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Una storia di GioMa46

Questa storia è presente nel magazine TRAVELOGUE

Shesep Ankw  /  La  sfinge

Labirinti del vissuto.

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14 minuti

Pubblicato il 20 maggio 2020 in Giornalismo

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In crociera sul Nilo
In crociera sul Nilo

EGITTOLOGIA 3 /

Labirinti del vissuto.

la Sfinge
la Sfinge

L’Egitto unificato, accompagnato da un lungo periodo di pace dopo le lotte intestine che l'avevano dilaniato, riscopriva nella guardinga Sfinge, un veicolo privilegiato del sacro, l’immagine stessa dell’eternità che rappresentava, Malgrado nei documenti rinvenuti non si parli mai di “oracolo divino”, ancora oggi il volto imperscrutabile della Sfinge, sembra voler rammentare a chi la osserva, l’importanza che essa deteneva nell’antichità: “in cui si poteva leggere un significato senza che la risposta fosse esplicitamente richiesta”.

Praticato in forma di “divinazione” presso gli Egizi ed altri popoli del Mediterraneo l’oracolo era impropriamente scambiato per la divinità stessa che s’intendeva consultare, cioé, univa in sé due aspetti che gli erano propri: della predizione (fonti, rocce, caverne), spesso legata alla sacralità del luogo (tombe degli antenati, mausolei, santuari, ecc.); e quello della consultazione (fuoco, acqua, vento, volo degli uccelli, viscere ecc.), consistente in un responso che, in vario modo, veniva dato dalla divinità a domande riguardanti sia cose ignote sia del presente che del passato, o anche del futuro, sia richiedenti la giusta maniera di agire in determinate circostanze.

Le condizioni per interrogare l’oracolo erano prestabilite presso i santuari dai sacerdoti-interpreti (profeti, esegeti, scribi), che traevano il responso dalle manifestazioni estatiche del soggetto ispirato, così come dai sogni fatti dai richiedenti, dai segni o dalle sorti tratte, per lo più consistenti in pratiche purificatorie preliminari o in un sacrificio, ed eventualmente, in offerte o voti elargiti al Tempio e alla casta sacerdotale.

La pratica oracolare, pur differente per la diversità di culto concernente, rifletteva di una medesima forma di combinazione, e più precisamente, della divinazione ispirata (estatica), che di quella cosiddetta induttiva (suggerita), per lo più basata sull’interpretazione di segni obiettivi, riflettente del momento socio-storico-politico che il paese si trovava a vivere. Tuttavia i responsi, pur nella diversità dei contesti, erano dati quasi sempre in forma ambigua, per cui, superato il cerchio chiuso del rapporto individuale che si stabiliva, l’oracolo si esprimeva per enigmi che assumevano funzioni catartiche, purificatrici e liberatorie, elargendo un particolare “senso” per l’intero gruppo sociale d’appartenenza.

Pittura parietale di una tomba raffigurante Horus.e Maat.
Pittura parietale di una tomba raffigurante Horus.e Maat.

Il cerimoniale prevedeva che si ponessero almeno due domande alle quali l’oracolo poteva scegliere di rispondere, all’una o all’altra, con un semplice sì o no. In ogni caso le interrogazioni potevano essere formulate anche una seconda volta, il che fa pensare a una possibilità di risposta insita nella domanda maturata nella riformulazione della stessa. Per estensione, e soprattutto nelle espressioni interrogative quali: consultazione e predizione di una sentenza data o ricevuta, era comunque considerata, nell’uno o nell’altro senso, di grande autorità soprannaturale.

Non è un caso che la letteratura sapienziale dell’Antico Egitto in forma di “insegnamento”, ha fornito una rappresentazione visiva del momento in cui l’uomo e il dio oracolare diventavano tutt’uno, anche detto della “trasformazione”, in cui si vede il dio Ammone di Tebe (in carne e ossa) rappresentare la legittimità nazionale contro gli invasori Hyksos e, in altro caso, in cui la regina è contemporaneamente sposa di Ammone e anche Signora del potente clero femminile.

Il nome di Ammone è inoltre menzionato nell’Ogdoade hermopolitano, aggettivato come “nascosto” o “misterioso”, riconosciuto nel nomos dello Scettro, e fungeva da archetipo di ogni altro volto di Dio, usato dagli Egizi per rappresentare l’incontro fra le due dimensioni: terrena e celeste. Quello stesso che, più tardi, ha permesso di condividere la conoscenza magico-religiosa in contrasto con i numerosi sistemi cosmogonici (Enneadi) che invece riconoscevano gruppi primordiali di divinità.

Durante il lungo “periodo arcaico” o “predinastico” cosiddetto, era oltremodo riconosciuta la grandezza di Nun, l’Oceano, di cui il Nilo che straripava nel Delta e il grande lago Moeris erano i modelli simboleggianti l’acqua primordiale, fonte di ispirazione per tutte (o quasi) le religioni che si sono poi susseguite. Finanche quelle monoteiste dall’ebraismo a quella cristiano-cattolica, i cui precetti, di carattere diverso, dati ai discepoli e alle successive generazioni, mettevano l’acqua dei laghi e dei fiumi ritenuti sacri, in relazione con il culto religioso, talvolta oscuro (ctonio) come quello, ad esempio, del Lago di Fuoco, il “purgatorio” degli antichi Egizi, descritto nel "Libro dei Morti".

In questo contesto erano i sacerdoti e gli scriba che, avendo perfezionato l’arte sapienzale, finivano per essere i veri cultori della "Luce della Conoscenza". Infatti si muovevano come dèi sulla terra, costruivano grandi templi destinati ai neofiti che arrivavano da ogni parte per essere iniziati. Ne era nata una genia di uomini superiori, diventati poi i grandi adepti della storia, onde, per un certo tempo, l’umanità sembrò pronta a elevarsi e a trascendere i propri vincoli terreni, nel raggiungimento dell’immortalità che li aspettava.


Feluche sull'e acque del Nilo.
Feluche sull'e acque del Nilo.

Un senso di disperata ineluttabilità si affacciò nella mia mente sulla scia di un ricordo che esplose improvviso, e che mi restituì all’inquietudine di sempre: davvero l’umanità non può fare a meno di porsi domande sulla propria origine terrestre, senza per questo provare quello sconforto istintivo che solo la mente sbigottita gli concede? Senza che mai trovi una risposta più suggestiva all’eterna neutralità della morte, considerata come evoluzione e non come disfatta? O come principio intellettuale concorde, primordiale e finale, che infine la riscatti dai fraintendimenti, sublimando quel tanto di “divino” che l’umano porta con sé? Domande queste che pur mi ponevo senza affatto considerare quanto già esposto da Freud in psicoanalisi, per cui la Sfinge ha il volto che la ragione ritrae come suo “altro”.

Mentre per Nietzsche, diversamente, essa ha una “duplice natura” che non può essere svelata se non con un atto di violenza, che la snaturi della sua mimetica essenza; almeno nel senso della trasgressione e di un certo 'andare oltre': “oltre l’ordine costituito, oltre l’esistente e il dato, oltre i modelli già formati”, affermando che qualsiasi “atto violento” per quanto irragionevole è di per sé un atto creativo che, come effetto e quindi come conseguenza, conduce alla quiete della ragione. Del resto, “..come si può costringere la natura ad abbandonare i suoi segreti se non contrastandola vittoriosamente, ossia mediante ciò che è innaturale?” – si chiede Nietzsche intuendo in modo ben più radicale di Freud: “..che non si da creatività se non come evento di violenza”, se non sottraendolo “..all’incantesimo della natura … con una mostruosa violazione della natura


Il Faraone a caccia lungo le rigogliose sponde del Nilo.
Il Faraone a caccia lungo le rigogliose sponde del Nilo.

La più antica documentazione a riguardo, proviene dal Papiro Lange rinvenuto nel 1925: Das Weisheitbuch des Amenemope. Si tratta dell’insegnamento di uno scriba a suo figlio, in cui tra l’altro, si dice: “l’uomo è l’argilla e la paglia e dio è il suo artefice”, che lascia pensare alla creazione di Khnum, “il vasaio divino”. Ma la sua originalità si manifesta nell’esaltazione dell’umile che si acquieta in Dio e non rende al violento male per male, nel dire:

. . .

Un terreno donato da Dio vale più di cinquemila terreni acquisiti ingiustamente. [...] Non correte dietro alla ricchezza, perché ognuno ha il suo momento fissato nel destino. [...] Non dire “io sono senza peccato”, perché nessuno è perfetto davanti a Dio, nulla è senza difetti in confronto a lui. [...] La lingua dell’uomo è il remo della barca e Dio ne è il pilota. [...] Felice colui che giunge nell’Amenti (Occidente) se egli è puro nella mano di Dio..”.


All’insegnamento di un altro saggio egizio, Ptahhotep (diletto di Dio), visir, confidente e collaboratore del Faraone Djedkare-Isesi (V dinastia), vissuto oltre quattromila anni fa nell’Antico Regno, si deve invece la 'summa', in forma di massime, (papiro rinvenuto nel XIX secolo da Prisse d’Avennes), con la quale intese trasmettere la sua esperienza e la sua saggezza alle generazioni future con un linguaggio semplice, diretto, rivolto al cuore. L’ultracentenario egiziano, vissuto nell’età d’oro delle piramidi, nel suo saggio parla dell’umiltà, dell’arte del governo, della vanità degli uomini, della coscienza, della giustizia, dell’ignoranza, della sapienza, rivelandosi di un’attualità stupefacente, tracciando con profondità e precisione 'il cammino di vita' e l’universo dei valori che aiutano l’uomo a costruire la propria esistenza, nella maturità e nell’acquisita saggezza:

. . .

Che il tuo cuore non sia vanitoso a causa di ciò che conosci. Prendi consiglio sia dall’ignorante sia dal sapiente, perché non si raggiungono i limiti dell’arte, e non esiste artigiano che abbia acquisito la perfezione. Una parola perfetta è più nascosta della pietra verde (oudjat), la si trova (tuttavia) presso le serve (che lavorano) alla mola”.

Ed inoltre:

Segui il tuo cuore per il tempo della tua esistenza, non commettere eccessi rispetto a ciò che è prescritto, non abbreviare il tempo di seguire il cuore. Sprecare il proprio momento di azione è l’abominio del ka (principio di vita e di potenza). Non sviare la tua azione quotidiana in modo eccessivo per l’amministrazione della tua casa. Avvengono le cose, segui il cuore, le cose non gioveranno al negligente”.

Per poi iniziarci alla saggezza di Maat:

Se sei una guida, incaricato di dare direttive a un gran numero, cerca per te ogni occasione di essere efficiente, in modo che il tuo modo di governare sia senza macchia. Grande è la Regola (radiosa è Our Maat di giustizia e verità), duratura la sua efficacia. Essa non è stata turbata dal tempo di Osiride. Chi trasgredisce le leggi è castigato, anche se questa trasgressione è opera di quello che ha il cuore rapace. L’iniquità è capace di impadronirsi della quantità, ma il male non condurrà mai a buon porto la sua impresa”.

Immagine di Maat
Immagine di Maat

Principio di vita e di potenza, quello del ka era uno dei concetti spirituali di cui più difficilmente si può offrire una spiegazione. Ogni individuo ne era dotato fin dalla nascita, come pure era dotato di un proprio carattere soprannaturale (ahk) e della sua anima (ba). Di fatto, il senso attribuito a questa parola ha subito una serie di variazioni che di volta in volta, nel corso dei secoli, presenta una certa tendenza ad arricchirsi di nuovi significati.

Immagine  da 'Il Libro dei Morti'. Anubi tiene in mano 'l'Ankh 'la chiave della vita'.
Immagine  da 'Il Libro dei Morti'. Anubi tiene in mano 'l'Ankh 'la chiave della vita'.

Secondo i primi egittologi, infatti, il ka esprimeva l’essere, la persona, l’individualità, e dava all’essere la consapevolezza della sua natura, dell’essenziale dualità del suo universo. Come pure scrive Gregorio Kolpaktchy nella sua prefazione al "Libro dei Morti": “Nell’istante in cui il corpo terreno cessava di sostenere un ruolo attivo, ecco che gli altri componenti l’essere umano, richiedevano la creazione di una nuova base per una coordinazione gerarchica vivente e attiva”. Cioè, dando al corpo terreno che lo aveva sostenuto durante la vita, una funzione da “piedistallo”, avente come punto d’appoggio l’interiorità dell’essere umano che il defunto era stato, tendente a provvederlo di un equilibrio stabile che maggiormente gli necessitava dopo la morte .

Successivamente il ka assunse i diversi caratteri di genio, dio protettore, del doppio spirituale (doppio eterico), per quanto immateriale riproduceva in ogni sua parte il corpo fisico del defunto. Come pure “la coscienza dell’io empirico (nuk) durante la vita, e che diveniva l’asse di cristallizzazione del defunto. Una interpretazione che verrà poi ripresa da Maspero, che definì il ka come una “proiezione vivente della figura umana, un doppio riproducente fin nei più infimi dettagli l’immagine intera dell’oggetto o dell’individuo a cui appartiene” (concetto di clone).

Diversamente il ka, il cui omofono è il toro, esprimeva la potenza generatrice e la forza sessuale, (indicata dal suo segno geroglifico che consiste in due braccia protese all’abbraccio), permettendo, in un primo momento, di avvalorare l’ipotesi, per quanto improbabile, che uno dei suoi aspetti fosse quello di deità protettrice. In seguito però, lo si riconobbe indicativo di ciò che noi intendiamo per “doppio” e messo in relazione con la “doppia vita”, in quanto 'morire' per gli antichi Egizi si traduceva nel “raggiungere il proprio ka”.

E non solo, poiché il ka era anche simbolo di “ciò che nell’uomo dipendeva dall’ alimentazione”, cioè la forza vitale ingerita attraverso il nutrimento e quindi supporto della vita fisica e spirituale, ne derivavano almeno due altri aspetti importanti della religiosità egizia. Per la quale si riteneva in primis necessario conservare indenne la spoglia del defunto, ragione questa che spiega l’imbalsamazione; secondo, il dover conservare l’effige del morto, a cui si deve lo straordinario impulso dato all'arte funeraria.

Nella sua perfezione era il dio Râ (il sole visibile), a possedere tutti gli aspetti del ka, nella forma plurale di kau, (avi primigenei), o forse, l’aspetto di un genio della razza che preesisteva all’individuo, cresceva con lui e, senza morire, riceveva il defunto in sé. Per cui, mentre in vita il centro fisico (l’io), tendeva necessariamente verso il centro del proprio essere (forza centripeta), dopo il trapasso, il ka (dotato di forza centrifuga), permetteva all’ “altro” (clone), di estendersi nell’al di là cosmico.

L'occhio di Horus
L'occhio di Horus
La dèa Maat
La dèa Maat

Ciò nonostante la continuità in vita dello spirito del defunto era condizionata dal 'ba', la sua anima, dalla sua “giustificazione”, dalla sua “purificazione” e, dalla sua “santificazione” in seno ad Osiride. una volta “santificato" (khu), l'anima dimorava nei Campi della Pace (detti anche Campi dei Giunchi), in compagnia degli déi, lontano dalle vicissitudini terrene e del Duat, popolato dai peccatori inquieti. Un gradino più in alto si raggiungeva il Sahu (Corpo Glorioso), per cui lo spirito, avendo ricevuto il suggello della consacrazione, era accolto nell’emisfero dell’illuminazione.

Al culmine di tutto ciò, si raggiungeva "l’armonia di Maat", essa rappresentava l’ordine luminoso e la coesione atemporale dell’universo, da cui discendevano coerenza sociale ed equilibrio individuale, senza il rispetto della quale, nessuno poteva conoscere la felicità. Per cui trascurare la giustizia di Maat, tradirla, ignorarla, significava andare verso il male, la guerra, il disordine e le tenebre. Rappresentata nei geroglifici sotto forma di bella donna dal capo ornato da una piuma (simbolo del suo nome), Maat incarnava la giustizia offerta dal faraone durante il culto divino, ed era ancora lei o, per meglio dire, la piuma che la simboleggiava, a costituire il contrappeso del cuore sulla bilancia, interpellata da Anubis in occasione del giudizio di Osiride.

Sotto l’Antico Regno, i giudici erano detti "Sacerdoti di Maat" in rappresentanza dell’ordine universale, la legge grazie alla quale il mondo poteva sussistere nell’armonia, la forza per la quale la creazione di Râ (il sole visibile), suo padre, non sarebbe ripiombata nel caos primordiale. E al Sole visibile che di giorno percorreva la distesa celeste con la sua imbarcazione (Meandjet ), la Sfinge volgeva il suo sguardo accorto e lo accoglieva dopo aver vegliato sul suo viaggio notturno (di ritorno dalla notte), durante il quale Râ, percorreva nella sua barca (Mesketet), il mondo inferiore (Am-Duat).

Ra da un'immagine del '"l Libro dei Morti"
Ra da un'immagine del '"l Libro dei Morti"
Lo scambio dell'Ankh "la chiave della vita".
Lo scambio dell'Ankh "la chiave della vita".

Quanto necessitava al Dio Grande dell’Antico Regno per conciliare la sua esistenza con quella di altre due divinità solari: lo scarabeo Khepri (il sole del mattino) sotto forma di un bambino; Râ (il sole trionfante) sotto forma d’un adulto, e Atum (il sole calante) sotto le spoglie di un vecchio che lentamente s’avviava verso il tramonto della vita terrena.Trattavasi di un richiamo al mito del regno terrestre di Râ, creatore e padre dell’Enneade, regnato sulla terra tra gli uomini e gli dèi (incarnato nella figura del faraone), durante il cui lunghissimo regno provò le vicissitudini umane e invecchiò.

Avveniva che approfittando della debolezza di Râ (intesa come fine di un’era solare), gli uomini gli si rivoltarono contro e il dio dovette difendersi inviando il suo occhio (uraeus formato da Hathor e Sekhmet) per castigarli. Era dunque nel suo destino solare che il faraone raggiungesse Râ, signore dell’aldilà, che attraversava sulla sua barca notturna il cielo stellato, per giungere infine al cospetto di Osiride, dove trovava il suo completamento e la sua elevazione.

Lo scarabeo Khepri (il sole del mattino).
Lo scarabeo Khepri (il sole del mattino).

Ben altro ci dice oggi lo sguardo della Sfinge, che si spinge oltre l’immaginabile da cui vegliava guardinga dall’altra parte dell’orizzonte del divino e del sacro. Là dove il presente, il passato e il futuro si fondevano tutt’uno col mistero mimetico, superato il confine del quale, avrebbe contemplato sulla vita terrena, con lo sguardo rivolto alla resurrezione dell’anima, nel raggiungimento ultimo dell’eternità, davanti al cui splendore la divinità restava muta, avvolta nel manto purissimo della propria raggiunta saggezza.


La documentazione di cui oggi si dispone sulla Sfinge sembra ormai disvelare i suoi segreti, nella misura in cui si inserisce in un sistema scientifico che ha determinato il cambiamento di opinioni, per un ribaltamento tutt’ora in atto, di quanto fino a ieri registrato e affermato senza che sia stato sostituito con qualcosa di meno aleatorio che non sia la mitolgia antica. Ben altri sono quindi i significati, i simboli e le immagini della modernità, che con violenza si sono imposti alla ribalta pur con un concreto fondamento scientifico, tuttavia senza un supporto etico-culturale-artistico che la sua “essenza figurativa” pure necessita. Cioè, senza quella identificazione che permette il suo riconoscimento all’interno di una storicità che sottolinei quelli che sono i valori portanti di un dialogo fattivo con una civiltà culturalmente e religiosamente elevata.

La déa Maat
La déa Maat

Da leggere:

http://bit.ly/2KXOHHj "Shesep Ankw" ... La Sfinge / 1

https://bit.ly/2SUMoIz "Shesep Ankw" ... La sfinge / 2


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