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Una storia di LucaNesler

Caffè

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36 minuti

Pubblicato il 16 dicembre 2018 in Humor

Tags: #caff #cambiovita #ladri #colpo #amici

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«Cerchi di capirmi, io non sono avvezzo a cose simili.»

«Non tema, professore. Lo sono io.»

«Già, e questo è un altro punto. Non sono nemmeno abituato a frequentare gente come lei. Senza offesa.»

«Nessuna offesa, la capisco bene. C'è da dire che non sono una belva. La pensiamo diversamente su certe questioni, ma in fondo si tratta solo di quanto c'è da guadagnare. Ora anche lei ha i suoi interessi e questo ci unisce.»

«Non scherziamo! Io non ho nulla a che fare con questo tipo di modus operandi!»

«È stato lei a contattarmi, non è che ora si tira indietro?»

«Sì, ha ragione. Mi scusi, ma questa situazione mi mette terribilmente a disagio. Anzi, le confesso che sono molto spaventato.»

«Su su, non si preoccupi. Andrà tutto bene. Piuttosto, ha portato tutto?»

Nonostante la mattinata mite e profumata, i due uomini erano seduti all’interno del bar, invece che ai tavolini fuori. Forse anche per il silenzio che regnava nel locale deserto Oreste riusciva a seguire il discorso da dietro il bancone. Posò il vassoio con cui aveva servito quei due. C’erano delle macchie su quel dannato vassoio, ma non aveva voglia di pulirle. Ripensò alle parole della sua ex moglie “Se quel cesso di locale che ti ritrovi ti dà da vivere è solo perché è in un’ottima zona, non certo perché fai bene il tuo lavoro!”

Bastò il ricordo per fargli storcere la bocca infastidito. Posò i gomiti sul bancone. Non aveva voglia. Di lavorare, di mostrarsi indaffarato, di stare lì. Non ne aveva nessuna voglia. Tornò a guardare quei due. Il più anziano, quello grassottello che l’altro aveva chiamato professore, ora stava passando uno zaino nuovo di zecca al tizio di fronte a lui.

«Mio Dio! Le avevo detto nero!»

«Accipicchia, non va bene?»

«Certo che no! Non vede che questo ha pure le superfici catarifrangenti? Dove l’ha preso, in cartoleria?»

Quei due uomini erano stranamente assortiti. Il professore sembrava un tipo per bene, col riporto steso sopra la pelata e dei bei baffi grigi rassicuranti, una camicia a maniche lunghe e un paio di occhiali molto spessi. L’altro invece aveva una corporatura robusta sotto una polo nera, barba incolta e un codino unto a raccogliere capelli che si stavano ingrigendo. Il secondo giocherellava con una sigaretta spenta e sembrava molto rilassato, mentre il primo pareva in coda dal dentista.

«Non si preoccupi:ho tempo di comprarne uno nuovo. Vado pomeriggio.»

«Vediamo che c’è dentro.»

Oreste spiava tranquillamente. Nessuno si accorge mai del barista. L’uomo col codino tirò fuori un trapano a batteria.

«È carico?»

«Santo cielo, non ho controllato.»

«Professore… » disse quello col codino sospirando. Poi controllò la punta.

«Almeno la punta da pietra c’è. I tasselli? Anche.» aggiunse tirando fuori una piccola scatola. Oreste guardava incuriosito. Che razza di affari stavano facendo quei due?

L’uomo col codino tirò fuori un vasetto di lucido da scarpe e due berretti neri.

«Professore! Hanno i pompon!»

«Mi perdoni, ma non è stagione per i berretti! Questi sono gli unici che ho trovato.»

Codino scosse la testa sospirando di nuovo.

«Possiamo sempre levarli, no?» chiese il professore.

«Lo faccia.»

Nell’oziosa mente di Oreste i pezzi del puzzle cominciarono a ordinarsi: un trapano, berretti neri, lucido nero... finalmente il barman capì cosa stava succedendo! Quei due si stavano preparando per un furto!

Forse il prossimo oggetto che sarebbe uscito da quello zaino scolastico con la scritta “cool girls” sarebbe stata una pistola!

Oreste si sentì in pericolo. Due ladri erano entrati nel suo bar. Pensò di afferrare il telefono e chiamare la polizia, ma se l’avessero visto l’avrebbero certamente ucciso. Cominciò a sudare, finché l’uomo chiamato “il professore” non si voltò a chiamarlo:

«Mi scusi? Posso avere un bicchiere d’acqua frizzante, cortesemente?”»

Oreste si riscosse: forse il suo momento era arrivato. Appena si fosse avvicinato ai due manigoldi, con la scusa dell’acqua l’avrebbero aggredito, legato e chiuso nel retro mentre loro svuotavano la cassa. Doveva pensare in fretta, come nei film d’azione. Loro non sapevano che lui aveva capito.

«Certo, caro cliente. Gliela preparo subito.» prese tempo.

Forse era suonato un tantino troppo premuroso, ma non voleva destare sospetti. Come prima cosa aprì la cassa e, stando attento a non farsi vedere, contò il denaro sotto al bancone. Venti, trenta… quattrocentoventi euro. Erano un sacco di soldi. Ne lasciò dentro cinquanta, e gli altri li nascose in un miscelatore di cocktail che teneva sotto il bancone. L’aveva comprato dodici anni prima quando aveva deciso di tenere aperto anche la sera, ma non l’aveva mai usato. Ora tornava utile. Versò l’acqua minerale e la posò sul banco.

«Ecco la sua acqua. Posso lasciarla qui? Ho un improvviso crampo a un polpaccio.» disse Oreste allontanandosi zoppicando dal bicchiere.

«Oh. D’accordo, certo.» disse il ladro coi baffi alzandosi mentre il collega frugava ancora nello zaino. «Sta bene? I crampi sono sintomo di mancanza di potassio. Dovrebbe mangiare più banane.»

«Ma certo. Io adoro le banane.» disse Oreste con un tono più inquietante di quanto non volesse. Rimase immobile e, con sua sorpresa, l’uomo prese solo il bicchiere e tornò a sedersi.

Con la fronte puntellata di gocce salate, Oreste rimase in ascolto, teso come un coprimaterasso.

«Mancano due cose essenziali, caro professore.» disse codino allungando le gambe sotto il tavolo e posando le braccia lungo lo schienale della panca «Un tagliavetro e una ventosa per piastrelle. Senza queste non possiamo entrare.»

«Ho cercato ovunque, ma non ho trovato nulla. Mi permetta, ma con tutto quello che la pago speravo che anche lei potesse portare qualcosa.»

«Non se ne parla. Io non lavoro così. Provi in un negozio per l’edilizia.» disse l’uomo alzandosi e mettendo la sigaretta in bocca. «Ci vediamo questa sera alle diciotto davanti al museo.»

Il museo? Oreste capì di essersi sbagliato: quei due progettavano di rubare qualcosa nel museo cittadino! Questa nuova consapevolezza e il sollievo che ne scaturì ebbero su di lui un effetto inebriante. All'improvviso provò invidia per quegli uomini: loro avevano una incredibile impresa da compiere. E l'avevano sottovalutato, perché lui aveva sentito tutto. Si rese conto di avere informazioni sufficienti per ricattarli e l'invidia si trasformò in sfrontatezza. Si accorse di provare un brivido d’eccitazione che non provava da anni.

«Naturalmente il caffè me lo paga lei, vero?»

«Naturalmente.» rispose l’uomo seduto mentre infilava nuovamente la roba nello zaino.

L’uomo col codino fece per uscire, ma Oreste lo anticipò e chiuse a chiave la porta del bar, poi, con aria spavalda, gli si parò di fronte.

«Ho capito che volete fare!» proclamò «E vi assicuro che posso tranquillamente telefonare alla polizia o ai musei della città per impedirvelo!»

Lo sguardo duro del codino e quello atterrito del professore non facevano che confermare i suoi sospetti.

«Ma non lo farò. Se…» riprese.

«Non chiedetemi soldi, per carità!» scongiurò il professore con le mani giunte «Questo signore mi ha già ridotto sul lastrico!»

«Tranquillo, professore.» disse Oreste come se già facesse parte della banda «Non voglio soldi, voglio venire con voi. »

L’uomo col codino si prese il volto tra le mani scuotendo il capo, mentre il professore esibiva la sua miglior espressione di stupore.

«Lei non sa che dice, caro signore. Ha un bel lavoro e rischierebbe...»

«Odio questo lavoro! Mi fa schifo! Servire un mucchio di sconosciuti e dover ascoltare le loro balle giorno per giorno non sarebbe niente, ma fingere di esserne interessato mi uccide!»

«Da quello che ho visto non mi sembra che tu lo faccia.» disse l’uomo col codino.

«Ma dovrei! Avete idea della pressione sociale che vive un barista?»

«Chissenefrega.» rispose codino accendendosi la sigaretta.

«Non si può fumare qui.» tentò Oreste.

«Ti stai proponendo come complice di un crimine e cuoi che io spenga la sigaretta?»

«Si tratta pur sempre di un luogo pubblico.» disse il professore.

«Ora è chiuso.» disse codino indicando la porta chiusa a chiave da Oreste.

«Bene, fuma pure! » concesse questi dopo qualche istante di indecisione «Ormai faccio parte della banda. Facciamo questo colpo e con la mia parte lascerò questo schifo di locale e questa città meschina!»

«Io, personalmente, non avrei nulla in contrario.» disse il professore alzandosi e aggiustandosi gli occhiali sul naso «Però ritengo che lei debba conoscere i dettagli dell’operazione prima di prendere una decisione tanto compromettente.»

«Ho sentito tutto.» disse Oreste sorridendo soddisfatto.

«Intendo che non stiamo per compiere un furto a scopo di lucro.»

«Come?»

«Il professore vuole rubare una lettera. Non ci sono soldi per te.» disse il delinquente soffiandogli il fumo in faccia. Oreste pensò che fosse un vero duro.

«E per te allora?»

«Io sono il professionista qui. Il professore mi ha trovato in un localaccio che frequento e mi ha ingaggiato perché lo aiutassi a derubare il museo.»

«Beh… anch’io posso prendere un compenso.» provò Oreste.

«Non se ne parla. Il professionista sono io e non abbiamo bisogno di te.»

«Inoltre, come vi dicevo, non ho più un soldo.» aggiunse il professore.

Oreste rimase un po’ a riflettere. Passeggiò un po’ per il bar tenendosi il mento e incontrando con gli occhi le solite piastrelle scheggiate che avrebbe dovuto cambiare due estati prima.

«D’accordo. Allora mi limiterò ad entrare con voi e cercherò qualcosa di grande valore da rubare. Voi prendete ciò che volete, io troverò qualcos’altro.»

«Per me va bene. » disse il professore allungando la mano.

«Per me no.» disse codino intercettando la mano tesa e spingendola indietro. «Se vuoi far parte della gita, devi pagare il biglietto come gli altri.»

Lo sguardo del criminale era duro, ma Oreste non voleva cedere tanto in fretta.

«Ma io posso ricattarvi!»

«Stai attento, barista o ti chiudo nel baule della macchina e la porto dallo sfasciacarrozze.»

«Allora fammi uno sconto.»

«Non sei mica alla bancarella di jeans di tua madre. Niente sconti, è la regola.»

«E quanto vuoi?»

«Quindicimila.»

Erano i fondi d’emergenza. E non erano nemmeno molti per un bar. Oreste sospirò tenendo gli occhi in quelli di codino. Dopotutto se tutto fosse andato bene quindicimila euro sarebbero state solo briciole. Nella vita bisogna rischiare.

«Affare fatto. Ti porterò i soldi questa sera.»

L’uomo col codino si voltò verso il professore e sospirò.

«Questi però non erano gli accordi. Non sono sicuro che stiamo facendo la cosa giusta, professore.»

Oreste mise una mano sulla spalla dell’uomo col codino, lo fece voltare e disse:

« Fidati, amico mio: è la cosa giusta. Io ho uno zaino completamente nero.»



Alle diciotto Oreste era di fronte al museo storico. Aveva le mani fredde e umidicce per la tensione, lo zaino nero che usava per la piscina sulla schiena e un sacchetto di carta stropicciato con dentro quindicimila euro. Non si fidava delle banche, così li teneva in una cassaforte a casa sua. La sua ex moglie aveva sempre da ridire anche su quello perché, a suo dire, non fruttavano interessi, ma ora Oreste poteva unirsi al colpo solamente perché li aveva tenuti a portata di mano.

«Allora?» disse tra sé e sé «Chi è ora quello poco previdente?»

Passarono pochi minuti e arrivò anche il professore.

«Buonasera. Come sta?» salutò questi appena si fu avvicinato, poi tese la mano sorridendo.

Oreste la strinse.

«Tutto bene, professore. Ma dovremmo darci del tu, no? In fondo facciamo parte della stessa banda.»

«Già, penso sia una buona idea. Allora io mi chiamo Gustavo Pacinetti, piacere.»

«Oreste Garibaldi.»

«Ma pensa! Proprio come…»

«Già. Ma dimmi, Gustavo, è tutto il giorno che me lo chiedo: cos’ha di speciale la lettera che vuoi prendere?»

«Ssht!» intimò il professore spaventato. Poi riprese bisbigliando «Nell’area dedicata alla Grande Guerra ho per caso letto il contenuto di una lettera mai spedita e recuperata solo recentemente in Grecia. È esposta come testimonianza della vita in trincea. Leggendo i nomi e il contenuto ho iniziato a sospettare quello che poi ho potuto confermare confrontano la firma della lettera con quella di vecchi documenti conservati da mia madre. Quella lettera è stata scritta da mio nonno per mia nonna mentre era in attesa di mio padre. Mio nonno è morto in guerra e quella potrebbe essere l’ultima cosa che ha scritto. Dovrebbe appartenere alla mia famiglia.»

«Mi sembra giusto. Hai provato a chiedere al museo?»

«Naturalmente!» rispose l’uomo, senza più curarsi di tenere il tono basso «Ma il curatore, quella vipera, mi ha risposto che tutti i documenti esposti sono stati trovati in un sito archeologico e che, per legge, tali reperti appartengono a chi ha finanziato lo scavo. Si può chiamare “scavo archeologico” un fortuito ritrovamento di una lettera di appena cento anni?»

«Chi trova tiene insomma.»

«Per l'appunto! In questo museo sono tutti puerili ed insensibili! Non accettano nemmeno di vendermela. Così ho deciso che quelle lettere sarebbero state mie a qualunque costo!»

«Nobile causa la tua, non c’è che dire. Io invece sono un uomo più “terra terra”. Io voglio i soldi.»

«Anch’io.» disse una voce alle loro spalle.

L’uomo col codino era arrivato e tendeva una mano verso Oreste con sguardo piatto. Senza dire una parola il barista gli porse il sacchetto di carta.

«Cos’è questo schifo?»

«Per non attirare l’attenzione.»

L’uomo lo afferrò con un’espressione infastidita e lo mise in un borsello che teneva a tracolla.

«Bene. Ora entreremo e daremo un’occhiata in giro. Voi due dovrete pagarmi il biglietto, naturalmente.»

«Naturalmente.» disse il professore.

«Gustavo, a proposito, potresti anticipare tu anche per me che io non ho dietro denaro?» chiese Oreste che, per arrivare a quindicimila, aveva dovuto usare anche i quattrocento che aveva in cassa.

L’uomo col codino sbiancò.

«Gustavo? Non vi sarete mica scambiati le generalità?»

«Ci siamo solo presentati.» ammise il professore.

L’uomo col codino trattenne un’imprecazione e si morse le nocche.

«Stupidi principianti!» strillò.

«Cos’abbiamo fatto di tanto sbagliato?» chiese Oreste mentre Gustavo approvava la domanda annuendo.

«Se qualcuno rimane indietro e gli sbirri lo prendono verrà interrogato! Potrebbe fare il nome degli altri e mettere tutti nei guai! D’ora in poi non voglio più sentire nomi di battesimo, né tantomeno cognomi! Tu sarai “il Professore”, tu sarai “Caffè” e io sarò “il Falco”. E da ora in poi farete esattamente ciò che vi dico, è chiaro?»

«Posso scegliere io il nome?» chiese Oreste.

«No. Quello che è detto è detto.»

«Perché tu hai un nome come “il Falco” e io solo Caffè?»

«Perché io un nome in codice ce l’avevo già. Tu sei un dilettante e basta.»

Il professore sollevò le spalle come a dire “suvvia, non è importante” e Oreste fece cadere il discorso sbuffando e ripromettendosi di trovare un nome migliore per la prossima volta.



Non c’era molta gente a quell’ora al museo storico. Grazie al ritardo del Falco ormai mancava mezz’ora alla chiusura. Le guide erano già andate via e nell’intero museo c’erano solo due addetti: uno alla biglietteria e uno che, girando per il museo, controllava che tutto fosse in ordine prima della chiusura.

Il Falco guidava il gruppo, mentre il professore ciondolava nervoso dietro di lui e Caffè ne approfittava per dare un’occhiata in giro alla ricerca di oggetti di grande valore.

Ogni piano aveva diverse sale, e ogni sala ospitava reperti di differenti periodi storici. Oreste sperava di trovare l’area egizia con qualche oggetto antico d’oro massiccio o qualche corona tempestata di gemme.

«Ecco qui.» disse il Falco a bassa voce una volta arrivati all’ultimo piano. Si avvicinò ad una finestra che si apriva a due metri dal pavimento. Una maniglia sul lato permetteva di aprirla, ma si sarebbe dovuta usare una scala per salire fin lassù.

«Guardate. Entreremo da lì. Non ci sono cavi che la raggiungono, significa che non sono allarmate.»

«Ho notato che le porte invece lo sono, Falco.» disse il Professore con tono da cospiratore.

«Fin qui non ho visto nulla di valore.» bisbigliò Caffè irritato.

«Al contrario, amico mio.» disse il professore «Qui tutto ha un grande valore culturale.»

«Quello non mi interessa! O meglio, m’interessa, ma nel tempo libero.» si corresse Oreste per non fare figuracce col professore «Ora sono qui per fare soldi.» così dicendo si allontanò e raggiunse il custode.

«Mi scusi: una curiosità.» cominciò.

Il Falco lo notò e sgranò gli occhi.

«Non vorrà mica fare quello che penso?»

«Cos’è che, in questo museo, vale di più in termini economici?» lo sentirono chiedere.

Prima di sentire la risposta il Falco prese il Professore per una spalla.

«Andiamo. Per colpa di quell’idiota dobbiamo mettere in atto il piano d’emergenza.»

I due uomini scesero rapidamente fino al distributore di bevande vicino all’ingresso.

«Coraggio, Professore. Sai cosa fare.» disse il Falco guardandosi attorno.

Il Professore si accostò al distributore, premette il tasto di selezione per un caffè espresso, lesse il costo e cominciò a cercare la moneta nel portafogli.

«Dai, sbrigati!»

«Ci sono, ci sono.»

Espresso con poco zucchero, come lo beveva lui.

«Forza, tira fuori il sonnifero.»

Mentre il distributore elargiva la bevanda, il Professore si sfilò lo zaino e lo posò a terra. Lo aprì, ne trasse una scatola di compresse e la allungò al Falco.

«Cos’è questa roba?»

«Una specie di sonnifero. Ho chiesto in farmacia. Questo è il più forte che potevano vendermi senza ricetta.»

«Avevo chiaramente specificato “in gocce”. Come lo diluiamo nel caffè questo?»

«Io, beh…»

«Coraggio, non perdiamo tempo. Sbriciolalo in qualche modo. Svelto!»

Il falco si spostò verso le scale per controllare che non venisse nessuno e il Professore rimase fermo con la scatola in mano. Doveva pensare a una soluzione. Si guardò attorno, ma non trovò nulla che potesse aiutarlo. Finalmente gli venne un’idea. Prese cinque compresse e se le mise in bocca. Cominciò a masticarle, poi le lasciò colare nel bicchierino.

«Cazzo, sei disgustoso!» disse il Falco avvicinandosi.

«L’unica alternativa che mi era venuta in mente sarebbe stato calpestarle, ma, se fossi il custode, preferirei un po’ di saliva che i batteri di un pavimento lercio mischiati a quelli di una suola che ha calpestato ovunque.»

Il Falco mescolò il caffè meglio che poté, poi salirono le scale e tornarono nella sala delle armi d’epoca in cima all’edificio, là dove avevano lasciato Oreste e il custode. Stavano ancora parlando e, quando Caffè vide i compagni, salutò e si affiancò a loro. Il Falco non si curò di lui, ma si avvicinò all’inserviente e gli porse il caffè.

«Lei sta facendo un ottimo lavoro, signore. Inoltre, per ringraziarla di essere stato gentile col nostro amico ritardato, abbiamo pensato di offrirle un caffè. Tenga.»

«Non è necessario, grazie.» provò l’inserviente con un sorriso cortese mentre Oreste chiedeva “chi è ritardato?”

«Forza, mi offendo.» insistette il Falco.

L’uomo sorrise imbarazzato e accettò il bicchierino di plastica. Lo guardò e qualcosa gli fece storcere il naso.

«C’è della roba bianca?»

«È solo del dolcificante. Lo ha messo il mio amico, vede com’è grasso? Non può prendere zucchero normale.» disse il Falco indicando il professore.

«Era suo? Lo beva lei, la prego.»

«No, no. Non era suo, è che l’ha preso lui e pensa che tutti abbiano i suoi gusti.»

Il tentativo era un po’ maldestro, ma i tre uomini adulti che lo fissavano dovettero far pensare all’inserviente che fosse meglio assecondarli, piuttosto che continuare a discuterci. Si fece forza e bevve il caffè d’un fiato. Poi fece un verso disgustato.

«Che saporaccio!»

«Sì, beh scusi. Almeno era gratis.» si affrettò a dire il Falco, poi si voltò e sospinse i suoi complici verso le scale.

«Che succede?» chiese Oreste bisbigliando «Perché offriamo il caffè al tipo del museo?”

«Il piano di emergenza.» sussurrò il Professore tagliando corto.

«Cioè?»

«Cioè che sei un idiota! Hai attirato l’attenzione del custode che ci ha visto in faccia e ora pensa che siamo interessati alla roba del museo! Potrebbe allarmare qualcuno, perciò dobbiamo catturarlo e nasconderlo da qualche parte finché non sarà tutto fatto.»

Oreste sorrise eccitato.

«L’abbiamo drogato per rapirlo! Wow!»

«Abbassa la voce, Caffè! Hai già combinato abbastanza casini!» disse il Falco mostrando il pugno. «Fanne ancora una così e sei fuori. Gli abbiamo dato una dose enorme di sonnifero, perciò mi aspetto che crolli da un momento all’altro. Tenetevi pronti a trasportarlo e nasconderlo.»

«E se qualcuno si chiedesse dov’è?» chiese il Professore preoccupato.

«Diremo d’averlo visto andare a casa.»

In quel momento l’inserviente li superò salutandoli.

«Affrettatevi, signori, che il museo sta per chiudere.»

Prima che potessero rispondere l’uomo era lontano.

«Ma che…» fece il Falco basito.

«Non mi sembrava molto assonnato.» confermò Oreste.

«Forse i sonniferi che mi hanno dato non erano poi così forti.» spiegò il Professore «La signorina ha parlato di un rimedio naturale contro l’insonnia. Ma, come dicevo, non poteva darmi altro senza ricetta medica.«

«Avevo detto Valium! Dovevi fartela fare la ricetta!»

«Ma il mio medico mi conosce bene. Sa che dormo come un sasso. Si sarebbe preoccupato se avessi chiesto un farmaco del genere.»

«Propongo di uscire di qui in fretta.» disse Oreste mentre il Falco fulminava il Professore col suo sguardo da feroce assassino.

Vicino all’uscita sentirono l’inserviente salutare l’uomo alla biglietteria. Affrettarono il passo e, una volta fuori, voltarono attorno al palazzo entrando in un vicolo.

«Mi farete diventare pazzo!» esordì il Falco. «Non ne fate una giusta, cazzo!» poi ringhiò e calciò un barattolo.

«Porti pazienza, signor Falco. Siamo due principianti.» disse il Professore.

Il Falco sbuffò, poi mise le mani sui fianchi e si stuzzicò i denti con la lingua. Sospirò.

«Dovremo fare il colpo comunque e sperare che quel tipo non dica niente a nessuno per questa sera.»

«Non mi è sembrato allarmato da quello che gli ho chiesto.» disse tranquillamente Oreste.

«Giusto, cosa gli hai chiesto, Ores… volevo dire Caffè?»

Il barista fece un sorriso malizioso.

«Ve lo rivelerò a tempo debito.»

«Per ora ne ho abbastanza di voi due.» disse il Falco «Ci vediamo qui quando farà buio. Saliremo all’ultimo piano di questo palazzo e arriveremo sul tetto. Professore, fa’ sparire quello zaino da ragazzina e trasferisci la roba nello zaino di Caffè. Venite vestiti di nero e portate una torcia.»

Così dicendo il Falco si allontanò con le mani in tasca e una sigaretta in bocca. Anche Oreste e Gustavo si lasciarono dandosi appuntamento alle ventuno.



I lampioni erano accesi di fronte all'entrata del museo. Mentre Oreste osservava il portone chiuso con timore, una coppia matura passava lì davanti con un gelato. Cosa sarebbe accaduto se li avessero visti mentre cercavano di penetrare nell'edificio? Meglio non pensarci.

Si avviò per raggiungere il vicolo sul lato. Era un ottimo posto per un incontro segreto: stretto, lurido e buio. Nessuno ci avrebbe messo piede se non fosse stato costretto. Il Professore era già lì, col suo zaino nero sulle spalle.

«Oh, Caffè! Sei pronto?»

«Puoi chiamarmi Oreste quando non c'è quell'invasato.»

«Mmm, non vorrei contraddirlo. Sai, lui è un criminale vero.»

«Ormai lo siamo anche noi, Gustavo.»

Il professore sospirò e scrollò tristemente il capo.

«Quanto mi costa recuperare quel cimelio. Non avrei mai pensato di macchiarmi di un simile reato.»

«Fatti coraggio. Un giorno ne rideremo.»

Dovettero aspettare mezzora, ma, finalmente, anche il Falco si fece vivo.

«Temevo che fossi fuggito coi nostri soldi.» disse Oreste invece di salutarlo.

«Tu non mi piaci, Caffè. Io sono un vero professionista e ho la mia etica del lavoro. Oggi usciremo di lì con la lettera del professore, poi non ci vedremo mai più.»

«Voi pensate pure alla lettera.» disse Oreste trattenendo a stento un sorriso compiaciuto.

«Forza, è tutto pronto?» chiese il Falco.

Il professore annuì e tutti e tre si diressero in fila indiana di fronte al portone del condominio di fianco al museo. Era un vecchio e alto edificio, costruito in tempi in cui le leggi edilizie permettevano di innalzare palazzoni molto più vicino di quanto non si potesse fare in tempi moderni. Il citofono era vecchio.

«Questa mattina ho controllato e non ci sono videocamere che puntano da questa parte. Caffè, suona tutti i citofoni.»

«Perché io?»

«Ho detto di fare come dico senza discutere. O preferisci andartene? Non ti restituirò il denaro.»

Oreste sbuffò e coprì con una mano i tasti del citofono, scendendo poi per suonarli tutti.

Diverse voci chiesero chi fosse una sull'altra, finché qualcuno aprì il portone senza fare domande. Il Falco annuì tronfio.

«Visto? C'è sempre qualcuno che apre.»

Spinse la porta ed entrarono. Erano sei piani e non c'era ascensore. Cominciarono a salire. Oreste si sentiva sempre più eccitato. Ormai tutto era cominciato.

Sentirono una porta aprirsi mezza rampa sopra di loro. Sollevarono gli occhi e si trovarono di fronte a un uomo in mutande e canottiera con lo sguardo a dir poco alterato.

«Avete suonato voi?»

«No.» «Sì.» dissero assieme il Falco e il Professore.

«Sì o no?» chiese l'uomo facendo un passo verso le scale.

Il Falco diede uno sguardo eloquente al Professore che decise di tacere.

«Abbiamo sbagliato.» tentò il capo banda.

«Sbagliato? Come si fa a sbagliare campanello? Non è mica un numero telefonico?»

«Scusi. Cerchi di capire: i miei amici sono ritardati.» si giustificò il Falco.

L'uomo borbottò e sbatté loro la porta in faccia.

«Non la usi un po' troppo spesso questa scusa degli amici ritardati?» chiese Oreste.

«Dire che siete miei amici rende tutto più credibile.» disse il Falco riprendendo a salire.

In cima alle scale c'era una botola di servizio che portava al sottotetto. L'aprirono cercando di fare piano e una scala scese fino a terra. Il Falco decise che doveva salire prima il Professore che si apprestò all'impresa ansimando madido di sudore per la scalata fatta fin lì. Poi andò lui e, per ultimo, Oreste.

Riuscirono ad issarsi sulle falde del tetto attraverso un lucernario e, una volta in piedi sulle tegole, scavallarono il colmo camminando accucciati. Da quel punto potevano vedere il tetto piatto del museo.

«Bene, prepariamoci.» disse il Falco porgendo le mani al professore «Dammi lo zaino.»

Si sdraiarono sulle tegole e so dipinsero il viso col lucido da scarpe, poi tirarono fuori i berretti neri a cui il professore aveva rimosso i pompon nel pomeriggio.

«Ce ne sono solamente due. Vuoi tu il mio, Caffè?» chiese Gustavo.

«Non ti preoccupare, ho il mio.» rispose Oreste con orgoglio tirando fuori da una tasca un passamontagna nero ricavato dalla manica di un vecchio maglione. Come lo infilò si rese conto di quando fosse scomodo avere il viso coperto di lucido da scarpe e lana. Considerò che poteva anche evitare di mettere il primo, ma non disse nulla immaginando che il Falco l'avrebbe sgridato di nuovo. Dopo aver messo in tasca una torcia, il capo si allungò con le mani dietro la testa.

«Bene. Ora dobbiamo attendere la notte.»

«Cioè quanto?»

«Direi le tre.»

Oreste spalancò la bocca e il Professore sgranò gli occhi.

«Così tanto? E perché siamo venuti qui alle nove?»

«Volevi suonare i campanelli alle tre di notte? Pensi che ci avrebbero aperto?»

«Dobbiamo riconoscere che lui è un professionista, Or... Caffè.» disse il Professore coricandosi su un fianco.

Il tempo passò lento e noioso. Tutta l'adrenalina accumulata era scomparsa e Oreste sentiva un gran mal di schiena per quelle ore passate sdraiato sulle tegole. Il Professore dormiva russando sonoramente, complici forse tutte quelle pastiglie che aveva dovuto masticare, mentre il Falco giocava col cellulare. Proprio questo ad un certo punto vibrò avvisando la banda che l'ora era giunta.

Svegliarono il Professore scrollandolo un po'. Il Falco si tirò su e prese lo zaino.

«Ora saltiamo di là. Vedete di non cadere di sotto o avrete il necrologio più ridicolo mai letto.»

Così dicendo si avvicinò al bordo e si lanciò sul tetto del museo. Oreste voleva saltare prima del professore. Pensava che quella sarebbe stata una prodezza più facile per lui che non per quel dotto grassottello di mezz'età e voleva recuperare qualche punto agli occhi del capo.

Saltò e raggiunse il tetto come il Falco prima di lui.

Il Professore si avvicinò al bordo e guardò di sotto.

«Non so se ce la faccio.» disse.

I due compagni provarono a convincerlo, poi ad incitarlo, infine gli facevano un vero e proprio tifo, finché, finalmente saltò anche lui. Finì a terra e si rialzò in modo goffo, ma ce l'aveva fatta.

Il Falco tirò fuori dallo zaino il trapano a batteria con la punta da pietra montata. Si avvicinò al bordo che dava sul lato della strada e, nel completo silenzio notturno, cominciò a trapanare il solaio con un frastuono spaventoso.

Gustavo e Oreste si guardarono terrorizzati.

«Mio Dio! Torniamo indietro!» gridò il Professore cercando di superare il frastuono del trapano.

«Non possiamo vestiti così!» disse Oreste scuotendo il compagno «Ormai siamo qui! Arriviamo fino in fondo! Pensa a tuo nonno!»

Un foro era fatto. Il Falco cominciò col secondo, poi, fatto anche quello, lanciò il trapano a terra.

«A quest'ora si girano tutti dall'altra parte per qualunque cosa. State tranquilli.»

Prese un avvolto di corda da una borsa.

«Ti aspettavi che portassi qualcosa anch'io, vero Professore? Ecco qua.» e fece srotolare verso terra una scala di corda con due asole finali.

Si chinò e inserì due tasselli di metallo nei fori, poi avvitò due ganci e ci infilò le asole della scala.

«Siamo sicuri che reggerà anche me?» chiese il Professore preoccupato.

«Questi tasselli possono tenere fino a ottocento chili. Non temere. Piuttosto, passami il tagliavetro e la ventosa.»

Il Professore frugò nello zaino e passò le cose richieste al Falco.

«Dannazione! Potevi almeno levare la roba dall'imballaggio!»

Oreste diede una mano a scartare la ventosa e la passò al Falco che cominciò a scendere per la scala di corda. Quando solo il suo volto spuntava dalla cima dell'edificio disse:

«Aspettate il mio segnale e poi scendete anche voi.»

Il Falco raggiunse la finestra dell'ultimo piano e, tenendo la ventosa in bocca e reggendosi alla scala con una mano, usò il tagliavetro per disegnare un quadrato nella finestra. Mise l'attrezzo in tasca e incollò la ventosa da piastrelle all'interno del quadrato. Tirò.

Non successe niente. Tirò ancora, ma nulla.

«Allora? Come va là sotto?» chiese Oreste.

«Bene. Datemi un momento.»

Il Falco imprecò, poi tirò fuori la sua torcia e illuminò il vetro. Era riuscito appena a scalfirlo ed era doppio.

Voltò la torcia e la usò per picchiare il vetro. Ci vollero una dozzina di colpi, ma alla fine la finestra cedette. Eliminò le punte aguzze del vetro rotto col manico della torcia e infilò la mano per raggiungere la maniglia. L'aprì, ordinò ai compagni di scendere e saltò nel museo.



Quando furono dentro tutti e tre Oreste disse:

«Erano proprio necessari il tagliavetro e la ventosa, eh?»

«Sta' zitto.»

Caffè scosse il capo e fece per addentrarsi, ma il Falco lo bloccò.

«Aspetta, pivello. Potrebbe esserci un antifurto.»

Si accese una sigaretta e soffiò il fumo nella stanza.

«Niente laser. Bene entriamo, ma fate piano.»

Passo dopo passo i tre ladri raggiunsero la scala. Accesero le torce lontano dalle finestre e scesero.

«Qui ci dividiamo.» disse Oreste «Voi andate a cercare la lettera, io a prendere ciò per cui sono venuto.»

I Falco e il Professore non fecero domande e scesero di altri due piani, fino all'ala dedicata alla Grande Guerra.

Con reverenziale lentezza il Professore raggiunse la teca con le lettere dal fronte. Tra queste, sopra tutte, quella di suo nonno.

«Eccoci al dunque. Signor Falco, prego.»

«Prego cosa?»

«Prego, apra.»

«E come dovrei fare?»

«Lei è il ladro! Le ho dato quindicimila euro per questo momento!»

«Eh no, bello. Me li hai dati per farti entrare, e siamo dentro, mi pare.»

«E come si scassina questa teca?»

«Mmm.»

Il Falco cominciò a girare attorno alla teca. Individuò la serratura e la indicò al professore.

«Qui si inserisce la chiave.»

«E serve una forcina o una cosa così?»

Il Falco alzò le spalle.

«Ho capito.» disse il Professore solennemente «Ci penso io.»

Sollevò la torcia e l'abbatté sul vetro.

Un allarme assordante cominciò a suonare per tutto il museo, acuto come l'urlo di una ragazza spaventata.

Subito il panico si impadronì del Professore, ma nemmeno il Falco sembrava troppo a suo agio.

Il vetro non era stato nemmeno inciso.

«Cazzo, dobbiamo filare!»

«Non senza la lettera di mio nonno!»

«Dai, vecchio pazzo, muoviti!»

Il professore colpì ancora la teca, ancora e ancora, ma sulla superficie non comparve nemmeno una piccola crepa.

«Andiamo!»

«No! Mi dia il taglia vetro!»

Il Falco mise la mano in tasca e passò l'arnese al compagno.

«Come si usa?» strillò il Professore per farsi udire al di sopra del frastuono.

«Dammi qua!»

Il Falco armeggiò contro la teca, ma riuscì a fare solo una sottile incisione superficiale.

«Questo cazzo di aggeggio che hai comprato fa schifo!»

Il Professore si strappò il berretto dalla testa sudata e lo buttò a terra. Spazientito si guardò attorno, si diresse verso una parete e staccò un estintore dal suo gancio.

«Si sposti, signor Falco.»

Lanciò l'estintore con tutta la sua forza contro la teca che, questa volta, andò in pezzi con uno schianto. Bastò un secondo per afferrare la lettera, voltarsi e scappare verso le scale.

Il Professore sentiva il suo respiro affannato tra le strida della sirena. Raggiunsero il portone principale e videro che, attaccato alla maniglia, c'era Caffè che cercava di uscire.

«Via, togliti!»

Il Falco afferrò la maniglia, ma questa non si muoveva. Sentì la voce del Professore dietro di lui.

«Non si apre! È sigillata elettronicamente!»

«E ora che facciamo?» chiese Oreste con le lacrime agli occhi «Non voglio andare in prigione!»

«Signor Falco, ci porti fuori di qui! Le abbiamo dato trentamila euro! È lei il professionista, no? Faccia qualcosa!»

A quel punto anche il Falco sembrò cedere al panico. Si mise a piangere.

«Ma quale professionista? Anche per me è la prima volta!»

«Cosa?» gridò Oreste, poi gli saltò addosso mettendogli le mani al collo.

Il Professore li divise.

«Signori! Signori, vi prego! Non è questo il momento! Torniamo alla finestra di sopra e usciamo da dove siamo entrati!»

Senza alcun commento tutti e tre cominciarono a correre su per le scale. Raggiunsero l'ultimo piano paonazzi e terrorizzati. Bastò un'occhiata perché si rendessero conto che la finestra era troppo in alto per issarsi da terra.

«Ottimo piano, deficiente!» gridò Oreste dando uno scappellotto al Falco.

«Non litighiamo!» ordinò il professore «Dobbiamo farci venire un'idea, perché tra poco la polizia sarà qui!»

Cominciarono a guardarsi attorno con la fretta della disperazione. Oreste notò che nel centro della sala c'era un piccolo cannone posto sopra quello che sembrava un lungo mobile ricoperto da una tovaglia di velluto rosso che arrivava a toccare il pavimento. Corse a dare un'occhiata e, con grande sollievo, notò che aveva avuto una buona intuizione.

«Ragazzi, qui!»

Sotto la pesante tovaglia c'era semplicemente un lungo e robusto tavolo di legno. Non servirono molte spiegazioni: tutti e tre si rannicchiarono sotto il tavolo e rimasero nascosti in silenzio. Dopo qualche momento, Oreste prese a bisbigliare a denti stretti:

«Io rivoglio i miei soldi, sporco truffatore!»

«Non ci penso neanche! Volevate entrare e io vi ho fatto entrare.»

«Credevo fosse implicito che dovessimo anche uscire!»

«Non ci hanno ancora arrestati. E poi avete avuto quello che volevate.»

Oreste sbuffò e masticò una parolaccia.

«Non ho avuto un bel niente.»

«Che cosa cercavi, Oreste?» chiese Gustavo.

«Ricordate l'inserviente di ieri sera?»

Entrambi bisbigliarono un “sì”.

«Gli ho chiesto dove tenessero le cose di valore e lui mi ha risposto che ce n'erano molte, ma che non erano tanto stupidi da esporle davanti a tutti. Mi ha indicato una porta e mi ha detto che le tenevano lì, al sicuro.»

«E dov'è questa porta?» chiese il Falco.

«Qui, in questa sala. Ho finto di scendere con voi perché non volevo che lo sapeste. Avevo paura che vi sareste presi il mio tesoro.»

«Senti, senti. Poi il truffatore sarei io?»

«Mi ero preparato.» continuò Oreste «Ho portato con me un passepartout, una coppia di grimaldelli, due tessere fedeltà del supermercato e delle forcine per capelli, ma la porta era già aperta.»

«E cosa ci hai trovato?»

«Era il ripostiglio delle scope.»

«Puah!» se ne uscì il Falco «Ecco perché quando ho detto che eri un ritardato l'inserviente non ha battuto ciglio!»

«Fa' lo spiritoso tu! Chi diavolo sei se non sei “il Falco”?»

Quello si schiarì la voce imbarazzato.

«Mi chiamo Mario Cherubini. Sono un muratore. Quando Gustavo mi ha chiesto dove poteva trovare un professionista del furto ho pensato di provare un altro mestiere.»

«Beh, Mario, meglio che continui col tuo vero lavoro. Questa notte le cose non potevano andare peggio di così.» disse il barista semicoperto dal frastuono dell'allarme.

«Capisco la tua delusione, Oreste» cercò di consolarlo Gustavo «Ma almeno ti è rimasto l'onore intatto. Non hai rubato nulla, quindi, al contrario di me, non sei un ladro.»

«Oh finiscila! Almeno tu hai ottenuto quello che volevi. Vediamo questa stupida lettera.»

Così dicendo Oreste accese una torcia e allungò una mano verso il Professore che, riluttante, tirò fuori la lettera da una tasca e la diede al compagno.

«Vedi? Mia cara Rosalia, eccetera. Firmato “Guglielmo Pacinetti”, mio nonno.»

Oreste l'osservò per un po', poi disse:

«Veramente qui c'è scritto Guido Pacinetti

«No, ti sbagli.»

«Fa' un po' vedere.» disse il Falco prendendo la carta dalla mano di Oreste.

«Ha ragione! Qui c'è scritto Guido!»

«Ma allora... Allora non è una lettera di mio nonno!»

«Come hai fatto a sbagliarti?» chiese Oreste scuotendo il capo.

«La G è chiara, ma il resto è scritto male. Inoltre mia nonna si chiamava Rosa come la donna menzionata nella lettera.»

«La donna nella lettera è Rosalia!»

«Credevo che fosse una sorta di vezzeggiativo.»

Il professore si prese la testa tra le mani.

«Che stupido! Vi chiedo scusa, ma sapete com'è: l'idea di aver trovato l'ultima lettera di mio nonno mi ha conquistato a tal punto che...»

In quell'istante l'allarme cessò di suonare, le luci del museo penetrarono da sotto il bordo della tovaglia e si udirono dei rumori provenire dal pianterreno.

I tre ladri si bloccarono muti e congelati. Gli occhi sgranati a fissare il pavimento con le orecchie tese ad ogni minimo rumore. Era arrivata la polizia e, dal suono dei passi che potevano udire, stavano controllando rapidamente ogni parte del museo salendo verso il loro nascondiglio. Li udirono parlottare attorno alla teca distrutta due piani più in basso e ci volle un po' prima che li raggiungessero.

Ma alla fine arrivò. I passi rapidi di una persona sola, lo scricchiolio dei vetri rotti sotto le scarpe e il fruscio elettrico di una radio che viene attivata.

«Sono andati.» disse una voce femminile «C'è una finestra rotta e spalancata quassù.»

La risposta dalla radio fu solo “arrivo”.

Gustavo tratteneva il fiato, temendo che sentissero il suo respiro reso affannato dalla paura, mentre Mario fremeva con le lacrime agli occhi.

Altri passi e una voce maschile.

«Caspita, ma è alta. Come hanno fatto a uscire da lì?»

«Quelli che fanno questi lavoretti sono professionisti. Sono degli acrobati. Per loro non è nulla farsi scaletta e tirarsi su.»

Oreste alzò un dito e annuì come a dire “buona idea”.

«Sono allarmate queste finestre?» chiese la voce maschile.

Un'altra voce maschile rispose quasi biascicando.

«No, no. L'allarme è solo sulle bacheche e sulla porta d'ingresso.»

«Che sciocchezza.» disse la voce femminile.

«Ma chi volete che derubi un museo di storia?» biascicò ancora la voce.

«Ha sonno?» fece la donna.

«Da morire. Non riesco a svegliarmi del tutto.»

«Si vede: sotto la giacca ha ancora il pigiama.» disse ridacchiando la voce del poliziotto maschio. «Ci dispiace averla disturbata, ma il direttore ha detto che era lei quello reperibile stanotte. Piuttosto mi dica: ha notato qualcuno curiosare in questi giorni?»

L'intera banda nascosta sotto il tavolo si sentì venire meno. Oreste afferrò le mani dei compagni per cercare di infondere loro coraggio e le sentì ghiacciate.

«Sì, c'erano tre tizi ieri sera, ma erano chiaramente mentalmente svantaggiati. Non possono essere stati loro.»

«No, no. Non verrebbero mai qui qualche ora prima del furto. Sarebbero troppo esposti. I professionisti vengono diversi giorni prima per non destare sospetti.»

Sia Caffè che il Professore lanciarono al Falco un'occhiata eloquente che lui finse di non notare.

«C'è un modo per salire sul tetto?» chiese la donna.

«Sì, qua in fondo, oltre quella porta.»

I passi si allontanarono e, dopo qualche istante Oreste trovò il coraggio di affacciarsi. Vide i due poliziotti e l'inserviente bugiardo entrare in una stanza in fondo alla sala.

«Ora o mai più!» bisbigliò, poi si lanciò fuori dal nascondiglio.

Gli altri lo seguirono e, trattenendo il fiato, scesero le prime due rampe di scale, per poi correre giù per quelle rimanenti. Raggiunsero il portone d'ingresso, Mario afferrò la maniglia e l'abbassò.

«Aperto.» disse.

Aprì la porta abbastanza da passare ritraendo la pancia e guardò fuori. La volante della polizia era parcheggiata davanti con i lampeggianti accesi. Vuota.

Uscirono in strada.

«Ricordate che avete la faccia coperta di lucido da scarpe. Buona fuga compagni.» disse il Falco facendo per allontanarsi.

«Hey, Mario Cherubini, sarà meglio che tu domani a mezzogiorno venga nel mio bar per restituirci i nostri soldi, altrimenti giuro che vado alla polizia e racconto tutto!» minacciò Oreste alzando un dito.

«Mia moglie mi ucciderebbe. D'accordo, ci vediamo domani.» acconsentì Mario riluttante.

Gustavo bisbigliò solo “buonanotte” e la banda si disperse.



Oreste aprì il bar verso le undici. Aveva dormito fino a tardi. A mezzogiorno aspettò i due compari e richiuse il locale. Mario aveva con sé due buste di carta belle piene.

«Qui ci sono i vostri soldi.» disse affranto.

«Busta di carta, eh?» fece notare Oreste soddisfatto.

«Per non dare nell'occhio.»

«Grazie, signor Mario.»

Oreste posò tre caffè sul tavolo e si sedette.

«Questi li paghi tu, Mario. Vero?»

«Naturalmente.»

Il Falco volava basso quella mattina. Teneva lo sguardo sulle ginocchia visibilmente imbarazzato. Oreste pensò se fare commenti o avere pietà di lui, ma Gustavo lo anticipò.

«Ad ogni modo, signori, col senno di poi io mi sono divertito. È stata un'esperienza strana ed estrema, ma per fortuna ne siamo usciti incolumi.» disse Gustavo.

Finalmente Mario sollevò la testa e prese il suo caffè.

«Anch'io ho riflettuto su com'è andata.» disse alzando la tazzina e prendendo un piccolo sorso «Siamo usciti con un pugno di mosche, ma siamo pur sempre usciti. E oggi sul giornale c'è la notizia della nostra prodezza, ma non i nostri nomi. E questa è, in qualche modo, una vittoria, non trovate?»

Oreste sollevò le spalle.

«Non è ancora nulla.»

Tirò fuori da dietro la schiena una pagina di giornale e la posò sul tavolo. Sotto un titolo stampato in caratteri cubitali c'era la foto di un sarcofago.

Oreste trasse un profondo respiro, poi disse solennemente:

«A soli venti chilometri da qui c'è il museo egizio.»

Gli altri due si scambiarono un'occhiata scettica, poi, sul volto di tutti si dipinse un sorriso.

«Ora» disse Oreste «dobbiamo solo trovare un nome alla banda. Che ne dite di “Caffè”?»

Poi sollevò la tazzina e bevve.


FINE




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