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Una storia di IBonamiciFredducci

Questa storia è presente nel magazine I 7 - Racconto ad episodi

I 7 - PARTE 33

112 visualizzazioni

11 minuti

Pubblicato il 14 maggio 2020 in Fantascienza

Tags: #amore #avventura #comics #supereroi #superpoteri

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Martedì 20 Marzo 1990

Cercando di non far trapelare la sua emozione, George domandò ancora: -Ma Valeria si consegnò davvero spontaneamente ai soldati russi?- -Quello che sapeva il tedesco le disse “devi venire con noi” e lei rispose “va bene” e, senza aggiungere altro o perlomeno domandare istintivamente dove volessero portarla, si sedette in macchina. Mi sono chiesto per tutta la vita perché sia salita in auto con loro senza nemmeno protestare, e le risposte più logiche sono che lo abbia fatto solo per semplice ingenuità o per non creare guai a noi altri… Era una ragazza molto particolare...una creatura molto particolare, piena di strane contraddizioni: Dietlind mi ha detto che, aiutandola a curare i sopravvissuti di Ohrdruf che aveva accolto nella sua villa, Valeria aveva imparato l’yiddish con una facilità incredibile e in un tempo brevissimo, ma concetti basilari della vita normale che una ragazza sui 20 anni come lei avrebbe dovuto sapere le erano completamente sconosciuti-. Lansing insistette per avere un esempio pratico, mentre aveva riempito già diverse pagine di quel taccuino di appunti scritti con uno stile praticamente incomprensibile.

Giselmar si sedette in poltrona e riempì il proprio bicchiere di vodka, per poi fare lo stesso con quello del giovane americano. Sorridendo, dopo aver bevuto, raccontò: -Quel 21 Luglio le domandai se la Sauer fosse sua Zia, e non sapeva che cosa fosse una Zia!! Poi quel giorno fu la prima volta che trovai il coraggio di parlare seriamente a Valeria e infatti mi proposi anche di portare loro la roba e, se non fosse accaduto quell’incidente in Fischmarkt, le avrei accompagnate fino a casa; ma io avevo visto quella indimenticabile fanciulla dai capelli rossi fin da quando era arrivata in quella grande villa assieme a diverse decine di sopravvissuti del Campo di Ohrduf perché, soprattutto fin quando erano in tanti, io ed altri bottegai facevamo la spola fornendo generi di prima necessità… Naturalmente io facevo di continuo viaggi dal Centro alla Villa e cose che avrei potuto portare in un solo viaggio le portavo in 3 perché così potevo vedere quella splendida ragazza anche solo per qualche secondo in più… Il primo giorno che mise piede lì era un po’ spaurita, poi diventò rapidamente il braccio destro di Dietlind e per quello iniziai a pensare che forse fossero addirittura parenti perché si ambientò subito, le obbediva sempre ed era sempre in movimento, sempre ad aiutare e a rendersi utile e non si stancava mai: correva di qua e di là, era sempre attenta e vogliosa di imparare e pareva che conoscesse la padrona di casa e la casa stessa da sempre. Dietlind ci presentò molto presto, anche se non c’era verso di parlare con lei perché non stava davvero un attimo ferma. Non scorderò mai quando la fermò letteralmente afferrandola e le disse “Voglio presentarti questo bravo ragazzo, che ci porta continuamente viveri ed altre cose utili: si chiama Giselmar” e lei mi guardò, con quei giganteschi occhioni verdi, fece un sorriso meraviglioso e rispose semplicemente “Ciao Giselmar, io sono Valeria” e poi si rivolse alla padrona di casa: “Cosa devo fare adesso, Dietlind?”. La Signora Sauer, tempo dopo l’incidente, mi raccontò che comunque Valeria si era accorta molto presto delle mie attenzioni. “Perché quel ragazzo gigantesco mi fissa sempre? Tu non mi guardi così...nessuno mi guarda così. Mi guardate tanto, ma lui ancora di più e in modo diverso...” aveva detto e Dietlind le aveva risposto: “Ti guardiamo tanto perché sei molto bella e molto particolare, e comunque hai ragione: Giselmar ti guarda diversamente e lo fa perché le piaci, Valeria. E’ palese che è cotto di te...”. Sai cosa disse quella strana ragazza? Incuriosita domandò: “E’ cotto di me?? Che vuol dire???”!!-

Giselmar rimase in silenzio per un breve lasso di tempo, fissando il proprio bicchiere come se dovesse apparire una qualche importantissima verità nel dito scarso di vodka che vi era contenuta. George affermò con sincerità che avrebbe voluto davvero conoscere Valeria, vedendo quanto lui fosse ancora legato ai ricordi che aveva di lei anche se riguardavano un periodo di 45 anni prima e neppure 4 mesi di durata. Giselmar Krause sorrise, ma quel sorriso si tinse di amaro dopo un istante. Confidò: -Le ripeto che non posso lamentarmi di com’è andata la mia vita: ho avuto delle belle soddisfazioni e nessun problema serio. Ho una bella moglie di 10 anni più giovane ed il nostro matrimonio non ha mai conosciuto veri e propri periodi di crisi, abbiamo una figlia che si è laureata col massimo dei voti e sta avendo una formidabile carriera...che ha preferito alla famiglia ma questa è stata una sua scelta di cui è sempre stata felice. Ho avuto ottimi amici con cui ho condiviso gran parte della mia esistenza e il più caro di questi, che pensi ho conosciuto poco dopo la sparizione di Valeria, abita a 100 metri da qui e passiamo ancora parecchio tempo assieme. Ho perfino avuto la benedizione di avere due genitori estremamente longevi: mio padre è morto ad 89 anni e mia madre a 94. Sono felice, eppure non ho mai dimenticato quella creatura così particolare...e il fatto che, appena la DDR ha aperto le frontiere, gli Stati Uniti abbiano mandato qui una persona per chiedermi dell’incidente di Fischmarkt mi fa pensare che quella piccola ragazza dalla pelle bianchissima ed una tonnellata di capelli riccioli fosse davvero importantissima e che quei pochi mesi in cui ho potuto vederla e quelle poche parole scambiate con lei siano state un privilegio ancora più grande di quello che pensassi. Aspetti qui...-

Il Signor Krause si alzò con la rapidità di un ragazzo di 30 anni ed andò a rovistare nello sgabuzzino. George lo sentì imprecare e così lo raggiunse dopo qualche minuto di attesa: aveva tirato fuori una cassa di legno dalla quale aveva tolto tutto il suo contenuto, sistemandolo per terra e riducendo drammaticamente la parte calpestabile del corridoio. Sul fondo della cassa c’era un contenitore di legno piuttosto sottile: lo aprì e conteneva dei quaderni. Li appoggiò tutti per terra tranne l’ultimo, con la copertina ed il retro in pelle.

Fece cenno a George di tornare in salotto e, seguendolo, non appena si furono di nuovo seduti appoggiò il misterioso quadernone accanto a sé, versando per l’ennesima volta vodka nei bicchieri. Il padrone di casa sembrava reggere molto bene l’alcol ma George, arrivato a quel punto, nonostante dovesse essere superiore ad un Homo Sapiens in tutto e per tutto iniziava a sentirsi decisamente brillo.

-Vuole vederla?- -Cosa?- -Non ho certo la pretesa di definirmi un artista, ma nel disegno me la cavo: paesaggi e ritratti sono il mio forte. Iniziai a disegnare Valeria la sera della prima volta che la vidi, e ovviamente ho continuato. Pensi che l’ultima volta che l’ho raffigurata risale solo ad un annetto fa… E’ un modo per tenere viva nella mia mente l’immagine di lei, anche se dubito che avrebbe finito per svanire… Tenga: dia un’occhiata-.

George sistemò il quaderno sul tavolo da fumo ed iniziò a sfogliarlo, mentre Giselmar stesso osservava stupito come se non fosse lui stesso l’autore di quei disegni e non li avesse mai visti. Valeria era raffigurata in tante pose diverse e con tanti vestiti diversi, tutti anni’40. L’americano mormorò: -Accidenti...lei è troppo modesto, Signor Krause: questi disegni sono meravigliosi! Sembrano delle fotografie!!! Le espressioni sono così intense, così realistiche!!! Ci sono dei dettagli incredibili!!! Sono...sono stupefacenti!!!-

La prima Valeria aveva gli occhi impauriti e guardinghi, la bocca socchiusa: indossava un camice scuro smanicato e lungo fino alle ginocchia. Era a piedi nudi. George raccontò che arrivò alla villa con degli stivali americani, ma se ne liberò subito.

C’era anche una Valeria che lavorava nei campi, indossando una salopette piuttosto malridotta e con i capelli raccolti in uno chignon esagerato.

Una Valera in piedi sul sedile del passeggero di una jeep in movimento si godeva il vento e sembrava strafelice: teneva stretta tra le labbra una spiga di grano, si reggeva al parabrezza con entrambe le braccia ed aveva addosso un vestito azzurro il cui spallino sinistro le ciondolava lungo il braccio. Il modo in cui Krause aveva disegnato quella valanga di boccoli rossi liberi di svolazzare era davvero straordinario… A proposito di quel disegno l’autore disse: -Era una Jeep che gli americani avevano abbandonato in città perché non funzionava più. La riparai e usavo anche quella per i miei continui viaggi verso la villa della Sauer. Un giorno ci portai Valeria a fare un giro: solo pochi minuti e non ci dicemmo praticamente niente...ma era veramente tanto felice, come se non avesse mai viaggiato su un’automobile in vita sua!! Era fatta così: diffondeva gioia, era una cosa innata… Le giuro che non è questione di mera attrazione sessuale: bastava un suo sguardo o anche il vederla contenta per una cosa che per noi altri era così banale, e ti si riempiva il cuore di allegria e positività!-

Sfogliando il quaderno, Lansing giunse ad una Valeria in sottoveste, sdraiata su un vecchio divano biposto con la testa appoggiata ad uno dei braccioli e la crinierona vermiglia libera di scendere oltre a quello, fin quasi a toccare il pavimento. Aveva il braccio destro posato sul ventre e il sinistro che penzolava dal sofà. I piedini erano puntati sull’altro bracciolo e le gambe in posizione piegata: la sottoveste saliva in modo molto “birichino”, scoprendo vistosamente le candide cosce e ben oltre. Indossava mutandine rosa ornate di pizzo sugli orli. La giovane sorrideva e non aveva un’espressione seducente, bensì innocente e spensierata: probabilmente a quel tempo nemmeno conosceva concetti come “seduzione”, “sensualità”, “malizia”.… Pur essendo attratto dai maschi, George pensò che chi aveva realizzato quel prodigio della bioingegneria avesse fatto davvero un ottimo lavoro. Era molto bassa, è vero; ma perfettamente proporzionata e, tranne che per i seni davvero piccoli (ma la cosa aveva un senso: le avrebbero garantito maggior libertà nei suoi movimenti felini), con curve nei punti giusti. Anche i canini originali, che i Cinesi le avrebbero sostituito con prodigiose zanne artificiali, erano più lunghi ed appuntiti della norma...

-Ma...questa posa?- domandò incuriosito e il suo interlocutore raccontò brevemente: -Ero andato lì dopo che avevo chiuso il negozio: era il 10 o l’11 Luglio. Come ho appena detto portavo continuamente provviste alla Villa col mio furgoncino o la jeep. Entrai nella sala con dei sacchi di patate sulle spalle e la vidi così: mi sentii quasi svenire… Dopo una giornata di lavoro si era spogliata e concessa un attimo di relax. Spuntò Dietlind e le disse “vai subito su a metterti qualcosa addosso!!!!”, e lei schizzò per le scale come una saetta…-

Arrivò ad un ritratto della Rossa con un vestito un po’ strappato e con sopra il segno di pneumatici, i capelli arruffati e impolverati e un’espressione distante e fredda su quel visino che lui stesso aveva sempre disegnato pieno di gioiose emozioni. Il gigante che per primo aveva perso la testa per Lerusia descrisse, con una malinconia ben percepibile: -Qui è quando ha risposto “va bene” al soldato che le disse che avrebbero dovuto portarla via con loro...-


Fu a quel punto che George fece una cosa che non avrebbe assolutamente dovuto fare, secondo le linee guida precise che gli erano state date: aprì la sua ventiquattrore e tirò fuori la busta di cartoncino. Riportò il quaderno al primo ritratto della “Regina delle wunderwaffen” (lui ancora non la conosceva con quell’appellativo, naturalmente) e tirò fuori le due foto che molti anni dopo avrebbe mostrato a Valeria in persona: quella dove era in piedi accanto a 3 soldati e quella che la ritraeva da sola davanti ad uno degli ingressi dell’SIII, con addosso degli enormi stivali militari. Indossava lo stesso camice che Giselmar aveva disegnato, e anche l’espressione era identica. Le mise una alla destra ed una alla sinistra di quel meraviglioso disegno.

-Lei ha davvero un grande talento, Signor Krause: il suo ritratto è sbalorditivo ed è perfino più chiaro di queste vecchie foto...-

All’anziano padrone di casa quasi cadde di mano il bicchiere: per la prima volta, dopo 45 anni, rivedeva quella giovane diafana che gli aveva fatto perdere la testa! Non aveva mai avuto una sua fotografia e proprio per quello aveva continuato a disegnarla, anche per mantenere vivo il ricordo che aveva di lei.

Prese la foto dove era da sola con la mano destra, che tremava così vistosamente che dovette afferrare quella stampa anche con l’altra mano per poterla ammirare in modo “stabile”.

Guardando l’immagine di quella fanciulla così particolare e così impaurita, il viso segnato dal tempo del testimone dell’incredibile incidente del 21 Luglio 1945 si riempì di lacrime.

Giselmar provò a dire qualcosa, ma non riusciva a parlare per via dei singhiozzi dovuti al pianto: l’impatto emotivo di quelle due vecchissime foto in bianco e nero fu realmente fortissimo per lui.

Appoggiò un istante la foto dove la Prima era da sola e prese quella con i soldati che l’avevano trovata (tranne quello che stava facendo la foto, che ovviamente non compariva in essa), chiedendo: -Sono...sono soldati americani: l’avete trovata voi?- -Il 15 Aprile 1945...e quei geni dei miei connazionali se la sono fatta scappare… Come lei ha ben capito quel giorno a Fischmarkt, Valeria è una ragazza molto speciale-

-Che cos’era Valeria? La domanda ha continuato a girarmi dentro la testa senza smettere mai e, dopo questa sua visita e aver visto queste foto, mi tormenterà fino a quando smetterò di respirare. Era una macchina? Era una macchina, vero? Nessun essere umano, soprattutto così giovane e minuto, può essere schiacciato dalle ruote di un fuoristrada ed uscirne illeso! Fu un miracolo? Valeria era...era forse addirittura una Dea?-

CONTINUA...


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