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Una storia di MirianaKuntz

L'amore mi ha uccisa

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7 minuti

Pubblicato il 29 settembre 2019 in Storie d’amore

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Alla fine ce l’ha fatta l’amore. Mi ha uccisa. Mi ha fatta a brandelli giorno dopo giorno, mi facevo mangiare come carne di scarto da un cane affamato e rabbioso. Più volevo amare e più l’amore mi mangiava, più mi aspettavo il meglio, meno erano le cose belle che mi accadevano. Sono sempre stata una sognatrice, in verità non ho mai immaginato il mio matrimonio come le altre bambine, o il principe azzurro che alla fine, dopo tante notti insonni ti viene a salvare, quando pensavo all’amore, pensavo a due persone che si camminano accanto, senza volti e nomi, senza firme e veli, senza obblighi, ma solo desideri. Quando pensavo a questo ero felice, e speravo che un giorno potesse capitare anche a me. Col tempo ho imparato che spesso le cose che sogni non sono quelle che ti accadono, che i genitori non sono sempre quelli che si tengono per mano e ti mostrano come si ama, che l’amore non dura sempre per sempre, come nei film più belli, e che anche l’amore più forte, se massacrato di botte perde luce e calore, fino a morire.

L’ho imparate a mie spese tutte queste, la conoscenza non mi aveva resa grande e libera, ma triste e ammaccata. Ero tornata piccola tutta in una volta, inciampavo continuamente nelle cose che volevo, e che desideravo, ma esse avevano una faccia diversa: grigia e spaventosa. Le detestavo, mi facevano paura, e tutte quelle cose mi hanno fatto capire che l’amore non è sempre la cosa che ci salva, spesso ci distrugge, ci cambia, ci rende sabbia e vento.

Un giorno per strada vidi due vecchietti, lui le portava ancora le buste pesanti, e lei parlava di che cosa gli avrebbe cucinato alla sera. Sembravano proprio l’incarnazione della cosa che desideravo da bambina. Lui le camminava accanto e la guardava ancora con amore, con una luce spaventosa nelle pupille, come si guarda il sole, la luna, la notte che riempie il tramonto e lo sporca di bellezza. E lei voleva ancora sorprenderlo, aveva ancora su il rossetto rosso per sembrare bella e giovane come una volta, gli sorrideva, di tanto in tano gli prendeva la mano libera. Non c’era un bastone a sorreggerli, e la loro andatura era calma e pacifica. L’uno era la soluzione dell’altra, e quello mi aveva sorpresa e resa malinconica insieme. Mi chiedevo se una cosa così esistesse per tutti, o fosse solo un piccolo premio che il mondo decide di fare a due sconosciuti ogni mezza era.

Volevo essere io la prossima nonnina dal rossetto rosso, sorprenderlo, guardarlo camminare con le buste ed essere orgogliosa ancora della sua forza. Preoccuparmi delle sue fatiche, non sentirmi mai sola, alla sera, nel letto, e ringraziare dio ogni giorno, quando alle nove in punto, avrei riascoltato la sua voce miscelata col caffè. Ancora un giorno, ancora uno. Essere grata delle piccole cose, della spesa al supermercato vicino casa, delle piccole gite in pullman, delle cose che avremmo continuato a fare.

Lo desideravo, prima di ogni cosa, prima di un lavoro di successo, prima della ricchezza, prima di tutto.

Ho dovuto fare i conti con i denti aguzzi dell’amore quando ho iniziato ad esprimere desideri a persone senza orecchie. Più le cose mi facevano male, più l’altra persona non ci faceva caso, non ci badava: -tanto sei forte, tanto il nostro amore lo è- come se il dolore fosse il giusto pedaggio per tutto, come se chi ama dovesse portare il fardello del dolore, sopportare il peso dei no e dei fallimenti, persino le bugie, le percosse, persino l’insicurezza personale.

Ho visto i suoi denti così vicino che alla fine ho chiuso gli occhi e mi sono messa a sedere su una sedia spinata. Ha fatto male la prima volta che l’ho visto lontano, che forse la sua serenità era più importante della mia, e allora bisognava mollare il colpo, lasciare stare, tenere tutto – per un dopo- che non sarebbe forse mai arrivato. Ha fatto male la seconda volta quando la mia estate è stata letto e lacrime, lacrime e fogli bianchi. Alla terza ho sentito la sua voce alzarsi, una voce malvagia di chi ti tiene prigioniera, di chi non vuole passare il natale con te, di chi ti reputa un vizio di forma, un extra di giornata, un porto sicuro dove tornare, se le cose si mettono male, ma da tenere senza barche quando il suo veliero naviga in acque sicure.

È stato brutto quando ho brindato da sola, quando alla fine c’ero solo io con me, quando non c’era bisogno di tenermi per mano, se il telefono ci permetteva di fare quattro chiacchiere. Tremendo quando battevo i denti sotto una coperta troppo leggera per il mio inverno rigido. Tremendo quando chiedevo pietà, ma la risposta era sempre -no- quando avrei voluto fuggire, ma le minacce mi si ripiegavano sulle spalle come carta pesta che non ti uccide, ma ti taglia nei punti giusti, fino a tenerti a terra, esamine, senza poter andare o restare. Mutilata nell’orgoglio, col cuore infranto, senza poter respirare aria d’amore, ma nemmeno avere la libertà di dimenticare.

L’amore divenne morte, il suo colore assomigliava più al bordeaux del sangue raffermo. Ho capito che l’amore ti uccide quando i tuoi battiti superano i limiti, quando arrivi a non respirare, e le giornate passano a rilento, quando non sei più sicura di niente, tanto che non sai nemmeno se potrai fare qualcosa di buono nella tua vita, e quando i due vecchietti innamorati non solo ti sembrano lontani, ma anche finti.

Ho iniziato ad immaginarli brutti: arrivati a casa lui che prende medicine con l’imbuto, lei che prepara la zuppa sbuffando. Vestiti sparsi ovunque, la puzza di sigaro che grida la voglia di morte. Il dormire distanti, perché -tanto dopo tanto tempo l’amore è passato- aspettare solo la morte che arriva, su sedie ammuffite con la polvere nel legno, con la tv accesa con quei programmi scadenti dove si parla di soldi e potere. E poi un’altra notte, e un altro giorno dove lui esce e torna a pranzo, e alla fine va con lei a fare spesa solo perché la terza busta tocca al suo braccio rugoso.

Piango quando penso a tutto questo, perché non mi va di pensare che la vita sia solo questo, un cercarsi per mettere al mondo figli che un giorno forse ti accudiranno, il mettere insieme pensioni scadenti per poter vivere quasi al limite della decenza, con rossetti da discount per ricordare la bellezza di un tempo, mentre si è smesso di amarsi dopo poco aver messo l’anello al dito, e poi basta.

E poi basta?

Vorrei poter vedere le cose con gli occhi della me bambina, senza logica o paura. Senza poter rifarmi a quell’esempio che mi ha sconvolto, senza dover ricordare cosa mi è successo, e perché è successo a me.

Vorrei poter avere nella testa solo messaggi d’amore, mai di minaccia.

Ricordare tutte le volte che si è riso, e mai quelle dove ho pianto.

Avere fiducia nei sentimenti buoni senza sentire la puzza di fregatura che incendia le narici.

E credere ancora che tutto il male che mi è stato dato, non sia male, ma solo amore allungato col veleno.

L’amore ha ucciso quella bambina che ci credeva, l’ha fatta a pezzi, ed io non sono stata brava a difenderla, non sono stata capace di portarla sulle pendici di una montagna, scavarle un bunker sicuro e dirle di aspettare una primavera più bella. Ho trascinato quella bambina per un braccio in un campo di guerra, insegnandole a sparare, ad essere spietata, a seminare sangue dove avrebbe visto sangue.

Ma una bambina resta una bambina, e non esiste un fucile della giusta misura per mani così piccole e tremanti.

Alla fine non è stata spietata abbastanza, prima che potesse mirare, qualcuno, le ha fatto saltare la testa.

L’amore mi ha uccisa.

Ed io non ci credo più.

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