concentrarsi sul luccichio dell'argento.

Dopo un po' una risata armonica risuonò in tutto il locale, smise di prestare attenzione al suo lavoro e posò lo sguardo sui clienti, ti vide mentre salutavi un'amica, quel suono fragoroso e cristallino proveniva da te, da ogni millimetro del tuo corpo. Hai brindato quella sera, ad una nuova te, ad una nuova vita, ad un amore che arriverà e durerà per sempre, o forse no.

Ma quella nube tossica se ne è finalmente andata, splende un sole che è uscito a fatica ma che ora si affaccia alla tua finestra ogni mattina.


Dodici mesi trascorsi, e una vita intera da vivere.

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