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Una storia di Chrisma

La luna è alta

E io gli devo ancora una camicia.

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3 minuti

Pubblicato il 19 maggio 2020 in Altro

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Ciao Guerriero.





Matteo lo vedevi.


Era quel tipo presente ogni sabato sera, anche se se ne stava spesso zitto, a fumare drummini di Pueblo poggiato al cofano della sua Punto, sempre in silenzio, che a stento batteva le ciglia e respirava. Cioè, ho sempre pensato che Matteo fosse necessario, anche se non faceva companatico.


Mi cazziava sempre, lo faceva sottovoce, perché quando eravamo in compagnia stavo sempre con la testa nel cellulare. E poi nulla, discutevamo davanti a lui di cose che so benissimo reputasse delle stronzate ma stava ad ascoltarci in silenzio, sperava che non facessimo tutte le cazzate di cui parlava, o perlomeno, pregava il suo dio che ci concentrassimo sulla prossima cosa prima di romperci la testa.

Quando me la ruppi io, la testa, fu il primo a prendermi di peso e a portarmi al pronto soccorso. Gl'imbrattai di sangue la sua camicia preferita, che ricordo la metteva sempre, tra maggio e giugno.

Dico quella.

Proprio quella camicia, ne aveva una, anche un po’ maltrattata dal tempo, di quel color ocra che stava bene solo a lui. Sono stato giorni a cercarne una che gli piacesse, mi diceva di non preoccuparmi, e alla fine l’ho dimenticato.


Matteo era imperscrutabile. Nel senso che non riuscivi mai a capire cosa gli passasse per la testa.

Parlava poco, diceva tre parole al giorno, tutte giuste. E guai a pensare che fosse la sua opinione. Chi lo sa cosa cazzo gli passasse per la testa, durante quelle passeggiate che duravano giorni.

Era l’unico di noi che riusciva a guardare le cose per quello che erano veramente, così sottili e lineari, e noi continuavamo a costruire castelli di carta su sacchi di piume, poi veniva lui, diceva tre parole e noi facevamo sempre sì, hai ragione, perché davanti alla verità non potevi fare altro.

Non sono mai riuscito a capire come facesse a vedere le cose ovvie.

Nessuna delle persone che conosco è mai stato in grado di trovare ciò che avesse sotto al naso, invece Matteo ci riusciva.

Guarda. Ascolta, mi diceva.


Come se fosse normale, oggi, guardare e ascoltare.


La cosa che più m’impressionava di lui era il fatto che fosse quel tipo di persona che non perdeva.

Matteo non perdeva mai, e se perdeva non lo faceva mai davanti agli altri; era quel tipo di persona che ti diceva tranquillo, sto bene, poi abbassava lo sguardo, cambiava discorso, sorrideva e copriva le cicatrici con grossi maglioni a maniche lunghe.

Fortuna che fuori c’era vento.

Io ho sempre avuto paura del vento.

Ulula come i lupi.

Le porte sbattono, le finestre si rompono, le cose si rovesciano.

Lui era solido come una roccia, come un faro in mezzo al mare, e ti trascinava a riva con la sua luce, e non riuscivi a far finta di nulla, quando ti stava aiutando.


Per qualche giorno ho avuto paura di pensare, perché ora Matteo ha deciso di guardare altrove.

Non fuma più la sigaretta in silenzio, poggiato alla macchina, né ascolta le nostre stronzate.

E la luna è alta.

E io gli devo ancora una camicia.


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