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Una storia di GiovanniBeria

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Non sono un tipo istintivo

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8 minuti

Pubblicato il 16 settembre 2018 in Storie d’amore

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Non sono un tipo istintivo. Non lo sono mai stato. Riflessivo, piuttosto, anche troppo, tanto che quando ho finito di valutare se buttarmi nella mischia o meno, quella, la mischia, è già finita da un pezzo. E non do mai modo di far capire se mi sia spiaciuto non averne approfittato: resto impassibile.

Agnostico è il soprannome che mi ha dato un professore; era l’ultimo anno di liceo. Il professore di lettere: Anderlini. Un tipo burbero con il vizio della statistica. Rispondano, sì, quanti d’accordo; no, gli altri. Lei è il solito agnostico, Gianni, che non è mai né d’accordo né in disaccordo, affermava guardandomi. Il fatto che sia ancora single è una dimostrazione del postulato. Non è stata una scelta, ma una conseguenza del mio pensare troppo, o far finta di farlo, per tergiversare, in attesa di chissà cosa, di una spinta, forse, e di perdere di conseguenza l’occasione.

Comunque, posso affermare di esserlo stato, istintivo, almeno una volta, e un estroverso avrebbe anche urlarlo e saltato come un matto in quell’occasione, tale è stato l’entusiasmo. Mi viene sempre in mente quella barzelletta dello psicologo che chiede ai partecipanti al seminario quante volte fanno l’amore durante l’anno, partendo da un certo numero, e mano a mano scendendo, fino ad arrivare a una volta. Al che, si alza l’unico rimasto, saltando come un matto, appunto, e urlando, io, io. E lo psicologo gli chiede come mai sia soddisfatto e felice di farlo una volta l’anno. E lui risponde che è felice perché sarebbe stato quella notte. Ma io non salterò come un matto, mi limiterò semplicemente a raccontare quanto accaduto. Non che ciò abbia portato grosse novità nella mia vita, tuttavia mi ha dimostrato che mettendoci impegno, prendendo al balzo l’occasione, si può cambiarlo, il destino, finalmente.

Va bene, racconto. È accaduto durante queste ultime vacanze. Da anni le trascorro a Santo Stefano al mare, in Liguria. Un paesotto dieci chilometri dopo Imperia e dieci chilometri prima di Sanremo. Ho un monolocale. Avete presente le stanze all’ospedale? Uguale, nel senso che, entrando, a destra c’è il bagno, a sinistra dove di solito si trova l’armadio, ho previsto invece il mobile cucina con lavello, pensili, frigo a incastro, e poi la stanza con tutto l’occorrente: armadio letto, divano letto, tavolo, mobile, e finestra scorrevole che dà sul terrazzo. Vista colline. La particolarità di quella piccola porzione di Liguria è che c’è una pista ciclabile che, iniziando a San Lorenzo, il paese prima del mio e arrivando a Ospedaletti, dopo Sanremo, ha più di cinquanta chilometri di perimetro. Davvero una figata, se si considera che è in piano e quindi si evitano le salite sui colli e il traffico dell’Aurelia: percorsi che ho fatto regolarmente gli anni addietro, quando praticavo con più passione le due ruote, ma che da un po’ di tempo trascuro. Tutte le mattine, tuttavia, ho conservato l’abitudine di andare fino ad Arma di Taggia per fare il bagno. Non che ad Arma il mare sia meglio che a Santo Stefano, è per il gusto che ho da sempre, quando vado laggiù in vacanza, oltre la nuotata, di quella pedalata di dieci chilometri, tra andata e ritorno, tanto per restare in forma. Il pomeriggio, invece, mi fermo nella spiaggia libera del paese, per rendermi conto della gente che c’è, donne in particolare, e magari chissà! Al solito.

Stavo quindi tornando. Mi ero appena immesso nella ciclabile e davanti a me stava pedalando una signora. Avevo giusto iniziato a valutare che aveva un bel lato B, belle gambe abbronzate e lucide di sudore, quando l’ho vista cadere. L’istinto atavico, o del buon samaritano, di fermarmi l’ho sentito subito, anche se, contemporaneamente, ho sperato, con tutto quell’andirivieni che c’è in genere, si fermasse qualcun altro. Che si creasse, insomma, quell’assembramento tipico in tali situazioni, in cui tutti consigliano e si danno da fare, e per questo motivo arrivare a considerare inutile la mia presenza. Ma in quel momento non passava nessuno. Devo confessare che mi sono sentito perso. Come quando (e quella è stata la prima volta in cui ho provato quella sensazione) un amico mi ha presentato la ragazza che all’epoca mi piaceva; eravamo alle scuole medie, all’intervallo, nel corridoio tra lo sciame irregolare degli studenti diretti al bagno o a comprare la focaccia farcita dal bidello, e se n’è andato subito dopo lasciandomi solo davanti a lei, senza sapere cosa dire, cosa fare, con quella responsabilità che certo non avevo all’epoca e che mi è rimasta come handicap iniziale in ogni rapporto formale con l’altro sesso, di prendere in mano la situazione. E nemmeno ho un buon rapporto con il sangue o con la gente che soffre, col rischio magari di far più danno, come dicono i commentatori al Giro d’Italia o al Tour de France, di lasciar stare il ciclista che cade, che tanto da lì a qualche minuto arriva l’auto del medico. Comunque, mi sono fermato.

La signora stava piangendo e si toccava la caviglia. Le ginocchia erano insanguinate. Signora! che poi non era così anziana. Ho avuto anche il tempo di valutare che probabilmente aveva la mia stessa età, o giù di lì. Siccome sono un ciclista, magari ex come ho detto, nel senso che giravo con la bicicletta da corsa (alla domenica, mi facevo un’ottantina di chilometri in Brianza), anche se al mare uso una vecchia mountain bike, dovendo lasciarla legata al palo della luce, mentre faccio il bagno, ho l’abitudine di portare sempre con me nello zainetto una camera d’aria di scorta più attrezzi, e una serie di salviettine disinfettanti, non si sa mai. L’acqua non l’avevo bevuta, tranne due brevi sorsi per pulirmi il palato da quella marina, quindi avevo la bottiglia da 750cc praticamente piena. Le ho detto di calmarsi, di stare tranquilla, quasi fossi un esperto della situazione.

Dicono che il modo che ho di propormi alla gente sia rilassante, che dia l’impressione di saper il fatto mio, come si dice, ma in modo discreto, forse dovuto più che altro a non voler strafare, evitare di essere sotto osservazione per il troppo sapere, insomma. Forse anche a questo era dovuta la mia ritrosia a prendere posizione per i famosi sì o no di cui sopra, e non imporre anche il mio punto di vista. Le ho versato l’acqua sulle ginocchia e con le salviettine gliele ho disinfettate delicatamente. Nello zaino avevo anche del nastro isolante, (fa parte anch’esso del kit salvataggio), quello nero, che usavo per fissare la pompetta per gonfiare la camera d’aria (siccome si era rotto il gancio che la fissava al telaio della bici da corsa, quando la usavo), che in quell’occasione è servito invece per fissare le salviettine sulle ferite. Purtroppo il danno peggiore era la caviglia. Distorsione, se non peggio, perché non poteva appoggiarla per terra, e la sua bici aveva la gomma bucata. Infatti era sbandata su una pietra abbastanza aguzza, che oltre a fare il danno alla ruota, l’aveva fatta cadere. E la ruota era una 26”, mentre la camera d’aria che avevo io era per una 28”. Come facciamo? Mi era venuto di chiedere, più che altro l’ho pensato. Lei si lamentava e basta. Le ho detto che avremmo lasciato la sua bicicletta lì, che sarei tornato a prenderla più tardi. Lei abitava a Riva Ligure, che è a un chilometro circa da dove era successo l’incidente: non c’era tanta strada da fare, insomma. Le ho proposto di salire sulla mia, e che l’avrei quindi spinta fino a casa. Non credo di aver mai visto uno sguardo più dolce del suo. Ha tirato su dal naso e mi ha sorriso. L’ho aiutata ad alzarsi e a sedersi sulla sella. Ha appoggiato le mani sulle mie spalle e ha detto, sono pronta. Mi chiamo Luisa, ha aggiunto poi. Mani calde, più calde del sole che in quel momento, era quasi mezzogiorno, picchiava di brutto.

Era in vacanza con i suoi genitori nella villetta che hanno sul lungo mare, appena dopo il semaforo che immette nel paese. Divorziata da qualche mese, dopo un anno di matrimonio e tre di convivenza. Tipico. Lavora in banca. Di Sesto San Giovanni, proprio dietro alla Multimedica! Io abito a Milano, zona Niguarda, a un tiro di schioppo, nemmeno un quarto d’ora d’auto insomma.

Inutile dire che la mia mente riflessiva è subito partita in quarta con varianti più o meno di mio gradimento, anche se sapevo che non avrebbero portato a niente. Mannaggia a me. L’unica cosa certa è che avrei voluto che quei momenti, che quei metri non finissero mai. E mi stupivo, anche, per le storie che intanto le raccontavo o delle cose che le chiedevo. Mai sentito così importante e così propositivo come quella mattina. Nel frattempo lei aveva avvisato i genitori di quanto accaduto, e quando siamo arrivati in vista della sua casa, ci sono venuti in contro. Mi hanno invitato a entrare in casa e mi hanno offerto da bere. E invitato a cena anche, per quella sera.

Ci stiamo frequentando, adesso. All’inizio ho detto di essere single. Di fatto lo sono ancora. Lei mi ha anticipato che al momento non voleva legami, ma che le avrebbe fatto piacere incontrarmi e passare del tempo con me. Siamo in una fase di studio, insomma. E mi va bene così. Ho tanto da imparare. C’è differenza tra il sogno e la realtà; devo capire come far combaciare questi estremi che sembrano così lontani, o perlomeno lo sono per me.

Devo dire che il destino ancora una volta mi si è parato davanti, ma che a differenza delle altre volte, tante altre volte, mi sono schierato finalmente da una parte, quella della scelta positiva. Non sono più agnostico. Mi farebbe piacere farlo sapere a quel mio professore che mi ha definito tale. Lo sono stato, sì, ma da adesso spero di essere in grado di prendere altre decisioni. Ci ho preso gusto.


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