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Una storia di Emme_emmE

Settimana Bianca

Se il trash incontra il pulp a Courmayeur

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40 minuti

Pubblicato il 26 marzo 2020 in Thriller/Noir

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SETTIMANA BIANCA


Ostriche e champagne,
Viene giù una valanga
Striscio lo skypass
Settimana bianca
Faccio il pieno al suv, scende il mio conto in banca
Quando salgo su
Settimana bianca
[Settimana Bianca - Il Pagante]


N.B. Ogni riferimento a cose o persone reali è puramente casuale


"Che noia, che noia, è già da cinque minuti che cerco parcheggio e non vedo uno straccio di buco"
"Gugli, ti prego calmati"
"Non sono agitato! Perché abbiamo deciso di prendere l'auto durante il giorno libero di Giuseppe? Per favore, Gemma, illuminami. Perché non gli abbiamo chiesto di lavorare la domenica? Mh?"
"Perché sul contratto è indicato un monte di ore che non comprende..."
"È il mio autista, holy shit! Detesto il traffico della città"
"Ma siamo a 1200 metri di altezza..."
"Se sporgi il tuo delicato collo di cigno, noterai che davanti a noi c'è l'avvocato Moroni. E più in là, appena un auto dopo, il commendatore Ughi. Dio, sembra di essere a una serata di gala della Milly. E tutto questo per... Ricordamelo, Gemma"
"La gara di sci di beneficenza. Partecipa anche il nostro Sebastiano"
"Beneficenza per...?“
“Le famiglie che hanno un figlio autistico"
"Si mangia?“
“Ada mi ha parlato di un catering crudista vegano... Oddio! Ma cosa! Perchè hai frenato? Seba? Tutto bene?”
“S-s-s-sì”
“Un catering crudista vegano? Ma di cosa stiamo parlando? Tutta questa fatica, questo alzarsi alle nove, questo guidare al posto di Giuseppe per un misero buffet di verdurine scondite e quattro spiccioli per dei minorati che riescono a emettere solo suoni inarticolati??”
“Dimentichi la gara di sci di Seba”
“Ah, sì. Beh, speriamo che almeno si classifichi. L’ultima volta ha fatto la pista a spazzaneve per tre ore consecutive... Una noia m-o-r-t-a-l-e”
“Erano gli allenamenti, Gugli”
“Sì, beh. Posso dire che è stata un’immensa rottura di scatole? Per fortuna il bar aveva dell’ottimo whisky di malto. Lo stinco non era all’altezza delle aspettative ma comunque”
Il volante affondava nel ventre sporgente dell’ingegner Zamboni. L’intera auto, in realtà, sembrava non essere in grado di contenere lui e la moglie, due robusti e pingui figuri dal patrimonio così cospicuo da superare di gran lunga il PIL dello Zambia.
Il magistrato Gemma Pergolesi, da circa dieci anni signora Zamboni, appariva come un querulo donnone avvolto in una giacca vento troppo bianca. Il loro figlio Sebastiano, per ironia della sorte, era magro e dritto come un fuso. Il visino era così ossuto da farlo apparire denutrito. In effetti Sebastiano mangiava poco o nulla. Il cibo lo disgustava.
“Seba, come stai?”
“Bene, mamma”
“Sono contenta. Vedrai che la gara andrà benissimo. Io e papà ti guarderemo, sai? Facciamo il tifo per te. Pensa che il papà ha deciso di guidare personalmente fino a qui solo per darti supporto. Tiene così tanto a questa gara. Vero, Gugli?”
Sebastiano era abbastanza furbo da capire che sua madre gli stava vomitando addosso un sacco di stronzate. Il grosso problema era che lei credeva che fossero vere. Sua madre era troppo buona.
“Devo risponderti davvero?”
Gemma sbuffò sconsolata.
“Potresti almeno dire qualche parola di incoraggiamento a Sebastiano”
Guglielmo Zamboni guardò nello specchietto. Sebastiano si sentì trapanato da quelle iridi chiare, fredde e lontane come una galassia oscura.
“Cerca di fare in fretta, mh? My God, che tortura!”
Detestava suo padre. Un mostro di uomo, enorme, viziato e antipatico. Non si ricordava di averlo mai visto durante una recita, un consiglio di classe o qualsiasi cosa che riguardasse lui. Non si ricordava nessun gesto di affetto da parte sua. Il fatto che quella maledetta domenica avesse deciso di venire a vederlo sciare era una grandissima novità.
A volte Sebastiano sognava di scoprire di essere stato adottato. Di non essere figlio di quell’orribile bestione con i capelli rossi, che pensava solo a mangiare e a bere, che non lo portava mai di nessuna parte e che non parlava mai con lui.
Gemma sorrise amorevolmente a Guglielmo. L’espressione della signora Zamboni era identica a quelle delle vacche placide che la famiglia del marito si occupava di macellare, traendone grandi profitti.
“Forza, siamo arrivati, Grazie papà, sei stato un guidatore perfetto!”
Gemma baciò sulla guancia Guglielmo. Lui alzò gli occhi al cielo.
“Manfred c’è?”
“Credo di sì. Stephanie mi ha telefonato ieri. Era così contenta all’idea di vedere Sebastiano. È così affezionata al nostro Seba. Sai, lei e Manfred non riescono a avere figli... Una grossa disgrazia. Steffy sarebbe una delle mamme migliori del mondo”
Guglielmo scoppiò a ridere.
“My God, you’re so funny! Oh, ecco un posto! Avevo giusto un languorino”
Guglielmo sterzò con violenza. Dietro di lui, qualcuno strombazzò.
“Ma sentili, questi pezzenti” ringhiò.
Quando scese dall’auto, dolcevita a treccione bianco e cappotto in lana realizzati entrambi su misura per lui, riservò uno sguardo di autentico odio ai due occupanti di una Panda verde lattuga scalcinata. Il guidatore del mezzo preistorico abbassò il finestrino. Attirò la sua attenzione.


“Ma cazzo, Jacopo! Guarda che stronzo! Bastardo!”
“Dai, Luca. Oggettivamente, cosa pretendi? Siamo a Courmayeur”
“Quindi?”
“Settimana bianca. Suv. Whisky. Sfilate di moda sulle piste. Milanesi dappertutto. Forse anche torinesi. Noi che cazzo ci facciamo qui, piuttosto”
“Non me ne frega niente, avrebbe dovuto mettere la freccia. Adesso glielo dico”
Luca era fatto. Aveva scoperto la coca da poco, per cui aveva divorziato dagli spinelli sinistrorsi. A volte faceva un parcondicio fra droghe di destra e sinistra e veniva fuori un puttanaio mica da ridere, come Jacopo aveva constatato più volte.
“EHI!”
Il guidatore si girò lentamente. Era un tizio grande e grosso, molto ben piazzato. E ripieno di soldi. Jacopo ebbe paura, poteva farli secchi.
“EHI, VEZ! MA LA FRECCIA?”
“Magari non capisce il bolognese...”
“Socch’mel, non m’interessa”
“Per favore, Luca...”
“VEZ, DICO A TE”
“Dai, andiamo via...”
Luca voleva attaccare briga. Aveva cominciato a pippare qualche tempo fa. Oltre all’alcaloide stimolante, Luca Barberini aveva inalato l’idea che dovesse mostrarsi assolutamente simile a uno yuppie esaurito ma pieno di voglia di fare. Parka, portatabacco in pelle e sciarpe con pallini erano stati sostituiti da completi da assicuratori e porta carte di credito in acciaio (Luca disponeva solo di un bancomat e del codice fiscale ma faceva finta che quel ridicolo affare comprato in tabaccheria fosse pieno di American Express). Aveva cambiato tutto tranne l’auto. Lui lo chiamava “il mezzo”. Diceva che era più cool. Da qualche tempo non beveva più Lambrusco ma solo Prosecco.
Jacopo aveva assistito a quella metamorfosi con stoicismo, come al solito. E con la segreta soddisfazione di vedere finalmente l’amico che aveva tutto, quello che aveva sempre invidiato, trasformarsi in un rottame tenuto da bamba e aperitivi.
Il ciccione li guardò con autentico fastidio. Poi si avvicinò a grandi passi.
Jacopo pensò che avesse una faccia nota. E che comunque fosse davvero grosso. Sembrava piuttosto giovane, una quarantina di anni al massimo.
“Qualche problema?”sibilò, gli occhi da serpente fissi in quelli di Luca.
“La freccia, cazzo, la freccia devi metterla quando giri”
“Okay. C’è altro?”
“Sì. Vaffanculo”
Luca mise in moto e accelerò in maniera esagerata. La macchina slittò lievemente.
“Tu devi essere scemo”
“Ma dai, Jacopo. Morivo dalla voglia di mandarlo a fare in culo. Sei pronto? Le ragazze ci aspettano. Cazzo, tra l’altro hai sentito? Aveva una specie di accento di Bolo”

“Idioti del cazzo” sussurrò Guglielmo a bassa voce. Il pensiero di rivedere Manfred gli tirò su il morale. Chiamò il concierge dell’hotel in cui avrebbe alloggiato tutta la famiglia. Era proprio sulle piste, non aveva intenzione di fare un passo di più.
Guglielmo aveva ovviamente sciato quando era bambino e ovviamente aveva preso lezione di equitazione e tennis. Il rugby era arrivato dopo, in seguito a una frase buttata lì da Astrea.
La sua mole attuale non gli permetteva di praticare nessuno sport. Si aSarebbe stato ridicolo sulle piste. Sua moglie invece aveva accompagnato volentieri Seba nei suoi giri di allenamento. Gemma era molto più a suo agio con il proprio aspetto fisico. Sugli sci, notò Guglielmo, era quasi aggraziata. Fu un pensiero passeggero. Guglielmo non provava nessun sentimento per Gemma. Manfred stava tardando, come al solito. Apparve in forma smagliante, dolcevita e montone, occhiali da sola polarizzati e capelli biondi tirati all’indietro a mostrare una fronte alta e priva di rughe.
“Eccolo qui, il mio pel di carota preferito!”esordì.
Sembrava non essere passato nemmeno un anno dai tempi dell’università. Invece ne erano trascorsi ben dieci, la carica di amministratore delegato delle rispettive aziende di famiglia era piombata sulle spalle di entrambi, insieme a una moglie sposata per dare un’idea di solidità familiare ai loro più potenti stakeholders.


“Sei in ritardo”
“Le star si fanno sempre aspettare. Allora? Aspetti moglie e erede? Ho saputo che qualcuno avrà una gara”
“Sebastiano ha una gara, sì”
“Stephanie era molto eccitata all’idea di fare il tifo”
“Manfred, dovresti sforzarti e fare un figlio. Sai, tanto per tenerla occupata”
“Hai già ordinato?”
“Due whisky, sì”
“Non lo so, comunque. Stephanie ce la mette tutta, come è ovvio che sia, ma io... Sono indifferente”
“Beh...”
Guglielmo si voltò verso Manfred, sorridendo divertito.
“Beh... Il pensiero che possano cominciare a dare il tormento ai marmocchi invece che a te è il migliore afrodisiaco di sempre”
Manfred sghignazzò.
“Quando andavamo all’università, ero io quello specializzato nel sparare frecciatine del genere”
“Sono migliorato nel tempo, mh? Come un buon vino”
“Sei diventato molto meglio”
Guglielmo sorrise e guardò la pista. Avanti e indietro, su e giù, sua moglie e suo figlio continuavano in quello stupido rito invernale.
“Domani è il compleanno di Sebastiano”
“Festicciole sulle piste?”
“Pare di sì. Ho visto dall’estratto conto un bel prelievo di soldi indirizzati a una società di organizzazione di eventi. È commovente che Gemma aiuti questi circensi a cercare di uscire dal regime forfettario...”
“Mio Dio, Guglielmo! Dopo il master a Yale, sei diventato più noioso di un ragioniere”
“Il mondo dell’economia è stata una scoperta estremamente interessante”
“Pensavo ti piacessero più i pistoni”
“Oh, che bestialità”
Guglielmo alzò la mano. Whisky e preski, la libidine è tutta qui. Chi lo diceva doveva essere uno di quei beceri paninari protagonisti di qualche vacanza di Natale del cazzo.


“Cazzo, Jacopo. C’è una cosa che mi sta trapanando il cervello”
“Sì, Luca?”
“Cazzo, Jacopo, cazzo”
Luca alzò il volume della musica. Jacopo faceva fatica a seguire i flussi di coscienza di Luca. Erano da partiti da Bologna e Luca aveva già sniffato almeno tre strisce per il viaggio “dalle ragazze”.
“Dobbiamo andare alla festa delle gemelle, ci hanno invitato” ripeteva a volte, con una voce trasognata.
Jacopo non sapeva nemmeno perché avesse accettato quell’invito. Dopo la parentesi da inventarista, in effetti aveva molto tempo libero. E poi lui in Valle D’Aosta non ci era mai stato.
“Cazzo, ma quanto assomigliavi al ciccione ricco che ho mandato a fare in culo quando cercavamo parcheggio?”
“Ma figurati! Io sono più magro”
“Sì ma stessi capelli, stessi occhi chiari... Se avessi il cash, saresti così”
“Eh...”
“E poi comunque, che cazzo ce ne importa. Stasera andiamo a una festa. Un sacco di passerina, alcol e bamba. Figa, non vedo l’ora”
“Figa”. Jacopo deglutì. Era ovvio che anche a lui, un amorfo giovanotto della periferia bolognese, con capelli rossicci un po’ mossi, occhi chiari slavati e fisico molliccio, il mondo dorato della settimana bianca con le sue ostriche, champagne e cioccolate calde a bordo pista sembrava il paradiso terrestre. Anche Jacopo ripensava all’incontro di quella mattina, non aveva mai parlato con nessuno con una Maserati così grande.
Tutto questo creava una certa fascinazione nella sua mente cresciuta con il mito di Sharm El Sheikh e la riviera di Rimini come luoghi esclusivi per passare il tempo libero.

“Ho un po’ l’ansia”
“Di cosa?”
“Io non sono un tipo festaiolo”
“Bevi, cazzo. E non rompere i coglioni”
Jacopo pensò per un attimo di chiedere a Luca un po’ di coca. Cambiò idea. Poi lo fece di nuovo, infine si costrinse a pensarci più tardi. Non voleva scartare nessuna possibilità.
Sentiva che quel viaggio poteva essere un grande momento della sua vita.
“Chi sono le ragazze? O gemelle? Non ho capito bene...”
“Elide e Ofelia Meneghini. Sono gemelle. Le ho conosciute in riviera. Si sono affezionate a me. Dicevano che ero simpatico, caruccio e tanto divertente. Mi hanno invitato qui”
“Ah”
“Sono tipe con un sacco di cash. Un sacco di cash, understood? Conoscono super ricchi e frequentano solo loro”
“E come mai erano in riviera?”
“Erano scappate di casa, da Milano. Hanno diciotto anni”
“Cazzo, Luca! Ma sono giovanissime!”
“Maggiorenni. Almeno, ora”
“Gran fortuna”
“Mi sono fatto Elide”
“Wow”
“Una gran porca, Jacopo. Davvero una gran porca”


“Stasera vai alla festa con Manfred?”
“Mh”
“Stephanie mi ha detto che la festa è stata organizzata dalle gemelle Meneghini, le figlie di Arturo”
“Oh, loro. Le due stronzette anoressiche fissate con la raccolta differenziata”
Guglielmo alzò gli occhi al cielo. Era spaparanzato sulla poltrona a sfogliare distrattamente una rivista di moda maschile.
“Vorrei venire anch’io alla festa, Gugli”
“Mh”
“Ho voglia di ballare e di di divertirmi un po’”
“Non vedo Manfred da molto. Pensavo di passare una serata tra uomini”
“Non vi darò alcun fastidio. Starò con Stephanie, viene anche lei”
“Mh”
“Da quanto tempo non vado in discoteca, a ballare...”
“Non puoi farla finita, Gemma?”
Gemma abbassò gli occhi.
“Ti sto dando fastidio?”
Guglielmo la guardò da sotto gli occhiali tondi in tartaruga. Sì, la detestava. L’aveva sempre trovata estremamente pedante, sempre troppo insicura, sempre troppo accondiscendente. Aveva cresciuto Sebastiano inculcandogli una visione del mondo a tinte rosa confetto. Guglielmo lo vedeva ben in un altro modo. Quellla maledetta palla rotante sulla quale erano stanziati, trattenuti dalla gravità, i suoi centrotrenta chili, non era altro che un carnaio, pieno di sangue e merda. Prima lo capivi, meglio era.
“Dov’è Sebastiano?”
“Con la tata, Gugli. Hai voluto che venisse anche lei, per badare a Sebastiano”
“Ah, già”
“Dovremmo prepararci, per stasera, intendo”
“Ora?”
“Per andare a cena. Poi dovremmo tornare su per i vestiti per la discoteca. Per fortuna ho portato l’abito nero, quello che hai detto che mi sta bene. Ti ricordi? Me l’hai detto quella sera in Toscana, eravamo ospiti dai Grassi...”
“Ah, sì”
Gemma sospirò. Non era vero, non era stato suo marito. Quel complimento era stato fatto dal cavalier Grassi. Da quella sera era diventato il suo amante fisso. Gemma era convinta che tutti i loro amici lo sapessero ma che, sotto sotto, approvassero. Guglielmo era davvero un uomo sgradevole. Non era l’aspetto fisico a ripugnare Gemma. A lei gli uomini in carne la eccitavano tremendamente e Guglielmo era sempre stato il suo sogno erotico (le sue famiglie si conoscevano da quando avevano dieci anni). Guglielmo Zamboni era più arido del Kalahari. Nessun sentimento, nessun moto, niente di niente. Persino quando scopavano, si limitava a prenderla senza slancio, senza andare fino in fondo. Nessun preliminare o parolina sconcia. Il tutto durava cinque minuti. Dopo, lui beveva del whisky e spegneva la luce. Probabilmente Sebastiano era stato un errore, Guglielmo non aveva pensato di venire.
Scopavano ogni sera, con questa modalità poco impegnativa. Per attirare la sua attenzione, la guardava insistentemente negli occhi. Gemma cercava di godere di quei rari momenti di intimità, si costringeva a chiamarli amore.
“Gemma” la chiamò Guglielmo, fissandola.
“Sì?” Domandò lei speranzosa. Era quasi l’ora.
“Non voglio guidare stasera. Ne a cena ne dopo. Voglio un autista”
“Oh... Ok. Pensavo volessi...”
“Cosa?”
“Lo sai”
“Perché non chiedi alla reception se l’hotel dispone di un servizio di taxi privato per i clienti dell’hotel?”
“Io...”
“Torna su con belle notizie. E un Martini dry”
Gemma ciondolò fuori dalla stanza.
“Gemma”
“Sì?”domandò lei con una punta di esasperazione nella voce.
Guglielmo tirò giù la patta dei pantaloni.
“Ma avevi detto...”
“Che noia ripetere sempre la stessa cosa, Gemma”
“Io non avevo...”
“My God, non si succhia mica da solo!”
Gemma si inginocchiò davanti alla poltrona dove stava il marito. Mugolò al peso di quella pancia pesante sulla testa.


“Davvero?”
“Stalatti, se non fosse vero pensa che perderei tempo a dirglielo?”
“No, però...”
“Lei ama queste belle storiacce. Ho letto la sua scheda, sa? Particolare predizione, cito, per crimini estremamente violenti compiuti da soggetti depravati. Stupri di bambini, incesti terminati con sevizie, sequestri durati decenni con torture annesse...”
“Ricordo ogni caso”
“Perché non emigra in America? Lì il suo talento verrebbe valorizzato”
“Quello che mi sta dicendo è meglio di ogni serial killer io abbia mai sentito”
“Lei ha troppa fantasia”
“Ripetiamo. Quattro persone entrate in un ristorante. Mai uscite. Un all you can est specializzato in piatti di carne. Un critico gastronomico noto per il suo appetito pantagruelico (ho sempre voluto usare questo aggettivo) ospite la sera del fattaccio, forse coinvolto nella misteriosa sparizione di un rugbista inglese”
“Roba che scotta”
“Se poi aggiungiamo che questo critico gastronomico non è altri che Guglielmo Zamboni, l’amministratore delegato della ZamboniCarni, una delle industrie più floride della nostra penisola”
“Esatto”
Italo Mario Stalatti congiunse le mani sotto al mento, con aria soddisfatta. Come al solito, era completamente vestito di bianco, i capelli biondi imbrillantinati tirati all’indietro e lo sguardo brillante che saettava. Diede una sistemata alla lunga sciarpa di lana e al cappello in velluto. Nessuno lo sopportava, tra gli agenti. Non erano ancora preparati a tollerare il dandismo ostentato di Stalatti ma soprattutto molti erano gelosi del suo stomaco forte e della capacità di seguire i crimini più efferati senza spettinarsi neanche un po’.
“E questo Zamboni. È ora a Courmayeur?”
“Pare di sì”
“Interessante”
“Devastante, oserei dire. Questi sospetti non devono assolutamente trapelare, invece. Lei ha il compito di seguire il Zamboni e accertarsi se questo voci siano vere o meno. Prima di far scoprire il casus belli, prima di sputtanare una delle famiglie più potenti d’Italia, dobbiamo essere arcisicuri. Ha capito?”
“Alla perfezione”
“Vada a Courmayeur, si confonda con la folla, faccia amicizia, entri nel jet set”
“Mica facile”
“Mi ascolti, Italo. In questo ufficio, lei è l’unico che sappia articolare una frase senza inserire minchia ogni due parole, che non rutta ne scorreggia in pubblico senza vergogna e che non si gratta i gioielli di famiglia con assoluta disinvoltura. Zamboni, anche se non ho mai avuto il piacere di conoscerlo, è sicuramente un tizio con la puzza sotto al naso e intelligente. Lei può essere agilmente scambiato per qualcuno di altolocato”
“Mi sembra una bella sfilza di complimenti”
“Abbiamo bisogno di qualcosa di grosso se non vogliamo essere relegati a un’unità del tutto amministrativa”
“Ricevuto”
“Abbiamo provveduto a affittarle un suv tedesco e vestiti adatti, un’identità falsa, lavorerà sotto copertura. In realtà, la invidio molto. Insomma, la spediamo fra l’alta società in montagna, a divertirsi a spese nostre, roba buona da mangiare e tanta figa, con rispetto parlando”
“A me l’aria di montagna è sempre piaciuta”
“Bravo, Italo Mario. La sua proattività è da lodare”
“C’è una festa?”
“La festa d’inverno delle gemelle Meneghini. Ho scaricato la lista degli inviti. Oddio, scaricato. Me l’ha passata il collega della finanza. Ha qualche affaruccio anche lui da gestire, pare. Comunque, ecco qui. Geolocalizzazioni, orari, tariffe. Lei sarà Gustavo Maria Tinivelli, AD di un’importante industria di guanti nonché lontano cugino del famoso Carlo Maria. Diciamo che c’è anche una certa somiglianza”
“Ma Carlo Maria esiste già, abbiamo avuto il piacere di prendere uno Hugo davvero squisito l’altra sera in piazza Vittorio e...”
“Esisteva”
“Come, prego?”
“Un malore improvviso”
“Non ne sapevo nulla”
“La famiglia è molto riservata”
“Mi permetto di dissentire. La moglie Armanda è una delle persone più vistose e aperte che si siano mai viste qui a...”
“A lei piacciono i fogli Excel, Stalatti?”
“No, li detesto. Cosa c’entra?”
“La maggior parte dei ragazzi qui pensa che sia un sito porno. Dove pensa andremmo a finire a far gli amministrativi?”
“Non saprei. E comunque mi scopriranno subito, quelle sono cerchie chiuse. Si conoscono tutti”
“Ho già parlato con Ugo, il softwarista. Mi doveva un favore. Ha già provveduto a crearle pagine social e web di lei e della sua azienda. C’è persino una sua amica che fa finta di essere la sua segretaria”
“Ha pensato a tutto”
“Lei è la mia ultima salvezza, Stalatti. Non facciamo niente di memorabile da vent’anni. I colleghi ci considerano il distaccamento più mentecatto della città. Noi rischiamo di chiudere e di finire a classificare documenti, fare di conto è via dicendo... Far sul serio, capisce? Non possiamo farlo perché non ne capiamo un cazzo, con rispetto parlando. Siamo menti semplici, tutte chiacchiere e distintivo. Ci salvi. Salviamoci. Lo faccia per tutti noi”
Stalatti pensò a come era stato trattato fino a quel momento. Lo chiamavano il finocchio, nessuno gli offriva il caffè e passava la sua giornata a difendersi da battute triviali e di cattivo gusto. Lui, che lì dentro era l’unico con un briciolo di talento.
“Stalatti, la prego. Metta da parte per un attimo gli antichi rancori. Pensi in grande, pensi al bene di tutti noi”
Le parole fecero effetto. Stalatti si sentì investito da una missione divina. Fece un cenno affermativo.
“Bravo, Stalatti. Così si fa”
Venne congedato da un gesto simile lontanamente a quello facevano i gatti dei ristoranti cinesi di beneaugurio. Italo lo giudicò perfettamente adatto al suo capo e tuttavia questo non lo distolse dall’alto compito che gli era stato assegnato.


“Dolcevita e giacca di un completo”
“Ok, non ho niente di questo genere in valigia. Ho tipo una polo, credo”
“Beh, faremo come possiamo”
Luca sembrava un cumenda di quart’ordine. Luca, tuttavia, doveva ammettere che la bamba aveva avuto un effetto benefico sul fisico del suo amico.

“Basta così”
Guglielmo allontanò la moglie dandole un buffetto sulla fronte. Tirò su la zip dei pantaloni e per un attimo infinitesimale, sorrise. Gemma deglutì. Ubbidiente, andò alla reception.
Siccome sapeva che suo marito non amava affatto aspettare, fece subito portare in camera un Martini.
Guglielmo lo bevve in un sorso solo, come una medicina. Gemma era via da ormai dieci minuti. Quella stupida, pensò, deve aver attaccato bottone con l’omino al bancone. Quante volte gli aveva sconsigliato di dimostrare interesse per gli inferiori.
Era deprecabile. La sua mente lo costrinse a cambiare in fretta l’oggetto dei suoi pensieri.
Aveva fame, una fame da buco nero in procinto di divorare una galassia intera.
La montagna aveva quell’effetto. Il pensiero, poi, di quei piatti dal sapore ferino a base di selvaggina gli facevano tornare in mente troppe cose che aveva dovuto dimenticare, a malincuore.
Neanche i vari kappa (dire migliaia era diventato così démodé, come si era premurato di dirgli Manfred) che ogni mese finivano sul suo conto gli avevano permesso di placare quella sua fame così antica e sbagliata.
Perché, socch’mel e pure holy shit, qualcuno avrebbe potuto beccarlo. Fare una storia o pubblicare un post che denunciava gli indicibili appetiti di Guglielmo Zamboni e tutta l’impalcatura di normalità che aveva costruito sulle ossa di milioni di bovini seviziati sarebbe franata.
“Che noia” sospirò fra sè e sè, un po’ sconsolato.
Il suo stomaco lo crucciava molto e per questo motivo eruttava in continuo fiotti acidi che lo costringevano a prendere badilate di prazoli di varia specie per poter sopportare la sua stressante vita da manager.
E poi, c’era un’altra questione che aveva a che fare con lo stomaco ma anche con la sacca maronaria, come l’avrebbe definita suo padre.
Guglielmo aveva scoperto di non provare nulla per le donne, nonostante avesse frequentato le migliori escort e avesse collezionato addirittura un’amante, una certa Lady Inverness.
Tette, culi, gambe, labbra, figa. Gli facevano lo stesso effetto di un passato di verdure crudista.
Se invece pensava a Manfred, l’alzabandiera era immediato.
Ecco, anche in quel momento era bastato quello per fargli venire voglia di un altro servizietto da parte della moglie.
Guglielmo si chiese se quello potesse essere l’amore. Probabilmente gli si avvicinava molto.
Gemma non era ancora arrivata. Dovevano andare a cena e subito. Aveva troppa fame.


Italo era raggiante.
Questa era l’occasione della vita.
Aveva controllato sullo smartphone chi fosse Zamboni.
È vero, cazzo. Era lui. Quell’adorabile orsacchiotto con i capelli rossi che aveva visto una volta in tivvù, mentre descriveva con un accento strascicato da aristocratico fancazzista l’imminente svolta Green della ZamboniCarni.
Si era subito informato, con quella faccia aveva sicuramente avuto dei problemi con la finanza o altre cose.
Invece niente. Un curriculum pulitissimo. Liceo classico (il migliore), laurea al Politecnico in Ingegneria Meccanica addittura in anticipo (a pienissimi voti), un passato nel rugby professionale.
La vita di un Lord, insomma.
Un po’ gli era dispiaciuto. Avrebbe voluto indagare su di lui. Finiva sempre per innamorarsi di quei sociopatici che doveva incastrare. Si innamorava così tanto che li uccideva. Non era un problema se erano uomini e donne. Italo era bisessuale.
Perchè voleva che rimanessero sempre così, crudeli, schifosi è aberrante, per sempre vivi nel momento in cui venivano scoperti con le mani nella marmellata.
Poi tagliava loro la testa, la imbalsamava e l’attaccava alle pareti come trofeo di caccia.
A casa sua, facevano (cosparsi ogni giorno con una penetrante acqua di profumo) rispettivamente:
Ofelia Gozzi, la maestra che saponificava i vicini e li vendeva nei mercatini bio, con una segreta ossessione per Enrico Papi;
Ugo Moser, l’imprenditore colpevole di aver fatto fallire quattordici aziende perchè i dipendenti non gli permettevano di fare video osè ai loro figli, stimatissimo collezionista di astucci penici papuani;
Aldo Lipari, padre di quattro bambini avuti dalle sorelle minorenni dopo anni di sevizie (seviziava anche le figlie, comunque) e definito il massimo esperto mondiale di poesia metafisica inglese;
Don Pietro Bomberini, il prete che trafficava la coca spacciandola per ostia, scioglieva l’ecstasy nel vino della sagrestia per poter abusare dei catecumeni in tranquillità e amante segreto di Pupo;
Zamboni e quel suo presunto cannibalismo avrebbero fatto una figura spettacolare.
La fila delle teste di Italo era custodita in cantina, al freddo. Ogni sera si concedeva una passeggiata tra i degenerati, vestito di bianco candido e con un bicchiere di falanghina in mano. Non permetteva che il lerciume lo sfiorasse esternamente, lui voleva che lo infiltrasse fino all’estremità dei capelli unti.


“Cosa?”
“No, signore, mi dispiace, non possiamo soddisfare la sua richiesta”
“Cosa vuol dire non possiamo soddisfare la sua richiesta?”
“Non abbiamo un cervo... Intero”
“Siete in montagna, potete procurarvelo fresco quando vi pare. È stagione di caccia, no? Senta, mi ascolti bene. Non verrò fino alla vostra maledettissima baita per assaggiare dei banali piattucoli da sciatore brianzolo arricchito. Io voglio un cervo, maschio, tutto intero”
“Noi abbiamo sul menù del kobe...”
Guglielmo scoppiò in una risata che sembrava un tintinnare di vetri infranti.
“Il Kobe lo mangio quando ho voglia di fare uno spuntino veloce. Idem si dica per l’Angus. Io voglio il cervo, selvatico, appena ucciso”
“Ma signore, non...”
“Un tavolo per tre, alle otto. A nome Zamboni. E se non avrò il mio cervo, cominci a pensare di tornare a spalare il letame delle vacche della sua famiglia, signora Ottoz. Anche le stelle muoiono, lentamente e inesorabilmente”
Guglielmo Zamboni terminò la chiamata e fu attraversato da un brivido di piacere. Era come tornare ai bei cari vecchi tempi del Barone Rosso.

Italo guidava piano, fischiettando.
Il party sarebbe iniziato fra un numero di ore sufficiente a fare le cose con calma, senza fretta.

“Gugli, ricordati che domani...”
“Sì, lo so, lo so.”
“Almeno la gara, Gugli”
“Avrei preferito il buffet”
“Hai detto che non ti piace la cucina vegetariana”
“Sbrigati, dobbiamo andare a cena. Chiama Sebastiano”
“E Katie?”
“Chi è Katie?”
“La tata. La ragazza inglese alla pari”
“Non so chi sia”
“Hai voluto che si facesse trovare già in camera con Seba”
“L’avevo rimosso. Chiama Sebastiano, ho fame”
“Ma Katie...”
“Cosa sono io? Un’ente benefico? Mangerà in camera. Gli abbiamo pagato la vacanza in montagna, la cena da Ottoz mi sembrerebbe un tantino esagerato. Sai come sono i proletari, Gemma. Troppe attenzioni li mandano in tilt. Andiamo, su”

Jacopo propose di mangiare qualcosa. Controllò se per caso da quelle parti esistesse un fast food.
“Niente cibo”
“Ma...”
“Niente cibo, non abbiamo soldi e non so se quanto potremo scroccare dalle gemelle”
“Io ho fame” disse quasi implorante Jacopo.
“Cazzo, che piaga che sei”
Jacopo si sforzò di non pensare a cosa aveva fatto al proprietario del capannone dove aveva fatto l’inventarista. Se l’avesse fatto di nuovo, come sarebbe tornato a casa? Gli avevano ritirato la patente perché aveva bevuto (l’unico stronzo in un convoglio di ubriachi, non aveva fatto in tempo a liquefare quel bastardo del poliziotto) e aveva girato troppo poco il mondo per poter controllare le quadrangolazioni varie tra bus e treni per Bologna.
Si arrese a un digiuno forzato.

Polenta concia destrutturata.
Civet di camoscio appena cacciato.
Trionfo di cervo.
“Gugli, sono vegetariana”
“Excuse me?”
“Sono diventata vegetariana da tre mesi. E anche Sebastiano”
“Che noia. Beh, prendi la mia carta. Vai a implorare un bordino di verdure”
Guglielmo chiuse gli occhi e si dedicò all’incommensurabile sensazione di piacere che gli provocava affondare i denti nella carne.
Gemma e Sebastiano si cambiarono uno sguardo abbattuto.

Li aveva visti. Aveva digitato il nome sul motore di ricerca. La foto che era apparsa lo rapparesentava di tre quarti, a braccia conserte e in giacca nera. La posa che tutti si aspettavano dal CEO di un’azienda dalla reputazione consolidata e dal fatturato solido.
Italo si pregiò del fatto che stava assistenti a una manifestazione della vera essenza dell’ingegner Zamboni. Una bestia che divorava il suo pasto da un piatto sbrodolando una salsa rossa e sanguinolenta.
Vicino a lui, una donna dall’espressione bovina un figlio magro e secco come un rametto di incenso lasciato a marcire.
La famiglia Zamboni al completo, in tutta la sua ributtante alta borghesia. Italo era stato un fervente attivista di sinistra in gioventù.
Per la prima volta, nonostante la sua propensione a innamorarsi delle versioni più perverse dell’umanità, provò un senso di nausea.
Zamboni non lo invaghì. Era rivoltante. Non solo l’avrebbe decapitato. Voleva fare scempio di lui. Era una particella di sporco nel suo mondo immacolato di giustizia e trofei macilenti.
Non vedeva l’ora che cominciasse la serata.


COSA NON SI FA PER NON LAVORARE CON EXCEL


La prima cosa che pensarono tutti, a partire dal vertice della piramide sociale fino agli imbucati dei piani bassi, fu che organizzare una serata all’aperto era un po’ uno sbattimento di coglioni.
Eppure Ofelia e Elide non sembravano affatto agitate. Perfette in un completo identico da regine delle nevi, ripiene fino alla punta dei capelli di un cocktail di metanfetamine di varia natura e provvista di una cartucciera di teaser per molestatori e pillole del giorno dopo per un gustoso Just in case fuori programma, scrutavano l’arrivo dei loro invitati contemplando la vista del paesaggio.
Le voci da elfi strafatti accoglievano tutti con lo stesso soprannome, cupcakedelmiocuore, a prescindere dal sesso.
Ofelia, che si era calata una dose leggermente più bassa, aggiungeva sporadici come stai. Elide pensava solo a chi sarebbe stato il fortunato che avrebbe ricoperto di panna e che avrebbe trasformato nel suo uomo di neve con cui giocare a tutto quello che gli veniva in mente nel privè che aveva affittato.
I suoi genitori avevano acconsentito. Soprattutto perchè la Lallina, la mamma, aveva una voglia matta di trascorrere del tempo con la figlia e scoprire di avere un interesse insieme le aveva unita ancora di più. Entrambe si stavano appassionando di agopuntura creativa spirituale. Ivo avrebbe pensato al resto, a mettere fine ai loro gioch con un solo e definitivo colpo di Colt 45 a quelle che sembravano bamboline woodoo umane straziate da uno stregone un po’ inesperto.

Luca era al settimo cielo. Jacopo, al contrario, riuniva in sè tutto lo scoramento e la rassegnazione del pianeta Terra.
Entrarono, benedetti da un bacio sfiorato di Ofelia e Elide.
Jacopo pensò che non fossero così belle come le aveva dipinte Luca. Avevano delle occhiaie un po’ profonde che le facevano assomigliare a due personaggi da quadro fiammingo non proprio venuto bene.
“Hai sentito, siamo cupcakdellorocuore!”
“Wow”

Guglielmo aveva, come al solito, esagerato. La moglie e il figlio non avevano toccato nemmeno una verdurina.
“Gugli, ma che ti sta succedendo?”
“Mpf?”
“Hai mangiato anche le ossa!”
“My God, lo faccio sempre”
“Seba ne è rimasto traumatizzato. Pensava che suo padre fosse un supereroe”
Guglielmo si tamponò le labbra unte e scoppiò a ridere.
“Un supereroe! Già, immagino! E chi sarei forse, Carnage?”
“Non lo conosciamo”
“Gemma, fai parlare una buona volta anche Sebastiano”
“N-n-n-n-n...”
“Balbetta anche? Siamo a cavallo. Forza, dobbiamo andare”
In effetti la mole dello stomaco era cresciuta e premeva abbastanza sulla camicia, valutò Guglielmo. Era troppo tardi per andare a a cambiare l’abito perciò anche Gemma avrebbe dovuto tenere quell’incongrua camiciola leopardata. Guglielmo intimò all’autista di fare presto.
“Andiamo a fare un apres apres ski”
Scaricarono Sebastiano nelle braccia di Katie e sgommarono verso Ofelia e Elide. Guglielmo pensò con un brivido di piacere che Ivo Meneghini era un fornitore della sua azienda e che quindi avrebbe potuto ricattarlo per abbassare i prezzi se la festa fosse stata un disastro completo.
Quando i signori Zamboni scesero dalla macchina, Ofelia e Elide emisero un piccolo gemito e abbandonarono un tizio vestito di bianco e con i capelli biondi completamente laccati all’indietro.
Guglielmo pensò, in rapida successione, che fossero state bene addestrate e che quel tipo, il biondino, non fosse affatto male. L’ossigenato gli rivolse uno sguardo interessato.
Gemma fu ovviamente compiaciutissima di quella dimostrazione di sanissimo affetto nei suoi confronti.

Italo guardò Zamboni come se gli stesse appoggiando una mano rivelatrice sulla coscia.
Era quasi certo che quel lardoso bastardo fosse gay. Il suo radar aveva sempre funzionato troppo bene, un altro ottimo motivo che l’aveva portato a fare carriera e a valutare quando fosse il caso di tacere o meno.
L’aveva agganciato, in qualche modo.
Era forse represso? Beh, come tutti. Stalatti era troppo vecchio per unirsi al coro fuori di sè che ululava accompagnando Animals di Martin Garrix.
Entrò.

“Guarda, Gugli! Steffy e Manfry!”
“Dove?”
“Buonasera, carissimi Zamboni! Volete un drink?”
Stephanie Mann in Keller era un slavatissima esponente di un fenotipo germanico/ariano/hiteleriano particolarmente caro alla famiglia Keller. Nell’opinione di Guglielmo, se si toglieva l’aspetto da valchiria, Stephanie era in lizza per il titolo di donna più idiota del mondo insieme a sua moglie Gemma.
Comunque Manfred aveva scelto con accuratezza. I Mann gestivano parecchi maneggi, fra i vari rami aziendali, ripieni di stallieri pronti a essere violentati in cambio di un contratto a tempo indeterminato. Guglielmo si costrinse a non essere troppo romantico.
“Che bello vederti, Steffy! Sei sempre in forma!”
Gemma e Stephanie si allontanarono a braccetto.
“Ce le siamo tolte dai piedi?”
“Mmh-mmh”
Guglielmo si guardava in giro ossessivamente.
“Che succede? Chi stai cercando?”
“Io non... Oh”
E poi Guglielmo s’interruppe, per la prima volta nella sua vita, trafitto da una freccia di Cupido. Italo si era fermato esattamente tra lui e Manfred. Sorrideva, i denti bianchissimi che parevano aver catturato la luce dell’intero locale. La sua sacca maronaria e il suo stomaco dimenticarono all’istante Manfred e si concentrarono sullo sconosciuto Lord Candeggina.


Luca e Jacopo vagavano in mezzo a persone e luci di un mondo che non avrebbero mai potuto conoscere, senza l’intercessione di Elide e Ofelia. Milf inguainate in superbe tute in latex, millennial in trampoli di glitter che reggevano calici di Martini e l’iphone e continuavano a tentare di bersi l’ultimo ritrovato della tecnologia della Silicon Valley, puttanieri di mezz’età sprovvisti di escort con pieghe di capelli che sfidavano la gravità e fazzolettino nella giacca, rampanti rampolli che parevano smaniare per sniffarsi tutta la neve di Courmayeur e con occhi puntati su ogni culo, tetta, pacco che gli sfilava davanti, sbavanti Gran San Bernardi provvisti di Rolex e Ermenegildo Zegna.
“Cazzo, guarda chi c’è!”
Jacopo seguì il dito di Luca e vide il ciccione che gli aveva tagliato la strada.
“Ma allora siamo proprio nel meglio del meglio! Quello è carico di soldi come una banca! CAZZZZZOOOOOO! ITSLIPREIVREPIIIIIIITTTT!”
Elide si girò verso di loro sorridendo. Guardava Luca con desiderio.
“Luca, giusto?”
“ELIDEEEE! NON TI SENTO! COSA????”
“LUCA VERRESTI CON ME?”
“COSAAAA?”
Elide mimò si portò una mano chiusa come se reggesse un microfono e aprì la bocca, poi la richiuse. Luca e Jacopo sgranarono gli occhi.
“C-c-c-cosa...” ripetè sottovoce Luca.
“Dai, vieni. Prendi, bevi il mio Margarita alla pesca. È il mio prefe, insieme al Bacardi Breezer. Old but gold”
Jacopo rimase da solo, circondato da una nebbia di profumo all’Oud e odore di alcol rovesciato.

“Ingegner Zamboni?”
Guglielmo non riusciva a aprire bocca. Davanti a lui c’era Dio, in tutta la sua magnificenza. Manfred, altrettanto scioccato dalla purezza da iceberg dell’illustre sconosciuto, cercò di scrollarlo.
Gemma e Stephanie puntarono Jacopo. Erano ubriache. Saltellarono verso di lui twerkando rovinosamente.
Manfred e Guglielmo non ci fecero minimamente caso.
“Ingegner Zamboni?”
“Sì? Sono io”
“Per me è un piacere conoscerla. Tinivelli. E lei è...?”
“Manfred Keller. Può chiamarmi Manfy, la prego. Non siamo a una riunione di lavoro”
Italo ridacchiò. Immaginò gli occhi freddi di Manfred rotolare all’interno del cranio come biglie di vetro.
Quei due erano gay assatanati, uno represso e l’altro no, che bramavano carne fresca in continuo come squali in un acquario.
Guglielmo si girò verso Manfred rivolgendogli un autentico sguardo d’odio.
“Vogliamo bere qualcosa? So chi siete e di cosa vi occupate e vorrei proporvi un progetto”
Italo avanzò verso il bar. Assomigliava a un romantico dell’Ottocento con il suo cappellone a tesa larga bianco e un lungo scialle in kashmir color panna che lo avvolgeva come un mantello.
Manfred e Guglielmo si incollarono al suo sedere perfetto, al movimento quasi ipnotico delle natiche definite perfettamente. Guglielmo sentì un’erezione esplodergli nelle mutande.
“Mmmmh, io questo stasera me lo faccio”
“NO!” strillò Guglielmo.
“Gugli, che ti prende?”
“Tu non...”
Guglielmo si interruppe. Contò fino a dieci poi sorrise, un ghigno malsano e orribile.
“Niente, andiamo. Sentiamo cos’ha da dirci Tinivelli”

“Ciao bel mashchioneee”
“Ciaoooo”
Gli aliti puzzolenti di Brut continuavano a falciare le narici di Jacopo senza pietà. I due puttanoni senz’appello si strusciavano addosso a lui. Jacopo ignorava che avessero fatto una gara. Chi per prima vedeva l’erezione del giovanotto, vinceva. Il dialogo si era poi spostato su un eventuale lavoretto di bocca e il relativo premio collegato a questa vera pazzia da raccontare dall’estetista a quella stronza della Betty, che si ostina a voler conciliare lavoro e famiglia e non si depila le ascelle con la ceretta ma preferisce il rasoio.
Jacopo sospirò. Era sempre così. Luca l’aveva di nuovo battuto, persino drogato e ridotto a una merda si il milanese, era riuscito a surclassarlo. Non era giusto, non era affatto giusto.

“Adesso ti bendo”
“Fai tutto quello che vuoi”
Elide ridacchiò e lo portò nel privè. Lallina era lì, con un coltellino tagliacarte in mano. Luca aveva la bocca aperta, in attesa di u'estasi che sarebbe arrivata da lì a poco, ne era sicuro.

“Aspetta, Manfred”
“Che c’è?”
“Devo parlarti di una cosa... Molto intima”
“Beh, rimandiamo domani. Durante quella maledetta gara di sci”
“Io non posso... Per favore”
“Aspetta, ho davvero sentito un per favore uscire da quella boccuccia?”
“Dai, vieni”
Guglielmo abbrancò il braccio di Manfred e fece cenno a Tinivelli che sarebbero arrivati subito. Era ora di cambiare il giocattolo che era diventato vecchio.

Jacopo si stava sforzando con tutto se stesso.
Anche mentre quella vacca in leopardo e rossetto sbavato gli metteva la mano sulla sacca maronaria.
Persino quando la bionda gli leccò l’orecchio, lui cercò di non pensare al capannone, a tutto quel sangue, a quel potere che sembrava avesse.
Non ci stava pensando, davvero.
Non stava pensando al casino che aveva combinato quando aveva scoperto che riusciva a fare quella cosa.
La leopardata gli strizzò una chiappa.
Jacopo sospirò e cercò di accompagnare il movimento dell’anca.


“Di cosa si tratta? Spara, Gugli, non è il momento di giocare a fare Freud”
“Manfred, vorrei parlare da solo con Tinivelli”
“Affari?”
“Non solo”
“Gugli, te l’ho detto. Tinivelli mi piace. Vorrei... Capito, no?”
“Non hai capito, allora”
Guglielmo si tolse gli occhiali. Per un attimo, solo per un attimo, si perse in una fantasia eccitante. Due biondi per un rosso, mmmh.
La musica del club arrivava sommessa dal club. Avrebbe avuto bisogno anche lui di un silenziatore. Invece avrebbe dovuto fare tutto a mani nude.

Incominciò in modo diverso dal solito. La bionda e la mora si gonfiarono fino a diventare delle bolle di sapone con mille sfumature. Una rimase leopardata fino alla fine e questo dettaglio rimase impigliato nei sogni di Jacopo per molto tempo.
Nessuno le stava guardando perciò Jacopo si costrinse a pensare che fosse soltanto un’ allucinazione. Fu costretto a ricredersi. Le due bolle presero vita, espandendosi e contraendosi a ritmo della stupida dance anni Novanta che faceva tremare le montagne. E poi successe. Esplosero, inondando i presenti di sangue e organi sfilacciati. Ofelia continuò a ballare avvolta da una collana di intestino crasso.
Qualcuno aveva un occhio che galleggiava nel Mojito ma lo buttò giù vantando di aver notato il tipico tocco sapido che assumevano cibo e bevande in montagna. Jacopo era coperto di sangue da capo a piedi ma continuò il suo balletto incerto. Finché arrivò Luca correndo.
“VOLEVANO TAGLIARMI IL CAZZOOO!”
Era nudo a parte una cravatta di dubbio gusto.
“Ma non dobbiamo preoccuparci. Ho fatto una foto a quelle due stronze. Le ricatteremo. Siamo ricchi”

“Guglielmo che stai facendo? Perché sei così vicino”
“Io pensavo tu l’avessi capito”
Guglielmo afferrò il collo di Manfred. Il suo amico, il suo sogno erotico e la sua guida spirituale era troppo abituata a dominare e a sottovalutare per avvertire il pericolo. Persino quando la stretta cominciò a diventare stretta, Manfred non riuscì a capire cosa stesse succedendo ma la sua parte rettile, più sviluppata di quanto pensasse, gli ricordò un dettaglio.
“Cosa?”
Guglielmo stava stringendo, sempre più forte.
“Tinivelli devi lasciarlo a me”
“Cosa...”
“IO MI FACCIO TINIVELLI”
Manfred stava per afferrare il coltellino ma poi si ricordò che l’aveva lasciato in quei brutti pantaloni Kaki che aveva giusto ieri spedito in lavanderia. Spirò con un sospiro.
Guglielmo ridacchiò poi gli morse il collo. Quelle vene che pulsavano erano un richiamo troppo forte per il suo stomaco. Bevve un sorso di sangue, appena un assaggio. Era quello che ci voleva. Lasciò il cadavere nella neve. Avrebbe chiesto a suo figlio di andare nel bosco con lui e l’avrebbe costretto a lasciare le sue impronte e le sue perversità. Sarebbe stato il suo regalo di compleanno. E lui, forse, si sarebbe salvato il culone per l’ennesima volta. Si pulì la bocca.

Italo vide arrivare solo Zamboni.
“Ma il suo amico...”
“Un improvviso contrattempo, una seccatura familiare suppongo”
Zamboni non era mai stato innamorato in vita sua ma pensò fosse qualcosa di simile a quando al Ristò gli avevano servito, senza che lui lo sapesse, la Salsina. Tinivelli era ancora meglio. Altro che gli insipidi lavoretti di Gemma. Nella mente di Guglielmo anche un semplice sfioramento da parte di quelle divinità sarebbe stata fonte di godimento per ore e ore.
“Nessun problema. Parleremo io e lei. Che ne dice se ci spostiamo nel privè?”
“Molto volentieri”

“Sei l’essere più ripugnante che io abbia mai incontrato, schifoso”
Italo teneva i polsi enormi di Guglielmo. Aveva portato con sè delle fascette e l’aveva ammanettato.
L’ingegnere si era girato ubbidiente come un cagnolino. Italo pensò brevemente di cosa si pensava che fosse accusato Zamboni;
Cannibalismo.
Omicidio a mani nude.
Sospetto di strage (questa era un’idea che aveva elaborato Italo documentandosi sul cuoco di casa Zamboni, un certo Kenji Hitachi, sospettato in patria di essere responsabile di aver cucinato un sushi umano per un magnate cinese appassionato di tartare al sangue).
L’idea era partire da quelle mani mostruose per tagliergliele via. Poi gli avrebbe reciso la lingua e l’avrebbe fatto soffocare con il suo stesso sangue.
“Dimmelo ancora”
“Di che diamine stai parlando?”
“Dimmelo ancora, per favore”
Guglielmo era in estasi. Gli era stato dato un colpo in testa, poi era stato afferrato da dietro ed ammanettato.
“Tu hai dei problemi”
“Forse sì”
Italo aveva i conati. Pensò al ritratto di Trotzkij che lo giudicava severo dalla parete della sua stanza.
Prese il taglierino. Non poteva più aspettare. Doveva fare scempio di quel bastardo oversize, una cosa graduale e globale, che lo facesse crepare lentamente. Italo non aveva messo in conto che Guglielmo potesse innamorarsi di lui e non poteva sapere che quella era la prima volta per il corpulento rampollo, la sua prima cotta adolescenziale in assoluto.
Italo puntò al mignolo. Cominciò.
“Ahi” si lamentò Guglielmo, non troppo convinto.
“Zitto”
Il sangue cominciò a scorrere. Era un piccolo fiume di rigagnoli rossi. Italo ne leccò un po’ che gli era colato sulla mano, ci sarebbe stato meno roba da pulire. Guglielmo fremette di eccitazione, l’odore ferroso era irresistibile. Con la coda dell’occhio vide Italo ficcarsi il dito in bocca e mugolò.
“Santo Dio”
“CAZZO, MAMMA! PAPÀ’! HO UN INTESTINO SULLA SPALLA!”
L’urlo di Ofelia interruppe bruscamente le fantasie di Guglielmo che si girò di scatto.
“Che...”
“Fermo, schifoso. Non ho ancora finito con te!”
“CAZZO!! IO HO... BETTA, TU CHE HAI FATTO MEDICINA... COS’E’ QUESTO?”
“CREDO UN PANCREAS, GIGGI!”
“UN PANCREAS! UN PANCREAS SULLA SPALLA!”
“Cos’è questo rumore?”
“Scusami. Colpa mia, mi è venuta fame...”
Italo lo fissò. Guglielmo lo guardava adorante, il primo essere umano al quale era stato riservato un tale onore.
“Fame?”
“Non volevo, scusami. Scusami tantissimo”
Questo era il male versione super size me. Italo valutò se sparargli poi decise di continuare a accanirsi sul dito. Glielo avrebbe morso via, aveva sentito dire che alla fine era come sbocconcellare una carota. La lingua gliela avrebbe tranciato via con una cesoia, aveva deciso.

“Andiamocene. Che cazzo è successo qui?”
“N-n-n-non lo so”
Jacopo guardò lo scempio che aveva combinato e ne fu felice. Cazzo, era stato bellissimo. Avrebbe voluto condividere quell’intima gioia che lo squassava da testa a piedi.
“Porca troia, stavo scivolando... Che è ‘sto schifo?”
Luca guardò per terra. Il fatto che fosse nudo, con un cravattino spiritoso allacciato al collo, non destò nessuna reazione. La maggior parte degli invitati studiava con curiosità gli strani corpi estranei che gli erano cascati addosso. Poi cominciarono le urla, qualcuno aveva capito la natura di quelle cose.
“Togliamoci dai coglioni”
“Luca, i tuoi vestiti!?”
“Nel guardaroba. Elide è una zoccola ordinata”
“Prendiamoli e andiamocene. Voglio tornare a casa”
“Siamo ricchi, cazzo. Siamo ricchi”

Quel suono, così definitivo e inusuale, lo tormentò per molto tempo nei sogni. Insieme all’urlo di piacere bestiale che vomitò Zamboni. Italo fece sogni erotici disgustosi e irresistibili per mesi e mesi.
TLAC.
Come potare una forsizia ipertrofica in giardino.
Il dito grassoccio di Zamboni sarebbe stato custodito in una teca vicino alle teste.
Vicino, un’altra teca vuota con un calco perfetto di una lingua ad aspettare fiduciosa il suo spugnoso contenuto.
Il giorno sarebbe arrivato,


EPILOGO


Guglielmo chiamò subito l’autista e andò all’hotel. Il dito gli faceva un male della madonna ma era riuscito a fasciarlo per bene.
Il piano era fermarsi lungo la strada per fare tappa in un ambulatorio e poi cercarlo dappertutto.
Il Dio.
Doveva essere suo, gli spettava di diritto.
Mentre guidava verso la città, ebbe un improvviso flash,
“Gemma e Sebastiano” sillabò all’abitacolo enorme e silenzioso. Poi pensò che avrebbe mandato qualcuno a riprenderli.

Luca urlò “SI VOLAAAAAAAA” agli spigoli della Panda e imboccò i tornanti con un po’ troppa sicurezza.


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