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Una storia di BrunoMagnolfi

Musica in minore.

Sono contento, sapete

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3 minuti

Pubblicato il 30 luglio 2020 in Avventura

Tags: #raccontobreve

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“Sono contento, sapete; sono proprio contento di essere qui una volta per tutte a spiegarvi come possa accadere che quando in certe giornate mi metto seduto al pianoforte, la mia sensibilità in fondo alle dita subito tenti semplicemente di trasformarsi in musica, intrecciando serie di accordi che certe volte urlano tra loro, e in altri casi si distendono come amanti abbracciati, nel formare cadenze e suoni spesso poco usuali, questo è vero, ma mostrando aspetti a cui difficilmente si pensa, e che sono comunque dentro di noi, di tutti noi, come costituenti primari delle nostre diverse personalità”. Questo dice con un vago sorriso sopra le labbra il nostro maestro, questo grande compositore di brani musicali forse poco orecchiabili, ma dalla valenza assolutamente profonda, riconosciuta da tutti, forti di un’indiscussa capacità nel parlare come di semplici sprazzi di vita vissuta, con l’uso spregiudicato e difficile di complesse e ardite melodie. Qualcuno non riesce ad apprezzarlo, ma questo adesso non ha alcuna importanza, la cosa essenziale è che lui senta la necessità di spargere in aria le proprie note, e ce ne faccia dono.

Partono delle domande dal fondo della sala, chiedono come sia possibile che tutto fluisca, nel modo come è stato appena ascoltato, in maniera così naturale nella sua musica, ma lui si schernisce, dice che è solo attenzione ai dettagli, impegno nel piazzare le note nei luoghi più opportuni del pentagramma, quelli dove fanno migliore mostra di sé. Un ragazzo dice che sta studiando il violino, va ad una scuola di musica naturalmente, ma pur mettendo molta passione in quello che gli viene chiesto di fare, non ottiene i risultati che invece tanto vorrebbe. “La tecnica per suonare uno strumento è soltanto una base su cui poggiare la propria individualità”, dice il maestro. “Riflettere a fondo sulle potenzialità espressive che offrono le cose che si sanno già fare può essere una spinta entusiastica per migliorarsi”. Infine ringrazia, saluta tutti con il classico inchino del capo, e poi se ne va, lasciando alla platea il tempo di raccogliere le proprie cose ed uscire da quella sala.

Fuori tutti si sorridono, stringono con cura le mani dei conoscenti, mostrano di avere molto apprezzato le parole del maestro a conclusione del concerto in suo onore. Qualcuno è più serio, forse pensa che questa musica sia quasi di una noia mortale, ma è divenuto purtroppo del tutto obbligatorio dire che c’è del sublime nell’ascolto di queste cascate di accordi in minore, anche se sanno di vecchio e di risaputo, senza offrire nient’altro. “La musica ormai si è esaurita”, azzarda una signora di bell’aspetto. E qualcuno la sostiene, dicendo che: “dopo tutta l’interpretazione possibile, adesso si va avanti soltanto a fare cose apparentemente nuove, ma basate sui vecchi stilemi”. Alcuni fanno cenni di assenzio, altri, a cui probabilmente piace lo spirito della polemica, sorridono semplicemente, però si attardano davanti all’ingresso, nel vedere se qualche focoso abbia voglia di alzare la voce per difendere qualche personale punto di vista.

Infine vanno via tutti, lasciando soltanto alle loro spalle un senso di vuoto e di amarezza consapevole, come se si proseguisse ad occuparsi di qualcosa pur sapendo che non servirà praticamente più a nulla. Alla fine si incamminano lungo le strade adiacenti anche i musicisti e gli addetti alla sala, con le loro custodie rigide manovrate con estrema attenzione ed i completi neri impeccabili sopra le loro camicie bianche. Il maestro è già andato via, qualcuno tra gli addetti ai lavori ha tirato un sospiro di sollievo, altri sono riusciti a mostrare apprezzamento fino all’ultimo, ma adesso che lui non c’è, riescono a sbuffare con sincerità per quelle parole prive di qualsiasi contenuto ascoltate sopra a quel palco. “Soltanto lui oramai crede davvero in quello che fa”, dice un violoncellista. “Chi gli sta attorno finge semplicemente di sentirsi trasportato in qualche maniera dalle sue note. La musica ha chiuso, purtroppo; riesce soltanto ad essere un garbato sottofondo intellettuale per serate in cui probabilmente non si saprebbe neppure che cos’altro fare”.


Bruno Magnolfi


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