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Una storia di IBonamiciFredducci

Questa storia è presente nel magazine STORIE INTERESSANTI

La Ragazza Che Cadde Dal Cielo - 3a parte

88 visualizzazioni

9 minuti

Pubblicato il 14 agosto 2020 in Avventura

Tags: #dispersa #giungla #incidente #miracolo #sopravvissuta

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Abbiamo lasciato Juliana Koepcke (sopravvissuta ad una caduta libera di 3.200 metri dopo essere stata risucchiata con tutta la sua fila di sedili fuori dall’aereo su cui viaggiava, che stava precipitando disintegrandosi in aria) mentre seguiva un fiume che le sembrava del tutto incontaminato, col pensiero terribile che forse non avrebbe mai trovato tracce di civiltà e quindi aiuto, proseguendo in quella direzione. Effettivamente non poteva saperlo ma, quando ha sentito gli Hoetzin, ha cambiato completamente direzione per seguirne il richiamo: se solo invece avesse proseguito per un po’ nel senso in cui stava dirigendosi, avrebbe trovato un fiume gigantesco navigato 365 giorni all’anno e, al massimo in 2 o 3 giorni ma probabilmente pure in meno tempo, si sarebbe imbattuta in una barca…
La nostra protagonista passa le giornate guadando il fiume in direzione della corrente: ha deciso di nuotarci in mezzo, perché le rive sono del tutto impraticabili a causa della vegetazione (ovviamente non ha un machete per aprirsi la strada) e camminare il più vicino possibile alla riva nell’acqua bassa è davvero molto rischioso perché potrebbe essere punta da una razza e per lei sarebbe la fine. A volte l’acqua le arriva al ventre, spesso alle spalle...a volte non tocca e nuotare con una clavicola spezzata non è proprio comodissimo! Si imbatte in diversi coccodrilli che, dalla riva, appena la vedono si lanciano in acqua ma, stranamente, nessuno di loro prova ad attaccarla.
La maggior parte del suo corpo è nudo perché lo striminzito e strappato vestitino molto corto è sempre più strappato, ha costantemente api tra i capelli e le mosche la torturano e ricordiamo che hanno deposto uova nella profonda ferita che ha sul braccio destro: le uova sono diventate larve belle grosse, che si stanno letteralmente nutrendo dei suoi tessuti e la ferita è diventata un grosso buco, che la preoccupa molto. Ah...le api che le riempiono i capelli per fortuna sono “meliponini”, una specie con un pungiglione piccolissimo (non è vero che ne sono prive) che non può essere utilizzato per la difesa: le danno fastidio e non riesce nemmeno a pensare per via del ronzio che ha nelle orecchie, ma almeno non la pungono.
Di giorno la giovane tedesca (di nascita peruviana) si ammazza di fatica percorrendo il fiume e la notte non riesce a riposare: se diluvia non ce la fa a dormire perché la pioggia è fredda, fortissima, cade senza soluzione di continuità e a nulla servono le gigantesche foglie che usa come coperta; se non piove le zanzare la assaltano di continuo e senza pietà, non facendole comunque chiudere occhio. I dolcetti e le caramelle che aveva trovato vicino al luogo del suo “atterraggio”, e che hanno costituito il suo unico alimento, sono finiti il 28 Dicembre e non ha messo più niente sotto i denti perché è la stagione delle piogge e non ci sono frutti; oltretutto la giovane non ha con sé alcuno strumento che potrebbe esserle di aiuto. Incredibilmente continua a non sentire la fame, ma è via via sempre più stanca e provata e è pienamente consapevole che il suo corpo non ne avrà ancora per molto…
Una mattina, mentre naturalmente cammina nel fiume, percepisce un forte dolore alla nuca. Si tocca con una mano, sente bagnato e la trova coperta di sangue: ha ustioni di secondo grado dovute alla continua esposizione al sole (i cui raggi vengono amplificati dal riflesso dell’acqua).
All’ottavo giorno vede una casa vicina alla riva, che raggiunge spinta dall’entusiasmo senza nemmeno fare attenzione alle razze e consumando preziose energie per poi rendersi conto che si trattava solo di un’allucinazione.
Inizia a sognare il cibo, anche ad occhi aperti: tavolate piene zeppe di pietanze irresistibili, interi menu da ristorante...perfino piatti con abbinamenti azzardati mai sentiti nominare, che probabilmente il suo cervello sta inventando lì per lì; eppure non ha fame. Per alcune ore sente versi di polli e galline ma nemmeno ipotizza che possa esserci un’abitazione con un pollaio nelle vicinanze e archivia tutto come una nuova allucinazione.
Arriviamo al 3 Gennaio 1971, il suo decimo giorno da sola nella foresta pluviale.
Juliane passa la mattinata come sempre in mezzo al fiume, seguendo la corrente. La profonda ferita sul polpaccio sinistro è già guarita e adesso è solo una vistosa cicatrice, mentre il buco che ha nel braccio destro è sempre più grande: le larve continuano a nutrirsi della sua carne e a quel punto è profondo circa 4 centimetri. Le ustioni al collo le fanno ancora male: ha provato a coprirle con delle foglie ma ha il terrore che, presto, le mosche riusciranno a deporre uova anche lì.
Come se non bastasse, in quella giornata, la parte di fiume che percorre è letteralmente invasa da tronchi d’albero che galleggiano sull’acqua o sono incastrati da qualche parte, e fa una fatica boia per superarli: ad un certo punto ce ne sono svariati incastrati l’uno addosso all’altro a formare una specie di muro e dovrà arrampicarsi su di essi e scendere dal lato opposto, rischiando di farsi male e consumando le poche energie residue. Nel primo pomeriggio di quel decimo giorno del suo vagare la ragazza si sente troppo debole: la mattinata di “percorso ad ostacoli” ha prosciugato le poche forze che le restavano e letteralmente non riesce più ad andare avanti. Pensa che cadrà faccia in giù nell’acqua e annegherà stupidamente ma c’è una spiaggetta: Juliane vi si trascina, si lascia cadere sul terreno semi-fangoso della riva del fiume e si addormenta istantaneamente.
In genere, per riposarsi e al momento di dormire la notte, aveva sempre cercato rifugi sopraelevati o comunque dove avesse le spalle riparate in modo da poter eventualmente essere attaccata solo da una direzione; ma in quel momento non ce la faceva proprio più.
Si risveglia poco dopo e si mette seduta: alla sua destra c’è una barca.
Memore della casa che aveva visto due giorni prima pensa che sia un’allucinazione e che sta davvero per perdere il lume della ragione, ma si fa coraggio e gattona lungo la spiaggetta fino a raggiungere quella imbarcazione.
La tocca: esiste davvero! La barca non è un’allucinazione: è davvero lì! E’ una vera barca, con un alloggiamento per attaccarci il motore esterno!!!
La nostra ragazza tedesca dalla incredibile fibra guarda dentro l’imbarcazione ed i remi non ci sono: non c’è neppure traccia del motore quindi le è del tutto inutile. Seduta sulla spiaggia con la schiena appoggiata alla barca nota un sentiero che parte dalla spiaggia e sale su una collinetta: è il primo che trova in 10 giorni!!!!
Un sentiero: tracce di civiltà!!!!!
Non riesce a camminare: si trascina a 4 zampe piano piano lungo il sentiero e impiegherà ore prima di raggiungere una capanna distante poche centinaia di metri! Non ha le pareti laterali, ma solo un pavimento in corteccia di palma coperto da un tetto dello stesso materiale, sorretto da 4 pali. Nella baracca c’è un telo, che copre il motore della barca. C’è pure un tubicino. Juliane si ricorda di una volta in cui il padre usò il diesel del generatore della loro base nella foresta per togliere le larve che avevano infettato una ferita del loro cane e quindi succhia col tubicino un po’ di benzina dal piccolo serbatoio del motore e la butta dentro la ferita infetta: il dolore è fortissimo (e quella è solo la seconda volta in cui la ragazza prova dolore fin dal giorno dello schianto; la prima è stata l’ustione) ma sa che in quel modo ucciderà la maggior parte delle larve che le stanno letteralmente divorando il braccio. Le larve salgono in superficie e, seduta per terra tremante ed inorridita, le toglie a mano: ne conta 35!!!!!!!!!!
E’ il tramonto e non ha più forze: si copre col telo e dorme nella capanna…
Dopo un po’ si rende conto che il pavimento è troppo duro e quindi prende il telo e torna in spiaggia, dormendo sulla sabbia. Al mattino la sveglia un diluvio torrenziale e decide di tornare alla capanna. Per due volte, nel giro di poche ore, ha percorso in poco tempo il tragitto che il giorno prima le era costato ore di sacrifici: nemmeno il tempo di finire di pensare che forse ha recuperato un po’ le forze, che raggiunge il capanno e si sente nuovamente sfinita.
Il capanno è invaso dalle rane. Piccole rane ovunque. Non ha fame ma sa benissimo che, se non metterà al più presto qualcosa sotto i denti, morirà. Ha assolutamente bisogno di mangiare quindi prova a prenderne almeno una ma è troppo debole, stanca e lenta per farcela. Si lascia cadere esanime sul pavimento ed una delle rane si piazza proprio davanti alla sua bocca, come per provocarla: la giovane non prova neppure a muoversi e sarà la sua fortuna, perché quelle rane sono velenose e, se soltanto ne avesse mangiata una, sarebbe morta in pochi istanti.
Juliane, dopo 10 giorni da sola nella giungla, sente di non avere più non soltanto forze fisiche: anche la forza di volontà la sta abbandonando.
Capisce che morirà di fame ma non le importa: a quel punto è del tutto apatica.
Si addormenta di nuovo e si sveglia nel pomeriggio: è smesso di piovere ma non riesce neppure ad alzarsi. Non ha paura e lucidamente ipotizza che sia davvero arrivata la fine, per lei.
Pensa -Dormirò qui. Resterò qui ancora una notte e domani monterò il motore sulla barca e navigherò seguendo la corrente… No...non ce la farei, e poi non voglio rubare quella barca: è di sicuro il bene più prezioso per qualcuno del posto...- e si abbandona nuovamente al sonno.
Al tramonto apre ancora gli occhi: è semi cosciente e la sua mente è annebbiata. E’ sopravvissuta ad una caduta libera di 3.200 metri e ad 11 giorni nella foresta amazzonica percorrendo chilometri tra giungla e fiumi senza cibo (tranne caramelle per i primi 4 giorni), praticamente senza vestiti, senza strumenti che potessero esserle d’aiuto, con una vista estremamente ridotta e con una forte commozione cerebrale, le vertebre del collo coi legamenti danneggiati, il legamento crociato anteriore strappato, una tibia ed una clavicola fratturate, una ferita al braccio destro che si è riempita di larve ed è diventato un buco profondo 4 centimetri…
E’ sopravvissuta a tutto questo, ma ormai non può più andare oltre.
Guardando verso il sentiero, con il buio che sta avvolgendo il capanno, chiude gli occhi pensando che quella sarebbe stata l’ultima volta in cui l’avrebbe fatto, e che non si sarebbe svegliata più: si arrende…

CONTINUA...

(Nella foto Susan Penhaligon nei panni di Juliane nel film del 1974 "I Miracoli Accadono Ancora" dell'italiano Giuseppe Maria Scotese. Il Film, ovviamente, narra l'avventura incredibile di Juliane, in modo un po' romanzato...)


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