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Una storia di LuigiMaiello

Questa storia è presente nel magazine Spunti di scrittura: #unastoriaunacanzone

Un cocktail party a modo mio

#unastoriaunacanzone collaborativa

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minuti

Pubblicato il 07 dicembre 2018 in Storie d’amore

Tags: #unastoriaunacanzone #myway #cocktail #party #incontri

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Ero al terzo drink e già mi ero perso nella folla. Conoscevo molte persone a quella festa, ma avevo deciso che quel venerdì sera doveva compensare lo stress di tutta la settimana. Volevo stare sa solo e dedicare le mie labbra solo al bicchiere che, avido, tenevo in mano.


Nell’aria suonava My Way, che era anche il tema della festa. La fidanzata aveva deciso di esaltare così i quaranta anni del suo uomo.


I've lived a life that's full

I've traveled each and every highway

And more, much more than this

I did it my way


Marco era davvero uno che si era fatto da solo. Partito da zero, era diventato un famoso commercialista della Riviera di Chiaia a Napoli. Condividevamo la stessa comitiva ai tempi dell’università e dopo mi aveva trovato diversi clienti, lui che aveva a che fare sempre con aziende e professionisti di ogni tipo. Da un po’ di tempo non ci vedevamo, ma sarebbe stato scortese non andare alla sua festa.

Io mi ero adeguato al tema “My way”, presentandomi in pantaloni neri, t-shirt grigia e sneakers basse. Tutti intorno a me erano ingessati, tutti in giacca e camicia.

Era inizio estate. Io, avevo fatto a modo mio.

Ero rilassato, forse anche per i Negroni che avevo bevuto. Il barman era bravo, non c’era stato neanche bisogno di chiedergli il Tanqueray invece del Bombay e le due gocce di Angostura che rendono il mio cocktail preferito ancora più amaro.

La dolcezza, certe sere, non so neanche dove abita.


Mi avvicinai di nuovo al barman per chiedere un altro drink. Poi vidi lei. Decisi che i suoi occhi mi avrebbero fatto da fari accesi nella notte. Neri come i capelli, erano vivaci e luminosi. La frangia li oscurava un po’, dando l’impressione che fosse timida o che si nascondesse per modestia. La bocca, ampia e sensuale, cercava qualcosa da bere.

Nell’afa c’era odore di fiati pesanti, di baldoria notturna.

Le chiesi cosa volesse bere, avrebbe offerto il festeggiato. Lei mi sorrise.

Di un sorriso ironico. Non ci ero abituato: di solito ho l'approccio facile, con chiunque, ma questa era un osso duro: gli occhi che prima mi avevano trasmesso una certa dolcezza ora, da vicino, mi parevano fin troppo decisi, la bocca aveva assunto una piega leggermente sprezzante, il seno puntava dritto contro di me, minaccioso.


Certo mi stavo facendo intimidire forse per colpa anche dei troppi drinks! S'era mai sentito di un seno minaccioso?

Mi fece un cenno, la seguii come un cagnolino ubbidiente, si piazzo' davanti al bar ed alzo' un solo dito verso il barman. Immediatamente un bicchiere colmo di bourbon liscio si materializzo' davanti a lei.


Penso che nemmeno il vecchio Frank, tanto per stare in tema con la serata, sarebbe stato in grado di scolarselo cosi', nudo e crudo, come invece stava facendo la dolcezza al mio fianco. Ne bevve un buon quarto, ingoio' cinque o sei noccioline, mi rivolse un sorriso, questa volta soave e ringrazio' educatamente.


I’ve loved, I’ve laughed and cried

I’ve had my fill – my share of losing


Affascinato, nonostante il bourbon, la presi per mano in silenzio e la condussi verso un angolo che mi pareva tranquillo, sperando di vincere la battaglia che stava per iniziare.



Due note e il ritornello era già nella pelle di quei due
Il corpo di lei mandava vampate africane, lui sembrava un coccodrillo
I sax spingevano a fondo come ciclisti gregari in fuga
E la canzone andava avanti sempre più affondata nell'aria
Quei due continuavano, da lei saliva afrore di coloniali
Che giungevano a lui come da una di quelle drogherie di una volta
Che tenevano la porta aperta davanti alla primavera
Qualcuno nei paraggi incominciava a starnutire
Il ventilatore ronzava immenso dal soffitto esausto
I sax, ipnotizzati dai movimenti di lei si spandevano
Rumori di gomma e di vernice, da lui di cuoio"


Penso che ognuno di noi abbia un filtro nel fondo della propria mente. Mio nonno vendeva sigarette e di filtri se ne intendeva eccome. Lui però adesso non c’è e non potrebbe certo confermare, anche se c’è stato un tempo in cui, ironicamente mi definiva “il migliore”. Il guaio era che io avevo solo 7 anni e non avevo ancora colto il lato ironico e predominante del suo carattere. Ci sono voluti quasi 20 anni per capire, ma era probabilmente troppo tardi. Dicevo, un filtro… ciascuno di noi in teoria ne possiede uno. In questo filtro “da caffè” viene trattenuta qualcosa, la cosiddetta fanghiglia. Eccola, è questa la malta da cui partire per scrivere. La melma trattenuta nel filtro diventa la nostra ossessione, visto che c’è una sorta di rifiuto nel lasciarla fluire e passare. E’ un po’ come per i cercatori d’oro, non è un lavoro di fino, anzi il contrario. Strano che nessuno ne parli, ma scrivere non è un atto di fede, non c’è nulla di puro nella scrittura per me.


Ok, ora sono completamente ubriaco, qui in questo locale del cazzo! Non ci volevo nemmeno venire, io! Eppure sapevo che ci sarebbe stata anche lei, che questo era il mio, anzi spero il nostro momento, ma qui, ora tutto rischia di scivolare. E' tutto troppo saturo, i colori, gli odori, i suoni. Mi sento come dentro un disco di Bruce Springsteen, mi sento come se stessi per scivolare nel wall of sound della mia mente belluina e melliflua. Eppure lei mi piace, mi ossessiona quasi. E' come un tarlo, come un Ovosodo che non scende né risale, un po' come questa musica, che non sento, che non capisco. Ma forse non c'è proprio nulla da capire, c'è da agire in questa giungla d'asfalto del subconscio.

Mi lasciò la mano, avvicinandosi alla finestra che si affacciava sulla piscina illuminata da luci colorate che rendevano l'acqua, smossa da una decina di corpi immersi, simile ad un arcobaleno cangiante. Il suo profilo, scontornato dallo sfondo, in cui si stagliava netto e deciso, trasmise immediatamente in me la voglia di baciarla. Era una situazione irreale, un qualcosa di sognato e mai vissuto, nonostante in vita mia le occasioni non mi fossero mai mancate. Ma la testa, maledetta lei, non ne voleva di fermarsi e darmi la possibilità di mettere a fuoco appieno il bisogno di renderla reale; sì, perchè se di sogno non si trattava, di certo qualcosa di magico stava accadendo.

Dalla sala provenivano voci urlanti, la musica era cambiata e le note del vecchio Frank furono sostituite da qualcosa di più moderno. Una musica conosciuta, che si aprì all'improvviso e risvegliò in me ricordi che credevo dimenticati per sempre.


“I won’t run away no more, I promise

Even when I get bored, I promise

Even when you locked me out, I promise

I say my prayers every night, I promise…

Even when the ship is wrecked, I promise

Tie to the rotting deck, I promise”

​​​​​​​

"Cazzo!" pensai, trovandomi come per magia con la testa piena di immagini di Vanessa. I promise, dei Radiohead, la nostra canzone, la mia promessa...

Girai gli occhi, incontrando quelli di Marco, fermo in mezzo agli amici sorridenti, in mano un bicchiere mezzo vuoto, e sul viso un'espressione che ebbe il risultato di far scomparire i fumi dell'alcool. Lo sapeva, lo sapevo, nulla rimane chiuso per sempre, nessuno può decidere quando la vita ci sorprenderà, nemmeno davanti ad una bella donna con cui poter far esplodere la voglia di riempire il vuoto di un abbandono.

Io e Marco, tre anni prima, una sera d'inverno e quell'auto che aveva sbandato sotto i nostri occhi, finendo contro un palo. Due ragazze che erano uscite spaventate, gli occhi aperti come fari nella notte, mentre la lastra di ghiaccio sotto ai loro piedi si estendeva attraverso la carreggiata sino a raggiungere i nostri.

Marco alzò il bicchiere al mio indirizzo, mi strizzò l'occhio in segno di complicità e, a venti metri di distanza, sbracciandosi in ampi gesti di incoraggiamento lessi il suo labiale: "VAI... VAI... PANTA REI... E FAMMELO STO REGALO, NO?!" Chiuso col sorriso buono che solo un amico felice della tua felicità ti sa donare.

I fumi dell'alcool sciolgono i filtri e assopiscono la morale, Vanessa era scappata da oltre un anno ed io annegavo piano in una melma depressiva che non mi abbandonava da tempo, giocavo a fare il tenebroso sconfitto, ballando il tango come la morte nei libri di Benni, pensando al mio sorriso come ad un tatuaggio troppo sconveniente da portare sul volto.

Ma ora lei era lì, una sagoma dalle curve pericolose che se non segui con cautela è un attimo che ti trovi fradicio in piscina a boccheggiare tra le risate degli ospiti, un carisma da shoot a 40 gradi di alcool che ti piomba in testa lasciandoti solo la voglia di svenire sulle sue labbra, una fuoriserie da condurre su una pista da ballo con una mano delicatamente appoggiata al suo fianco e l'altra stretta nella tua, mentre i piedi cercano di staccarsi da terra e gli occhi del mondo sono puntati sui suoi vetri scuri e sulle sue forme filanti.

Cosa le mancava?

Di cosa era fatta?

Che cosa era?

L'avventura di una sera? La bella che avrebbe scaldato il mio fianco quella notte? Una sorta di palliativo momentaneo al male di vivere che cronicizzava in me?

Ok, mi aveva scelto e questo era un fatto. Probabilmente per l'aura di malinconia che spandevo tutto intorno, per il bicchiere di veleno dal sapore secco mollemente attenuato dal ghiaccio che stringevo in pugno o per lo sguardo nel vuoto con quella piega dolce e triste che si era insediata all'angolo dei miei occhi, ma non era la dolce mano della mammina ciò di cui avevo bisogno in quel momento, ne avevo le tasche piene delle infermierine che mi tenevano la testa in grembo cercando di consolare la mia tristezza accarezzandomi i riccioli, il bel tenebroso aveva solo bisogno di luce.


Fu un attimo e lei lo capì al volo, mi prese la mano, mi strattonò e cominciò a correre buffa sui suoi tacchi alti mentre con l'altra mano si tratteneva il vestito per non inciamparci su: "Dai, vieni con me!"

Scendemmo correndo come bimbi al livello inferiore del giardino imbroccando i viottoli di ghiaia nella penombra appena illuminata dalle luci della piscina. Si fermò davanti ad una pozzanghera d'acqua pulita che si era appena formata dall'avvio dell'impianto di irrigazione e le si accese in volto un sorriso beffardo. Raccolse ulteriormente il vestito fino a scoprire buona parte delle cosce, mi guardò eccitatissima e mi disse: "Pronto? UNO, DUE, TRE! Salta!"


Fu un piccolo volo di mezzo metro ma fu come lanciarsi in mare da uno scoglio altissimo, uno scoglio chiamato Vanessa. Atterrammo a piedi piatti nell'acqua che si alzò in mille gocce argentate infradiciandomi i pantaloni, bagnando le sue gambe nude, rinfrescando la tensione del nostro primo incontro, ridandoci il fiato perso nella danza, cancellando lo zero dei miei quarant'anni, lavando lo strato di crosta malinconica incancrenita della mia anima, esplodendo in una fragorosa risata isterica da bimbi.


Ci trovammo poi così, abbracciati con la gioia che ci colava dagli occhi mentre l'acqua si insinuava tra le scarpe bagnandoci i piedi.

"Adesso avrei proprio bisogni di bere qualcosa..." Le dissi tra un singhiozzo e l'altro.

"Rum e cola, come di nascosto alle feste delle medie?"

"Ci sto!"

Le presi il sorriso tra le mani, me lo avvicinai al volto e la baciai.

Labbra calde, umide e dal sapore del miele appena raccolto. Lei si scostò quasi subito, lasciandomi vuoto come quel bicchiere appoggiato a bordo piscina che fissai senza sapere perchè.

-Ho solo voglia di giocare- disse, mettendosi a danzare nell'acqua e stuzzicando la curiosità nella fauna maschile presente. Si tirò su la gonna, mostrando al mondo due gambe abbronzate e toniche. Le mie labbra erano sempre socchiuse in quel bacio che aveva ancora il sapore di lei, mentre il suo interesse sembrava solo esteso a ciò che la circondava.

Poteva avere vent'anni, poteva essere mia figlia...

Mi lasciai cadere seduto sul bordo della piscina, con quel pensiero che stava creando in me la consapevolezza del tempo che passava inesorabile, della fine di una fase della vita trattenuta a lungo.

Una figlia, Vanessa, il ricordo di lei...

La festa impazzava, visi euforici e bicchieri danzavano in quell'ambiente che sentivo non appartenermi. Era quindi bastato il distacco delle labbra di lei per creare in me questa voragine di malinconia e consapevolezza?

La guardai ridere e giocare con un paio di ragazzi a torso nudo che imitavano i suoi movimenti e la esortavano a togliersi i vestiti. Si era allontanata, io altro non ero stato che un diversivo. Chissà prima della fine della serata quante altre labbra si sarebbero posate sulle sue, quante mani l'avrebbero toccata.

Perchè Vanessa non voleva saperne di uscire dalla mia testa? La promessa di un amore eterno si era infranto nella quotidianità di un rapporto nato da un incontro. Quella sera io e Marco avevamo assistito al zigzagare impazzito dell'auto e lo schianto contro un palo che aveva fermato la folle corsa. Lei e Vittoria erano uscite spaventate e ci avevano guardato come se fossimo ciò di cui avevano bisogno. E così era stato, nelle settimane a venire, fatte di incontri e telefonate in cui raccontare di noi e del bisogno disperato di conoscerci.

Marco si era stancato subito, lui era abituato a frequentare donne diverse; Vittoria non rientrava nei canoni della sua donna ideale, e mai avrebbe potuto trasformarsi in qualcuno che potesse piacergli. Invece Vanessa era stata una sorpresa, un qualcosa di bello e inaspettato, quella particella elementare in grado di dare vita ad un amore.

Lei danzava ed io mi allontanai sempre di più, anche la musica sembrava volermi lasciare andare, come i miei quarant'anni che hanno voltato la pagina della giovinezza, scoprendo un nuovo capitolo dell'esistenza.

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