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Una storia di GeorgeDebilatis

GOLGOTA, IN CHIAVE STRETTAMENTE PRIVATA

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3 minuti

Pubblicato il 07 dicembre 2019 in Altro

Tags: #sorge #il #sole #fottuto

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Il suo primo giorno di lavoro fu al compimento dei diciott'anni.

Era stato mandato da un'agenzia interinale presso
un'azienducola di San Mateo, 4 operai e un dirigente,
una ditta minuscola che si occupava di porte e infissi.


Un tizio con i capelli lunghi e l'aria indifferente lo aveva

accolto e gli aveva chiesto il nome.
Nemmeno gli aveva stretto la mano... Gli aveva rifilato
un sorriso a mezza bocca, e gli aveva indicato con
l'indice il lavoro che c'era da fare.
Tutto si riassumeva nel sollevare una ad una delle
cataste di porte e di metterle su un camion quando arrivava,
poi, nel tempo inutilizzato, mettere degli aggeggi metallici
dentro le apposite confezioni.


Lawson aveva girato un poco per il gigantesco e deserto

capannone, poi aveva parlato qualche attimo con il tizio
dai capelli lunghi e a un altro che s'era aggiunto: un primate
intorno ai quarant'anni, con folte basette e una fossetta
grottesca sul mento.

Gli avevano sbrigativamente detto che il lavoro non era
niente di che; era sufficiente aver voglia di faticare e
prendere il giusto ritmo.
Lawson avrebbe dovuto stare in quei paraggi per una
settimana, sorta di interinale in Italia.
Gli avevano anche biascicato di un tipo giovane, messicano,
che studiava sociologia a Sacramento, e che era rimasto
da loro per un mese a sudarsi la paga.

"Cazzo, un ragazzo tosto, il messicano." Aveva smozzicato,
sputando per terra il primate. "Magari lo avessimo tenuto per
più tempo ma c'aveva da studiare. Comunque uno che si faceva
il culo. Davvero in gamba".


Bella accoglienza pensò ruvidamente Lawson. Ma non fece in tempo

a ragionare troppo, che già il primo camion era arrivato.
Diede una mano a caricare le prime cinque porte e prese a sudare.
Alla decima aveva la spalla slogata, e le gambe in disfacimento.
Quel cazzo di porte in alluminio e acciaio pesavano un casino.
Quando il camion fu partito il tizio dai capelli lunghi lo fissò a lungo,
squadrandolo con attenzione, mentre il basettone aveva un sorriso
eloquente sul taglio della bocca. Verso le 10, con il secondo carico

da trasbordare, Lawson scivolò e gli cadde addosso la porta, ma

si rialzò agilmente e urlò senza motivo: "Non è nulla".


Alle 12 era stata rifilato a confezionare chiavistelli, mentre il lavoro
duro lo svolgevano i due energumeni-colleghi. Alle 14 gli chiesero
di tornare a dare una mano, e dopo dieci porte le braccia gli cedettero
completamente. Non capiva se era il lavoro duro o lui decisamente
fuori forma.

Il primate bestemmiò ad alta voce.

Ma non lo fecero smettere: a pezzi, con la schiena che gli formicolava
e le mani insensibili riuscì a caricare fino all'ultima di quelle cazzo
di porte.
Poi, tornando a confezionare chiavistelli incespicò due volte nei suoi
stessi piedi. Alle 17 c'era un altro carico, ma non lo scomodarono
neppure. Alle 18 lo convocò il piccolo dirigente dell'azienducola,

che gli disse, ispezionandosi contemporaneamente una narice,
riguardo i suoi servigi: non erano più richiesti per l'indomani,

e salutami mamma e papà.

alle 18.30 Lawson usciva dalla ditta, e prendeva l'autobus.
Pensò al messicano e a sé stesso, annientato.

Forse la vita reale non trovava ancora spazio per lui.
Su quello stesso tragitto si addormentò e arrivò fino a
White Castle, bypassando di gran lunga la sua destinazione,

Casa.


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