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Una storia di Sarto

LE ALI DEL SASSO

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12 minuti

Pubblicato il 03 novembre 2018 in Altro

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LE ALI DEL SASSO


In un posto che vale come un altro un uomo seduto beve lento il suo bicchiere di vino. Ogni tanto alza i suoi occhi a guardare qualche foglio di giornale lasciato il giorno prima. Nessuna musica fa da sottofondo, sarebbe inutile nessuno l’ascolterebbe. Sembra di essere dentro una pancia in pieno subbuglio, ognuno parla e discute, gioca a carte e impreca. In quella tormenta di suoni e parole entra un giovane con la faccia butterata. Il barista, che da tempo si è dimenticato di uscire portando con sé il sorriso, lo squadra poi chiede quasi stesse facendo un piacere “Cosa desidera?” Il giovane sembra più attento a guardarsi intorno che a rispondere. Il barista riformula la domanda con tono seccato “Ha bisogno di qualcosa?” “Una birra grande” risponde, il barista muove la bocca mormorando qualcosa di incomprensibile.

Il giovane ha una faccia strana, potrebbe essere un vagabondo, ma è vestito troppo bene. In quel buco un paio hanno avuto dei problemi con il mondo, altri bivaccano tirando a campare aspettando che qualcuno paghi loro qualcosa.

Quando arriva la birra il giovane paga non solo per lui, ma anche per chi è vicino a lui al bancone. Dopo un’ ora ride e scherza con tutti, il barista non sorride, ma chi spende gli è per contratto simpatico. La sera bevendo e parlando di cose leggere passa come un sibilo nel vento. Senza aspettare si avvia dritto verso l’uomo che beve il suo ultimo quartino di vino. Arrivato a metà strada si mette a gridare “Qualcuno sa chi è Duccio Rapelli?” La gente attorno lo guarda, altri continuano la loro corsa con le carte e i punti da contare, lo osservano, ma nessuno risponde. Allora il giovane con la faccia butterata alza ancor di più la sua voce. Il barista nel frattempo in silenzio prende un bastone che ha sempre sotto il bancone. La gente che sta ancora bevendo gratis grazie a lui lo guarda ora con attenzione e lui riprende ‘‘Duccio Rapelli era un grande, un gigante rispetto a voi tutti.’’

Il barista esce dal suo bancone e lo invita a uscire, glielo dice con calma quasi volesse dire ’’Esci amico, che qui i guai sono entrati già troppe volte’’. Il giovane, sui 35 anni, spegne il volume, ma non esce, prende ancora da bere, paga a chiunque, perfino a quell’uomo che lontano sembra leggere, ma invece ascolta ogni cosa. Quando il locale si svuota e anche il giovane ormai alticcio va a portare il proprio vascello di pensieri in altri posti, l’uomo che legge si alza. Il barista quando incrocia i suoi occhi dice ’’E’ una settimana che questo fuori dal locale parla di quel tale, ora di punto in bianco viene dentro e fa un gran bordello, chissà cosa diavolo gli passa per la testa.” L’uomo paga, pare la cosa ben poco interessargli, comunque per non essere maleducato risponde dicendo ‘‘Di matti il mondo è pieno.” ”Lei mi sembra una persona a posto, si fidi quello porta solo guai.” “ Speriamo” dice l’uomo “che non torni più.” “ Se lo fa, lo farà a suo rischio e pericolo” dice il barista, e per dare maggior conforto alle sue parole tira fuori il solito bastone. L’uomo fa un sorriso per congedarsi, si mette il suo cappello di feltro color nocciola sulla testa ed esce.

E’ una di quelle serate strane dove se hai della malinconia nel cuore affondi senza avere un appiglio. Il nostro uomo prende a camminare e ad annusare il triste secco scuro accerchiante della sera. Da quella sera passa una settimana vissuta tra insonnia e alcool e una fastidiosa nascosta povertà. Dopo una mattina passata a bere e a leggere qualcosa che dia alimento alla sua testa, ritorna in quel posto che a lui sembra l’unico che non possieda occhi e orecchie, la giusta isola sperduta dove naufragare. Il tavolo che sceglie è lo stesso. Prima di sedersi i suoi occhi ispezionano gli avventori, ognuno pare intento a discutere o a giocare, nessuno mostra interesse per il suo arrivo. Da dove è seduto ha un’ottima visuale, le spalle al muro, di fronte il ritratto di una donna anziana, forse la madre del barista. I tavoli sono pieni di quel assortimento umano che a lui tanto interessa. Sul tavolo Il solito litro di vino e la sua presunta occhialuta intelligenza che gli siede di fronte.

Bisogna aspettare, per il momento nessuno sembra voler regalare qualcosa oltre le solite bestemmie. Si alza e raccatta un giornale sportivo giusto per non bere e sentirsi solo come un ramo caduto dal suo albero.

Come sempre rimane fino quasi alla chiusura, il barista prende i suoi soldi come se scottassero, è seccato, sta litigando con un ubriaco e non ha tempo o voglia per ricordarsi di essere cortese. Come tutte le volte che va in quel posto torna a casa annotando nella sua mente gli appunti di un viaggio fantastico, una ginnastica mentale per fuggire dal quotidiano. Settanta anni, normale alla vista, nessun segno apparentemente che lo distingua, eppure si nota dal suo sguardo la sua diversità, per quanto lo nasconda possiede un qualcosa che brilla come il radio in una stanza buia. Una vita passata a scappare da ogni responsabilità, da ogni impegno, perfino da ogni relazione che potesse diventare qualcosa di importante. In gioventù aveva girato il mondo, perduto molti soldi, conosciuto il conforto umano di qualche anima a lui vicina, come l’essere abbandonato come una goccia sul vetro in una giornata d’estate. Gli anni lo avevano fatto diventare cinico, senza speranza, abile a sopravvivere con poco, perché ormai quasi nulla gli era rimasto. Dopo la morte della sorella era tornato nella vecchia casa paterna, due stanze mal arredate in uno dei tanti quartieri di periferia Italiani.

Dal piccolo locale a casa sua ci sono si e no quattrocento metri, la giornata d’autunno gli concede di camminare lieve come se fosse un giorno di primavera. I sensi lucidi lo allertano, davanti a lui si para un uomo che poi riconosce nel giovane butterato. Quando arriva a dieci metri l’unica strategia che mette in campo è quella di avanzare lentamente come una nave che vuole solo ormeggiare. Il giovane appare alterato, probabilmente ha bevuto, non ci vuole un esperto per vedere nei suoi movimenti una minaccia. Potrebbe scappare, ma non andrebbe molto lontano, le sue gambe non sono più quelle di una volta, anche fare un’immediata inversione e tornare da dove era venuto non lo convince. E’ sera, quasi notte, non c’è anima in giro, la gente pare aver sigillato ogni centimetro del proprio piccolo rifugio. In pochi secondi la sua mente deve scegliere: alla fine ne ha viste tante, probabilmente la cosa si risolverà in ben poco più di niente. Eppure, nonostante mostri un’apparente indifferenza, qualcosa di incontrollato gli contrae i muscoli, sente salire un tremolio, una leggera scossa gli percorre tutta la schiena. Il giovane è proprio davanti al portone, da vicino i suoi occhi sono cerchiati di un’energia soffocata che sta per esplodere. Il panico comincia ad accerchiare la mente, cerca comunque di mantenere un’apparente calma.

Quando sono uno di fronte all’altro Il giovane lo guarda dicendogli: ‘‘La stavo aspettando, ho bisogno di Lei.” L’uomo fa quasi finta di non sentire e tira dritto verso il suo orizzonte costituito da una porta solida in legno. “Sto parlando con Lei” dice il giovane afferrando il braccio dell’uomo. L’uomo si divincola, è spaventato, il giovane, di taglia ben superiore, non sembra portato per il dialogo. Cerca con diplomazia di capire cosa diamine il giovane voglia, nel frattempo fruga nella tasca per cercare le chiavi di casa. “Non è per me, ma mia madre ha bisogno di Lei, sta per morire.” “Mi dispiace, ma non sono un medico e sinceramente non capisco…” “Mia madre non ha bisogno di un medico, ma solo di uno uguale a Lei.” Potrebbe sollevare una montagna di eccezioni, ma il giovane è risoluto, sarebbe solo fiato gettato sugli atomi invisibili che fluttuano. “Cosa devo fare?” “Solo parlare, Lei deve solo dire di essere Duccio Rapelli, l’unica persona che mia madre abbia mai amato. Io sono figlio di un padre mai conosciuto.” “Ma si rende conto che non sono quel signore e dunque la cosa, Lei comprende, è assurda.” “Mia madre non ha poi avuto più nessun altro uomo. Se mi farà questo piacere La ricompenserò, mi dica, quanti soldi vuole?” L’uomo sa che i soldi comprano l’anima e la sua da tempo è già stata venduta, ma ha paura. “La ringrazio, ma non è una questione di soldi e poi non riesco a mettermi un abito non mio, sono vecchio, abituato ad essere solo quello che mi appartiene.” “Non importa, ormai la testa di mia mamma è confusa, comunque è una cosa di cinque minuti, entra in casa e poi esce, io l’accompagno, le do i soldi e La riporto a casa.” “Non è per i soldi, mi creda, non è cosa per me.” “E’ sempre una questione di soldi, mi dica solo quanti ne vuole.” L’uomo tamburella con le chiavi è in forte imbarazzo, ma non sa come uscirne. Il giovane lo guarda negli occhi. “Si chiama Anna, le dica solo che le vuole bene, almeno morirà felice.” L’uomo mette le chiavi nella toppa, ma il giovane si mette davanti al portone. “Non mi costringa ad usare la forza, sono disposto a qualsiasi cosa, perfino a finire in galera per anni.” Il giovane tira fuori dalla tasca un mazzo di soldi li mette in mano all’uomo che esita. L’uomo per carattere odia far diventare le cose piccole montagne, cosi rimette le chiavi in tasca, prende i soldi e dice: “D’accordo, solo per cinque minuti.”

In macchina il giovane racconta di sua madre che ormai fa fatica a distinguere il presente dal passato, ma l’uomo è in uno stato di veglia, gli pare di essere stato rapito con il suo consenso. Il giovane guida veloce e intanto parla, racconta di questa donna a cui pare dover tutto. Questo Duccio Rapelli doveva essere uno importante a quanto dice il giovane, era uno scrittore, oltretutto gli ha lasciato una montagna di soldi. Quando arrivano l’energia nervosa pervade l’uomo in tutto il corpo, prima di entrare chiede altre informazioni, è teso in una situazione che sembra irreale. Il palazzo è di quelli vecchi e fa contrasto una scritta sul muro accanto che racconta di nomi recenti pronti a cambiare il mondo. Prendono l’ascensore, il giovane allo specchio si rassetta i capelli scarmigliati.

Appena entrano nella piccola casa, si sente una voce che chiede :“Sei tu Aldo?” “Sono io” risponde il giovane rassicurandola. Poi fa cenno all’uomo di aspettare e senza attendere risposta entra nella stanza. L’uomo si gira intorno e vede quei piatti puliti , quella tavola apparecchiata, l’ odore di pane buono che invita ad essere tagliato per essere mangiato. Senza pensarci si siede come se fosse stato invitato da degli amici. Abituato alla sopravvivenza vede delle posate messe a lato che paiono d’argento e subito ne mette in tasca due. Dopo qualche minuto compare il giovane che sorregge una donna coi capelli bianchi: per quanto anziana si riconosce in lei un’antica bellezza. L’uomo si alza di scatto e il giovane lo tranquillizza. “Guarda mamma chi ho incontrato: è Duccio, il tuo grande amore.” La donna, ormai cieca, tocca l’uomo poi chiede: “Sei Duccio?” Il giovane guarda l’uomo e questo annuisce ‘’Si, sono Duccio.’’ Per un po’ la donna si ammutolisce, l’uomo sente quel silenzio come un masso da sorreggere. Il giovane interviene: “Ma mamma, non sei felice?” “Sono felice. Vieni Duccio, fatti abbracciare.” L’uomo si ferma, abbracciare un essere umano è per lui un compito ormai da tempo dimenticato, ma lei rompe gli indugi, si avvicina e gli si getta al collo. Quelle secche braccia stringono a sé l’uomo in un lungo abbraccio. Quando anche l’uomo perde la naturale diffidenza chiude le sue braccia e le accarezza i capelli. “Ti ricordi” dice la donna “come era bello ballare insieme?” L’uomo sorpreso farfuglia “Una volta era tutto bello.” “Allora balliamo” dice la donna. Gli parrebbe cosa normale dire che non lo sa fare, svegliarsi da questo incubo che lo fa sudare, ma non è un sogno, è sobrio, sveglio in un teatro a recitare una parte mai letta. Stretto a quelle ossa che provano a non rompersi, tenta di muovere i piedi e seguire la sua dama. La donna canta a bassa voce un vecchio motivetto, il giovane batte le mani, lui si sente terribilmente nudo, un’anima appoggiata alla balaustra della vita, con nessun con cui dividere il sapore salato di un pianto. Di tante cose vissute questa certo era la più assurda.

Prima di andarsene la donna regala dei dolcetti fatti in casa, poi una domanda che appare come una richiesta “Torni presto?” Il giovane lo riporta a casa. Prima di arrivare fermano la macchina vicino ad un piccolo parchetto e si siedono senza parlare su una panchina. Mangiano insieme i dolci fatti dalla mamma, l’uomo a bassa voce dice: “Ti ho rubato due posate.“ Così dicendo le posa sulla panchina. Il giovane lo guarda dritto negli occhi, poi con voce rauca dice: “Non ho problemi con i ladri, solo con i bugiardi. Tu chi sei?” “ Sono ben poca cosa, ma non un bugiardo.” Il giovane lo guarda. “Lo sapevo, i bugiardi sono come me, ti ho ingannato. Duccio Rapelli non è mai esistito, mia madre non l’ha mai conosciuto, sono io che le ho raccontato di quest’uomo fantastico fino che lei se ne è convinta. La sera spesso parliamo di Duccio Rapelli innamorato follemente di lei.” “Ma perché?” esclama l’uomo. “L’amore, quello che risana dalle ferite del mondo, quello che si legge nei libri, non l’ha mai avuto . Soltanto uomini con tante pretese, ma mai uno che portasse con sé, oltre guai, la parola amore. Non ho mai avuto un padre, quello vero qualcuno dice che mi assomigli, ma io non l’ho mai visto.” L’uomo, che sa di aver perduto buona parte della sua vita, pare avere una soluzione, con occhi seri sussurra: “Potrei, fino a quando vuoi, essere Duccio Rapelli.”

Il giovane non muove un muscolo, poi dice: “A mia mamma piacciono i fiori, se puoi portali, le posate sono per la prossima volta che verrai a trovarci.” L’uomo annuisce, rimette le posate in tasca e accanto colmano il silenzio fra loro senza usare consumate parole. Insieme guardano con occhi uguali l’inganno della notte, fino a che un tumulto nel cielo li fa scomparire come due sassi appoggiati nel vuoto.

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