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Una storia di LABORATORI_SCRITTURA_CREATIVA

LA VERSIONE DI GEMMA

STORIA DI UN MATRIMONIO INFELICE

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61 minuti

Pubblicato il 10 dicembre 2018 in Didattica

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STORIA DELLA MIA FAMIGLIA

ANDREA AVAGNINA
ANDREA AVAGNINA

La mia famiglia apparteneva all’oligarchia cittadina ed era tra le più importanti di Firenze. Le nostre case erano nella zona più antica della città, nel corso principale e nelle vie vicine; per trovarle bisogna cercare la Torre dei Donati e le due torri di Corso Donati, mio cugino. Il capostipite della mia famiglia è Fiorenzo, vissuto nell’undicesimo secolo e fondatore nel 1065 dell’ospedale di San Paolo di Pinti. Ogni 10 ottobre un rappresentante della famiglia si reca lì e dona grandi quantità di cibo. Qualche decennio dopo un mio avo, Donato del Pazzo, ebbe un figlio di nome Vinciguerra che costruì il lebbrosario di San Jacopo a Sant'Eusebio nel 1186 e fu console dei militi nel 1204. A partire dai primi scontri tra guelfi e ghibellini la mia famiglia fu sempre in prima fila sul fronte guelfo. Dopo la cacciata definitiva dei ghibellini da Firenze nel 1266 ci furono dei problemi di vicinato con la famiglia dei Cerchi; essi si erano arricchiti da poco ed erano più benestanti di noi. I problemi sfociarono in risse e scontri, che portarono alla divisione della città in due nuove fazioni, quella dei guelfi bianchi e neri. Non penso che questa fu l’unica motivazione a portare la divisione dei guelfi ma il fatto portò mio cugino Corso Donati al comando dei guelfi neri che, grazie all'appoggio di Bonifacio VIII e all'intervento di Carlo di Valois, riuscì a cacciare i guelfi bianchi dalla città tra cui anche mio marito. Ho cercato di convincere Corso a non esiliare Dante da Firenze ma fu del tutto inutile.

QUAND'ERO SOLO UNA BAMBINA

LORENZO BOETTI
LORENZO BOETTI

MI CHIAMO GEMMA DONATI, UNA BAMBINA COMUNE, CON UNA VITA NORMALE. AMO GUARDARE MIA MAMMA CHE CUCE LA MIA MAGLIETTA ALLA LUCE DEL MIO CAMINO CHE SI TROVA IN SALOTTO, FA SEMPRE DEI BEI MOTIVI TUTTI A FIORI, A VOLTE INSERISCE QUALCHE PICCOLO ANIMALE SUL BORDO.

STAMATTINA MI SONO ALZATA DAL LETTO E COME SEMPRE SONO ANDATA SULLA STRADA DAVANTI A CASA MIA A CHIEDERE SE C’ERANO I MIEI AMICI CHE GIRAVANO PER IL PAESE, RIENTRATA IN CASA HO FATTO COLAZIONE A BASE DI LATTE E PANE.

MI RITENGO UNA BAMBINA ABBASTANZA FORTUNATA HO UNA SALUTE FORTE, NONOSTANTE TUTTI I PROBLEMI CHE POSSONO ESSERCI NEL NOSTRO PERIODO STORICO, LE STRADE NON SONO MOLTO PULITE , A VOLTE MI CAPITA DI PESTARE DEI TOPI MORTI O DEGLI AVANZI DI CIBO, LA COSA MI DISGUSTA MA NON PUÒ ESSER DIVERSA DA COSÌ.

OGGI LA DOMESTICA MI HA FATTO LE TRECCE, DICE CHE COSÌ I CAPELLI RIMANGONO PIU PULITI MA A ME NON PIACCIONO, MI DANNO FASTIDIO. MI PIACE SENTIRE IL VENTO CHE CI PASSA ATTRAVERSO.

HO PRESO UN FRUTTO E SONO ANDATA A CERCARE I MIEI AMICI PER GIOCARE A NASCONDINO, UN GIOCO CHE MI PIACE TANTISSIMO, ALCUNE VOLTE RIESCO A TROVARE DEI BEI NASCONDIGLI, COSÌ QUANDO MI TROVANO MI TIRANO LE TRECCE COME DA REGOLAMENTO CHE ABBIAMO INVENTATO IO E I MIEI AMICI, UN GIORNO QUANDO MI AVEVANO TROVATO MI ANNO TIRATO TALMENTE FORTE LA MIA TRECCIA CHE UNO DEI MIEI FIOCCHI BLU E CADUTA NEL FIUME E HO PIANTO.

TERUCCIO CHE È MIO FRATELLO MI FA UN SACCO DI DISPETTI, MA SO CHE ALLA FINE MI VUOLE UN GRAN BENE. UN GIORNO MI HA ANCHE DATO UNO SPINTONE FACENDOMI SCIVOLARE PER TERRA…HO SBATTUTO TALMENTE FORTE IL BRACCIO CHE MI SI E APERTO UN TAGLIO LUNGHISSIMO.

UN’ALTRA COSA CHE AMO FARE È CANTARE, NON CREDO DI AVERE UNA BRUTTA VOCE, ANZI TUTTI MI FANNO I COMPLIMENTI QUANDO MI SENTONO, TRANNE I MIEI FRATELLINI OVVIAMENTE.

IL MIO CIBO PREFERITO È LA ZUPPA DI PANE, CON TANTO LATTE DENTRO, QUANDO È CALDA È PERFETTA, PUL TROPPO NON SI CONSERVA MOLTO.

INVECE COME GIOCO ADORO ANCHE LA MIA BAMBOLA, DI PEZZA MARRONE COI CAPELLI NERI, SI CHIAMA GEMMA ESATTAMENTE COME ME, PENSO SIA UNA COSA CARINA, MA NON L’HO MAI DETTO A NESSUNO, È UN SEGRETO E NE VADO FIERA.

QUESTE SONO TUTTE LE COSE CHE MI PIACEVANO E CHE MI SUCCEDEVANO QUAND’ERO PICCOLA, ORA LE COSE SONO DIVERSE, MA NON È MOMENTO DI RACCONTARLO.

I MIEI SOGNI DI RAGAZZA

DAVIDE BONO
DAVIDE BONO

Fin da ragazza avevo in mente molti sogni come tutti i miei coetanei . All’ età di dodici anni la mia vita sentimentale era già segnata perché la mia famiglia mi aveva promessa sposa a Dante Alighieri per la sua fama di poeta. Io ero una ragazza spensierata con in mente nuove esperienze e vista la mia giovane età avevo dei sogni fanciulleschi. Uno dei miei sogni piu belli era quello di visitare l’ Asia , paese ricco di grandi città , che erano il centro del commercio di quei tempi , ricca di carovane che percorrevano le grandi rotte commerciali. Quello che affascinava molto la mia anima da ragazzina erano i grandi campi di cotone, che mi trasmettevano tranquillita’ quando i fiori venivano attraversati dalle correnti d’ aria che sollevavano il polline creando una grande nuvola bianca. Io ero una ragazza molto curiosa ,affascinata dalla varietà del mondo animale e vegetale ; ed ero un’adolescente studiosa con interessi per le lingue , per avere una migliore conversazione con gli altri popoli . Come quasi tutte le ragazze di quell’eta’ sognavo di conoscere il principe azzurro ,perche’ non ero innamorata di Dante , ma ero interessata ad un ragazzo conosciuto tramite un viaggio nella corte italiana di Pisa . Quando alla sera chiudevo gli occhi , pensavo che i miei genitori avevano fatto uno sbaglio a promettermi in sposa a Dante , perché lui non era l’ uomo ideale per me .

Inoltre io avevo un grande sogno , che era quello di possedere dei capi d’ abbigliamento molto vistosi e con tessuti pregiati difficili da reperire in Europa, perché erano importati dall’ Oriente , abbinati con gioielli preziosi e molto sgargianti e ai piedi dei sandali in pelle molto lussuosi.

Il mio desiderio più grande era il possedere una grande imbarcazione tutta per me, con grandi vele per andare più veloce e un grande scafo in modo da infrangere le onde più facilmente . Così ogni volta che volevo andare a visitare un nuovo paese potevo farlo in autonomia e in sicurezza , senza avere la preoccupazione di non essere derubata da dei predoni.

La mia grande passione era quella dei grandi pittori e i suoi preferiti erano Giotto e Cimabue che mi facevano innamorare con le loro pitture di stile classico. Tra tutti i sogni di ragazza, quello più importante era di essere ascoltata, consigliata e amata da tutta la mia famiglia.



LA MIA CITTÀ'

GIULIANA BURDESE
GIULIANA BURDESE

Erano circa le sette e mezza del mattino di un fresco venerdì di ottobre.

Nella nostra casa risuonavano le risate dei nostri tre figli che si stavano vestendo per andare a scuola, aiutati dal padre.

Li avevo salutati affettuosamente sulla porta e, dopo che ebbi baciato mio marito Dante, mi ero recata al piano superiore della nostra graziosa casa per riordinare la camera da letto dei bambini.

Una calda luce era entrata dalla finestra e aveva illuminato la stanza ed io mi ero accostata a quella piccola apertura nel muro affacciandomi sull’affascinante Firenze. Dal quel punto riuscivo a vedere il simbolo della città: il Duomo, con la sua cupola e la sua magnifica facciata.

Dato che mi piace dipingere spesso lo faccio proprio lì, ritraendo il magnifico messaggio che si può scorgere dalla stanza da letto dei miei figli.

Avevo lasciato scivolare lo sguardo sul Campanile di Giotto e il Palazzo Vecchio.

Pensai ad alta voce:” Amo immaginare i miei bambini che tutti i giorni percorrono le strette vie della città per arrivare a scuola, e a Dante che passa sempre di fronte alla Cattedrale di Santa Maria del Fiore, alla torre accanto alla chiesa.”

Pensai anche alla Basilica di Santa Croce nella quale Dante andava a confessarsi.

Dante in questo periodo è il podestà di Firenze, e sovente fa lunghe passeggiate per parlare, dice, con i cittadini, per capire se ci siano dei problemi che lui possa risolvere.

Il pomeriggio stesso, dopo pranzo, Dante era partito per una di quelle gite, ed io questa volta avevo deciso di seguirlo, un po’ per divertimento e un po’ per capire dove effettivamente stesse andando.

Camminavo circa a cento metri di distanza da lui. Si era alzato un fresco vento che, fortunatamente, copriva il rumore dei miei passi, così l’avevo seguito un po’ più da vicino tra le strette vie. Volevo capire dove andasse tutti i giorni, in quale vie, in quali case...

Il vento si era fatto più forte e dai balconi erano uscite le donne per ritirare i panni stesi, per paura che l’aria li portasse via.

Avevo paura di essere vista da una di loro, allora ogni tanto mi fermavo e facevo finta di guardare le vetrine delle botteghe. Una di essa esponeva dei piccoli modellini in legno dei palazzi più importanti e dei bellissimi disegni di piccole stradine della città.

Dante aveva attraversato la Piazza di Santa Trinità, con la sua bellissima basilica che non mi stanco mai di osservare, e poi era passato sull'omonimo ponte. Era entrato in un cortile ed era sparito dietro una piccola porta di legno. Sospettavo che lì, in quella piccola casa di mattoni, con un piccolo cortile interno ed un pozzo, potesse esserci un’amante o qualcuno che Dante preferisse a me… era forse la figlia di Folco Portinari? Ero gelosa, perché sapevo che da tanto tempo mio marito era segretamente innamorato di Beatrice, pensava sempre a lei, le dedicava tutti i suoi scritti... Ed io?! Cosa ero io per lui? Ci eravamo sposati all'età di dodici anni, gli avevo dato dato tre figli, mi occupavo sempre della casa, dei bambini, delle spese, di tutto in pratica. E ciò nonostante Dante non mi amava più... forse non mi aveva mai amata veramente. E mi faceva arrabbiare l’idea che io non potessi essere importante quanto Beatrice, per lui.”

Ero stufa di aspettarlo, e avevo deciso di smettere di seguirlo, per non perdere altro tempo, perciò avevo attraversato nuovamente il ponte e mi ero recata al mercato per comprare della frutta e della verdura. C’era molta gente. Avevo acquistato delle patate e delle mele, e mi ero fatta spazio tra le persone per arrivare al Ponte Vecchio, dove la vista sull’Arno mi aveva tolto il respiro, come tutte le volte che passo di lì. Sono innamorata di quel corso d’acqua nel quale si riflettono le case, il ponte, le piante ed il cielo.

Tra le botteghe, le bancarelle, i colori e i profumi mi era tornato in mente uno dei pochi pomeriggi passati con Dante e i bambini.

Era un sabato pomeriggio, la mia famiglia ed io avevamo deciso di fare un passeggiata per la città ed eravamo passati sul Ponte Vecchio. Le botteghe erano aperte, i venditori offrivano la loro merce e alcuni ci invitavano a vedere le loro creazioni come collane, braccialetti e anelli. I bambini erano entusiasti della gita e anche Dante sembrava felice.

Ero tornata al presente e gli occhi mi erano diventati lucidi.

Dopo un lungo sospiro avevo continuato le mie spese, e carica di borse mi ero recata a scuola per prendere i bimbi. Tornata a casa avevo sistemato la carne sotto sale e preparato alcune verdure per la cena.

Quando Dante era tornato a casa, mi aveva raccontato di aver conosciuto un’anziana signora che gli aveva offerto un bicchiere di vino e che si era lamentata del ritardo dei portatori d’acqua. Questi partivano dalla periferia della città e a poco a poco trasportavano l’acqua fino al centro, ma nell’ultimo periodo avevano tardato sempre più spesso con le consegne.

Era vero? Oppure mi stava raccontando una bugia per non destare sospetti?

La sera stessa avevo cercato di scacciare i cattivi pensieri e avevo chiamato mio marito e i miei figli per avvisarli che la cena fosse pronta.

A tavola, molto raramente noi due parliamo del lavoro mentre mangiamo, perciò mi ero focalizza sui discorsi dei bambini riguardo ai lavori fatti a scuola, e mi ero dimentica dell’accaduto del pomeriggio.


A PROPOSITO DI QUEGLI ALIGHIERI

MATTIA CAVALLI
MATTIA CAVALLI

Ripensando ai tempi passati sin dalla rivalità tra mio padre, un guelfo nero, e quello che tra non tanto tempo sarebbe diventato mio marito, ovvero un guelfo bianco; mi son resa conto che Dante, il mio futuro marito, non mi ha mai considerata.

Anche dopo il nostro matrimonio, lui continuava a scrivere di quella donna: Beatrice, o come la chiamava lui “Bice”.

Non una poesia, non una lettera per me, sua moglie.

Non faceva nient'altro che pensare e scrivere per quella donna, che per di più era pure sposata.

Quando Beatrice morì, credevo che finalmente mi considerasse: ma niente, lui si chiuse nel suo mondo e non fece entrare nemmeno gli amici.

Solo dopo molte e insistenti lettere dei suoi colleghi scrittori che spronarono una parte di lui, che lo fece vivere di nuovo.

Ma quando ricominciò a scrivere, lui continuò con quella Beatrice, anche se lei non poteva più leggerle; lui mi spiegò che lei era degna di lode ed era per quello che scriveva di lei.

Io non sono mai riuscita a conoscerlo bene, perché stava sempre attaccato alla sua penna e i suoi pezzi di carta che si riempivano di lettere e parole in poco tempo.

Ma poi un giorno venne esiliato dalla sua città natale così non lo vidi mai più.

Adesso se ripenso a come mi trattava o meglio dire come non mi trattava, noi due assieme ne abbiamo passate tante, poco dopo sposati abbiamo avuto 3 fanciulli e una fanciulla ; Ma nonostante questo è il suo lavoro che lo impegnava a scrivere tanti documenti( che richiedevano impegno e tempo) lui non smetteva di scrivere di quella Beatrice.

Quella donna, Bice non era così simpatica, gli ha subito negato il saluto quando lui per “proteggerla” come diceva lui aveva cambiato il nome al destinatario delle lettere, lui aveva scritto – Alla donna schermo.

Mio marito anche se dedicava poco tempo alla famiglia io gli volevo bene e lo amavo come ho detto con lui ho avuto 4 figli, se non è amore questo, con lui ho condiviso molti momenti belli tipo, quando non scrivevo a ancora per Beatrice, che andavamo a fare i pic-nic oppure le passeggiate in strada che passa vicino all’Arno il fiume principale di Firenze, che bello che era quelle passeggiate non penso di potermele scordare.


STORIA DI UN MATRIMONIO COMBINATO

FEDERICO CIRAVEGNA
FEDERICO CIRAVEGNA

Era il 9 gennaio del 1277 quando io venni promessa in sposa a Dante Alighieri, figlio di Alighiero Alighieri, capofamiglia degli Alighieri.

Entrambe le famiglie erano nello studio del notaio, aspettando che i rispettivi capifamiglia firmassero il contratto che mi avrebbe vincolato a lui. In quella stanza la tensione e l’imbarazzo erano cosi palpabili che ne io ne Dante riuscivamo a guardarci o parlare.

Da quel giorno e negli anni successivi i miei contatti con Dante, per volere delle famiglie, divennero sempre più frequenti ma nessuno dei due riusciva a sbloccarsi. L’essere obbligatoriamente legati l’un l’altro soffocava qualsiasi altro tipo di sentimento.

Numerose furono le volte in cui Dante, immagino costretto, mi invitò ad uscire; accettai quasi sempre. Scoprii anche che era molto appassionato della letteratura ma soprattutto della scrittura. Addirittura mi fece leggere alcune sue opere, le trovavo molto belle. Questo ci aiutò ad avvicinarci ma di amore, quello che avrebbe dovuto accompagnarci per sempre, neanche l’ombra.

E cosi trascorsero gli anni finché non arrivò quel giorno, il giorno del mio matrimonio.

Erano trascorsi otto anni, quel giorno mi recai del sarto con mia madre per ritirare e indossare l’abito matrimoniale, un vestito lungo di colore blu con dettagli dorati e il tradizionale mantello rosso che io e Dante avremmo dovuto metterci sulle spalle al momento del giuramento.

Arrivati a casa indossai l’abito mentre mia madre mi sistemò i capelli in una lunga treccia che coprì con un velo. Una volta pronta salii sulla carrozza che mi portò alla chiesa.

Non saprei dire come mi sentivo e cosa provavo precisamente durante il tragitto. Anche se non lo amavo veramente l’idea di dovermi dividere dalla mia famiglia mi provocava uno strano brivido quasi piacevole.

Continuai a perdermi nei miei pensieri finché la carrozza non si fermò. Era il momento. Attraverso la carrozza riuscivo a percepire il brusio della gente che si trovava fuori. Respirai lentamente e aprii la porta.

Le rispettive famiglie erano lì che mi aspettavano, divise in due file in modo da lasciare un passaggio per l’entrata della chiesa e lì in mezzo a tutti c’era Dante.

Anche lui era molto elegante. Indossava un lungo soprabito e sopra di esso anche lui un mantello rosso. Mentre mi avvicinai a Dante notai che anche lui era molto agitato, continuava a giocherellare con la manica del suo vestito. Una volta raggiunto mi prese la mano e insieme ci avviammo all’altare.

- Sei bellissima. - sussurrò. Era il primo vero complimento che ricevevo da lui.

La cerimonia iniziò; il sacerdote ci fece giurare di amarci reciprocamente per tutta la vita e poi spezzò l’ostia cerimoniale e dopo averla benedetta ce ne diede metà ciascuno.

Una volta finita la cerimonia iniziarono i festeggiamenti.

Ci dirigemmo in uno spazio aperto vicino alla chiesa. C’erano molti tavoli imbanditi con tantissime varietà di cibo e vino in abbondanza.

La musica era suonata da musicisti che trasmettevano agli invitati spensieratezza e allegria. Lo ammetto, nonostante non lo amassi ero felice di trovarmi li. Fu una festa fantastica.

Una volta finita salutai la mia famiglia e quella di Dante. Ero pronta a trascorrere la mia vita con lui.

UN MARITO INGOMBRANTE

THOMAS DAZIANO
THOMAS DAZIANO

Io sono Gemma Donati figlia di Menetto Donati; fu proprio lui che fin dal 1277 mi promise in sposa a Dante Alighieri con una dote di 200 fiorini. Il nostro primo incontro è stato strano, non lo avevo sognato così ma a quanto pare la realtà non può assomigliare ad un sogno. Ci siamo visti per la prima volta quando mio padre consegnò, tutto contento, i fiorini alla famiglia Alighieri. Dante mi sembrò strano, assente, chissà a cosa o a chi pensava; non mi rivolse nemmeno la parola. Una volta tornata a casa dissi a mio padre che non ero molto contenta di sposare quell’uomo ma lui mi disse che non importava, ciò che importava erano i soldi che quell’uomo poteva darmi, allora io mi fidai perché lui non mi aveva mai mentita.

Io e Dante Alighieri ci siamo sposati nel 1285. Da questo matrimonio sono nati quattro figli. Abbiamo vissuto a Firenze per un po’ di anni dato che mio marito era un uomo politico molto potente in quella città. In questo tempo è stato priore, sempre dalla parte dei guelfi bianchi.

Oltre a essere un uomo politico era un uomo di cultura. Era sempre impegnato a scrivere, studiare e leggere testi di altri poeti per migliorarsi sempre di più e, ovviamente, superarli. A causa di ciò ci trascurava molto e inoltre la poesie e i testi che scriveva non erano per me o i nostri figli ma per un'altra donna di cui si era innamorato da giovane. Credo si chiamasse Bice Portinari detta Beatrice ;solo attraverso gli scritti di mio marito ho scoperto che lui l’ha conosciuta all’età di nove anni e rivista solamente dopo nove anni. All’inizio non ci davo molta importanza credevo che con il passare del tempo mi avrebbe guardato come guardava lei. Ma un giorno improvvisamente lei morì, a quel punto credevo che non ci avrebbe più pensato ma la situazione peggiorò. La gelosia era molta ma con il passare del tempo diminuì fino a quando orami io non provavo più niente nei suoi confronti.

Il nostro rapporto finì, così com’era nato, d’ improvviso, quando i guelfi neri presero il possesso della città e, di conseguenza, mio marito Dante, insieme ad altri guelfi bianchi vennero processati. Dante, ovviamente, che morirebbe pur di rinunciare al suo orgoglio, non si presentò al processo e per ciò venne condannato al rogo e primato di tutti i beni costringendolo così all’esilio. Di conseguenza anche i miei figli ed io venimmo privati di tutto. I miei figli, a questo punto, decisero di seguire il padre in esilio ma io mi rifiutai di correre dietro a quel “nulla facente”. A quei tempi per una donna era difficile vivere senza marito e per ciò io per molti anni girai per l’Italia, di famiglia in famiglia, d’amici ad amici, facendo qualche lavoretto qua e là. Solamente dopo la morte del mio ingombrante marito riottenni la mia dote e così mi risposai.




A PROPOSITO DI QUELLA PETRA

ASIA FILIPPI
ASIA FILIPPI

Quando ho scoperto che Beatrice Portinari era morta ho sospirato di sollievo. Dopo la morte di Beatrice speravo che questa storia delle amanti fosse terminata e finalmente avrebbe iniziato a pensare a me e ai nostri figli. Invece ho scoperto, mentre rassettavo casa perché Dante abbandona i suoi fogli sempre in giro, le nuove Rime dedicate a una nuova donna chiamata Petra. Finirà mai di amare altre donne e per la prima volta amerà me?? Visto che per qualche ora Dante sarà impegnato in centro città, mi sono messa a leggerle e ho capito che per fortuna questa donna è crudele e lo sta facendo soffrire. Finalmente c’è qualcuno che lo maltratta! Nelle rime Dante scrive che questa donna lo colpisce con frecce che divengono colpi mortali e inoltre la donna-Petra rifiuta qualsiasi clemenza e anzi si compiace del tormento del poeta. Fino a questo punto nel “così nel mio parlar voglio esser aspro” il suo modo di scrivere è molto diverso dalle composizioni precedenti ma quando son giusta tra la quinta e la sesta stanza mi sono vergognata che la mia mente stesse leggendo queste parole. Dante descrive una fantasia che non si addice ad una persona che ha sempre scritto della purezza e della gentilezza delle donne.Quando ho scoperto che Beatrice Portinari era morta ho sospirato di sollievo. Dopo la morte di Beatrice speravo che questa storia delle amanti fosse terminata e finalmente avrebbe iniziato a pensare a me e ai nostri figli. Invece ho scoperto, mentre rassettavo casa perché Dante abbandona i suoi fogli sempre in giro, le nuove Rime dedicate a una nuova donna chiamata Petra. Finirà mai di amare altre donne e per la prima volta amerà me?? Visto che per qualche ora Dante sarà impegnato in centro città, mi sono messa a leggerle e ho capito che per fortuna questa donna è crudele e lo sta facendo soffrire. Finalmente c’è qualcuno che lo maltratta! Nelle rime Dante scrive che questa donna lo colpisce con frecce che divengono colpi mortali e inoltre la donna-Petra rifiuta qualsiasi clemenza e anzi si compiace del tormento del poeta. Fino a questo punto nel “così nel mio parlar voglio esser aspro” il suo modo di scrivere è molto diverso dalle composizioni precedenti ma quando son giusta tra la quinta e la sesta stanza mi sono vergognata che la mia mente stesse leggendo queste parole. Dante descrive una fantasia che non si addice ad una persona che ha sempre scritto della purezza e della gentilezza delle donne.Quando ho scoperto che Beatrice Portinari era morta ho sospirato di sollievo. Dopo la morte di Beatrice speravo che questa storia delle amanti fosse terminata e finalmente avrebbe iniziato a pensare a me e ai nostri figli. Invece ho scoperto, mentre rassettavo casa perché Dante abbandona i suoi fogli sempre in giro, le nuove Rime dedicate a una nuova donna chiamata Petra. Finirà mai di amare altre donne e per la prima volta amerà me?? Visto che per qualche ora Dante sarà impegnato in centro città, mi sono messa a leggerle e ho capito che per fortuna questa donna è crudele e lo sta facendo soffrire. Finalmente c’è qualcuno che lo maltratta! Nelle rime Dante scrive che questa donna lo colpisce con frecce che divengono colpi mortali e inoltre la donna-Petra rifiuta qualsiasi clemenza e anzi si compiace del tormento del poeta. Fino a questo punto nel “così nel mio parlar voglio esser aspro” il suo modo di scrivere è molto diverso dalle composizioni precedenti ma quando son giusta tra la quinta e la sesta stanza mi sono vergognata che la mia mente stesse leggendo queste parole. Dante descrive una fantasia che non si addice ad una persona che ha sempre scritto della purezza e della gentilezza delle donne.

MIO MARITO E I SUOI AMICI SCRITTORI

ANNA GALAVERNA
ANNA GALAVERNA

Serata all’aperto in compagnia di amici di mio marito. Ci troviamo sulla terrazza del soggiorno, da dove si vede a perdita d’occhio i campi di girasoli che sono di un giallo talmente intenso che sembrano dipinti. Dopo una giornata afosa, si sente una brezza molto piacevole e sicuramente quando spunterà la luna tutto sarà perfetto. Io e la mia amica Anna siamo devastate per il terribile caldo. Già di buon mattino sono cominciati i preparativi per questa serata speciale Abbiamo cominciato con la sistemazione dei tavoli e delle sedie , spostando i grandi vasi di gelsomino che si affacciavano al parapetto della terrazza . Quei fiori hanno un profumo che non esiste in nessun altra pianta, inalandolo si percepisce freschezza e rilassamento. Dopo ci siamo rintanate in cucina dove abbiamo preparato ogni sorta di stuzzichini e piatti importanti per rendere onore alla premiazione di mio marito. Verso le diciannove arriva Dante insieme a Cavalcanti e senza neppure salutare si avviano verso la cucina dove Anna stava ultimando le ultime portate. Avevano entrambi uno sguardo assente, non si capiva se avessero litigato, se fossero ubriachi o semplicemente arrabbiati. Sono andata verso di loro con il vassoio degli aperitivi sperando di capire il perche’ di quelle strane espressioni che avevano in viso. Subito Cavalcanti voltandosi verso di me, mi fa un cenno che fatico a capire , ma mi pare che voglia dire che Dante ha un forte mal di testa. Mio marito soffre da sempre di emicrania e nonostante le medicine a volte passano giorni prima che riesca a scendere dal letto, speriamo non sia questo la causa del suo malumore altrimenti la serata sarebbe rovinata. Immediatamente sento che qualcuno mi sfiora la spalla e voltandomi vedo che e’ Dante. Lo sguardo non e’ più lo stesso di quando è arrivato ma adesso ha le lacrime agli occhi. Mi sussurra che purtroppo Virgilio ha avuto una terribile disgrazia, una cosa indescrivibile, sarà poi mio dovere chiedere delucidazioni quando gli ospiti saranno andati via. Dopo qualche minuto arrivano tutti e in poco tempo la terrazza si riempie di voci, di profumi e anche di musica, perché tra gli amici di mio marito ci sono anche due musicisti molto bravi, uno suona la chitarra e l’altro il violino. Anna incomincia a servire i primi piatti con molto successo, tutti fanno i complimenti per il sapore e la presentazione. La cena prosegue con normalità fino all’arrivo del dolce, purtroppo tra gli invitati alcuni hanno bevuto un po’ troppo e le discussioni si fanno un po' vivaci. L’ avvocato, amico di Dante incomincia a incolpare Cavalcanti di aver fatto delle insinuazioni sulla sua situazione famigliare (purtroppo si sapeva da tempo che la moglie non era proprio seria), ma fortunatamente il maestro Brunetti Latini riesce a calmare le acque e tutto si tranquillizza. Dopo la cena tutti gli amici di mio marito si avvicinano e gli consegnano un mezzobusto dove c’è una pergamena con le congratulazioni per la premiazione del suo ultimo lavoro. Tutta la città parla di quest’opera, anche il parroco è venuto ieri mattina a congratularsi con Dante . Mi sento davvero orgogliosa, vorrei solo che avesse un carattere più dolce e comprensivo sopratutto verso i nostri figli che tanto lo adorano e lo rispettano. Quando compone delle opere è intrattabile, bisogna solo evitarlo per non avere dei dispiaceri, per un nulla si arrabbia, ha scatti di nervosismo che danno da pensare, se non lo conoscessi direi che è un pazzo. Nei miei confronti non ho di che lamentarmi, certo il lavoro e’ al primo posto e noi tutti veniamo in secondo. Gli amici di Dante sono simili a lui non solo nei pensieri, ma anche nel modo di comportarsi , osservando l’immagine noto affinità e complicità, sembra che attorno a loro non ci sia niente altro.

DANTE E IL SUO AMICO GIOTTO

ALESSANDRO GUIGLIA
ALESSANDRO GUIGLIA

Mio marito nella sua vita ha conosciuto molti artisti e letterati, ma mi ricordo che egli legò moltissimo con un pittore in particolare, Giotto. Anche lui era nato a Firenze e se non erro era anch’esso sposato e con 4 figli. Fin da subito vidi come Dante e lui andavano molto d’accordo, delle volte capitava pure che rimanessero in biblioteca a discutere e parlare di vari argomenti, e io avevo sempre il vizio di fermarmi poco prima dell’entrata ad ascoltare ciò che si dicevano, era interessante per una donna come me ascoltare discorsi che non si basavano su pettegolezzi delle signore di Firenze o sui problemi di altre famiglie. Sovente Dante si assentava per giornate intere per seguire Giotto fuori Firenze in cerca di ispirazione per i suo dipinti, Dante ammirava molto l’abilita di Giotto nell’esprimere su una tela o in un’affresco il suo modo di vedere il mondo tanto quanto il pittore ammirava il modo di scrivere di mio marito. Anche dopo l’esilio da Firenze mio marito e Giotto rimasero in contatto, Giotto lo invito pure ad un banchetto ma purtroppo mio marito dovette rifiutare.Si mandavano spesso lettere di saluti, per sapere come procedeva il lavoro e Giotto si interesso particolarmente dello scritto nel quale mio marito mise tutta la sua vita, la sua amata “Commedia”. Personalmente mi piacque molto questa amicizia che nacque tra loro due, soprattutto per Dante, Giotto fungeva da stimolo, quasi come se lo ispirasse con le sue tele. Inoltre dopo la morte di Beatrice, Dante cadde in una fase molto triste e spesso passava giornate intere a pensare a lei e a scrivere, Giotto gli offrì un modo per svagarsi un po e riflettere secondo altri schemi, e ciò mi rendeva molto felice e serena. Credo che mio marito abbia inserito Giotto anche in un suo scritto data l’importanza che aveva conquistato in cosi poco tempo e con tale semplicità. personalmente ho sempre ritenuto Giotto un grandissimo artista, mi piaceva molto osservare gli schizzi che egli regalò a mio marito, uno di questi mi fu poi donato da mio marito; raffigura una famiglia di comuni borghesi a tavola, ciò che mi colpisce tutt’ora però è la profondità che le figure riescono ad ottenere secondo una tecnica che lui chiamò chiaro\scuro, credo che uno dei motivi principali della mia passione per questo semplice “appunto” sia che raffigura tutto ciò che ho sempre cercato con mio marito, sedersi a tavola e godere della semplicità di tale gesto, senza dover osservare mio marito afflitto da problemi di politica interna o in ricaduta per il lutto per la sua amata Beatrice. Non ho più notizie del pittore dalla morte di mio marito spero che lui e la sua famiglia stiano bene e di poterlo rincontrare un giorno.

QUANDO MIO MARITO PARTI' IN GUERRA

PAOLO LAMBERTI
PAOLO LAMBERTI

Mio marito fino ai trent'anni si tenne lontano dalla politica ma non si dimenticò dei suoi doveri da cittadino. Uno di questi doveri era appunto quello di difendere la patria e andare in guerra se fosse stato necessario. Quando mio maritò tornò dalla guerra mi raccontò tutto.

In quel periodo ero molto preoccupata per lui perchè poteva perdere la vita oppure tornare a casa dopo la guerra ferito. Ero sempre in pensiero e pregavo molto nella speranza che non gli succedesse niente. Quando Dante tornò a casa dopo circa tre anni che non lo vedevo fui molto felice di vederlo e di vedere che stava bene.

Mio marito fece il militare per tutto il corso delle guerre Aretino- Pisane cioè dall'assedio di Poggio Santa Cecilia fino a Caprona.

Nel 1289 si svolse una guerra tra guelfi fiorentini e luchessi e ghibellini pisani e a questa battaglia prese anche parte mio marito che era uno dei quattrocento cavalieri e dei duemila pedoni della milizia fiorentina.

Dante era stato scelto, come tanti nobili, a far parte del reparto dei feditori, era sempre tra i primi combattenti ad avere l'onere dei primi assalti. Era armato alla leggera: un'unica spada. I suoi compagni avevano oltre alle spade talvolta asce e mazze. Il loro compito era quello di sfondare le linee e le barriere nemiche sul campo di battiglia.

Spesso, iniziati i combattimenti, mio marito veniva disarcionato ma continuava a battersi per dimostrare il suo valore anche se poi non venne riconosciuto.

Giorno dopo giorno temevo che mi giungessero cattive notizie sulla sua sorte.

Sola, chiusa nelle mie stanze, mi inginocchiavo davanti al crocifisso e pregavo Nostro Signore che l' esercito fiorentino potesse tornare vittorioso fra le sue mura e che al più presto potessi riabbracciare mio marito.

Passaavo le mie giornate alternando i pensieri e le preghiere ai momenti in cui mi occupavo della casa e dei figli, che in tenera età erano stati privati della presenza del padre. Solo la sera, come unica distrazione, mi concedevo del tempo a ricamare delle nuove tovaglie.

Per fortuna dopo questi lungissimi tre anni vidi arrivare mio marito e io e i nostri figli potemmo riabbraciarci.

Ero molto felice perchè finalmente dopo molti anni potevamo tornare come prima a divertici in famiglia. Per festeggiare il suo arrivo ci riunimmo con le nostre famiglie la Donati e L'Alighieri come facevamo per festeggiare le festività tipo natale e pasqua dove ci riunivamo sempre per mangiare pranzo e cena.

I miei bambini erano molto felici perchè loro padre poteva di nuovo portarli a scuola come una volta. I maschi venivano accompagnati da un signore con potere maggiore perchè potessero imparare le regole della cortesia cioè le buone maniere presso le corti e perchè potessero diventare esperti nell'arte militare. Questo serviva perchè poi da grandi avrebbero dovuto prendere il posto del padre oppure diventare abati, vescovi oppure cardinali infatti dai quattordici anni cominciavano l'apprendistato di un'arte o un mestiere.

QUELLA BEATRICE

TOMMASO LUGLI
TOMMASO LUGLI

Beatrice Portinari, detta Bice, moglie di Simone de Bardi (Firenze, 1266 circa – Firenze, 8 giugno 1290), la donna che per tutto il mio matrimonio con Dante è stata l’oggetto della mia infelicità, lei non e mai stata presente fisicamente ma nella mente di mio marito. Era molto bella nessuno poteva dire il contrario.

La sua mente, il suo desiderio era sempre verso una sola persona, quella donna. Immaginate come potevo sentirmi ogni momento della mia vita, era una cosa che mi perseguitava, con le altre persone poi… ero vista da tutti come il suo secondo amore e io non lo tolleravo. Non c’era giorno che non passasse in cui lui non la nominava o l’osannava, sapevo che noi mi aveva mai tradita, ma il semplice fatto che per dante non esistessero altre donne oltre che Beatrice mi perseguitava ogni giorno. Ho vissuto tutta la mia vita con la frivola speranza che questo inferno finisse, ma neanche con la sua morte lui smise di pensarla, anzi nei primi periodi era talmente addolorato che non usciva più, erra barricato nel suo studio a disperarsi non mangiava, non mi parlava, in quel momento ho capito quanto l’amasse e quindi compresi anche che non l’avrebbe mai dimenticata, non ostante ciò continuavo a condividere con lui quella situazione. Per mio marito Beatrice era un angelo per me il Diavolo.

In tanto il tempo passava e io ormai avevo da tempo accettato quella situazione stavo meglio sì, le giornate mi sembravano meno cupe ma del nostro matrimonio ormai non c’era più nulla mio padre aveva voluto e così era stato. Nei primi periodi della mia vita con Dante potevo dire di essere felice, ma quando arrivò Beatrice… per lui non cambiò nulla ma per me molto, il suo comportamento nei miei confronti non cambiò ma per me era come se non vivessimo più neanche nella stessa casa. Ogni novella o romanzo che scriveva era dedicato a lei… per me non scrisse mai nulla, persino la gente comune iniziava a mormorare di un possibile adulterio con Beatrice, e lui per non infangare il buon nome di Beatrice iniziò a scrivere di un'altra donna, neanche questa volta di me.

Non se ne rendeva conto o forse volutamente non parlava mai di me, ma io per lui rappresentavo il nulla prima c’era la poesia, Beatrice, gli amici, la politica poi forse io e non ostante questo dovevo restare lì non potevo andarmene, il mio matrimonio con dante non fu di certo il matrimonio che tutte le donne cercano, ero sempre messa allo scuro da Beatrice, fino a quando non arrivò il suo esilio, partì e io non ero neanche a conoscenza della meta che volesse raggiungere sapevo solo che quando rivedetti il suo corpo senza vita era il settembre del 1321 a Ravenna, io ebbi l’onore di leggere per la prima volta la Commedia e questo mi appagò di tutto il matrimonio che fu con Dante

Non ostante tutto quello che era stato il nostro matrimonio, al suo funerale piansi ma nel frattempo ero lieta del fatto che aveva finalmente potuto raggiungere la sua tanto amata Beatrice.


STORIA DI UN ADULTERIO

GAIA MALNATI
GAIA MALNATI

La vita di mio marito, Dante Alighieri, è sempre stata rivolta all’amore per la letteratura, per la scrittura e, soprattutto, per le donne.

Io sono stata sua moglie, ma il suo cuore non era solo per me: le figure femminili sono state spesso le protagoniste delle sue poesie, al punto che di alcune di esse si era realmente innamorato.

Da tempo mi erano giunte delle “dicerie di paese”, che sostenevano che mio marito mi tradiva con una ragazza incontrata molto tempo prima:

Ciarlatana di paese: <<Donna Gemma, è a conoscenza dei fatti che si dicono su Suo marito?>>

Gemma: << E che cosa si direbbe di tanto strano?>>

Ciarlatana di paese: <<Il Signor Alighieri, si sente in giro, che si incontri con una bella ragazza di nome Beatrice. Le conviene, Gemma, prestare attenzione a quanto Le sto confidando e controllare Suo marito!>>

Da quel momento mi sembrava di sentire ovunque voci che parlavano alle spalle di Dante, del suo adulterio e del fatto che nascondesse la sua innamorata attraverso i suoi scritti. Utilizzava, a questo proposito, la tecnica di sua invenzione della “donna schermo”, che consisteva nel proteggere la sua reputazione dalle maldicenze del popolo, rivolgendosi a donne immaginarie per evitare di parlare direttamente con la sua amata. In questo modo, ha, però, provocato una reazione negativa in Beatrice, che gli ha tolto il saluto.

Dante ha trascorso un periodo di profonda sofferenza, dal quale si risveglia lodando la “gentilissima” e percorrendo con questa donna il viaggio nel Paradiso, fino ad arrivare alla visione di Dio.

Beatrice era descritta da mio marito come una ragazza dotata di grande purezza, al punto che il suo amore per lei è sempre stato platonico ed è arrivato a rappresentarla come una creatura angelicata e non più terrena. La considerava come la perfezione, infatti in una poesia in cui Dante dialogava con i suoi amici Guido e Lapo, l’ha collocata al numero nove delle trenta donne più belle di Firenze. Non è stato un caso, per lui la simbologia numerica aveva sempre avuto importanza nelle sue poesie: il numero nove significava il Miracolo, cioè Beatrice.

Venire a conoscenza del tradimento di mio marito è stato un duro colpo per me, ma la consolazione che mi rimaneva era quella di un adulterio immaginario e non carnale. È rimasto, comunque, per tutta la vita, mio marito, con cui ho costruito una famiglia e, per amore verso i nostri figli, sono rimasta unita a lui fino alla sua morte.


LE MIE FANTASIE E I MIEI RIMPIANTI

GIORGIA MARENGO
GIORGIA MARENGO

Da quando ero piccola la mia vita non fu totalmente facile, al compimento del mio ventesimo compleanno, mio padre scelse colui che fu mio marito e io non ebbi scelta che accettare nonostante non appartenesse ai miei gusti.

Come ogni ragazza della mia età, immaginavo il mio futuro e pensavo a ciò che mi sarebbe piaciuto svolgere nel mio corso e nella mia carriera.

Desideravo molto diventare una donna indipendente senza che nessuno mi comandasse e volevo avere un lavoro stabile che mi rappresentasse.

Passavo ore a ipotizzare luoghi da visitare e mi vedevo viaggiare in tutto il mondo come una mercate o una artigiana, ricercando la libertà che ho sempre voluto.

Da quando ero una fanciulla avevo la passione per i vestiti, adoravo immaginarmi con un lungo vestito bianco al mio matrimonio con accanto la persona che amavo; adoravo soprattutto gli abiti di colore acceso, tipo il rosso fuoco perché mi facevano mostrare agli occhi delle altre persone come una donna elegante, aggraziata e di nobili culture.

Uno dei miei rimpianti da ragazza è stata rinunciare alla proposta del mio amato che fu di scappare con lui per realizzare tutte le nostre aspirazioni, in un paese caldo, mettere su famiglia e di lasciare tutte le regole e le costrizioni dei nostri avari genitori.

Lui seppe darmi tante allegrie e tanto amore non come il mio attuale marito, se ritornassi indietro non l’avrei sposato e sarei scappata da questa ingiusta imposizione.

Quando nacque il primo genito, speravo che la situazione con il mio coniuge cambiasse e invece questo rimase impassibile e anaffettivo nei suoi confronti, nei miei e degli altri due figli perché a lui interessava solo la sua amante a cui dedicava le sue opere.

Un altro pentimento è stato quello di non essere fuggita insieme ai bambini quando erano piccoli, per fargli vivere la loro infanzia in piena serenità e affetto materno senza fargli subire l’infedeltà del loro padre.

Grazie all’ innocenza dei miei figli io sono ritornata bambina, nel tempo i rimpianti sono svaniti e la fantasia è aumentata passando del tempo con loro, così da farmi riflettere e decidere di non farli vivere le mie esperienze.

LA MORTE DELL'AMANTE

FRIGEANCE MULADIKA
FRIGEANCE MULADIKA

Com’è difficile la vita per noi donne in questi anni.

Mi chiamo Gemma Donati, sono nata il 3 marzo 1265, in una nobile famiglia di Firenze.

Dopo pochi anni dalla mia nascita, il mio destino era già stato scritto dalla mia famiglia. Sono davvero poche le cose che noi ragazze nobili possiamo decidere della nostra vita. A undici anni sono stata promessa in sposa ad un giovane mio coetaneo, Dante Alighieri, discendente di una delle nostre casate nemiche. E’ facile immaginare, quindi, che le mie nozze, una decina di anni dopo, furono un atto strategico per mantenere la pace tra le nostre casate e non avevano nulla a che fare con quel sentimento di cui mio marito tanto parla nelle sue opere, l’amore. Dalla nostra unione sono nati quattro figli, uniche gioie di un matrimonio fragile e spento.

So bene che i posteri mi descriveranno come una donna invadente e indiscreta, per nulla sottomessa, ma provate a immaginare cosa voglia dire per una giovane donna, appena ventenne, vivere accanto ad un uomo innamorato di un’altra donna. Quel che è peggio, mio marito non fa nulla per nascondere il suo sentimento, così il mondo intero ne è a conoscenza.

Per secoli tutti sapranno che l’unico amore di mio marito era Beatrice; io sono solo la moglie, la madre dei suoi figli. E si sa, la moglie, di questi tempi,non può mai essere la donna che si ama.

Io ho visto mio marito, prima, struggersi per un amore platonico e impossibile,poi, essere completamente annientato dalla morte della sua amata.

Vivere solo da spettatrice l’amore di mio marito ha profondamente influenzato il mio carattere e ha spento tutte le mie speranze. Inoltre, dopo la morte dell’amante di mio marito mi ero convinta che, dopo un po’ di tempo, avrei potuto prendere il mio legittimo posto nel suo cuore. Invece, per tutti gli anni successivi, mio marito ha continuato a vivere nel ricordo di Beatrice, trasformandola nella sua musa.

Poche persone nei secoli ricorderanno il mio nome, ma nessuno dimenticherà quello di Beatrice.

Ho vissuto la morte dell’amante di mio marito con sentimenti contrastanti. Conservavo ancora un po’ di carità, che mosse in me qualche debole sentimento di pietà per la morte di una giovane ragazza. Inoltre mi lasciai contagiare un poco dall’atmosfera intorno a me; tutti erano straziati da quella perdita, che consideravano una vera tragedia e tutto quel dolore mi sfiorò appena.

Il sentimento più forte che provai però, fu un senso di profonda liberazione; liberazione come da un’ombra scura e pesante che avevo sempre avuto sulla mia testa.

Ora so di essermi illusa, ma all’epoca credevo che per me sarebbe cominciata una nuova vita, fatta di più attenzioni e gentilezze da parte di mio marito, o almeno di più considerazione.

Da allora nulla è cambiato, se nonché mio marito ha iniziato a incupirsi sempre di più. Per anni si è aggirato in casa come un fantasma di se stesso, come un uomo a cui è stata portata via la sua ragione di vita. A mia volta anche io mi sono ingrigita, non solo di capelli, ma soprattutto di animo.

Sono diventata sempre più insofferente, anche solo alla sua presenza, fino al punto di prendere una drastica decisione. Ma questa è un’altra storia…

Considerate questo il racconto di come Gemma Donati ha vissuto la morte dell’amante di suo marito.

QUEL DOLORE INCONFESSABILE

MANUEL MUSTO
MANUEL MUSTO

Gemma, d’altra parte, di fronte a qualsiasi obiezione del capo famiglia, lui le avrebbe risposto che “le donne non capiscono queste cose”. L’amore di cui lui scrive è una cosa diversa. Lui, le dice “ sei mia moglie, sei la madre dei miei figli.. E la moglie non può mai essere la donna che si ama”.

Gemma non si dà pace e con gelosia profonda per una donna che non c'è più e che non sarebbe più una minaccia vede negli occhi del suo Dante guardare i giorni uguali alle notti delle quali nessun ora passava senza guai, senza sospiri e senza copiosa quantità di lacrime. Dante sembra rispondere al più classico stereotipo dell’uomo distrutto: spento, trasandato, con la barba lunga, passa le giornate fissando il vuoto. Gemma capisce che il suo matrimonio e solo una consolazione per Dante infatti non compare mai nelle sue poesie tranne nel finale di questo dialogo.


GEMMA – Sempre a parlare di donne, eh. Ma nessuna, nessuna delle tue poesie parla di me.

DANTE – Ma che c’entra? Tu sei mia moglie!

GEMMA – Sempre a parlare di donne, eh. Ma nessuna, nessuna delle tue poesie parla di me.

DANTE – Si può sapere di chi parli?

GEMMA – E chi lo sa? Magari di Francesca, o di Pia, o di Costanza, o di Cunizza da Romano. Magari di Matelda o di mia cugina Piccarda, povera dolce creatura infelice… e di qualcun’altra, soprattutto.

DANTE – Guarda che l’ho capito dove vuoi arrivare, eh! Vuoi parlare di Beatrice, vero?

GEMMA – Tu non parli d’altro.

DANTE – Ebbè, ma un conto è in versi, ma così è un’altra cosa. Non voglio che nomini Beatrice.

GEMMA – Io non sono degna nemmeno di pronunciare il suo nome?

DANTE – L’essere degni o non degni non c’entra. E’ morta: non sta bene parlarne. Non ha niente a che fare con te. Cos’hai contro di lei?

GEMMA – Niente, figurati. Io sono felicissima che tutta Firenze parli dell’amore immortale di mio marito per Bice Portinari. Davvero, non potrei desiderare nient’altro dalla vita.

DANTE – Le donne non capiscono queste cose. Il mio amore per… insomma l’amore di cui scrivo è una cosa diversa. Tu sei mia moglie, sei la madre dei miei figli.

GEMMA – Certo, sono la moglie. Che non può mai essere la donna che si ama. Anche nelle storie di Francia no? Qualche volta succede che si arriva a sposare la donna che si ama: però poi la storia finisce subito. L’amata può diventare la moglie, ma la moglie non può diventare l’amata. Che cosa sarebbe successo, se messer Tristano avesse sposato Isotta?

DANTE – Mi sembra di sentire il mio amico Cavalcanti, Gemma. Non sapevo che tu fossi pratica anche delle dispute dei filosofi.

GEMMA – E certo, io per te sono la moglie e nient’altro. E Beatrice…

DANTE – E lei non è mia moglie.

GEMMA – Tu avresti voluto che lo fosse stata?

DANTE – Me la fai una torta di mele, questa sera?

GEMMA – Ma pensi che a me si possano dire solo cose di questo genere? Perché alle mie domande non rispondi mai sul serio? Dimmi, avresti voluto che fosse stata lei tua moglie?

DANTE – Ma no, mai! Ma figurati. E poi non sarebbe stato possibile.

GEMMA – Ma se fosse stato possibile, tu l’avresti presa in moglie?

DANTE – Non lo so! Piantala. Non ci ho pensato mai. Anche perché a pensare una cosa del genere, mi sarebbe sembrato… quasi di sentirla.

GEMMA – Ma se l’avessi amata davvero, magari anche nel modo in cui Paolo amava Francesca, l’avresti pensato! Fra te e lei non c’è mai stato altro che un saluto vero? Un saluto suo, peraltro… non si capisce nemmeno se tu rispondevi. Oppure questo è quello che scrivi, e nella realtà le cose sono andate diversamente?

DANTE – Basta! Tu continui a parlare di Beatrice come di una donna qualunque, del mio amore per lei come di un amore qualunque. Tu non puoi capire…

GEMMA – Già, non posso capire si sa. Ma vorrei provare a capire, se me lo consenti. Vorrei capire cosa è stata per te. A volte sembra che non sia stata niente, a volte che sia stata tutto.

DANTE – Io non le ho mai sfiorato l’orlo della veste, se è questo che vuoi sapere. Nemmeno con il pensiero! E lei è morta da anni, ormai..

GEMMA – Lei è morta, lo so, ma più passa il tempo e più è viva… e se fosse una donna vivente, anche amata da te, non mi darebbe da pensare. I morti sono più forti dei vivi, contro di loro non si può combattere.

DANTE – Questo è vero. Anzi sono vivi, assai più di noi, e il tempo non avrà più alcun potere su di loro.

GEMMA – Comunque ancora non mi hai detto se l’amavi di amore, se la desideravi, se hai mai sognato di avere da lei qualcosa di più del saluto…

DANTE – Mai. Lei per me era… un annuncio. Una via d’accesso a un’altra realtà, diversa da questa nostra terrena. Era una elevazione. Amandola senza chiedere nulla e senza volere nulla, io mi innalzerò al di là di me stesso. Al di là di questo mondo di vane parvenze. Lei era un’intenzione di Dio fatta visibile. Lei era la più pura immagine vivente di Dio. Lei era…

GEMMA – …un’ispirazione poetica, un simbolo, un’occasione, una sagoma vuota. In fondo Beatrice non esiste.

DANTE – Esiste, esiste eccome.

GEMMA – “Una cosa venuta – di cielo in terra a miracol mostrare”. Non è vero? Tu non l’hai mai amata come donna.

DANTE – No, come donna no. Ma molto di più.

GEMMA – E io come c’entro in tutto questo?

DANTE – E tu che c’entri?

GEMMA – Eh, e io che c’entro?

DANTE – E tu non c’entri niente. Tu sei mia moglie. Sei la madre dei miei figli.

GEMMA – Ancora?

DANTE – Tu vivi accanto a me. Lei non ti ha tolto nulla, come tu non potevi togliere nulla a lei. Io ho sposato te.

GEMMA – Insomma, io la carne e lei lo spirito.

DANTE – Ecco, sì, qualcosa del genere.

GEMMA – Senti, un’altra cosa: c’è Nella, la moglie di mio cugino Forse, che è molto offesa con te, lo sapevi sì? In quei sonetti orribili, pieni di oscenità che tu e Forse vi scrivete, devi avere detto qualcosa anche di lei… che Forse a letto non vale niente, che sua moglie ha freddo. Non ho capito nemmeno tutto, di quella roba, ma Nella ha tolto il saluto anche a me.

DANTE – Mai dai si fa per scherzare. Voi donne non le capite queste cose. Tu comunque quelle poesie non le dovresti nemmeno leggere. Mi stupisco di te: non sono cose da donne oneste.

GEMMA – Com’è che gli uomini onesti possono scrivere cose che le donne oneste non possono leggere?

DANTE – Uomini e donne sono fatti da Dio in modo diverso, per diversi destini.

GEMMA – Come è possibile che uno stesso poeta scriva di donne e di amore in modi così opposti? Una volta fa come se il corpo non ci fosse, un’altra volte riduce tutto al corpo e nel modo più basso. Dai tuoi versi sembra che in te ci siano due uomini, o forse anche di più.

DANTE – E’ solo un fatto di stile… anche questo le donne non lo capiscono. Perché non studiano la logica e la retorica.

GEMMA – Già, e dimmi una cosa: Beatrice, da viva, capiva tutto della poesia? E la logica, e la retorica, e il resto?

DANTE – Ma non lo so, e nemmeno mi interessa. Adesso stai buonina, su, che devo lavorare.

GEMMA – Scusa, scusa. Me ne vado.

DANTE – Aspetta

GEMMA – cosa c’è ?

DANTE – Guarda qua.

GEMMA – Che roba è ?

DANTE – La Commedia: canto quinto del Purgatorio. L’ho appena finito.

GEMMA – E allora?

DANTE – Ti leggo il finale in anteprima.

GEMMA – Addirittura? E che ci capisco io, che son solo una donna?

DANTE – Vediamo se questa la capisci.


GEMMA leggendo il finale capì in cuor suo che per Dante lei era la moglie e madre e non la donna che gli ha rapito il cuore «Ricorditi di me, che son la Pia: Siena mi fé, disfecemi Maremma: salsi colui che ‘nnanellata pria disposando m’avea con la sua Gemma».

MIO MARITO E LA POLITICA

GABRIELE NEBBIAI
GABRIELE NEBBIAI

La vita politica del periodo in cui vivevamo Dante ed io era molto complessa. Firenze era contesa tra i Guelfi Bianchi, che desideravano l’indipendenza della città ed i Guelfi Neri, che appoggiavano l’intromissione del Papato nel governo fiorentino.

Mio marito sosteneva i Guelfi Bianchi, dal momento che voleva impedire il dominio della Chiesa, ma Papa Bonifacio VIII, con l’aiuto di Carlo di Valois, conquistò Firenze, iniziando una serie di persecuzioni contro la parte opposta.

Dante fu accusato di aver ricoperto le cariche pubbliche della città in maniera corrotta e, per questo motivo, fu esiliato. In quel periodo, si trovava a Roma per esercitare la funzione di ambasciatore, quindi non si presentò per discolparsi e ne conseguì che fu condannato al rogo.

Mio marito non riuscì a rientrare a Firenze nemmeno con la spedizione militare organizzata dai Guelfi Bianchi ed iniziò un pellegrinaggio verso alcune città italiane, in particolare Verona e Ravenna, dove lo accolsero alcuni nobili e le loro corti. Per lui era difficile sostenere questa condizione, perché doveva rispondere alle volontà dei suoi protettori e sottomettere la sua capacità intellettuale ad essi.

Per Dante, però, è stato anche un periodo utile per capire che le crisi che erano presenti nelle varie città italiane ed europee derivavano dall’assenza di un imperatore che imponesse regole e leggi. Il sogno di Dante era, infatti, quello di restaurare il potere imperiale per riportare la pace e la giustizia.

La mia speranza era quella che mio marito potesse ritornare in patria per tornare a vivere insieme e riuscire a portare a termine il suo scopo. Desideravo che accettasse l’amnistia, dichiarando la sua colpevolezza e sottoponendosi ad un’umiliazione pubblica.

Gemma: << Dante, rifletti attentamente sulla decisione che hai assunto, e, per amor mio, cambia idea, torna a Firenze. Potrai sostenere le tue opinioni politiche con il mio appoggio e il supporto dei tuoi compagni Guelfi Bianchi nella tua amata città natale.>>

Dante: << Non posso acconsentire alla tua richiesta, in quanto non mi ritengo colpevole e non posso dichiarare il falso, davanti a tutti, perdendo la mia dignità e il rispetto di coloro che mi ritengono uno dei più grandi poeti ed intellettuali di Firenze.>>

Egli non ascoltò le mie preghiere e rifiutò la proposta a lui concessa: fu obbligato a rimanere a Ravenna. Morì dopo pochi anni, con mio dispiacere, dal momento che non ho trascorso insieme a lui l’ultimo periodo della sua vita.


STORIA DI UN PROCESSO E DI UNA CONDANNA

ALICE OLOCCO
ALICE OLOCCO

Era un freddo pomeriggio d’inverno,si era appena innalzata un’aria pungente come tanti aghi conficcati nella pelle.

Precisamente era il 27 Gennaio del 1302 e le strade di Firenze erano completamente vuote, talmente immersa nei miei pensieri che non mi resi conto che qualcuno stava bussando con insistenza.

Mi diressi verso la porta, l’aprii trovandomi un uomo imponente sulla soglia.

Cercai di tenere la calma non sapendo i motivi che l’avevano condotto alla nostra abitazione: <<Posso aiutarla?>> volevo apparire il più cortese possible.

Tirò fuori un foglio: <<Sto cercando Durante Alighieri.>> la preoccupazione iniziava a impossessarsi del mio corpo,temendo che i miei pensieri si trasformassero in realtà: <<Sono sua moglie,mio marito non è in casa. Cosa vuole esattamente?>> l’uomo tirò un sospiro: <<Suo marito è condannato>>

I miei pensieri erano corretti anche se ci avevo sperato fino all’ultimo di sbagliarmi,sapevo bene in che condizioni era la mia città in quel periodo.

Guelfi e Ghibellini erano in continua contrapposizione,I Guelfi ormai divisi in due parti (bianchi e neri). Dante si era schierato dalla parte dei bianchi procurandosi diversi avversari.

Il signore mi consegnò il foglio dicendomi che l’avrebbero atteso il giorno stesso nel tribunale cittadino.

Fu inutile cercare di convincere mio marito ad andarci,continuava a ripetermi che era sicuro delle sue scelte e sapeva quale sarebbe stato il suo destino.

Passarono i giorni e io ero sempre più preoccupata per la sua sorte,ormai mi era diffcile dormire la notte.

Con arroganza arrivò il 10 marzo del 1302,non avrei mai voluto o sperato che arrivasse quel maledetto giorno.

<<Alighieri Dante è condannato per baratteria, frode, falsità, dolo, malizia, inique pratiche estortive, proventi illeciti, pederastia, e lo si condanna a 5000 fiorini di multa, esilio, e se lo si prende, al rogo, così che muoia.>> Recitava così la sentenza emessa dal tribubunale cittadino,continuava a rimbombarmi in testa come una canzone sentita trope volte. Il mio viso ormai era velato dale lacrime mentre Dante non sembrava darci molto peso.

Sapevo che aveva oltrepassato il limite già da tempo,ma lui era così: avrebbe fatto qualsiasi cosa per non farsi sottomettere,per esprimere i suoi pensieri e le sue idee.

Non sarebbe mai più entrato a Firenze,non lo avrei più rivisto.

Ciò mi distruggeva,non sentivo nemmeno più l’aria gelida sulla pelle, si avvicinò a passo svelto <<Questo è un addio>> abbassai lo sguardo abbracciandolo forte.


Lo vidi li l’ultima volta.

In quell cupo 10 marzo.

Dove una parte di me, si spense.

L'ESILIO DI MIO MARITO

LEONARDO PEPINO
LEONARDO PEPINO

Era il 10 marzo 1302 quando mio marito venne condannato a due anni di esilio fuori da Firenze.

I guelfi dopo l'ascesa al potere di Benedetto Caetani si suddivisero in due fazioni: i guelfi bianchi

e i guelfi neri. I guelfi bianchi dove si schierò mio marito che furono da sempre in guerra contro

i neri che sostenevano il papa perché avevano degli interessi economici per cui supportarlo.

I guelfi neri iniziarono a esercitare il loro potere su Firenze e cacciarono via gli sconfitti ovvero

i guelfi bianchi. La condanna di mio marito fù di due anni ma per lui diventò definitiva in quanto

non mise più piede in Firenze. A seguito della condanna rimasi scioccata iniziò per me un periodo

di depressione. Pochi giorni dopo la sua condanna la mia paura di uscire di casa era tanta, avevo

paura di come le persone potessero guardami sapendo che ero la moglie di Dante la persona più

odiata in quei giorni nella nostra Firenze. Decisi così di passare gran parte del tempo in casa.

Era molto frustrante per me passare tutto quel tempo rinchiusa in casa senza poter fare nulla

vedendo tutte le altre donne che uscivano.

Più i giorni passavano più non riuscivo a pensare a cosa stesse facendo mio marito così lontano

da casa e soprattutto così lontano da me, chissà le difficoltà che avrà già trovato in così pochi

giorni da quanto è andato via. Sarà riuscito a trovare un posto in cui poter dormir nella notte

così buia e fredda che lo circonda. La preoccupazione per lui era altissima e più pensavo al mio

amato e più mi deprimevo. Con il passare dei giorni, delle settimane cercai di non pensare più

a lui ma mi concentrai più sul mio stato mentale, cercai di pensare positivo e di continuare la

mia vita come una normalissima donna. In una bellissima giornata di sole con grande spirito

presi la porta di casa e per la prima volta dopo settimane uscii, notai che alcune persone

ancora mi guardavano male perché si ricordavano sempre del fatto che sono la moglie di

Dante. Nonostante questo andai avanti come se nulla fosse e questo mi aiutò molto perché

non entrai in depressione proprio grazie alla mia forza. Ripresa la mia normale vita passarono

gli anni e dopo due interminabili anni senza contatti con mio marito finalmente poteva

rientrare a Firenze da uomo libero senza più dover essere perseguitato e giudicato dalle perso-

ne che lo credevano un traditore e un' uomo che non valeva nulla.

I giorni, le settimane e i mesi passarono ma del mio amato nessuna traccia non potei che

pensare al peggio . Il colpo per me fù durissimo, pensare che mio marito non sarebbe più stato al mio fianco. Inizio così per me una dei periodi anzi il periodo più brutto della mia vita.

Gemma Donati.

SEMPRE IMMERSO NEI SUOI STUDI

DAVIDE POP
DAVIDE POP

Mio marito non ha mai preso sul serio questo matrimonio, lo dimostra il fatto che se ne sta sempre nel suo studio a leggere i suoi libri e quelli della nostra libreria ogni giorno e gli unici momenti in cui esce sono quando deve mangiare o dormire. Quando mio padre mi aveva ceduta in dote a un giovane grande poeta ne fui abbastanza felice ma solo dopo venni a conoscenza di ciò che sarebbe successo. Già dai primi giorni dopo la nostra unione si rinchiudeva nel suo studio a leggere poemi di grandi intellettuali del passato, da Virgilio a Tolomeo e Aristotele laciandomi sempre sola. Una volta lessi una sua opera ma da allora non lo faccio più, ho scoperto che quasi tutte le sue opere sono per una certa Beatrice e tutto ciò conferma la cosa detta in precedenza su questo matrimonio. Il mio Consorte si sveglia assieme a me, dopo esserci vestiti percorriamo il corridoio un lungo corridoio per arrivare nella sala da pranzo dove i servitori ci daranno la colazione, Dante è sempre di fretta perchè deve studiare su un grande progetto di cui non vuole mai parlare dettagliatamente, mi dice solo che deve memorizzare sempre più informazioni riguardo inferno, paradiso e di qualche antico poeta ma so che non è vero perchè preca il suo tempo a scambiare lettere di insulti molto vergognosi con l'amico Forese Donati e di rado abbiamo delle conversazioni, penso sia un uomo davvero noioso senza carisma a cui importi solo delle sue opere e di Beatrice e che ha sfruttato la sua fama per avere una protezione contro i nemici dopo l'esilio. Almeno è stato in grado di darmi dei figli, altrimenti le mie giornate sarebbero state cupe e solitarie, con i miei tre bambini al mio fianco ho avuto più gioia nella mia vita monotona, oltre che per mangiare mio marito era solito cambiare stanza fino alla libreria per prendere dei libri che gli servivano ma mi piaceva sentire i suoi poemi dove raccontava i suoi sogni o speranze come ''Io vorrei che tu lapo ed io''. Per entrare nel suo studio si doveva passare per grandi porte di legno decorate dallo stemma della mia famiglia ovvero una figura rettangolare con una punta nella parte bassa divisa in due da un acceso rotto dalla parte alta e un bianco nel resto, una volta superata l'entrata vi si accedeva a una grande stanza con poca illuminazione per via delle poche e piccole finestre con tanti scaffali pieni di libri e rotoli antichi. Odiava essere disturbato e si arrabbiava se qualcuno fosse entrato nel suo studio, non lasciava avvicinare nessuno alle sue opere e hai sui libri, disprezzo quell'uomo per aver trascurato la sua famiglia in questa maniera, lo considero un'estraneo anche perchè ha passato più tempo sui suoi libri che con me ed a scrivere poemi su quella donna, mi chiedo se l'opera che sta scrivendo sarà un modo per farsi perdonare per tutto questo. Non ho tanti ricordi di mio marito... E' stato ogni giorno o nel suo studio o nella libreria deviando ogni mia domanda o frase con un '' Devo leggere ora'' spero un giorno cambierà perchè mi sto rattristando ogni giorno senza possibilità di andare via dovendo accudire e istruire da sola i figli.


STORIA DEI MIEI FIGLI

BEATRICE SABENA
BEATRICE SABENA

Era una calda giornata d’estate, il sole rifletteva sulla finestra della mia stanza lasciando passare alcuni raggi. Ero in attesa del mio primo figlio, decidemmo di chiamarlo Pietro. Per noi quel nome era importante, significava “roccia, pietra”. Pietro sin da piccolo desiderava di cambiare se stesso come tutt’ora, ogni volta che svolgeva qualche mansione e falliva con la sua dolcezza riusciva a riparare i danni che creava e proprio per questo il suo nome lo rappresenta. È sempre stato un bambino che non ti ha mai fatto mancare d’affetto e spesso con i suoi dolci occhi azzurri e le guanciotte paffute, con molta somiglianza nel papà, sapeva come chiederti attenzioni. Poco prima del 1300 ci fu la nascita di Jacopo, a differenza di suo fratello si è sempre preoccupato per le persone a lui care cercando di proteggerle. La nascita di Jacopo portò alcuni cambiamenti siccome era diventato il più coccolato e Pietro si sentiva trascurato. Con il passare degli anni si notava sempre di più la differenza tra loro, Pietro ormai data la sua maggiore età era diventato più autonomo e poteva assumersi più responsabilità a differenza di suo fratello che essendo il più piccolino doveva aspettare i 18 anni ma desiderava tantissimo fare come Pietro. Dopo il 1315, al compimento della maggior età Jacopo e Pietro seguirono il padre in esilio, e come prima meta ci fu Verona dove Dante ricevette protezione da Cangrande della Scala, condottiero italiano, e in seguito si recarono a Ravenna dove rimase fino al 1322 sotto una protezione dai Da Polenta, mecenati; e oltretutto in questo stesso periodo Pietro ottenne benefici ecclesiastici invece Jacopo mandò una divisione della commedia a Guido Da Polenta. Successivamente Pietro volle intraprendere studi di diritto e andò a Bologna, dove conobbe Petrarca e nel 1331 decise di non tornare più nella sua città natale ma di andare a Verona. Verso l’anno 1335 si sposò con Iacopa, che gli diede 3 spettacolari figlie e anni dopo un figlio e il quinto che fu illegittimo.

Jacopo intraprese strade differenti rispetto a suo fratello, nel 1325 ritornò a Firenze e si mise a sistemare la situazione economica familiare, dove riuscì ad avere i beni paterni confiscati. Verso gli ultimi anni ebbe una relazione con Jacopa, che gli diede una figlia e un figlio. Dopo parecchi anni ci fu il giorno in cui venni a sapere della morte di Jacopo e la causa pareva fosse stata la peste nera e fu piuttosto difficile informare Pietro dell’accaduto. In seguito Pietro venne a Firenze per darmi supporto e per far visita al fratello e con insistenza mi domandava quale fosse stato il motivo; ed io molto indecisa non sapevo se dargli una spiegazione. A seguire con i giorni Pietro mi informò che si era procurato di un piccolo posticino accogliente e caldo per me cosicché lo raggiunsi a Ravenna. Gli anni proseguirono ed io iniziai ad ammalarmi e nello stesso momento Pietro mi disse che desiderava tantissimo andare ad abitare a Treviso ma prima si sarebbe preso cura di me. Oltretutto i nipoti crescevano e anche Pietro si avvicinava alla sua anziana età, ed arrivò il periodo tanto atteso per egli, siccome io riuscii a tirarmi un po’ su e ciò comportò la sua partenza per Treviso. Pietro oltre ad aver realizzato quel che voleva mi promise che sarebbe tornato da me per qualsiasi necessità. Non ero abituata a stare del tempo da sola e spesso i miei pensieri ricadevano su Jacopo, quella sua dolcezza che mi faceva star bene e quel piccolo viso semi coperto dai suoi lunghi capelli biondi che spesso mi richiedeva un’infinità di baci. Purtroppo poche settimane dopo della partenza di Pietro riniziai ad ammalarmi più gravemente e dispiaciutamente le condizioni apparsero che sarei stata prima io ad abbandonare Pietro.

MIO MARITO E IL SUO CAPOLAVORO

GIUSEPPE SANGIOVANNI
GIUSEPPE SANGIOVANNI

Era il 26 Febbraio del 1305 quando mi accorsi che mio marito era cambiato, era sempre pensieroso e non mi dava più tante attenzioni. Dopo mesi che non mi rivolgeva neanche la parola, decisi di fargli una domanda e gli dissi:"Dante, cosa ti sta succedendo? sei cambiato, non sei più quello di prima, non sei più quel ragazzo dolce e tenero che avevo conosciuto." Lui mi guardò, mi prese le mani e mi disse:"Gemma mia, in mente ho qualcosa di straordinario, qualcosa che molti poeti invidieranno, sarà un poema che farà il giro del mondo." Io ero felice, sorridevo perchè ero consapevole che avevo sposato uno dei poeti più bravi al mondo, sapevo anche che quando Dante scriveva, faceva invidia a molte persone. Lo vedevo sempre al lavoro nel suo piccolo studio che si era creato in casa, c'era solo una scrivania, qualche biro, alcuni fogli, una candela che lui l'accendeva la notte e un cestino, eravamo consapevoli che non era un granchè ma a quel epoca era più che sufficiente. Era sempre impegnato, non si staccava mai dal suo studio, scriveva e se non gli andava bene, stropicciava il foglio e lo buttava, c'erano cartecce da tutte le parti, c'era veramente un caos in quella stanza. Qualche giorno dopo, prima di pranzo, mi presentai in studio da lui e gli chiesi:”Dante, cosa stai scrivendo? Di cosa parlerà questo poema? Voglio saperlo.” Lui smise di scrivere, appoggiò la penna sul foglio, prese un respiro e mi rispose:” Tesoro, faccio qualcosa di diverso. In questo poema sarò io il personaggio principale, dovrò attraversare tre cantiche che saranno l'inferno, il purgatorio e il paradiso, in ognuna di loro saranno presenti trentatre canti tranne l'inferno che ne conterrà uno in più e sarà quello introduttivo, sarà davvero una bella sfida. Questo poema si chiamerà “Commedia”, non l'ho chiamato così perchè fa ridere ma perchè partirà dall'inferno che è una cosa brutta e finirà con il paradiso che si può definire un lieto fine.” Ero abbastanza sorpresa da questa cosa, così decisi di seguirlo giorno dopo giorno. Ho passato insieme a lui il periodo dell'inferno e del purgatorio, era stato stupendo, vedevo come si impegnava e faceva sembrare le cose inventate, realtà. Mi spiegò tutto per bene, mi disse che ricostruì l'inferno prendendo spunto da Omero e Virgilio, il purgatorio lo inventò tutto e per il paradiso prese spunto da Aristotele e Tolomeo. Mi spiegò pure che per lui questo mondo era sconosciuto così fece in modo che delle guide lo assistirono per tutto il viaggio. Aveva organizzato tutto alla perfezione, non gli mancava nulla. Mio marito Aveva un modo di scrivere tutto suo, a parere mio scriveva dei pezzi bellissimi ma per lui non andavano bene perchè diceva che poteva fare di meglio, così prendeva il foglio e lo buttava via. Aveva appena finito di fare la parte del purgatorio quando mi disse che per la guida del paradiso aveva scelto Beatrice. Io ero impazzita, presi la mia felpa e me ne andai fuori dal suo studio. Continuavo a chiedermi perchè mio marito doveva scrivere per una donna così brutta e antipatica, non potevo ne vederla e ne sentirla dominare. Ero molto nervosa nella parte del paradiso per colpa di questa donna ma quando finì di scrivere, gli diedi un bacio e gli feci capire che aveva fatto una cosa stupenda.

LA MORTE DI MIO MARITO

MARCO VASSALLO
MARCO VASSALLO

Mio marito è morto di malaria e mi è giunta la notizia da Ravenna, la città nella quale aveva effettuato il suo ultimo spostamento a causa dell'esilio. Quel giorno io e i miei figli eravamo addolorati dalla notizia della sua morte. Il funerale si è svolto cinque giorni dopo nel luogo della sua morte. I miei figli ed io partimmo per Ravenna su una piccola carrozza trainata da un cavallo nero, durante il viaggio mio figlio Pietro mi disse: “ormai è da tanto tempo che non vediamo nostro padre e ora lo dobbiamo vedere alla sua morte”. Le lacrime mi scesero dagli occhi per la tristezza e non gli risposi. Dante è stato un buon padre e ha voluto molto bene ai suioi figli. Ci fermiamo ogni tanto per mangiare qualcosa e per sgranchirci le gambe. Finalmente lo stancante viaggio finisce. Il pomeriggio stesso viene effettuato il funerale. Davnti alla chiesa di San Pier Maggiore c'era poca gente. La bara, davanti all'altare, è in legno scuro. Il viso di mio marito è di color grigio, sembra tristre. Inizio a piangere, il dolore è più forte di quando mi è giunta la brutta notizia. Mia figlia mi abbbraccia e mi incita a sedermi. Il prete da inizio alla messa. La chiesa si riempe di persone c'è anche Cavlcanti, Lapo e Giotto... Sono contenta che siano venuti. Abbraccio e bacio ognuno di loro e poi mi risiedo. Alcuni di loro, penso, magari sono solo venuti a vedere Dante senza averlo realmente conosciuto, Non riesco a sentire le parole del prete, tutti i rumori mi rimbonano nella testa, il mio cuore batte fortissimo e i miei occhi bruciano. Per il restante pomeriggio il viso spento di Dante mi rimane impresso nella testa. Mio marito viene sepolto in quella stessa chiesa. I miei figli ed io torniamo a casa dagli amici che non si sono recati al funerale. I miei ragzzi tornarono ognuno alla propria stanza ed io mi recai nella mia camera da letto e mi riposai. Ora sono vedova,vivo da sola e cerco di viverli al meglio gli ultimi anni della mia vita.


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