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Una storia di Rudyfinno

Il mio migliore amico e’ peloso

d’ora in poi sarai il mio custode anche se non ti vedrò, sarai in mio angelo fino a quando non ci rincontreremo ancora.

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10 minuti

Pubblicato il 13 giugno 2018 in Storie d’amore

Tags: #amicizia #amore

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I lampioni ai lati della carreggiata fendevano l’oscurità illuminando la zona circostante, e i tuoni rimbombavano sulle desolate colline a sol di rintocchi squarciando il cielo nera come la pece.


Questa era il genere di notte potete credermi dove mi sentivi dentro ad un incubo sensa via d’uscita; dove la fine era solo un nuovo inizio di questa malinconica esistenza.


Quanto avrei voluto dimenticarti anche solo per un istante, solo per liberarmi da questo dolore che mi teneva sveglio; ma ogni oggetto, ogni strada di questo quartiere e perfino questo maledetto cancello mi ricordava di noi, dei nostri momenti vissuti insieme.


Mi avvicinai ad esso per separare i lembi in ferro battuto ancora chiusi, mentre una folata di vento mi scompigliava i capelli, avevo le mani infilate nelle tasche, entrambe chiuse a pugno mentre tentavo di deglutire un po’ di quella saliva che non voleva andare né su e ne giù.


Passavamo di qui almeno tre o quattro vote al giorno, era la sua felicità superare il cancello in ferro battuto, era la sua liberazione, libero da quelle quattro mura che lo tenevano imprigionato.

Pronto a respirare la vita, quella vera.


Sarei voluto salire al primo piano della mia abitazione e buttarmi tra le lensuola del mio letto come un disperato, addormentarmi per non pensarti più, ma era ancora troppo presto, ora dovevo compiere l’ultimo atto prima che fosse troppo tardi.


Ma non fu così facile, nella mia mente rividi di nuovo quella scena, il suo sguardo confuso da tutte quelle auto che correvano veloci sulla strada, lui era li ai lati della banchina, con il muso appoggiato sulle zampe incrociate l'una su l'altra, immobile come in un ritratto dai contorni tristi, con la coda che sferzava l'aria e la lingua colante di saliva che gli pendeva dalla bocca. .Lo superai con la mia vecchia panda rossa fumeggiante tutta scassata; e in quel frangente di secondo i nostri sguardi si incrociarono, i suoi occhi colmi di paura si rasserenarono, e in quel preciso istante capii subito di essere stato scelto.

avrei voluto andarmene ma non andò proprio così, eravamo predestinato per incontrarci e così fu.

Poi sfilai la sigaretta dal pacchetto di cartone con leggerezza avvicinandola alle labbra screpolate, la sfilai per spezzare solo per un attimo quei flusso di ricordi.

Con un movimento del polso scoperchiai la testa di metallo dello zippo e repentinamente sfregai il pollice sulla rotella azionando la fiamma scaturita dallo schiocco della pietrina che incendio la testa di tabacco avvolto in un involucro di carta. aspirai lentamente per poi far uscire dalla mia bocca una nuvola grigia di fumo.


Le strade a Don Pan erano tutte molto simili tra loro, assomigliavano a grandi lingue che lambivano i marciapiedi delle case, intrecciandosi tra loro per poi snodarsi ai confini delle città.


Avrei giurato di sentirmi sollevato pensai mentre lanciavo boccate di fumo nell’aria come segnali d'aiuto.

La cosa più importante era la celebrazione: celebrare la sua morte con divinità mi avrebbe in qualche modo fatto affrontare con più serenità la sua mancanza; altrimenti quei sensi di colpa per non esserti stato vicino fino alla sepoltura sarebbero state la vesti della vergogna fino alla fine dei miei giorni.


Nella mano destra stringevo due rose rosse, acquistate poche ore fa al Floreal day, l'unico negozio di fiori di tutta la città, le stringevo come si stringe qualcosa di prezioso; era come se tra le mani avessi avuto il Santo Graal.


Proseguii sulla strada asfaltata che mi avrebbe condotto alla piazza principale di Don Pan, durante il tragitto incontrai la chiesa Congregazionista di Don Matteo, il cui tetto spiovente spariva tra le nuvole, con la coda dell’occhio lo vidi, era difronte all' imponente portone di legno massiccio, più vecchio di vent’anni, con dei libri in mano e la sua immancabile veste ecclesiastica, ancora imponente come un Dio.

-Don Matteo, sono qui Don Matteo!

Provai svariate volte a chiamarlo ma non accennò ad un saluto, era intento a sfamare un piccione gonfio come una palla da rugby.


In quel preciso istante quei ricordi sepolti nella mia mente ritornarono alla memoria, ricordo di quando ero solo un bambino e partecipavo alla messa domenicale, li seguivamo la dottrina di Giovanni Calvino, credevano nella Santa trinità, sostenevamo il sacerdote universale.


Quanta serenità, niente che non andava, i problemi non esistevano, la vita era più facile e i valori erano la cosa più importante. Bastava poco per essere felici davvero.


Superata la chiesa, mi trovai di fronte alla piazza centrale, al suo centro una fontana ornamentale di marmo grigio mi attendeva; un pilastro al suo centro sorreggeva la statua di un angelo, il volto dolce e i suoi candidi boccoli dorati gli scendevamo fino sotto agli zigomi, con la mano destra pizzicava le corde spesse di un'arpa, mentre con la sinistra la sorreggeva per non farla cadere.


Mi inchinai difronte alla sua presenza, poi feci cadere la Rosa rossa nell'acqua ristagnate di un colore verdastro, ogni cittadino di Pan veniva qui per rivolgersi alla sontuosa statua, come se lì ad ascoltare i nostri lamenti ci fosse stato una divinità pronta ad aiutarci.


La Rosa, segno di gratitudine verso l’Angelo veniva lasciata cadere nell' acqua, ora ricoperta da Fiori che galleggiavano sulla superficie , come tanti corpi morti che si lasciavano cullare dalle piccole onde create dal forte vento che avvolgeva la città; poi sbattei le ciglia per far cadere anche le ultime lacrime versate.


-Hey buon giorno.


Una voce da lontano richiamo la mia attenzione.


-buon giorno a te Janet.


Ci scambiammo uno sguardo furtivo mentre mi stavo dirigendo verso l'auto che avevo parcheggiato ai giardini pubblici, Janet è una casalinga devota alla famiglia e al suo barboncino color cenere, almeno cosi dava da dedurre, anche se nei suoi occhi verde smeraldo notavo una particolare scintilla di mistero mescolata ai suoi modi perfetti di essere, perfino le sue movenze e quel aspetto longilineo rispecchia quello di Cenerella.

Camminava con la testa alta e il petto in fuori, un atteggiamento altolocato, un atteggiamento da puzza sotto il naso.


In quel frangente di secondo ebbi la sensazione che fosse proprio quella la mia auto; misi a fuoco la targa mentre essa sfrecciava veloce sulla strada.


-hey quella è la mia auto!


Urlai come un pazzo scatenato.


-Fermatela vi prego, niente ha più

valore di quello che c'è al suo interno.


Non avrei mai creduto di poterlo fare davvero, ma fui costretto, non

potevo di certo restate fermo

a guardare mentre la

Portavano via, chissà in quale luogo.

Senza indugiare ulteriormente colpii il finestrino posteriore di un auto parcheggiata a pochi centimetri da dove mi trovavo, con un calcio ben assestato mandando in mille frammenti i vetri che lo componevano.


Azionai il motore, premetti con il piede sul pedale dell' acceleratore al massimo della sua estensione, e la inseguii fino ad arrivare a Glenn Highway, una parte dell'autostrada che congiunge Anchorage con Glennallen dello stato U.S.A. Fuori dall'abitacolo l'atmosfera era tetra e angusta.


i fari antinebbia sferzavano quell'oscurità che mi avvolgeva con i suoi tentacoli di morte.


Avevo i muscoli della gamba contratti mentre affondavo la suola della scarpa sul dorso metallico del acceleratore; i filari degli alberi ai bordi della strada sfrecciavano a grande velocità come se si muovessero lungo il ciglio della strada.


poi quei ricordi come lame taglienti mi attraversavano di nuovo la mente; fotogrammi di scene già vissute, attimi indelebili scorrevano inesorabilmente.

Rividi il suoi occhi dolci, le nostre corse a perdi fiato sulla spiaggia, e le giornate passate con Ron e Nich due bambini di cinque e sei anni vivaci e pieni di fantasia.


Di rado i loro genitori venivano chiamati per impegni urgenti di lavoro nel settore tessile dove operavano già da diversi anni, e per mancanza di un posto sicuro dove stare, Ron e Nich venivano lasciati da me come pacchi postali.


Con loro la casa diventava un parco giochi, e i divertimenti non avevano limite, si sbizzarrivano a salirgli sulla schiena, come fanno i veri Cow boy, mentre li trasportava da una stanza all'altra della casa.


Ci sapeva fare con la gente, sopratutto con i bambini, ma poi il tempo fece il suo corso, il suo muso cambiò aspetto, il pelo divenne irto e si indebolì notevolmente; purtroppo invecchiò come fa ogni essere vivente sulla terra, il tempo era passato senza che io me ne accorgessi, camminava a stenti e stava sempre in un cantuccio della stanza ad ascoltarmi , la sua testa appoggiata sulle zampe incrociate l'una su l'altra, disteso sul pavimento, stanco e indebolito dallo scorrere del tempo, i suoi occhi si erano incupiti, aspettava la fine dei suoi giorni nella tranquilla casa dei nostri ricordi.

Il flusso dei miei pensieri scavò ancora più in profondità, andando a pizzicare le corde della malinconia, e i ricordi volarono via come uno stormo di uccelli infastiditi dalla mia brutta reazione.


Caddì ancora una volta nel lato debole di me stesso e non fui più in grado di trattenere quelle lacrime che come gocce di veleno scorrevano inesorabili sui tratti irrigiditi del mio volto: ti avevo perso per sempre, ma dovevo fare un ultima cosa prima di salutarti definitivamente.


Urlai come un tutto il fiato che avevo nei pomonin:

-Ti raggiungerò, non temere.


Una voragine sull'asfalto mi fece saltare come un vero stantman, un rumore graffiante provocato dallo sfregamento delle lamiere mi riecheggiò nella mente, le scintille come scaglie di ferro si propagarono nell’aria per poi disperdersi.


Urtai volontariamente sul auto che correva davanti a me, ci cappottammo, ma per fortuna ero ancora vivo in quel groviglio di lamiere.


D’impulso mi guardai il volto nello specchietto retrovisore; tante piccole gocce di sangue picchiettavano sulla camicia elegante indossata per un giorno specialmente; avevo sbattuto violentemente il volto sullo sterzo azionando l'airbag, ero ferito e minacciato da uomini armati fino ai denti.


Mi guardai intorno, guardai le nuvole che scorrevano nel cielo, guardai quello spicchio di luna che mi osservava dall'alto, l'ombra degli alberi proiettati sul asfalto e gli spari contro il vetro dell'auto, sembrava tutto finito, il cuore mi rimbalzava in gola; poi gli urlai contro con tutta la mia forza" ladri! " fuggirono come dei luridi codardi, ero malmesso, mi feci forza per uscire dall'auto, la camicia completamente impregnata da tutto quel sangue versato mi avvolgeva il corpo.


Mi aggrappai allo sportello semi chiuso per aiutarmi ad uscire dal posto guida, il vento mi incoraggiava ad andare avanti;


Percorsi quei pochi metri che restavano per raggiungere la mia auto distrutra; quel tremolio alle gambe mi faceva avanzate a strattoni, passo dopo passo, alla velocità di uno zombi la raggiunsi.


Aprii il cofano dell'auto, lo vidi era ancora lì disteso nello scomparso anteriore della carrozzeria, con le palpebre ancora aperte e i denti serrati.


Feci scivolare la mia mano sugli occhi per chiuderglierli, era giusto lasciarlo al suo eterno sonno come se stesse dormendo, poi passai le braccia sotto il suo tenero corpo senza vita, lo strinsi con amore per l’ultima volta mentre le sue zampe e la testa pendevano dalle mie braccia inermi difronte a quel dolore lacerante.


Lo portai lontano dal rumore della strada, lo accompagnai dove il verde della vegetazione aveva preso vigore, scavai la buca più profonda che potevo con la pala che avevo preparato per lui.


volevo che nessuno lo trovasse,


nessuno tranne me.


Poi mi passai una mano sul volto per asciugarmi da tutte quelle lacrime versate, mi chinai posando quella rosa rossa sulla terra che lo ricopriva.


—d’ora nel poi sarai il mio custode anche se non ti vedrò, sarai in mio angelo fino a quando non ci rincontreremo per rincorrere di nuovo un altra nuvole in cielo.


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