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Una storia di FrancescaSortino

Catania, implacabile e bellissima

Un occhio al mare ed uno a "la Muntagna"

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2 minuti

Pubblicato il 18 gennaio 2019 in Altro

Tags: #Catania #Etna #narrativa #Sicilia #viaggi

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Maia salutò Catania col cuore scuro, annerito da un bastoncino di cera denso, pastoso, che non lasciava trasparire fessure bianche. E per il quale non esisteva gomma.


Quando scese dal mezzo pubblico quella mattina, aveva già deciso che avrebbe assaporato ogni istante di quella giornata. Così, messo piede per terra, ripercorse passo dopo passo strade e ricordi che lasciava tra le fessure delle pietre laviche di quei marciapiedi neri sui quali lei stessa aveva rischiato tante volte di scivolare.


Così irrimediabilmente attaccata ai suoi auricolari, per una volta Maia li lasciò riposti nella loro custodia, e non le passò per la mente nemmeno per un istante l’idea di volerli indossare: godette dei silenzi luminosi che solo la Catania più mattutina sa offrire; tese l’orecchio al progressivo intensificarsi dei rumori; guardò stupida per l’ennesima volta l’Etna fumosa mentre sostava vicino al mare.

Stette a contemplare quel miracolo per un po’, in silenzio.


Catania è un museo a cielo aperto di tipi umani e varietà di luoghi diametralmente opposti: un occhio al mare ed uno alla montagna; il mercato di pesce più caratteristico, dietro l’angolo della piazza principale; quartieri poco raccomandabili, in parallelo alle vie delle vetrine più scintillanti.

Così, quella donna senza meta si immerse in via Etnea, midollo della città. Scansava sorridente i passanti, ascoltava divertita il vociare dialettale di quelle conversazioni al telefono a volume indicibilmente alto, come solo i siciliani - ed i catanesi in particolare - sanno fare. Le vennero in mente tutte quelle gelide mattine notturne di levatacce d’inverno, quando alle 4.30 la luce del suo appartamento era la sola ad essere accesa. Ma così… discreta, come a non voler far rumore.
Quante volte aveva desiderato evitarle. E invece adesso sentiva già un vuoto incolmabile dentro.


«Per quanto tempo mi sarà interdetta questa bellezza?» si domandò. E pensare che solo qualche anno prima Catania era stata la causa dei suoi incubi per varie notti dopo il suo primo contatto con La Città viva, fuori dal suo paese morto: si trovò sperduta nel fluire della folla, stranita da mille passi, mille volti, milioni di occhi e di storie che lei cercava di leggere con tanta avidità e voglia di conoscere.


Ne era rimasta sconvolta.


Ma poi imparò ad amarla: la amava come si ama un compagno che si conosce da anni, con affetto e tenerezza. La guardava come si guarda una donna disperata e bellissima; implacabile, bella e maledetta come una donna costretta a vendere il proprio amore al miglior offerente.


Maia affondava ora i piedi nei più piccoli tra gli scomodi sassi del lido dalle Pietre Nere: gli occhi fissi all’orizzonte mentre pensava al vulcano, “‘a Muntagna” dalle mammelle abbassate dal tempo. Una madre stanca, dal capo mozzo; ché di una madre che ha dato la vita ai propri figli restano alla fine solo il ventre che li ha generati. Solo i seni che li hanno nutriti.


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