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Una storia di OrnellaStocco

Questa storia è presente nel magazine La sposa in grigio perla

Ultimo Atto

La sposa in grigio perla

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7 minuti

Pubblicato il 23 febbraio 2021 in Altro

Tags: #lasposaingrigioperlaromanzo

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Con questo Ultimo Atto, si chiude il romanzo LA SPOSA IN GRIGIO PERLA. Ho pubblicato, qui su INTERTWINE, solo alcuni capitoli. Ci tenevo presentarlo in questa piattaforma dove, alcuni anni fa, proprio qui, ho messo i primi "mattoncini" di questa lunga storia d'amore, di amicizia e di vicissitudine umane.

A volte la vita sembra prendersi gioco di noi. Ci invia messaggi che non possiamo, vogliamo, comprendere. Il destino già segnato di Paola non attendeva altro che di entrare in scena. Il palcoscenico stava per essere allestito. Attori e comparse pronte a salire sul palco per la loro unica interpretazione. Il copione in mano al Grande Regista. Il sipario può abbassarsi.

Una distesa di capannoni anonimi, tutti in fila, tutti uguali l’accolse. La visione spettrale la prese con violenza trasmettendole un senso di impotenza e di paura che le arrivava fino alle budella che sentiva dentro di sé, come fossero vive. Si muovevano, si contorcevano.

Ebbe l’impressione di trovarsi tra le baracche di un campo di concentramento e capì subito. Dall’afflusso delle persone, alcune in divisa, altre in camice bianco, e dalle auto che stazionavano di fronte al grande portone spalancato come un’enorme bocca che stava per divorare tutto: lei, la sua vita, il suo mondo. Scese dall’auto di Francesca, che la inseguì cercando di afferrarla. Si diresse correndo verso quella grande bocca che introduceva a quel mostro di cemento. Notò l’ambulanza con il portellone posteriore chiuso, ma in quel momento nulla sembrava interessarle. Non aveva tempo per sentire su di sé gli sguardi sgomenti, gli occhi lucidi delle persone che sapevano quale tragedia si era consumata nello squallore di quel posto lugubre. Lei doveva correre dal suo piccolo, prenderlo tra le braccia e portarlo a casa dove lo attendeva la sua culla immacolata con l’orsetto di peluche. Come sempre gli avrebbe cantato la canzoncina preferita, avrebbe visto le palpebre abbassarsi mentre le piccole labbra si rilassavano nel dolce sorriso dormiente.

Le venne incontro un carabiniere mentre altri due stazionavano, come sentinelle al fronte, fuori dal grande portone di ferro arrugginito. Paola per un attimo si fermò a osservare la folla assiepata, muta. In attesa.

Perché c’era così tanta gente? Perché nonostante la presenza di medici, carabinieri, uomini e donne, quel silenzio sembrava perforare l’aria? Solo i suoi passi risuonavano in modo quasi innaturale. Perché non sentiva il pianto del suo bambino? Come aveva fatto ad arrivare fin lì?

- Signora Marini… no, non entri.

Il Maresciallo, con occhi lucidi di pianto e dolore, la trattenne per un braccio, guardò quella donna con straziante ammirazione. Per quanti dolori la vita le avesse riservato, il suo volto non li lasciava trasparire: Paola aveva il volto luminoso come una stella.

In tanti anni di sevizio non gli era mai capitato nulla di simile.

Era toccato a lui trovare il piccolo.

L’istinto e la sua lunga esperienza lo avevano subito portato verso quella piccola stanza con la porta divelta, probabilmente l’ex ufficio di quello che un tempo ospitava un mobilificio. Dalla finestra con i vetri rotti entrava l’aria gelida di una disumana mattina invernale. Un brivido percorse per intero il corpo di De Luca. Al freddo si era aggiunta l’aberrante scoperta. Un odore acre di brace entrò nelle sue narici mentre con passo pesante si avvicinava sempre più al punto in cui l’istinto lo aveva condotto.

Una brandina al centro della stanza, a fianco un piccolo braciere e una sedia era tutto quello che il maresciallo vide appena messo piede nell’angusto locale. La brandina, sudicia e lisa da anni di abbandono, presentava al centro un affossamento che accoglieva nel suo povero abbraccio un fagottino che qualcuno aveva pietosamente coperto.

Il maresciallo si avvicinò a quel mucchietto con la tenue speranza che sotto a quella copertina azzurra una mano pietosa avesse coperto un piccolo animale. Un cucciolo di cane lasciato morire di freddo, pensava, sperava il maresciallo De Luca che nella vita ne aveva viste tante, mentre scostava lentamente un lembo della coperta. Si inginocchiò come faceva quando andava in chiesa davanti all’altare della Madonna con in braccio Gesù Bambino.

- Gesù mio!

Furono le uniche parole che riuscì a dire appena vide il visino bianco come la neve rimasta a terra.

Luigi sembrava dormisse. Si fece il segno della croce, poi ricoprì quel dolce viso da angelo volato in cielo.

- Perché?

Paola, con un filo di voce che non sapeva da dove le venisse, con la percezione di chi ha capito ma non vuole credere, con la disperazione che solo una madre può avere, chiese come in una supplica:

- Perché... Perché non mi fate vedere mio figlio, lasciatemi passare, voglio andare da lui.

Francesca la trattenne, stringendola forte a sé. In lontananza Paola vide sua madre correre verso di lei, non le aveva mai visto quell’espressione in volto, neanche quando era morto suo padre, neanche quando in ospedale non aveva trovato il coraggio di dirle che Enrico era morto. Le verrà un infarto, pensò Paola mentre con tutte le sue forze cercava di divincolarsi dalle braccia che la stavano trattenendo.

Tutti avevano capito. Tranne lei. Il maresciallo fece un cenno con il capo ai due giovani carabinieri. Quella madre aveva il diritto di vedere suo figlio, per l’ultima volta. Paola seguì gli uomini in divisa, contemporaneamente dall’ambulanza scesero due persone con il camice bianco, Francesca la sosteneva per la vita. Sentiva sua madre che urlava il suo nome e quello di Luigi.

La scena era proiettata al rallentatore su di uno schermo infinito come la luce, come lo spazio.

L’interno di quel capannone era ghiacciato e vuoto. Era entrata nell’abisso più profondo, l’apoteosi del dolore si era fermata in quegli istanti.

I bellissimi occhi grigi di Paola si posarono sul piccolo fornelletto di quelli che si usano nei camping, lentamente lo sguardo si poggiò sulla brandina. Come un flash ricordò di quando andava in campeggio, al mare, con sua mamma, le brandine erano le stesse, anche il fornelletto. Ma quella non era una tenda da campeggio e lei non era al mare con il sole che la riscaldava. Pensò a quanto il suo piccolo avesse patito il freddo. Lo vide e gli sembrò ancora più piccolo, un fagottino avvolto nella copertina che lei con tanto amore aveva sferruzzato mentre lo attendeva. Sulla piccola testolina immobile aveva il berrettino che Paola teneva nella culla per le notti più fredde.

Poi lo aveva avvolto stretto nella copertina di lana, così in quel modo sarebbe stato più caldo, sopra gli aveva appoggiato un leggero piumino bianco. Come bianco era il lettino. Bianco il minuscolo guanciale. Bianco il visino di Luigi. Paola, con tenerezza e disperazione, prese il suo bambino. Con il visino bianco di un angelo che dorme, il berrettino azzurro, la copertina fatta ai ferri. Gli occhi chiusi. La piccola bocca sembrava incollata. Da bambina Paola aveva un bambolotto. Era il suo preferito, con lui passava interi pomeriggi a cambiarlo, a fargli il bagnetto. Poi lo avvolgeva in una piccola copertina fatta ai ferri da Luisa e lo cullava tenendolo tra le sue braccia di bimba, sognando un giorno di avere un bambolotto vero. Le sembrò di tenere tra le braccia il suo bambolotto. Di gomma. Freddo.

C’è qualche cosa di devastante e incomprensibile nello sguardo di una madre quando perde suo figlio.

Uscì tenendo stretto al petto il suo bambino, gli avvolse stretta la copertina, la neve scendeva più fitta cercando di coprire l’orrore. Teneva stretto a sé Luigi in un ultimo disperato tentativo di riscaldarlo, di ridargli la vita. Faceva molto freddo e non voleva che il suo bambino si ammalasse. Lo annusò riempiendosi del dolce profumo di borotalco. Luisa si avvicinò a sua figlia, con gli occhi vuoti della disperazione guardò quella donna con il suo bambolotto in braccio e, forse, per la prima volta, Paola sentì l’amore di sua madre. Luisa cercò di togliere Luigi dalle braccia di Paola, che le serrò forte a sé trattenendo il bambino nell’abbraccio straziante.

- Signora… mi dia il bambino, stia tranquilla.

Un signore con il camice bianco, il viso serio e gli occhi chiari e buoni le parlò con dolcezza.

- Venga, signora, salga sull’ambulanza.

Paola lo seguì, non sapeva che altro fare. Quell’uomo le ricordava Enrico, si sentì rassicurata, Luigi sarebbe stato al sicuro con lui, glielo mise tra le braccia.

- Lo prenda lei, dottore, Luigi sta dormendo, il mio piccino ha preso freddo, ha le manine gelide... lo metta a dormire in un posto caldo.

- Certo, signora, non si preoccupi, il suo Luigi adesso è al sicuro, in un posto caldo dove c’è tanta luce.










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