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Una storia di Enzonap

Il marchese Carmine Lecaldano...

il capitone

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10 minuti

Pubblicato il 09 giugno 2019 in Humor

Tags: #enzon

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“Quanto zucchero nel caffè?” “Niente, lo prendo amaro, da sempre. Sia per gustarlo meglio ed anche per non essere tentato di recitare la cantilena ormai abusata de – la vita è già tanto amara per cui almeno il caffè lo voglio zuccherato, anzi molto zuccherato.”

Se la poteva risparmiare Carmine questa che lui credeva battuta ad effetto e che invece si era rivelata una vera staffilata per la ventisettenne Antonietta che viaggiava con le tasche piene di caramelle delle quali era golosissima e che, nella borsetta, fisse, aveva due bustine di zucchero per paura di un calo di pressione improvviso. Non aveva mai avuto, la signorina, una sintomatologia che potesse prevedere un evento del genere ma quando le paure, le fissazioni – chiamatele come volete – si impossessano di una persona è difficile sradicarle. Del resto contenta lei…

Il fatto era che Antonietta aveva messo gli occhi su Carmine. Le piaceva. Reputava che fosse l’uomo giusto per lei. Non avvampava quando lo vedeva, non gli volavano le farfalline nello stomaco, non se lo ritrovava nei sogni, nei dormiveglia come succede per i grandi amori ma aveva lucidamente deciso che sarebbe stato l’uomo adatto da avere accanto per tutta la vita. La sua era una valutazione gelida, una fusione a freddo, con criteri estetici e pragmatici e spesso sono queste, purtroppo, le premesse di un solido matrimonio. Quel purtroppo mi è scappato ma io continuo ad essere figlio della mia era romantica e che c…. aggià ‘ffa?

Sto però ai fatti. Analisi estetica della coppia:

Come altezza lui era una decina di centimetri più alto di lei e questo rientrava negli schemi, diciamo così armoniosi per un abbinamento. Lei indossava, di norma, scarpe con tacco dieci e quindi le spalle di entrambi finivano per combaciare. I capelli castani di Carmine con quella riga sulla sinistra sempre ben pettinati erano decisamente compatibili con i riccioli naturali di lei dando alla coppia un aspetto vivace e meno paludato. Vestiva bene, lui, con estremo gusto e con accostamenti di colori appropriati anche se non legati alla moda corrente ma affidati al gran talento del famoso sarto Vincenzo Attolini e lei, che ne parliamo a fare!, era naturalmente elegante aiutata anche da un fisico da formula 1 – intendevo riferirmi alle curve di un autodromo ovviamente – che valorizzava ogni tipo di abito. Il suo punto forte , indiscutibilmente era il di dietro. Ma perché usare eufemismi? Aveva, diciamolo chiaramente!, un culo che se uno non era credente e faceva certe cose solo in chiesa, si sarebbe inginocchiato al suo cospetto e intonato un “Adeste fidelis…” anche senza l’accompagnamento dell’organo a canne.

Carmine Lecaldano Caracciolo Sasso La Terza, questo era il nome del giovane nel mirino di Antonietta e di molte giovani napoletane con sangue patrizio o comunque della Napoli bene. Non esercitava nessuna attività né professione. Nuotava. Nuotava a stile libero, a dorso, a rana e a farfalla in un mare di quattrini piovutogli addosso in eredità da ciascuno dei cognomi che sfoggiava sulla sua carta d’identità. Si accompagnava quasi sempre a donne da levare il fiato e godeva fama di grande tombeur de femme. Si dice che fosse addirittura ipersessuale, che non ne potesse fare a meno quotidianamente, che lo praticava insomma in maniera ossessiva. Nei pomeriggi trascorsi al Gambrinus era di prammatica che si alzasse di scatto ed esclamasse :”Chi viene con me? Aggia ffà nu salto alla Suprema per un’oretta oggi ce sta Nanninella ‘a spagnola, oppure Nina de Paris, Dimitria Kaftonic. Offro io, naturalmente.”

La Suprema, per quei pochi che non lo sapessero, era il bordello più chic di Napoli sulla salita di S.Anna di Palazzo famoso per le donnine splendide che esercitavano il mestiere, per l’arredamento di gran lusso che sfoggiava ed ovviamente per i prezzi che in pochi potevano permettersi. L’assatanato Carmine tra una doppietta (a volte anche un’ora…)l’acqua di colonia, l’asciugamano e la camera con braciere lasciava al banco quasi duecentocinquanta lire e passa. Un importo che avrebbe sfamato una famigliola dei quartieri spagnoli per una settimana. Qualche amico a volte lo seguiva ma poi, ovviamente optando per una più economica sveltina, doveva attenderlo per una quarantina di minuti nel salone barocco dell’accesso prima della scalinata. Per forza di cose quando lo s’incontrava bisognava rassegnarsi ad ascoltare, almeno inizialmente, la cronistoria della sua ultima avventura sessuale arricchita da particolari inediti sempre più minuziosi e ricchi di sfumature piccanti. Gesticolava, roteava gli occhi per assicurarsi che tutti lo seguissero ed immancabilmente concludeva con la mano destra che, a pugno chiuso, partiva ritmicamente dalla spalla ed arrivava all’anca mentre lui sottolineava il gesto con la cantilena “’ndranghete, dranghete, dranghete…”

Oramai gli amici conoscevano a menadito a quali vertici del kamasutra era arrivato ma, ogni tanto, si divertiva a sorprenderli con le sue personali variazioni sul tema. Nel suo repertorio aveva aggiunto col passar del tempo posizioni che avrebbero arricchito, a suo dire, le nuove edizioni del “sacro” testo. Alle classiche posizioni del “cucchiaio”, del “missionario” del “poggy style” lui aveva aggiunto, senza l’autorizzazione di Vatsyyama quelle “Appise al lampadario”, “ ‘ngoppo ‘o comò”, “’o panzarotte ‘e cchiumme” e“a purpetiello affugato”, ma, per quest’ultimo aggrovigliamento ci sarebbe voluta una valutazione sul campo perché, nonostante i suoi tentativi di chiarificazione rimase per sempre ‘na cosa strana assaie…

La liturgia dei tavolini esterni del Gambrinus nei tempi immutata prevedeva una prima parte di gossip, qualche spruzzatina di politica e poi campo libero affidato a chi poi avrebbe pagato il conto e Carmine saliva alla ribalta.

“Nun sapite c’aggio fatte aieri sera…”

“C’avite fatte?”

“Alla Suprema ovviamente. Sciamanesimo assoluto applicato , capito?”

“Io no, e vuie?”

“Neanche noi”

“E’ arrivata una mongola. Colpo di scena eh? Ebbene si, alla Suprema è arrivata ‘na mongola.”

“Azz, mongola? E da dove?”

“Ma siete cretini? Dalla Mongolia ovviamente. La patria di Gengis Khan. Pure in geografia siete vergini? Insomma Borte, così si chiama la mongola, è ‘na cosa incredibile. Due zizze che t’affogano… Ma quando le fa girare tira ‘nu venticiello che te fa ricreare. Mi ha insegnato il Khan culp.”

“E che sarebbe? ‘Sta cosa?”

“Colpo della scimitarra! Comme ‘ffa ‘a scimitarra? Scende repentinamente dall’alto in basso e te taglia ‘a capa.”

“E quale capa s’adda taglià?”

“Nun me fa essere volgare… Insomma ti spogli e ti metti in piedi sopra una sedia accanto al letto. Essa si posizione e poi grida in mongolo ‘na frase che vuol dire :”Se hai paura non farlo, se lo fai non avere paura.” Profondo… E poi, dopo tre secondi allucca, grida:”Aurc ben!”

“Carmine, e che vuol dire?”

“Salta, zompami addosso!”

“E tu sei saltato?”

“Certo, e poi fa tutto lei, ciente chile ‘e robba, ti gira e rigira si mette sopra si mette sotto e quando tu sei al culmine e sospiri lei alza le mani al cielo…”

“Come allo stadio?”

“Diciamo di si ma è ‘na cosa assaie erotica… E allucca, grida e poi crolla.Ti fa arrivare in paradiso, ma che dico paradiso, oltre…”

“L’inferno, ‘o purgatorio?”

“Scherzate, scherzate… E’ inutile parlare con voi, insegnarvi qualcosa… Parole superflue, didattiche gettate al vento… Continuate a chiudervi in bagno come quando eravate piccirilli…”

Antonietta, che qualche indagine l’aveva condotta, s’aspettava che prima o poi, stando ai commenti degli amici, questo fiume in piena potesse investirla ma per ora la forma era la severa custode della saga dei comportamenti. Le toccava quindi sorbirsi la liturgia dell’approccio non ufficiale a cui sarebbe dovuto seguire come da consuetudine quello riconosciuto con la presentazione al parentado. La tradizione imponeva un cerimoniale rigoroso che scandiva i tempi della relazione. Non si poteva correre, anticipare senza essere esposti a giudizi licenziosi. Per questo motivo ancora per qualche tempo lei si sarebbe dovuta sciroppare l’abituale passeggio in via Toledo e via Chiaia con i vari inchini e sorrisini, la puntata alla cioccolateria Gay Odin e la cena al Circolo Artistico Politecnico. Si, c’era stato qualche bacetto fuggevole e non erano mancati regali (bijoux diceva lui…) preziosissimi ma…

Aveva la netta sensazione che lui la sfoggiasse, la mettesse in vetrina e che la loro relazione rimanesse nel limbo del rapporto fuggevole, di poco conto.

No, non quadrava. E intanto il tempo passava e la storia non quagliava.

Era l’antivigilia di Natale e le strada dei pisciavinnali era zeppa di clienti alla ricerca dei capitoni, delle spigole, delle vongole e del baccalà per la cena della Vigilia.

“I capitoni sono finiti signò, mi dispiace.”

“E comme faccio?”

“Fate un salto a Pozzuoli, al mercato del pesce. Può darsi…”

“Mannaggia a bubbà e chi a sente a muglierema…”

“Pascà, ferma ‘o signore che ce sta ‘o capitone.”

“Carmelì, addo stà? E’ tutto prenotato.”

“Ce sta, ce stà. Quello del marchese. Te pare dopo tutto quello che è succieso che chille viene a piglià ‘o capitone?”

“Hai ragione, Carmelì, signò siete fortunato. Tenghe nu capitone per voi. ‘O marchese non viene di sicuro.”

“O’ marchese? Quale marchese?”

“Vuie nun sapite niente? Ne parla tutta Napoli. O marchese Carmine Lecaldano, Caracciolo e non mi ricordo… E’ succiese ‘o fatto!”

“Che fatto?”

“Stanotte l’hanno trasportato al Fatebenefratelli sotto a un altro.”

“Sotto a un altro?”

“Si, signò sotto ad un altro. Lui sotto e quell’altro sopra. Incastrati.”

Immediatamente si levò una voce indispettita: ”Ma come vi permettete? Io lo conosco benissimo il marchese. Stamme sempre al Gambrinus. Il marchese è solo un po’ focoso, un donnaiolo!”

E fu a quel punto che una voce femminile intervenne.

“Donnaiuolo ‘o marchese? Ma nun me facite ‘o piacere…”

“Ma voi che ne sapete? Io lo conosco da anni. Ci vediamo tutti i giorni al Gambrinus e al Circolo.”

“Tenghe n’amica, ‘na brava femmina che, per bisogno, fa ‘o mestiere alla Suprema.”

“E allora?”

“Essa mi ha detto che ‘o marchese la voleva sempre. Un giorno si e l’altro pure cercava sempre a lei, Nanninella ‘a spagnola.”

“Tene buon gusto ‘o marchese chella è nu femminone!”

“Anto’ e tu che ne sai? Sei andato a puttane pure tu?”

“Ma quando mai Carminella, io tengo a te, solo a te.”

“Se, se…solo a mme. Facimme ‘e cunte a casa!”

“Ma vedete il Padreterno… mo’ chesta me fa ‘nquartà. Lo sanno tutti a Napoli chi è Nanninella…”

“Lassamme perdere… Facite parlà ‘a signurina. Dunque che vi ha detto Nanninella?”

“Vi state sbagliando, sbagliate persona! Vi dico che lo conosco bene, è mio amico. E’ solo uno che gli piace andare a donne, anche troppo, ma se lo può permettere. Tene nu cuofano ‘e soldi. E’ un ipersessuale! Che andasse da Nanninella è risaputo.”

“Non so che volete dire con questa parola ipersessuale quello che so io che ‘o marchese andava da Nanninella, le dava le marchette e si metteva a leggere un libro che lasciava sempre là e che si chiammava me pare “A pertosa diParma” Un libro grosso assaie.”

Peppiniello, ‘o guaglione della pescheria, non si lasciò scappare l’occasione

“Un libro rattuso, sporcaccione…”

“Perché rattuso?”

“’A pertosa… il buco… Capisci a me…”

“Aspetta nu poco. Professò, professò dico a voi… Per favore, ‘a pertosa di parma è un libro rattuso?”

“Prima di tutto si chiama “La certosa di Parma” e poi è di Stendhal, quale rattuso?”

“Grazie professò. Lo vedi? Intervieni sempre a vanvera. E allora che succedeva alla Suprema?”

“Che vi devo dire…’Na cosa strana assaie. Essa si sedeva sul letto e sferruzzava e lui seduto in poltrona che leggeva. Dopo una mezz’ora o addirittura un’ora lui dava a Nanninella una scatola di cioccolattini e cinquanta lire di mancia e se ne andava.”

“Ma siete sicura?”

“Nanninella è come ‘na sorella per me…”

“Gesù, Gesù. Gesù hai capito ‘o strunze? Sono dieci anni che ci prende per il culo…”

Peppiniello guardava le reazioni dei presenti. “’Na curiosità, solo una curiosità… “

“Che vuoi sapere?”

“Ma l’hanno disincastrato?”



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