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Una storia di GioMa46

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MARCEL PROUST : IL MANOSCRITTO PERDUTO

«La fin ce n'est que le commencement!»

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41 minuti

Pubblicato il 18 marzo 2020 in Fantasy

Tags: #Amore #Morte #Narrativa #Proust #BelleEpoque

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MARCEL PROUST : IL MANOSCRITTO PERDUTO

«La fin ce n'est que le commencement!»

Parigi :1900
Parigi :1900

Parigi 1900.


Le luci sfavillanti dei lampioni accesi sui boulevards affollati di gente rendono Parigi una città davvero incantevole quanto '..extraordinaire!', allorché meravigliosamene illuminata si lascia ammirare nelle tiepide sere di primavera, in cui i giovani artisti bohemien con le tele che la ritraggono sotto il braccio, s’affaccendano non poco dall’una all’altra parte dei marciapiedi, alla ricerca affannosa di vendere uno dei propri quadri ai numerosi turisti in visita alla Ville Lumiere. Un continuo andirivieni di strilloni di giornali, di gigolò nullatenenti e di garzoni che invitano i passanti a entrare nei bistrot e nei numerosi 'boites de nuit', a passare una notte di svago, quasi si fosse sulla scena di un vaudeville rumoroso e assai movimentato.

A rendere ancora più spumeggiante l’atmosfera è il fiume di champagne che si riversa nei calici levati 'à la santé!' dalla bonne-societé, quella stessa che affolla i fouilleur dei teatri e le salle degli alberghi più in voga, dei locali notturni 'à la mode' come il Moulin Rouge e Pigalle e dei ristoranti prestigiosi, come il Ritz e Maxim’s, nella cui luce specchiata tutta Parigi sembra riscoprire il ‘piacere di vivere’. Una luce diafana e sublime che fa della Belle Epoque un’epoca originale e irripetibile, in cui l’artificio della moda diventa estetica di vita, e la parvenza ‘snob’ finisce per ridisegnare tutti gli spazi del vivere comune, nell'arte come nello spettacolo, nella musica come nella poesia e nella letteratura.

Tuttavia, nulla sembra scalfire la tranquilla vetustà della Maison de la Ville, immersa com’è nel suo bel parco ombroso di sempreverdi e le sue aiuole costantemente fiorite, quasi che ogni mese dell’anno sembra stia per sbocciare la primavera; anche se, essendo ormai sul finire dell’estate appare sempre più lontana, ancorché in breve arriverà l’autunno. Di certo non è la stagione o il passare del tempo a spegnere l’ardore che Madame Rose, l’anziana tenutaria, riserva ai suoi graditi ospiti che di volta in volta vi dimorano per qualche breve periodo … «..dal giorno del loro arrivo a quello della loro dipartita, che sia da questo mondo o dall’altro in cui andranno a vivere», le piace soggiungere salutandoli di volta in volta con sottile ironia.

Così come nulla mai cambia nelle affezioni appassionate che Madame riserva agli amici più intimi, a meno che non finiscano per scalfire la sua emotiva sensibilità, soprattutto nelle notti in cui maggiormente avverte un’apparente fragilità dei sensi che la tiene sveglia, e che amorevolmente occupa a smistare le carte dei Tarocchi«..gli 'Arcani Minori' delle pene e quelli 'Maggiori' dei gaudi e degli eccessi che si consumano in tutti i sensi», come le piace appellare certi suoi peccati di gola che le battute divertite dei suoi ospiti le attribuiscono, non senza un pizzico di sarcasmo. Come del resto accade nella computazione dei suoi anni che ad ogni occasione i più intimi le conferiscono, e che siano ottanta oppure cento, per lei … «..non fa alcuna differenza», dice sorridente nell’ammettere di averli superati da tempo, quand’anche confessi «..di averli finiti


Nondimeno Madame Rose è una maitresse d’eccezionale vivacità, mentore e consigliera di magnati e ambasciatori, nonché di giovani scrittori e musicisti che nei giorni migliori, specialmente in occasione di convegni e anniversari, riempiono la Maison di musica e d’arie famose, di versi poetici e conversazioni intellettuali, finanche di applausi e risa ben educate che ella reclama di voler mantenere sommesse e quanto più garbate … «..per non disturbare il silenzio nelle ore più tarde dedicate alla meditazione ah, ah, ah!», afferma ridendo, omettendo di specificare a cosa si faccia riferimento in ciò che chiama ‘meditazione’.

Di ben altra verve si rivelano le arguzie messe in atto da Madame nello scambio reciproco delle relazioni personali che imbastisce con i suoi ospiti, soprattutto durante il Simposio autunnale del Circolo Teosofico Internazionale, fondato da Madame Blawatsky nel lontano 1875, che si riunisce annualmente alla Maison de la Ville, ufficialmente per ‘delineare le nuove prospettive iniziatiche in ambito esoterico-filosofico’ … «Un contributo culturale alla conoscenza universale», afferma più che mai convinta, mentre va riordinando le idee organizzative in funzione del suo prossimo ‘anniversario’, come pure lo definisce, in sostituzione di quella brutta parola che a parità di intento dicasi ‘compleanno’.

Anniversario che Madame Rose pensa di far coincidere con la chiusura del Simposio offrendo un pranzo sontuoso per tutti gli ospiti intervenuti, in modo da lasciare un segno della sua prodigalità, nel rinnovato invito a tornare alla Maison. Il tutto all’insegna del motto da lei stessa coniato per l’occasione … «La fin ce n'est que le commencement.» Una frase ‘emblematica’ che attribuisce al lessico segreto dei Tarocchi, il cui responso tiene in gran considerazione allorquando è chiamata a dissolvere un interrogativo persistente che la tiene sveglia nottetempo.

Al presente, l’interrogativo riguarda la partenza improvvisa di uno dei suoi amici prediletti, che nel tempo della sua permanenza alla Maison, è andato raccogliendo le sue personali confidenze e i suoi pettegolezzi più arditi. Un giovane scrittore a cui riconosce il pregio di una mente straordinaria, alle prese con il suo primo romanzo, del quale ha molto apprezzato nei capitoli iniziali lo 'stile' e la 'verve' della sua scrittura … «..una partenza alquanto strana, e per di più improvvisa, che la si direbbe quasi una fuga», pensa tra sé, nel mentre esamina con particolare attenzione la composizione d'insieme delle 'carte' disposte sul piccolo tavolo del suo boudeur

«Benché anch'egli, come tutti del resto, è succube delle debolezze umane», aggiunge riflessiva, ponendo agli 'Arcani Maggiori' un interrogativo inusuale, quasi si trattasse di un abbandono che solitamente non si pone, considerando il fatto che alla Maison c’è sempre gente che và e gente che viene ... "..come al Grand Hotel, ah, ah, ah!" … ride.

«Pauvre Marcel!», esclama rammaricata a fronte di una rivelazione che si ripresenta costante ad ogni volgere delle carte, una nota dolente che non vuole conoscere e che l’addolora non poco: l'aggirarsi, nel silenzio crepuscolare, di un male oscuro che presumibilmente affligge il suo amico e che ben presto metterà fine alla sua giovane vita …

«Marcel Proust, un nome che verrà ricordato a lungo», conferma, nella certezza palpabile che lo porterà, ne è certa, a «..scrivere qualcosa di grande, più ampio di quello che la presenza, l’intenzione e la semplice percezione del momento potrebbero esprimere.» Dacché lascia di scandagliare in quell’assurdo interrogatorio per abbandonarsi sul divano damascato con gli occhi rossi di pianto.

«Suvvia, non c’è alcuna ragione perché Madame debba rammaricarsi in questo modo, su beva un po’ di questa tisana, l’aiuterà a contenere l’ansietà che gli addii talvolta creano negli animi più sensibili», la consola Mimì, sua dama di compagnia che, entrata nella stanza con il suo solito garbo orientale, deposita sul piccolo tavolo che gli sta accanto, il vassoio d'argento di pregevole fattura e la tazza di porcellana fine, da cui sprigiona una odore intenso di gelsomino.

«In fondo si parte, si arriva, si riparte, non è forse sempre stata così tutta la sua vita?», vedrà, monsieur Proust tornerà presto a farle visita, come ha sempre fatto. Se non altro per recuperare il manoscritto che nella fretta di partire credo abbia dimenticato di prendere con sé.»

«Che storia è questa Mimì, di quale manoscritto vai dicendo?»

«Oh mi dispiace, pensavo Madame l’avesse notato, monsieur Proust lo ha poggiato proprio qui sul suo scrittoio prima di salutarla, ma solo ora mi accorgo che non c’è più.»

«Se lo avesse lasciato lì, ci sarebbe ancora Mimì, non ti pare?»

«Infatti, non capisco … chiederò, vedrà qualcuno della servitù lo avrà spostato nel riordinare la stanza

«Non lo ritengo possibile, e poi cos’è questo manoscritto Mimì, non ne sono a conoscenza?»

«Oh si, forse ora Madame non lo rammenta, quando monsieur Proust era qui, era solito scrivere sulle pagine di un taccuino stretto e nero che teneva sempre con sé, ma questa volta no, erano dei fogli sciolti, come un incarto.»

«Un dossier?»

«Non saprei dire

«Spiegati meglio Mimì, quest’oggi mi sembri piuttosto evasiva, anzi direi restia ad aprirti con me. Cosa ti succede … adesso a mia insaputa ti allei con i nostri ospiti, giungendo finanche a nascondermi i loro segreti?»

«Oh nessun segreto Madame mi creda, c’è che non ho mai considerato monsieur Proust un ospite, vista la cura che lei stessa ha sempre avuto nei suoi riguardi e delle sue cose. Pertanto ho soltanto lasciato che si sentisse a suo agio e disponesse della casa come avesse voluto, come del resto ha sempre fatto

«Cerca quel manoscritto Mimì, potrebbe essere della massima importanza, non vorrei lo avesse dimenticato di proposito … »

«Affinché lei lo leggesse? … è possibile Madame.»

«Non ne dubito … sebbene recentemente mi è sembrato dibattersi tra passioni e desideri incontrollati … che abbia preso maggiore coscienza di sé nell’affrontare le situazioni più ostili, chi può dirlo?»

«Lei può Madame, sempre così lungimirante nello scrutare nei destini degli altri

«Affatto Mimì, mi attribuisci facoltà che non ho, a nessuno è dato di scandagliare nell’animo umano, ancor meno in quello degli uomini. Rammenta, non si conoscono mai bene gli uomini, non fino in fondo, sanno essere imprevedibili in ragione della loro indifferenza alle problematiche femminili, ambigui come sono in tutto ciò che riguarda la profondità o l’altezza dei loro sentimenti. Sono lupi Mimì, sempre affamati di nuove prede da sbranare, assetati di sangue come vampiri che badano alla sola fonte dei loro istinti …»

«Per carità Madame, sa bene che mi spaventa sentire certe cose. Davvero non avrei mai pensato da parte sua una così nera considerazione degli uomini. Lei che da sempre ripone una strenua fiducia nelle passioni umane

«È vero Mimì, anche se me lo chiedo solo adesso, ma che non sia proprio l’esperienza che mi porta a pensare questo degli uomini? Tuttavia mi accorgo di non trovare una risposta da darmi

«Che cosa le succede Madame, qualcosa l’ha delusa?»

«La vita Mimì, la vita! Ma adesso cerca quel manoscritto sil vous plaît, sento un’improvvisa urgenza di volerne leggere il contenuto», aggiunge dubbiosa, nel riaffiorare alla sua mente di un segreto inconfessato cui da sempre attribuiva una responsabilità irrevocabile, per quanto sublime, che la toccava nel profondo …

«Vado!»

Dacché il suo improvviso risentimento verso Marcel, nel dubbio atroce ch’egli potesse aver svelato in un suo scritto una qualche confidenza che lei stessa, sua mentore e ispiratrice, riteneva inenarrabile …

«..certi sentimenti che a suo tempo l’avevano travolta e che adesso tornavano a rendere amara la sua esistenza», pensò riflessiva, tuttavia cercando di allontanare il pressante dubbio dalla sua mente.


Perché tutto ciò fosse potuto accadere non aveva più alcuna importanza, quel che contava adesso era sapere se Marcel aveva violato il suo segreto all'interno di quel manoscritto dimenticato. Il perché l’avesse fatto, solo Marcel avrebbe potuto dirlo. No, proprio non le riusciva di credere che Marcel potesse sacrificare la sua intima affettuosità con l’inconciliabile irrealtà di un qualche suo inaspettato personaggio …

«No, conoscendo le sue capacità di scrittore, che lei le conosceva nel profondo, Marcel non si sarebbe mai lasciato andare in uno sdoppiamento inconciliabile a totale discapito dei suoi mentori prediletti, per poi svelarne gli inganni nel falò delle vanità dell’attuale società parigina … e per di più prevedendo che sarebbero perpetrati a suo svantaggio», si disse Madame, elaborando una sua errata convinzione.

«Mimì! ma dov’eri finita?», le chiese al suo rientro nella stanza.

«È incredibile, non si trova traccia del manoscritto. Ho guardato dappertutto più di una volta, non mi resta che chiedere alla servitù, sempre che Madame sia d’accordo?»

«C’è una particolare ragione Mimì perché tu non l’abbia già fatto?»

«No ma, recentemente ho dubitato molto che qualcuno si sia intromesso nei nostri rapporti Madame, poiché trovo che lei non sia più la stessa nei miei confronti.»

«C’è che sei diventata gelosa Mimì, è segno che stai invecchiando.»

«Forse è così, ma si da il caso che lei non si fida più di me.»

«Che sciocchezze t’inventi adesso, sil vous plaît Mimì, fai venire qui la servitù, voglio vedere le loro facce una per una, anche se non credo siano capaci di nascondermi qualcosa. Che se ne farebbero mai di un manoscritto di un giovane letterato?»

«Immagino nulla, sebbene una delle ragazze più giovani potrebbe, come dire, avervi voluto curiosare

«Chi, per esempio?»

«Non saprei, ma forse Magdeleine ..?»

«Ascoltiamola, falla venire da me e visto che sei gelosa di lei, resta anche tu, se non altro potrai appurare la tua immodestia», replica Madame Rose sorridendole con dolcezza, non senza un pizzico di quella civetteria tutta femminile che la distingue.


Magdeleine non è il tipo di ragazza da prendersi una qualche iniziativa senza prima averne chiesto il permesso, soprattutto nel rispetto del professor Stephan, del quale Madame Rose sembra apprezzare la compagnia e che pone al di sopra della comune rispettabilità.

«Vieni pure avanti Magdeleine, una brava ragazza come te non avrà certo soggezzione a confidarsi con una signora attempata qual io sono; suvvia, dimmi..»

«Madame sa che può fidarsi di me. Certamente ho veduto il manoscritto, era poggiato proprio lì, sullo scrittoio, l’ho solo spostato per spolverare.

«Spostato dici, per metterlo dove?»

«No, mi scusi, volevo dire sollevato …»

«E non hai dato una smirciatina al suo contenuto, dico così, per caso?»

«Mais no, Madame

«E immagino tu non sappia neppure di cosa parlasse, è così Magdeleine?»

«Di fantasmi!..», si lascia dire imprudente la ragazza, tradendo la sua precedente ammissione.

«Devo quindi pensare che dei fantasmi si aggirino in questa casa, che si appropriano dei manoscritti altrui e di chissà quant’altre cose. Non sarebbe poi così improbabile, del resto ognuno di noi si porta dietro qualche misfatto, non è così Mimì?», soggiunge infine Madame Rose, il cui sguardo lascia intendere un biasimevole provvedimento da prendere nei confronti della ragazza.

«Oh sì Madame..», conviene Mimì evitando di aggiungere dell’altro al suo dire, nel mentre licenzia con un cenno della mano, la giovane cameriera.

«Se non si amano i fantasmi, non cercateli, non chiamateli e, soprattutto, non fategli del male, perché probabilmente il male lo hanno già ricevuto in quanto spiriti eletti che sopravvivono in noi che li abbiamo creati.»

«Un’altra perla della saggezza di Madame che ricorderò, onde annoverarla ai nostri ospiti nel caso dovessero lamentarsi di qualcosa di inaspettato che dovesse accadere nella Maison

«Perché Mimì, hai forse udito qualcosa in proposito?»

«Beh, non in ultimo il professor Stephan proprio in riferimento alla partenza inaspettata di monsieur Proust, disse che la Maison non sarebbe stata più la stessa..»

«In che senso?»

«Mah, non saprei, Il professore asseriva senza darne spiegazione, che alcuni suoi personaggi letterari così fortemente drammatici, sarebbero rimasti qui, che si sarebbero aggirati in queste stanze dove hanno trovato la loro ragione d’essere, creati dalle fantasticherie del nostro inconscio quotidiano

«È quanto ha detto?»

«Mais ouì Madameha anche aggiunto che il dramma della loro esistenza stanzia in tutti coloro che li hanno suggeriti o forse vissuti in prima persona ... ammetto d’aver trovato tutto questo spaventoso

«Mia cara Mimì, non devi prestare ascolto ad ogni cosa che viene detta, il professor Stephan parla dall’alto del suo essere filosofo, per lo più insegue i fantasmi della sua eccentricità … talvolta mi sorge il dubbio ch’egli stesso altro non sia che uno dei personaggi creati da Marcel

«In verità Madame ho sempre pensato che quella che indossa sul volto sia una maschera … sempre così pulita, il trucco perfetto, con i suoi papillon indossati come orpelli di scena di un teatro demodé

«Tu dici Mimì ? … già, una maschera, il trucco? Sai che non vi ho mai pensato.»

«Sì, proprio come un teatrante che si muove nell’ombra della scena, il cui apparire improvviso talvolta crea un certo imbarazzo, tra l’ambiguità del passato e l’assolutezza del presente

«Illazioni le tue Mimì dovute ai tuoi pregressi teatrali che ti trascini dietro dall’Oriente. Devo dire che il professor Stephan si è sempre dimostrato un fedele amico e un perfetto gentilhomme, chi più di lui?»

«Oh sì, una persona di belle maniere e al tempo stesso riservata, ma ciò non toglie che potrebbe rivelarsi un despota nascosto nell’ombra …»

«Dici così per dire Mimì o lo pensi davvero?»

«Affatto Madame, la letteratura è stracolma di Jago, è il dramma che si consuma sulla scena che lo richiede a un non protagonista in cerca d'una qualche possibilità di diventarlo

«No, non mi sembra gli si attagli la maschera teatrale che gli attribuisci, semmai sembrerebbe recitare a soggetto, senza copione né parte, perché non sa ciò che potrebbe succedere domani a Parigi, siamo tutti precari su questo palcoscenico.»

«Eppure Madame, nella realtà egli sembra vivere dentro una sceneggiatura che lo contempla, anche se fuori del tempo, fuori da questo mondo che in parallelo col passato chiede di entrare nel presente amabile delle sue grazie…»

«Se alludi a qualche avance Mimì devo deluderti perché il professor Stephan non ha mai ambito alla mia mano, semmai alla mia amicizia … da che, nel 1914, ai primi barlumi della guerra, fu costretto a fuggire dal suo paese d’origine e a trovare rifugio qui a Parigi, per poter infine entrare in quel Tempio della filosofia per eccellenza che è la Sorbona

«E di questa Maison», insisté Mimì.

«Immagino tu abbia letto il manoscritto, è così Mimì?»

«Mais no Madame, ho ancor più ragione di credere che monsieur Proust lo abbia lasciato appositamente sulla sua scrivania affinché lei lo leggesse.»

«Cos’altro Mimì?»

«Rammento che parlando al professor Stephan egli manifestò l’intenzione di voler lasciare qualcosa per ringraziarla di quanto ha fatto per lui in tutti questi anni, e che spettava a lei decidere cosa farne, se autorizzarne la pubblicazione o se darlo alle fiamme.»

«Farne un falò, tu dici? Forse ha ragione nel sostenere che spetta a ognuno di noi restituire ai nostri ‘fantasmi’ la dimensione del presente, per essere noi davvero presenti a noi stessi … saremo mai in grado di farlo? Sil vous plaît Mimì ora vorrei restare da sola, ho bisogno di riflettere, nel frattempo recupera il manoscritto, non può essere svanito nel nulla

«Ha pensato che mosieur Proust potrebbe aver avuto un qualche ripensamento tardivo ed essere tornato a prenderlo?O forse il professeur Stephan potrebbe … essendo egli l’unica persona che in questi giorni ha avuto accesso alla Maison?»

«Ho compreso Mimì, ora lasciami sil vous plaît, e continua a cercare il manoscritto, dovrà pur essere da qualche parte.»


«Mais oui, professeur Stephan? …», chiese Madame un momento dopo, allorché sollevata la cornetta lo chiamò alla Sorbona.

«Certainement qu'oui!»

«Je souis Madame Rose, avrei desiderio di vederla al più presto, se le è possibile quest’oggi stesso.»

«Potrei essere da lei attorno alle cinque, se le sembra un’ora opportuna?»

«Bene, l’aspetterò per il Té

«C’è qualcos’altro che desidera, Madame?»

«Null’altro che la sua presenza, merci.»

Presagendo una qualche contrarietà nella voce severa di Madame Rose, il professor Stephan intuisce la possibilità di dover affrontare una qualche richiesta riguardante il manoscritto che la giovane Magdaleine gli ha consegnato. Quindi, dopo averlo preso con sé, si avvia a piedi verso alla Maison, fermandosi in una rinomata Pâtisserie dove acquista una scatola di Bon-bon per l’occasione.

Madame Rose, in attesa del suo arrivo, l’accoglie con la squisita gentilezza di chi riceve un ospite gradito, seduta nel chiosco a vetri che ha fatto posizionare sulla terrazza del piano nobile, attraverso il quale si può ammirare ogni angolo del parco d’intorno.

«Madame Rose voglia accettare i miei riguardevoli omaggi», sussurra appena Stephan nel baciarle la mano, dopo aver depositato il piccolo cadeau nelle mani dell'attenta Mimì.

«Guardi professore, le mie petunie … che meraviglia! Quest’anno sono più belle che mai - esclama Madame alzando di qualche tono la voce - le osservi lei stesso professore, non sono splendide?»

«Davvero incantevoli!» si limita a dire Stephan, non sapendo quali fossero le petunie, temendo di perdersi in mezzo a tanta varietà di fiori diversi da un angolo all'altro, che Madame affida ad ogni stagione alle cure di un giardiniere davvero amorevole.


Chiunque nel vederla, avrebbe apprezzato la sua sobria eleganza nel bell’abito che dal blu oltremare passa al celeste cielo, da far pensare a un voluttuoso ritratto di Boldini. Il volto ovale straordinariamente luminoso, lascia appena intravedere i segni dell’età che avanza inesorabilmente, per quanto ella mostri un incarnato roseo quasi trasparente, che dona un che di regale alla sua esile figura, non di meno di quanto lo stesso professor Stephan annota nella sua mente.

Al dunque Madame Rose con aggraziata nonchalance, lo invita a sedersi al piccolo tavolo, apparecchiato in maniera ineccepibile, sì che egli non può fare a meno di notare la ricercatezza dei merletti posti sotto ogni tazzina e ancor più raffinati sotto la teiera e al porte-biscuit, come del resto a ogni altro pezzo dell’intero servizio di porcellana fine, e l’intera esposizione di cucchiaini d’epoca inneggianti alla ‘grandeur’ napoleonica.

Mimì dopo aver accolto nelle sue mani il grazioso vassoio della pâtisserie che il professore ha recato per l’occasione, lo scarta e lo depone sul piccolo tavolo, non senza averne offerta la visione a Madame Rose che se ne serve con gioia, stemperando così la tensione che l’aveva colta nel tempo dell’attesa.

Pur mantenendo una cauta riservatezza Madame attende ancora qualche istante prima di dare inizio alla conversazione, fin quando Mimì prende commiato lasciandoli soli con un rispettoso inchino.

«Si aspetta qualcuno a tenerci compagnia?», chiede il professor Stephan osservando il tavolo apparecchiato per una terza persona.

«In verità doveva essere una sorpresa mio caro Stephan, tuttavia, visto che l’ospite che avrebbe dovuto onorarci quest’oggi della sua presenza non può essere ovviamente con noi, direi di iniziare


Il Tè è presto servito da una minuta Shaky d’origine indiana, o forse pakistana, la quale, depositata la teiera con un inchino, li lascia alla loro conversazione …

«Ed io che credevo fosse ancora qui… chissà poi perché se altresì ero a conoscenza della sua partenza. Mah, pensiamo ad altro.»

«Non c’è che dire, le manifestazioni più tipicamente umane possono essere comprese solo in un contesto in cui facciamo le cose pensando ad altro. O almeno, richiamandoci agli altri quando questi non sono ormai presenti», soggiunge Madame Rose dopo un primo sorso di Té.

«Mi sfugge il senso di ciò che dice Madame Rose, devo essermi distratto, voglia scusarmi.»

«Nel senso che pretendere comprensione non è la stessa cosa che farsi comprendere. È quanto dicevo poco fa con Mimì riguardo a una sua presunta idea che dev’essersi fatta di lei, professor Stephan.»

«È così, il primo requisito d’una buona conversazione sta nello sforzo di sapere da chi vogliamo essere compresi. Non si può pretendere che gli altri recepiscano ciò che noi riteniamo sia espresso nel modo migliore … spesso accade il contrario. A lei non accade, Madame?»

«O sì, ancor più se riguarda qualcuno che in questo momento ha bisogno di tutta la nostra comprensione.»

«Stiamo parlando di Marcel Proust, immagino, è forse a conoscenza del perché della sua partenza improvvisa?»

«Devo ammettere che talvolta la sua perspicacia davvero mi sorprende, professore

«D’accordo, ma …»

«Nient’affato professore, in questo caso non sussiste alcun ma che risponda per noi, e lei non può confutare di aver trafugato il manoscritto che Marcel prima di partire ha destinato al mio beneplacito. Alla sua età non dovrebbe avere più bisogno di uno sguardo garante per essere quello che è, una persona che d’un tratto si rivela inaffidabile…», azzarda inopportuna Madame.

«Ho l’impressione che sopravvaluti le sue aspettative, di certo Madame non mi aspetto una maggiore considerazione per essere quello che rappresento per lei, così come non intendo privarmi della sua benevolenza

«Main no professeur, anche se credo abbia le mie stesse identiche ragioni di essere preoccupato, non è forse così?»

«Ascoltandola mi tornano a mente le parole del vecchio Goethe, nel dire chesapersi amato dà più forza che sapersi forte”, anche se non è affatto questo il mio caso. Sapermi amato da sempre mi sospinge nell’inferno degli altri, non mi si chieda perché.»

«Dev’esserci indubbiamente una ragione che andrebbe scandagliata

«Forse c’è, nella misura in cui gli altri con i loro sotterfugi, i loro biasimi, le loro ipocrisie, non esitano a rivelare un sentimento che si credeva puro verso chi si ama e scoprire che non lo è mai stato. Quasi che il solo loro amore sia offerto in olocausto su un vassoio d’oro, mentre viceversa quello che ricevono chissà perché è di povero peltro …»

«Pensa a un inganno della vita o solo a una disillusione?»

«Vede mia cara, è così che l’amato giace inerte in attesa della grazia dell’amore dell’altro, di colui che dice di amarci, anche quando è proprio l'amore a spingerlo incontro alla morte.»

«Sil vous plaît le professeur, non usi più quella brutta parola in mia presenza, mi rattrista, soprattutto quando è rivolta a un interlocutore assente, benché abbia nel nostro cuore un nome e un cognome insostituibili

«Mi dispiace Madame, ma credo che malgrado tutto, nessuno possa essere altro da ciò che lo rende credibilmente umano, per quanto la consapevolezza della fine ci renda tutti mortali, penso che a lungo andare la sola sofferenza d’amore ci trasformi in esseri immortali o viceversa, in poveri martiri

«Una considerazione filosofica questa che mi rende la consapevolezza di non essere vissuta così tanti anni invano … anzi conferma la mia certezza di voler vivere a lungo e poter dare un senso alla mia vita, poi sarà il destino a decidere…

«Se non altro per conoscere come andrà a finire, ah, ah, ah!» confuta Madame con quel pizzico di sarcasmo che la distingue.

«Purtroppo è proprio questa la manifestazione più accreditata, la certezza della fine che tutti ignoriamo, ma che vorremmo conoscere quando siamo ancora in vita.»

«Non è detto che ciò debba accadere molto presto, almeno è quel che spero. Tuttavia rispondo alla sua affermazione, con una personale idea che ho maturata nei confronti della vita: è precisamente questa ‘certezza della fine’ come lei dice, la missiva della ragione di cui noi tutti condividiamo l’uso. Vale a dire il diffondere la nostra opinione sulla fine affinché la si discuta, la si accetti o la si rifiuti, e non soltanto per vederci confermare le nostre ragioni. Entrambi siamo qui per questo, per condividere quasi tutto di quel che facciamo o diciamo per sentirci vivi, altrimenti ci sarebbe poco da fare e quasi nulla su cui riflettere», aggiunse Stephan, rammaricato che il discorso avesse preso una piega tanto amara.

«Dunque lei, in quanto filosofo, non crede che la corretta lingua parlata da entrambi oltre a farci comprendere reciprocamente, serva a che si debba anche essere sinceri l’un l’altro?»

«Tutt’altro, lo asserisco fermamente! Per quanto non è del linguagio che si stava trattando mia cara, quanto di aprirsi a una filosofia della vita che non contrasta con i più sani principi della sincerità

«Lei forse ritiene che la filosofia possa creare fantasmi raziocinanti capaci di far sparire un manoscritto da questa casa senza alcun consenso, è così?»

Il rossore improvviso che d’un tratto rende paonazzo il volto del professor Stephan si spegne dietro un pallore altero, facendolo sembrare un manichino senz’anima ridotto al silenzio.

«Non creda che una simile accusa possa da me essere accettata così impunemente, tuttavia si sbaglia Madame Rose, ha invece tutta la mia comprensione, come del resto le confermo tutto il rispetto per quanto nel manoscritto è rivelato…»

«No certo, del resto neppure la sua filosofia contempla chi pure rimane per sempre con noi … a volte mi sembra di sentire la voce di mia sorella Martha, la sento aggirarsi attraverso le stanze di questa casa, che mi chiama…»

«Mortale è chi muore in noi, non chi portiamo nel nostro cuore, è bene che si sappia.»

«Davvero lo crede? Io stessa parlo con lei qualche volta, nei giorni di vento, quasi che con il vento arrivi un afflato del suo respiro e sollevi le tende della nostra stanza, quando sono assopita. Ancor più quando s’avvicina il temporale. È allora che la sua venuta mi da la consapevolezza di qualcosa insito nel legame affettivo condiviso del nostro essere sorelle, amiche, e al tempo stesso amanti l’una dell’altra

«Comprendo ogni cosa Madame e ne sono addolorato, se mai ha temuto che la sua confessione venisse svelata in uno scritto, ebbene confermo che proprio attraverso codesto manoscritto sono venuto a conoscenza del segreto che l’attanaglia. Un gesto deplorevole da parte mia, ma la prego, che almeno mi si risparmi il biasimo. Come lei, anch’io temevo vi fosse rivelata una mia incoffessata debolezza, probabilmente attribuita alla mia persona nella rilevanza creativa del suo immaginario


«Immagino sia questo ciò che cerca affannosamente?» Allorché umiliato recupera dalla sua borsa il manoscritto e lo consegna nelle mani di Madame.

«Mi si passi l'averlo preso volutamente nel caso vi fosse detto qualcosa della mia intinità, mentre invece nel manoscritto si parla esclusivamente della sua, Madame. Non di meno vorrei ora evitarle l'ulteriore strazio di leggere certe cose.»

Il gesto è molto apprezzato da Madame Rose che lo ascolta in silenzio, non trovando alcuna simulazione d’intenti in quanto accaduto, più che mai convinta dell'onestà del professor Stephan. Così come è certa della fiducia che da sempre ripone in Mimì che fa la sua entrata consegnando su di un piccolo vassoio un biglietto per Madame, la quale, nel leggere la missiva, palesa tutto il suo profondo rammarico.

«Qualcosa non va, Madame?»

«Nulla professore, è solo la defiance di un attimo, voglia scusarmi. Per quanto, riflettendo su ciò che Marcel possa aver narrato nel suo manoscritto, di ciò ch'io possa avergli narrato, va detto comunque ch'egli non era presente, con ciò ogni sua rivelazione in ogni caso riguarda solo me. Tuttavia, stando a quel che lei stesso mi dice, adesso che ha letto il manoscritto, posso ben condividere ogni cosa con lei, non abbia timore di rivelarmene il contenuto … sil vous plaît?»

«È così, il nostro scrittore narra di fatti che forse non ha vissuto in prima persona, ma certamente deve aver elaborato da una qualche sua rivelazione Madame. Altrimenti come potrebbe parlare di un fantasma che s’aggira imperturbabile nella Maison, ipotizzando un oscuro segreto sulla scomparsa di sua sorella Martha, succube di una colpa coscientemente inflittale per una morbosa gelosia …»

«La prego, si fermi qui…», esclama Madame Rose incollando i suoi occhi su quelli del professor Stephan, facendogli intendere di non proseguire nella narrazione, convinta che in fondo fosse un bene per lei non aver letto il contenuto del manoscritto nella sua intera stesura ... «Grazie, ma non intendo sentire altro, la prego ... lo faccia sparire!», aggiunge piena di rancore restituendo il manoscritto nelle sue mani.

Mai fino a quel momento Madame Rose aveva mostrato in presenza di alcuno una così oppressiva emergenza psicologica, tale da dover frenare una qualche reazione incontrollata che avrebbe potuto condurla a un’azione folle o, come in passato, di colpevole fuga …

«Ancor meglio sarebbe darlo alle fiamme, bruciarlo all'inferno ... insieme al suo autore!», esclama Madame piena di collera.

«È davvero quello che vuole?»

«Sì lo distrugga, lo faccia sparire, e che sia per sempre», aggiunge riflessiva, non sapendo dove posare il suo sguardo dopo quella rivelazione.

«Sarà fatto come lei desidera, Madame ..

«Mimì, il prosessor Stephan ci lascia, lo accompagni sil vous plaît … mi scusi le professeur et merci, a bientôt!», quindi si accomiata in tutta fretta risalendo la scala interna che conduce alle sue stanze.

Mimì nel vederla stravolta come non mai, le va dietro per soccorrerla in caso avesse bisogno di qualcosa. Dopo averla aiutata a spogliarsi e a mettersi a letto, le chiede se vuole che resti a tenerle compagnia ...

«Sil vous plaît Mimì, adesso lasciami, fai in modo che non venga didturbata per nessuna ragione

«Come Madame desidera, aggiunse Mimì augurandole un sereno riposo


Nelle ore di dormiveglia agitato Madame Rose rammentò le frasi di rimprovero ascoltate molto tempo prima durante una controversia che le risuonava famigliare …

«Non siamo soli, qualcuno ci osserva attraverso le pareti, e tu sei una impudente sgualdrina a comportarti così, davanti a tutta la famiglia.»

Per quanto, all’epoca dei fatti narrati, l’opinione degli altri non avesse per lei alcuna importanza, quelle parole pronunciate da Martha con tanta veemenza, non esitarono a contrastare la sua presa di posizione, all'epoca giudicata folle dai suoi congiunti, di voler lasciare la Maison. Ne accusò il dolore profondo, convinta come allora di detenere un vantaggio esclusivo su tutti, una probabilità maggiore di chi, come Martha, non era affatto sicura di averlo: "la convinzione di poter raggiungere l’irraggiungibile". E lei quella convinzione l’aveva riposta nella sua pazza idea di rincorrere l’amore per Alphonse, quel fidanzato che Martha aveva poi sposato e che Rose avrebbe voluto per sé.

Allorché, d’improvviso, si rivide lontana negli anni della sua giovinezza, sorridente e imperturbabile che attraversava correndo l’interminabile corridoio che collegava le stanze del piano nobile della Maison, e raggiungere la scala che dava sul giardino Ma, più che mai ora, rammentava di non aver avuto alcun ripensamento, né un attimo d’incertezza, lei «..fuggitiva da tutto e da tutti, per sempre.» mentre si allontanava dalla Maison, correva all'impazzata per raggiungerlo, certa che Alphonse la stesse aspettando al bordo del parco per fuggire con lei.


A distanza di tempo nessuno ricordava quanto occorso alla Maison de la Ville in quei lontani anni; né si seppe mai nulla della morte improvvisa quanto oscura della signorina Martha, successiva alla partenza dell’amato Alphonse per la guerra, da cui non avrebbe più fatto ritorno. Tantomeno delll’allontanamento di sua sorella Rose che si disse andata in sposa per procura a un anziano console di stanza in una colonia francese d’Oltremare. Dacché la vetusta Maison de la Ville, rimasta chiusa per moltissimo tempo, finì per essere inglobata nella città che le cresceva attorno, ormai considerata un cimelio di un passato lontano, e finì pressoché cancellata dalla memoria dei parigini. Finché un giorno, rimasta vedova, Madame Rose vi aveva fatto ritorno dall’estremo Oriente restituendola al suo originario splendore, trasformandola in una dimora residenziale esclusiva, per un pubblico molto selezionato. Tale che solo alcune guide, tra le più esperte e qualche anziano chauffeur de taxi sapevano come raggiungerla e comunque informati della necessità di un invito scritto o dichiaratamente attesi per una qualche ragione che solo Madame Rose richiedeva come servizio, e che altrimenti, non sarebbe stato loro permesso l’accesso.

Sul filo dell’ostinata dimenticanza di Madame Rose dei fatti che avevano contrassegnato gli anni della sua giovinezza, la Maison de la Ville aveva ripreso la sua attività per così dire 'consolare' annoverando numerosi ospiti di prestigio, quegli ‘amici degli amici’ che, in ragione di qualche raccomandazione erano in cerca di una pausa confortevole dalla frenetica consuetudine del quotidiano, senza tuttavia allontanarsi da Parigi. Una volta entrato nelle grazie di Madame Rose, Marcel Proust era solito farle visita per diletto, venendo a contatto con molte persone piuttosto in vista della 'bonne societé' alle quali era solito dedicare le sue attenzioni di scrittore, e non solo, che in seguito avrebbe trasferito sotto altro nome nella ‘Recherche’, l’opera a cui lavorava ormai da qualche tempo.

In quegli anni, una sorta di straordinaria quanto occulta intuizione, aveva permesso a Marcel di focalizzare in Madame Rose una figura dalla doppia personalità: l’una charmant e flessuosa quanto determinata, come una perfetta 'maitresse royale' che padroneggiava austera la corte immaginaria della Maison. L’altra, più intima, fragile come una porcellana di Sévre in bilico su di un vassoio d'argento, che coltivava in seno una sofferenza profonda, allorquando la sua mente vagheggiando immagini e figure del passato nei momenti bui della notte, avvertiva nella sua stanza da letto la presenza del fantasma di Martha.


Allorché assalita dalll’ansia si disse che avrebbe gradito la compagnia di Mimì, che le sarebbe stata d’aiuto ascoltare la sua voce cantinelante leggerle qualcosa. Quindi, suonato ripetutamente il campanello, Mimì, che ad ogni insolita occasione, sostava fuori della sua stanza, entrò e si sedette accanto al suo letto, e aperto il libro di poesie che a suo tempo il caro Alphonse le aveva regalato a Madame, in occasione del suo 'compleanno', prese a leggere con voce sommessa una poesia di Emily Dickinson tradotta dall'inglese ...


“Era come sentire nel proprio intimo le avvisaglie di una prima incrinatura verso l’eterno. E tuttavia non ancora verso l’immortalità.”

La riflessione sulla morte contenuta in quelle parole aggravò la fragile quietudine di Madame, quasi che le parole le giungessero dall'altra parte di un modo estremo che lei aveva appena sfiorato …

«Ancora quella parola, credo d’averla invocata fin troppe volte stasera. Mimì, scegliene un’altra sil vous plaît» ...

Dacché Mimì sfogliate alcune pagine del libro sofferma lo sguardo su una pagina a caso e riprende a leggere con voce pacata …

Gli spiriti normali / ritengono che il sonno / sia solo un chiuder gli occhi. / Il sonno è la frontiera / solenne che, ai due lati / ha schisu ere di testimoni! / La mattina è creduta / da persone autorevoli / lo spuntare del giorno. / Ma la mattina non è sorta ancora!” […] “Una rossa signora sopra il colle / mantiene il suo segreto! […] Eppure, come resta tranquilla la scena! / Che indifferenza mantiene la siepe! / Come se la “resurrezione” / non fosse niente di strano!”. (*)


L'immagine sfocata che s'impresse negli occhi di Madame, altri non era che quella di Martha nei panni della rossa signora che s'aggirava nei pressi di un colle coperto di gigli, testimoni della sua avvenuta resurrezione dopo il sonno profondo della 'Morte', il cui lontano segreto custodito nel tempo, riappariva adesso sul volto sfigurato, benché vivo, di sua sorella. Era molto più di quanto il simbolico pronunciamento dell'Arcano Maggiore che ripetutamente quella sera si era presentato sul desco della sua interpellanza, stesse a significare. Come se per una sorta di affettiva presenza emozionale, il fantasma di Martha si spingesse a cercare nella sua fragile esistenza le ragioni della propria infelice assenza ...

«Un invito quello, rivolto a svelare qualcosa di nascosto, o forse solo a mantenerlo segreto nelle chiuse stanza dei ricordi. Chissà mai perché c’è sempre la nebbia in ogni situazione che non si comprende?» si chiede Madame Rose con la vista leggermente annebbiata … allorché poggiata una mano sul libro interrompe la voce di Mimì e pian piano socchiude gli occhi addormentata.


Quand'ecco nel silenzio profondo della stanza insorgono i fantasmi del passato, che nell'incedere evocativo di Madame Rose tutto trascolora nel nero profondo di un più intimo segreto, nondimeno riflesso di un messaggio appassionato, invitante, persuasivo ...


Quale fantasma dal volto opale apparso nel buio della stanza, la rossa signora la osserva dai piedi del letto. Indossa una camicia da notte di mussola con piccoli fiorellini delicati. Tiene fra le mani alcuni gigli da poco sbocciati. Aiutami Rose!, le dice, e con il braccio teso la invita a levarsi e a seguirla. Rose non le fa domande. Si alza dal letto e indossata una vestaglia, la segue attraverso un corridoio lungo che sembra interminabile. Discende la scala che porta al piano terra della Maison e s'affretta a seguirla. Martha attraversato il salone si spinge verso la porta d’ingresso rimasta aperta e sparisce oltre la soglia. Rose prova un attimo d’incertezza. Non ha messo le pantofole e scalza, oltrepassa la porta immergendosi nella nebbia …

E' a pochi passi da lei eppure non riusce a raggiungerla. La rossa signora la osserva distante, in silenzio, la implora muta di non fermarsi, di seguirla, ma ad ogni passo di Rose si allontana correndo a piedi nudi sull’erba bagnata. Rose la insegue finché presa dall’affanno, inciampa e cade distesa sull’erba, al limite del parco. Quando, risolleva lo sguardo la vede attraversare la strada, dirigersi verso un piccolo cancello ed entrare in una costruzione bassa con grandi finestre sulla facciata. Rose la segue ma una volta affacciatasi sulla porta le va incontro un’infermiera vestita di bianco, dall’aria sospettosa che le chiede:


Che cosa ci fa lei qui? Che cosa vuole? Io... non saprei, qualcuno ha bisogno di me, mi ha condotta fin qui. Non c’è nessuno qui che può aver bisogno di lei. I malati più gravi sono stati portati all’ospedale centrale. Piuttosto mi dica perché è in quello stato? Se ne vada o chiamo la … No, aspetti, la prego mi ascolti. Una donna dai capelli rossi ha chiesto il mio aiuto, potrebbe essere in pericolo di vita. È appena entrata qui, io l’ho veduta. Non è entrato nessuno qui, a quest’ora di notte. È un medico lei? No, sono una parente. Mi dica, è sicura di sentirsi bene? Sì, credo di si. Aspetti, ha bisogno di un calmante. Poi mi prometta che se ne torna da dove è venuta. Anche perché non c’è nessuno qui, le stanze sono vuote. Ne è sicura? O santo cielo! Faccio il turno di notte e so perfettamente quali sono le mie competenze. Non si inquieti, per favore, dicevo così, tanto per dire. Perché non se ne accerta? Le dico che è entrata una donna qui, poco fa, che aveva bisogno d’aiuto. Mi creda. La prego. D’accordo, va bene, venga con me, così se ne accerterà di persona. Quindi lsi avvia per un lungo corridoio bianco, con alcune porte chiuse tutte bianche che apre una dopo l’altra lasciandole constatare che sono irrimediabilmente vuote. Rose la segue passo passo in silenzio, è senza parole. L’infermiera la guarda desolata. Rose vorrebbe scusarsi con lei ma l’infermiera si allontana, lasciandola sola nel mezzo di un'ultima stanza. Coperta da un bianco lenzuolo la rossa signora cerulea nel volto disfatto giace distesa su un letto con gli occhi sbarrati. Rose è confusa, la trova più vecchia di quanto le era sembrata solo qualche momento prima


Nell’assoluto mi sembrava assorta / di splendore e di cielo pensierosa. / L’onore di scrutarla con i miei occhi / fu di breve durata / disinvoltura argentea, la sua / nel volteggiare fuori dalla vista. /…/ ma ero troppo in basso per seguire / l’altissimo suo viaggio / la sua cerulea superiorità”. (*)


Svegliata di soprassalto Rose si guarda attorno desolata. Mimì non è con lei, tuttavia la lampada sul comodino è rimasta accesa, il libro aperto a pagina settecentoquindici …

«Eccomi, Madame ha chiamato?», domanda Mimì entrando.

«Non dire nulla ti prego», la interrompe lei.

«Che c’è Madame, non si sente bene?»

«Non ho riposato affatto

«Spero non a causa della lettura … magari non è stata di suo gradimento?»

«Invero Mimì, temo che il messaggio intrinseco di quella lettura contenesse qualcosa di cui temere

«Ne sono desolata, io di certo non l’ho apprezzata più di lei per quel suo lato oscuro cui si rifletteno alcune verità occulte che non ritengo utile indagare.»

«Ma che dici mia cara, c’è un lato oscuro delle cose che in qualche modo affascina. È un po’ come voler scandagliare l’altra faccia della luna, che non si vede ... “eppure so che il suo passo stillante si volge sempre in giro”. Ecco, forse ci sono, è questo verso che riassume il senso nascosto di quella poesia: oscura come l’altra faccia della luna, che sappiamo esserci ma che nessuno vede.»

«Come di un segreto nascosto Madame?»

«Sì, un intimo segreto che non ho mai svelato a nessuno. Vedi Mimì, non sempre i segreti ci chiedono d’essere svelati, come in altri momenti nemmeno d’essere portati con noi nell’oltretomba. Un po’ come la sinopia nell’arte, in cui persiste ciò che è all’origine dell’affresco e che talvolta addirittura nasconde qualcosa d’altro, un’altra forma, il disegno preparatorio di una presenza non rivelata che si sottrae alla vista sotto il colore della pittura successiva, che ancora non sa se mantenerne il suo segreto sotto la vernice oppure svelarlo. E poiché non è possibile salvare entrambe, spesso si tende a salvare il dipinto finale, sacrificando il disegno preparatorio, creativo dell’opera ultimata.»

«Anche se la forza della sinopia è più che mai interessante? Nel senso che ci rivela l’origine assoluta della creatività, il mistero che ricopre l’intima passione da cui è successivamente scaturita l’opera d’arte?»

«Va stabilito se vale più la forza della presenza o la passione che ne ha determinata l’assenza, la quantità e la qualità delle emozioni che hanno provocato il dubbio della scelta, della quale non ci è ancora pervenuta la risposta

«Di solito è ciò che più conta di una domanda intelligente, e io non voglio deluderla. Credo che ciò che più emoziona, abbia diritto di precedenza sulla stucchevole realtà ultima dell’apparenza . Siamo portati ad amare ciò che ci piace. Non è forse così Madame?»

«Se la sinopia è apprezzabile più dell’opera stessa, si salva la sinopia sacrificando il resto con un atto d’amore. E l’amore non è mai disdicevole, anche quando ci mette davanti a una scelta. Non c’è ragione che tenga contro la forza dell’amore, anche quando quest’ultimo si colora delle tinte aspre della passione

«O d’odio, Madame!» esclama Mimì.

«L’amore in fondo è anche odio. È il suo perverso contrario. Persegue il suo stesso fine, ciò che non può l’indifferenza

«Anche quando l’odio ci parla di morte?»

«Si muore anche per amore Mimì, e l’odio è il suo massimo esponente. Con la differenza che mentre l'amore è la scintilla della passione, l’odio più spesso è la fiamma che porta alla pazzia

«Non saprei Madame, non sono mai stata sposata, ho accettato di vivere nell’ombra

«Al contrario di me, mia sorella Martha, che vedi in quella sbiadita fotografia, era senz’altro la più bella. Il suo fidanzato Alphonse era un soldato in carriera. Venne a trovarci durante la guerra. Si sposarono. Rimase con noi due mesi. Era d’estate, la più bella che io ricordi. Poi ripartì per il fronte e non fece più ritorno. Dal nostro segreto amore nacque una bambina, Magdeleine, che di nascosto da tutti, lasciai in affidamento a una famiglia nel sud della Francia e mi trasferii in Oriente. Quella figlia che ho ripreso con me alla morte dei suoi genitori adottivi. Mia sorella Martha non ne è mai venuta a conoscenza. Anche se in un certo momento della sua vita disse di aver avuto una visione, dopo di che, cadde in un coma profondo dal quale non si è più ripresa, fino all’ultimo dei suoi giorni» …


Noi fummo spose in una sola estate, / o cara, in giugno fu la tua visione / e quando cadde la tua breve vita / anch’io mi sentii stanca della mia. / Abbandonata da te nella tenebra / mi raggiunse qualcuno / che portava una lampada [accesa] / e ricevetti il segno io pure”, (*) prese a recitare a memoria Madame Rose.


«Adesso, che più s’appressa l’ora della mia dipartita, ho intenzione di rivelare a Magdeleine ciò che non conosce e restituirle quanto più gli spetta, non in ultimo il suo vero cognome. Un ragionevole dubbio, anche se non riesco a pensare sia interessata a questa imprevedibile notizia. No, non lo credo. Si da il caso, che Marcel abbia rivelato questo mio segreto che non ho mai osato rivelare al alcuno», lamenta Madame con rammarico alla devota Mimì raccolta nella sua orientale mestizia,

«Mi chiedo cosa farà adesso Madame?»

«Riguardo a che cosa, sil vous plaît?»

«A proposito del manoscritto

«Perduto dici … forse! Entrambe sappiamo che nulla va mai perduto definitivamente … siamo noi che più spesso ci perdiamo nei viluppi delle parole trasformandoci in quei fantasmi talvolta beffardi e dispotici, spesso ‘affattucchiati’, capaci di rendere questa vita un po’ meno amara tirando qualche scherzetto in buona fede, così per ammazzare il tempo della malinconia e della solitudine ... quei fantasmi che s’aggirano nei labirinti dei nostri illeciti dubbi, quando in coscienza sappiamo benissimo dove stiamo andando e cosa stiamo facendo

«Maschere della nostra incoscienza, l’aveva pur detto il professor Stephan..», soggiunse Mimì con un certo amaro sulle labbra.

«Ma come si sa le maschere nascondono una doppia identità: drammatica e/o gioiosa, spetta a noi decidere quale scegliere per meglio presentarci sulla scena … Rammenta Mimì, siamo tutti costantemente proiettati sulla scena di un teatro invisibile, dove gli opposti talvolta si sostituiscono alla ‘verità’, fuori dalla realtà di un mondo estremo … e questa Parigi edulcorata in cui ci è dato vivere è la cornice perfetta per la sua rappresentazione.

«Finzione Madame, finzione!»

«No Mimì, realtà!»

«Ma non perdiamoci in chiacchiere sil vous plaît, tu ben sai Mimì che ognuno dei nostri ospiti s’aspetta di trovare nella Maison una benevola accoglienza e una ancor migliore ospitalità; di ritrovarsi, per così dire, al centro di un amabile ‘incontro con la bellezza’, per quanto effimera essa possa sembrare, vedi di farlo intendere al personale di servizio, sil vous plaît.»

«E noi saremo qui ad attenderli come sempre, a braccia aperte, non è forse così, Madame?»

«Mais ouï, mon cœur ami … ‘la fin ce n'est que le commencement!'»


Sa và sans dire, l’indomani alla Maison de la Ville, allorché iniziarono i preparativi per ‘l’Anniversario’, Mimì ebbe il suo bel da fare nel disporre ogni cosa secondo il desiderio di Madame Rose: dalle luci più o meno soffuse delle lampade Liberty che molto risalto davano agli arredi d’epoca; alle innumerevoli composizioni di fiori multicolori i cui riflessi si spegnevano nella moltitudine degli specchi alle pareti. Per non dire dei tappeti e dei dipinti orientali su seta che adornavano le stanze di ricevimento e che rendevano la Maison semplicemente splendida alla vista, per il piacere di quanti, appartenenti alla bonne societé, avevano accesso nell'anturage amicale di Madame Rose ...


E Parigi? Beh, Parigi è comunque Parigi. L'indomani nulla sarebbe cambiato di quel 1900, un continuo andirivieni di strilloni di giornali, di gigolò nullatenenti e di garzoni che invitavano i passanti ad entrare nei bistrot e nei numerosi boites de nuit, a passare una notte di svago più incantevole che mai, quasi si fosse sulla scena di un vaudeville rumoroso e assai movimentato.


FINE



Nota.

(*) Emily Dickinson, “Tutte le poesie”, I Meridiani – Mondadori 1997.


Marcel Proust
Marcel Proust

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