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Una storia di GeorgeDebilatis

PARCHEGGIO ABUSIVO

I REFUSI DI UNA DONNA, I MOMENTI DI UN UOMO

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7 minuti

Pubblicato il 02 settembre 2020 in Thriller/Noir

Tags: #laghi #zanne #imboscata #breakdown #piet

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Rachele mi osservava di fianco al suo cane. Perché era e restava il suo cane.

Non il mio.

Si chiamava Agomar, ed era un pastore del Caucaso di sei anni
con la tipica maculatura
bianca e nera e un gran pelo folto
e impermeabile. Lui sorrideva poco poiché era nato
in origine
come custode di greggi, ed era compatto, tignoso, poco confidente,

assai ostile con gli estranei: cioè praticamente tutti nella sua filosofia basica,

compreso il sottoscritto e tranne Rachele, la quale in fondo gli assomigliava

parecchio; per la tendenza a non fare sconti e a digrignare i denti.


L'origine del motivo per cui mi ero accoppiato con quella donna

ancora mi rimaneva oscura, se non fosse per una vaga congiuntura

sessuale, e la possibilità di studiare sul campo da scrittore di una certa

risonanza internazionale quale ero, gli aspetti psicologici estremi di una

personalità borderline che sapeva stare, comunque, in maniera

piuttosto specifica sempre entro certi confini.

Rachel lavorava come Marketing Communications Coordinator

all'interno della Ping An Insurance Group Italia, e sapeva come

far andare le rotelline nel suo cranio in modo costantemente

ben oliato, efficace e produttivo.


Sapevo - anche grazie a informazioni per me ricavate da suoi
colleghi in via informale - che sul lavoro era un'autentica macchina
da guerra: efficace, costante, definita, affidabile, e persino con
quel granello in più di creatività che nel suo settore di impresa
era quanto mai ben considerato, e ripagato in moneta sonante,
come si sarebbe potuto dire un tempo.
Lei guadagnava ampiamente più del sottoscritto.
Ciò non significava che questo la rendesse comprensiva
o accomodante verso la strada - completamente opposta alla sua -
da me intrapresa.


Rachele mi osservava di fianco al suo cane. E lo tratteneva

con mano di ferro per il collare, mentre lui agitava le zampe

nell'atmosfera al fine di essere lasciato libero e scagliarsi

senza freni a provocarmi dei danni fisici, che non era fantasioso

prevedere come irreversibili. Ma lei si limitava a tenerlo

a bada e a lanciarmi occhiate al tempo stesso severe

e divertite.

Mi aveva colpito alla testa, mentre dal bagno mi recava

alla zona giorno, con un portacenere di cristallo.

Un colpo misurato, millesimato, stupendamente

calibrato, il quale mi aveva ferito e intontito, ma tutt'altro

che assassinato. Ero lucido e limpido, come il cristallo

che giaceva sparpagliato tra me e i due, sorprendenti,

avversari.


***


Rachele era nata a Carpi da una famiglia estremamente

male in arnese: padre tornitore in una fabbricuzza nella

vasta pianura circostante, e madre casalinga.

Lei aveva però dimostrato, sin dall'età della ragione,

una particolare eccellente inclinazione nell'ambito

dello studio delle scienze economiche, e della gestione

delle magre sostanze comuni. Era figlia unica e, dopo

avere concluso brillantemente gli studi in un liceo scientifico

a Reggio Emilia, era stata dislocata - grazie al finanziamento

di una anziana zia che l'aveva in particolare grazia - a Bologna,
per completare il suo tirocinio verso la BIG LIFE all'università
locale di Statistica.

Laureatasi con il massimo del consentito, e dopo lacrime e abbracci

di prammatica ai vecchi genitori e ai pochi parenti prossimi,
nonché
radi amici e colleghi di corso, si era subito fiondata verso
il mondo,
ampio e accogliente che la attendeva tra Shanghai e Londra.

Master (sinceramentenonmiricordodove) con annessi e connessi.

Poi, senza pause particolari la chiamata della Ping An Insurance Group,

un autentico colosso del Marketing mondiale.

Da lì non si era più schiodata, e si poteva permettere tutto.

persino sposare uno scrittore alle prime armi come me:

Ferdinando Gentile.

Certo, permettersi tutto, tranne essere soddisfatta e realizzata.


Per quanto mi riguarda, sino all'incontro con la mia nemesi

me l'ero spassata, senza esercitare in modo sostanzioso nessuna

di qualche qualità o vocazione.

Sapevo fare una sola cosa: scrivere. E scrivevo.

Avevo azzardato di conseguire una laurea in Lettere Moderne

dopo la conclusione della frequenza al Liceo Classico.
ma non avevo cavato un ragno dal buco.

Cazzeggiavo; sostanzialmente.

E scrivevo.


Sapete, l'unica qualità che mi riconosco è una certa perseveranza

nelle mie ossessioni, e alla fine fui premiato: poiché, insistendo ad inviare

manoscritti abborracciati ma notevoli a destra e sinistra, partecipare

a concorsi letterari strampalati o piazzare le mie produzioni
su piattaforme digitali, alla fine ottenni il risultato di cadere sotto

l'occhio di una casa editrice di una certa qualità, rinomanza

e spessore. Da lì alla pubblicazione del mio primo best-seller

dark/gore il passo era stato breve.

Come per mia moglie.

La differenza era che adesso io stavo steso al suolo con il sangue

che mi colava sul volto, e lei teneva in perfetta scioltezza

Agomar sulla rampa di lancio.

Giusto pronto ad azzannarmi alla giugolare, se lei avesse

avuto questa fisima. E compresi che, da sempre,

era stata sul punto di sguinzagliarmi l'apocalisse addosso.


***


C'eravamo incontrati a uno di quei cocktail parties per imbucati

e saggi senza distinzione, mescolati. Eventi dove trovi lo stronzo
mosso dalla sua idiozia, e il genio, costretto dal suo manager.

Mi aveva addocchiato senza mettere troppo tempo in mezzo,

mi aveva sequestrato per tutta la durata di quell'inutile pagliacciata

e poi mi aveva portato a letto. Sì: portato a letto.

Perché io sono pigro e fondamentalmente asessuato, ma lei no.

Decisamente.


Mi aveva cavato il sangue, e costretto ad evoluzioni pornografiche

che erano state per decenni in un angolino polveroso della

soffitta mentale. Adesso Venere frustava Marte.

Ci sposammo nel giro di un mese e andammo a vivere

a Schaffausen, nella Svizzera Settentrionale.

Un bel posto per tutti ma non per il sottoscritto, a cui la Svizzera

ha sempre fatto cagare.

Lei, invece, sembrava gradire nelle pause quando non trasvolava
tra Singapore e Los Angeles. Vi si muoveva in apparenza con entusiasmo

e stolida tranquillità.
Io conducevo una vita monacale, limitandomi
a sfornare successo
editoriale su successo editoriale.
Senza capirne assolutamente la ragione;
la mia musa era violenta,
la mia vena poetica infetta... Ma è questo, credo,
che la gente
vuole in questi tempi cupi e malati.


"Che c'è?" Le buttai lì, per distrarla mentre tentavo con un fazzoletto

di tamponare il sangue. Inoltre la conoscevo e intuivo che, da
un
momento all'altro Agomar avrebbe fatto la mia conoscenza ravvicinata.

Io quel pastore del caucaso l'avevo da tre anni considerato pochissimo...

Sapete, mi piacciono i gatti, ma Rachele non ha mai concesso

di tenerne uno.

"Ti odio!" Lei aprì la bocca e ne uscì un fiotto di malvagità pura.

"Tu hai fatto sempre quello che ti è piaciuto, hai seguito la tua

corrente. io mi sono imposta a me stessa, e mi sono fatta solo

del male. Dal primo momento che ti ho incrociato ho compreso

che eri il tizio giusto per la mia vendetta: libero come un fringuello,

e, soprattutto, sereno nella tua semplicissima chiaroveggenza.

Una specie di druido che batteva i suoi mostri sui tasti, mentre

io ero costretta a tenermeli dentro. Ho tentato di ammazzare l'angelo

col sesso ma non ci sono riuscita; poi ti ho costretto a questo cazzo

di cittadella di merda, ma hai schivato pure la noia e la nausea.

Adesso basta."


Liberò Agomar che mi fu subito sopra, a puntarmi il centro vitale

e fare secco me e tutti i miei sogni. Quelli, in fondo, per cui un uomo

riesce a galleggiare in un'esistenza senza apparente senso.

Con una forza che non mi riconobbi, e che avevo nascosto

per tutta la vita a me stesso, scostai il muso del mostro dalla mia

vita. Poi cavai da dietro la schiena, ben celato contro la parete

a cui ero accucciato, un tagliacarte artigianale, pesantissimo,
in avorio,
che ero riuscito a trascinarmi dietro (istinto di sopravvivenza?)

dopo essere stato centrato in testa dalla strega.

Lo calai in mezzo alla fronte pastore del Caucaso.

Non ci fu nessuna esplosione del cranio o fiotto di sangue sino
al centro del locale. Nessuno schizzo di materia cerebrale.

Le cose che scrivo di solito, insomma.


Agomar stramazzò semplicemente, e quasi dolcemente, al suolo,
ricoprendomi.

In fondo mi dispiacque per la povera bestia; non per mia moglie.

Mentre mi rialzavo, e lei veniva azzannata da un tremito convulso

e interminabile, trovai la forza di chiederle se fosse mai

andata da uno psicologo.

"Sai, lo stress..." Bofonchiavo.

Lei scosse la testa e uscì rapidamente di casa.

La sentii salire sulla Audi R 6 Avant e sparire

da qualche parte, chissà dove.

Non me ne importava più nulla, mentre trasportavo

il povero Agomar all'aperto, trascinandolo per le possenti

zampe. Sembrava dormisse. Provai pietà e dissi una

preghiera in qualche lingua ignota per lui.


Lei, la ritrovarono con fuoriserie sportiva e tutto l'annesso
qualche
mese più tardi, dopo aver scandagliato accuratamente
una zona
piuttosto refrattaria e misteriosa del lago di Costanza.

Una di quelle zone che nessuno, purtroppo, si degnerà

di approfondire mai abbastanza.


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