scrivi

Una storia di Brividogiallo

Questa storia è presente nel magazine Vari volti dell'amore

Unite nella morte

“Perché si uccidono le persone che hanno ucciso altre persone? Per dimostrare che le persone non si devono uccidere?”

159 visualizzazioni

69 minuti

Pubblicato il 25 gennaio 2021 in Thriller/Noir

0




La bella e tiepida giornata di un autunno particolarmente mite, faceva fremere sulla sedia l’ispettore Colli che sarebbe voluto uscire dal commissariato per andarsi a fare una lunga passeggiata a Villa Borghese.

Nell'altra stanza, Maselli, il sovrintendente che collaborava da qualche anno con Colli, rispose alla chiamata in arrivo.
Una voce maschile concitata stava farfugliando qualcosa d’incomprensibile.
“Si calmi, mi faccia la cortesia, altrimenti non capisco un accidente di quello che mi sta dicendo”.
“Capo deve venire qua subito, hanno fatto una strage!”.
“Lei chi è? E di cosa sta parlando, che strage?”.
“Sono un manutentore, lavoro a Villa Borghese e poco fa vicino al laghetto del Tempio di Esculapio ho trovato tre donne morte capo! Tutte e tre morte, una vicina all’altra e tutte con la pancia tagliata”.
I pensieri di Colli furono interrotti da un colpetto sulla porta e dall’immediata entrata di Maselli nella stanza.
“Ispettore ci risiamo. Abbiamo a che fare di nuovo con un omicidio, anzi, per la precisione si tratta di un triplice omicidio. Si tratta di tre donne che un manutentore ha trovato presso il Tempio di Esculapio a Villa Borghese. Mi ha riferito di averle trovate morte una vicina all’altra”.
"Chiama subito il dottor Martelli e digli di recarsi sul posto. Io avverto la scientifica e poi andiamo”.

Pochi minuti dopo Colli e Maselli erano a bordo dell’auto di servizio diretti verso il luogo indicato dall’uomo al telefono.
Il delizioso tempietto bianco si ergeva davanti a un laghetto circondato da alberi le cui foglie ormai avevano i caldi colori dell’autunno. A vederlo era un luogo che infondeva pace e tranquillità, quasi mistico nel silenzio che di solito regnava in quell’angolo del parco più vasto di Roma.
Ma quando arrivarono Colli e Maselli, l’area intorno al tempio aveva perso la sua magia.
L’ispettore si era dovuto trattenere nell’ufficio del Commissario, appena saputa la notizia, e Martelli il medico legale e la scientifica lo avevano preceduto.
Scesero dall’auto avviandosi a piedi sul luogo del ritrovamento e Colli vide che il medico legale cercava di liberarsi da un uomo in abiti da lavoro che continuava a seguirlo parlando e portandosi le mani sulla testa.
Colli salutò Martelli e si diresse verso l’uomo che, nel frattempo, si era fatto da parte.
“Salve sono l’ispettore Colli e lui è il mio collega Maselli. È lei che ha trovato le tre donne?”.
“Si ispettore. Sono Giovanni Travasi manutentore del parco. Per poco non ci rimanevo secco quando, rastrellando le foglie a terra, mi sono trovato davanti tre donne morte con la pancia tagliata. È un’immagine che mi porterò dentro finché vivrò ispettore."
“La capisco ma devo trattenerla solo qualche minuto. C’era qualcun altro nelle immediate vicinanze quando lei ha trovato i corpi?”.
“No ispettore. Io non ho visto nessuno. Non è un punto della villa molto frequentato questo. Di solito ci viene qualche coppietta perché è un posto romantico ma oggi, mentre stavo pulendo il terreno dalle foglie, non c’era nessuno ma non posso esserne matematicamente certo perché ero preso da alcuni pensieri mentre lavoravo, e non mi stavo guardando intorno. Posso dirle, però, che non ho sentito alcun rumore. In questa stagione, con tutte queste foglie secche per terra, si sente se qualcuno ci cammina sopra”.
“Mi auguro che lei non abbia toccato i corpi né che abbia modificato la posizione in cui li ha trovati”.
“Ma sta scherzando ispettore? Io non riesco nemmeno a guardarle quelle tre poverette!”.
“Si faccia coraggio Travasi e le osservi per un attimo. È importante, per me, sapere se frequentavano questa zona ” disse Colli dolcemente.
L’uomo si avvicinò con esitazione ai tre cadaveri e guardò le donne con un’espressione che era un misto di orrore e di compassione. L’ispettore era vicinissimo a lui cercando, con la sua presenza, di trasmettergli sicurezza.
Dopo averle guardate per pochi secondi, Travasi distolse subito lo sguardo e si rivolse a Colli.
“No ispettore non le ho mai viste prima. Ne sono sicuro”.
Colli si avvicinò ai cadaveri e provò la stessa compassione e lo stesso orrore di Travasi.

Poi si diresse verso Martelli che era chino su una delle tre donne e ne stava esaminando la testa e il collo.
“Vedo che hanno tutte e tre un taglio sul ventre ma non penso che sia stata quella la causa della morte. Mi sembra solo un gesto simbolico. Inoltre l’assassino le ha legate l’una all’altra con un cordoncino stretto sui loro polsi e questo significa che, anche in questo caso, ha voluto lanciare un messaggio” osservò Colli.

“Apparentemente i loro corpi sono intatti. Non vedo segni di strangolamento, né ferite da taglio, a parte quelle sul ventre. Ma quelle ferite sono state inferte post mortem. Il sangue che ne è fuoriuscito è davvero poco, anche per tagli come quelli e non mi sembra che siano state tamponate. Ma la cosa più rilevante e ovvia, è che i decessi sono avvenuti in tempi diversi. Direi che sono state uccise nell’arco di almeno cinque giorni. Se le prime due donne a essere state uccise non presentano un avanzato stato di decomposizione è perché sono state poste in un luogo refrigerato che ha mantenuto i corpi intatti. La più giovane delle tre è l’ultima a essere stata uccisa. Non più di dieci ore fa. Il rigor mortis, infatti, non ha ancora raggiunto il completamento a differenza delle altre due”.
“Quindi dobbiamo aspettare l’autopsia per conoscere la causa delle morti. Immagino sia la stessa per tutte e tre”.
“Quasi sicuramente è la stessa. Ma ho notato dei piccoli segni sulle braccia delle donne che sembrerebbero delle punture. Questo mi fa pensare a delle iniezioni letali a base di qualche sostanza molto tossica. In pratica potrebbero essere state avvelenate”.
Colli e Maselli tornarono in commissariato.

Ora bisognava risalire all’identità delle vittime. Non c’era niente che potesse aiutarlo in questo poiché nessuna delle tre aveva alcun effetto personale.
Entrò nella sua stanza e chiamò il sovrintendente Renzi che dopo qualche minuto si affacciò sulla porta.
“Ho bisogno che tu faccia un controllo sulle ultime denunce ricevute. Devi vedere se tra loro ce n’è qualcuna che riguarda la scomparsa di una o più donne. Martelli sostiene che la prima donna è stata uccisa almeno cinque giorni fa quindi oggi dovremmo aver già ricevuto la denuncia, ammesso che avesse una famiglia o degli amici che possano essersi accorti della sua assenza”.
Uscì veloce dalla stanza per tornare alcuni minuti dopo con un paio di fogli in mano.
“Ne abbiamo due ispettore. Una riguarda una certa Monica Sabatini, quarantatré anni. Il marito ha denunciato la sua scomparsa tre giorni fa e la seconda è per Alice Casali, trentadue anni e anche in questo caso è stato il marito a fare la denuncia.


Seduti sul divano Paolo e sua cognata Marina stavano in silenzio, ma la tensione era palpabile.

Non era assolutamente credibile che Monica si fosse allontanata da casa di sua volontà, lasciando i suoi quattro figli.

Il telefono squillò e li fece sobbalzare. Paolo si precipitò a rispondere.

Dopo pochi minuti chiuse la comunicazione e guardò la cognata.
Era stravolto al punto che non riusciva a parlare.
Poi con uno sforzo riuscì a dire “Penso che ora possiamo metterci l’anima in pace. Molto probabilmente abbiamo trovato Monica”.

“Che cosa vuol dire che ci dobbiamo mettere l’anima in pace? E dov’è Monica”
“L’ispettore di polizia che mi ha chiamato, mi ha detto che sono state trovate tre donne uccise a Villa Borghese. Una di loro potrebbe avere l’età di Monica. Ha anche aggiunto che non c’è nessuna certezza che sia proprio lei, ma hanno delle fotografie e dobbiamo andare alla caserma per un riconoscimento”.
Marina cercava di contenere l’angoscia che la stava attanagliando, ma le mani le tremavano e sentiva il cuore esploderle nel petto.
Doveva a tutti i costi non lasciarsi andare al dolore che le avrebbe provocato vedere una foto di sua sorella morta, doveva farlo per Paolo.
Due mesi prima lo avevano anche messo in cassa d’integrazione e il suo futuro e quello della sua famiglia, era incerto.


Anche Marco non stava vivendo giorni tranquilli. Sua moglie Alice era uscita tre giorni prima per andare a un appuntamento di lavoro e non era più tornata. Svanita nel nulla, non lo aveva chiamato né era raggiungibile telefonicamente. Il suo cellulare era spento dalla sera della sua scomparsa.
Aveva atteso fino a tarda notte il rientro di Alice che, a volte, aveva delle cene con i suoi clienti e tornava a casa molto tardi. In quei casi però, lo avvisava sempre perché lui non stesse in ansia e passasse una serata da solo ma tranquillo.

Dopo averne denunciato la scomparsa alla polizia, aveva fatto varie telefonate a diversi ospedali, ma non risultava alcun ricovero a nome di Alice.

Colli era nella sua stanza e seduti davanti a lui, c’erano un uomo e una donna in preda ad una forte agitazione. Erano i signori Anastasi ed erano lì per una denuncia di scomparsa.

“Chiara ieri è uscita con delle amiche e non è tornata a casa questa notte e un comportamento simile non è da lei ispettore. Non è mai successo che restasse un’intera notte fuori di casa senza che noi sapessimo dove stava e nemmeno oggi si è fatta sentire. È dalle tre del mattino che proviamo a chiamarla al cellulare, ma è sempre spento e questo è un pessimo segno, lei non lo spegne mai, nemmeno di notte”.
“Sì, immagino quello che state vivendo e so che è davvero insopportabile per voi genitori non avere notizie di vostra figlia. C’è qualcosa, però che sono costretto a dirvi. Questa mattina, a Villa Borghese, sono stati trovati i corpi di tre donne, una della quali molto giovane. Dovreste guardare una foto e dirmi se riconoscete il volto di Chiara”.
Colli tirò fuori da un cassetto una cartella, la aprì e iniziò a sfogliare alcune foto, poi ne prese una e, delicatamente, la poggiò sulla scrivania.
La signora Anastasi scoppiò a piangere e lui poggiò la testa sulla spalla della moglie accarezzandole la schiena.
Non c’era bisogno di altre conferme per Colli. Purtroppo la ragazza uccisa era proprio Chiara Anastasi.


Il sovrintendente Renzi aveva l’ingrato compito di chiamare le due persone che avevano fatto denuncia di scomparsa e dire loro di recarsi al più presto in caserma.

“Tutto fatto ispettore. Il marito di Monica Sabatini sarà qui tra un’ora, l’altro sta arrivando”.
Dopo circa quindici minuti Marco Allevi era già seduto nella sala di attesa della caserma.
Maselli lo accompagnò nella stanza dell’ispettore che lo accolse con un sorriso appena accennato.
"Signor Allevi, le chiedo di guardare delle foto e dirmi se riconosce sua moglie in una delle due donne “.

Allevi appariva calmo e determinato ma il leggero tremore delle mani rivelava l’ansia che stava vivendo in quel momento.
Colli aprì il cassetto e ne estrasse alcune foto, due delle quali furono poste davanti all’uomo.
Lui le guardò solo un attimo poi, con un gesto brusco, le allontanò dalla sua vista facendole cadere a terra.
“Immagino che una delle due sia lei, signor Allevi”.

Il signor Sabatini era arrivato con qualche minuto di anticipo rispetto all’ora stabilita ma non aveva dovuto fare anticamera perché Colli lo fece entrare immediatamente.
“Ispettore da quando ho ricevuto la vostra chiamata mi sembra di impazzire. Ho paura a farlo ma mi mostri questa foto perché ho bisogno di sapere, anche se dentro di me so già che è lei che vedrò”.
“Ne ha già la certezza?”.
“Solo se morta Monica abbandonerebbe i suoi figli. Sono ormai quattro giorni che manca da casa senza farsi sentire e questo è inconcepibile per una persona come lei”.
Colli aprì il solito cassetto e prese una delle foto, guardò l’uomo seduto di fronte e gliela porse.
Lui la prese con esitazione poi, dopo averla osservata, emise gemito e scoppiò in un pianto convulso.

Il commissario Sandrelli era a colloquio con il collega Colli per cercare di fare il primo quadro della situazione.
“Tre donne del tutto eterogenee. Nessun punto in comune tra loro e di età molto diverse.

Eppure l’assassino le ha legate insieme per i polsi e ha praticato loro un taglio sul ventre quindi per lui qualcosa che le accomunava c’è.

Io penso, commissario, che il nostro primo passo sia cercare cosa univa queste tre donne, perché sicuramente qualcosa le accomunava, anche se sfugge sia a noi sia alle loro famiglie”.


Paolo Sabatini pensava a quanto avrebbero esultato lui e Monica in quel momento. Dopo quasi due anni di privazioni, di sacrifici che avevano riguardato, purtroppo, anche i loro quattro figli, finalmente tutti i suoi sforzi per cercare di uscire da quella disastrosa situazione economica, erano stati premiati.
Un’importante società finanziaria aveva valutato il suo curriculum e intendeva proporgli un’offerta di lavoro.
Immaginava quella che sarebbe stata la reazione di Monica a questa notizia.
Si sarebbe messa a ballare intorno al tavolo della cucina e poi lo avrebbe abbracciato ricordandogli che lei non aveva mai perso la speranza nella divina provvidenza.
Era così la sua Monica, spontanea, allegra e dotata di una fede inattaccabile.
Maselli, intanto, era andato da Paolo Sabatini per farsi dare i nomi e gli indirizzi dei parenti di Monica e anche dei luoghi che lei abitualmente frequentava.

“Ispettore ho la lista dei parenti di Monica. Lista cortissima, una sorella e una cugina”.
“Andiamo dalla sorella, l’unica persona rimasta della sua famiglia. Non credo ci potrà dire più di quanto ci ha già detto il marito, ma non si sa mai."


Marina Mazzanti abitava una villetta isolata ma molto graziosa.

Lei aprì il cancello e li fece entrare.

“Le porgo le nostre condoglianze per la perdita di sua sorella e vorrei rassicurarla sul fatto che troveremo chi l’ha uccisa, di questo può essere certa.

Lei sa dirci se ultimamente, nella vita di Monica, era cambiato qualcosa? Le è mai sembrata preoccupata o spaventata, le ha mai detto di temere qualcuno?”.

“No mai. Nonostante le loro difficoltà ad arrivare alla fine del mese, Monica di solito era di buon umore, le sue uniche preoccupazioni riguardavano il bilancio familiare.

Soltanto un episodio la rese infelice e le procurò una depressione momentanea. Sei mesi dopo che Paolo fu messo in cassa integrazione, si accorse di aspettare un altro figlio. Un anno prima lo avrebbe accolto con gioia ma a causa della situazione che ora vivevano, sia lei sia Paolo, si trovarono d’accordo sul fatto che mettere al mondo un quinto figlio sarebbe stato da incoscienti. Con immenso dispiacere, Monica interruppe quella gravidanza e per alcuni mesi non fu più lei."

“Un’ultima cosa e poi me ne vado.” disse Colli

Colli estrasse da una cartella da cui tirò fuori due foto e le mostrò a Marina.
“Ha mai visto queste due donne?”.
Lei le osservò con attenzione, nonostante le procurassero un forte turbamento, poi le restituì all’ispettore.
“No, non le ho mai viste. Monica non aveva molte amicizie ma conoscevo le persone che frequentava abitualmente. Potevano, forse, essere delle semplici conoscenti ma questo non lo posso sapere”.


Il commissario Sandrelli era al telefono con il medico legale e stava ascoltando con attenzione quello che Martelli gli stava comunicando.
“Come ho già detto a Colli sulla scena del delitto, le ferite inferte ai ventri non sono state la causa della morte delle tre donne. Si tratta di tagli superficiali e inferti post mortem, questo lo posso confermare anche dopo aver eseguito l’autopsia. Apparentemente i corpi sono intatti ad eccezione di segni di agopuntura nella parte interna dell’avambraccio destro di tutti e tre i cadaveri. Questo primo esame, e in assenza dei risultati delle analisi chimiche, mi fa pensare che alle donne sia stata somministrata una dose letale di veleno e a sostegno di questa ipotesi, c’è la presenza, sulla parte superiore dei corpi, di macchie ipostatiche di un colore caratteristico dei decessi per avvelenamento. Sui volti, in particolare sulla bocca, permane un leggero sentore di cloroformio che fa pensare siano state addormentate, probabilmente per agevolare la somministrazione, per via arteriosa, del veleno. Ho accertato anche l’assenza di tracce di violenza carnale”.
Colli e Maselli tornarono in commissariato e l’ispettore si diresse verso la stanza di Sandrelli.
“Ho parlato poco fa con Martelli. Mi ha confermato il forte sospetto che i decessi siano avvenuti per avvelenamento e che nessuna delle donne ha subito violenza sessuale. Tu cosa hai saputo dalla sorella di Monica?”.
“Niente commissario. Sembra che fosse il ritratto della felicità.

Qualche mese dopo che il marito aveva dovuto lasciare il lavoro, si accorse di aspettare un altro bambino ma a causa della situazione economica, dovette prendere la dolorosa decisione di rinunciare al quinto figlio. Ci mise un po’ a riprendersi ma poi riuscì a tornare quella di sempre”.

Sandrelli rimase un attimo pensoso.

”Non sembra anche a te che quel taglio sul ventre di Monica potrebbe avere a che fare con l’aborto?”.
“Sì, potrebbe trattarsi di un gesto simbolico, ma allora anche le altre due….”
“Esatto, bisogna sapere dai loro familiari se anche Alice e Chiara hanno abortito volontariamente. Se così fosse potremmo avere il movente”.


Alle nove del mattino, Colli era seduto su un divano e di fronte a lui, su una comoda poltrona di pelle nera, c’era Marco Allevi che fumava una sigaretta con espressione rabbiosa.

“Non le nascondo, ispettore, che se avessi tra le mani chi ha ucciso mia moglie e le altre due donne, diventerei io stesso un assassino. Non avrei incertezze e sarei spietato come lo è stato lui con tre donne indifese”.
"Il commissario ha parlato con il medico legale che è quasi certo che siano state avvelenate. Per esserne sicuri bisogna attendere l’esito delle analisi”.
“Avvelenate!"

“Infatti, tutto lascia pensare che non si tratti del classico serial killer che opera in maniera cruenta e lascia scie di sangue dietro di sé. La scena del crimine dava l’impressione di trovarsi davanti a qualcosa che somigliava a un rito.

Abbiamo azzardato un’ipotesi ma per avere un’ulteriore conferma ho bisogno di rivolgerle una domanda. Sua moglie ha mai avuto un aborto procurato?”.
“Sì, Alice un anno fa ha deciso di interrompere una gravidanza. Volevamo dei figli ma in quel momento aveva bisogno di dedicarsi esclusivamente al suo lavoro. Stava piantando le basi per costruire una carriera di successo, era davvero importante per lei ed io compresi le sue motivazioni."

“Dove ha abortito sua moglie?”
“Oh in una clinica molto distante da qui, vicino al Gianicolo. Alice aveva un’amica che lavora in quella clinica e le aveva assicurato che lì avrebbe avuto tutta l’assistenza necessaria”.



Quando tornò in commissariato, Colli trovò importanti novità ad attenderlo.
Sandrelli lo chiamò e gli disse che il medico legale aveva telefonato poco prima.
“Abbiamo i risultati delle analisi che confermano la presenza di una dose letale di aconitina e di alcol nel sangue delle tre donne”.
“Aconitina? Non conosco questo veleno”.
“Si estrae da una pianta. È uno dei veleni più potenti che si conoscano e non ha antidoto.

Da quello che mi ha riferito Martelli, quelle povere donne hanno sofferto non poco prima di morire anche perché, con questo veleno, la coscienza rimane lucida fino alla fine”.
"Anche Alice Casali ha interrotto una gravidanza un anno fa. A questo punto non credo si possa parlare di coincidenze. Quei tagli sul ventre indicano la volontà dell’assassino di punire i grembi che hanno rifiutato di accogliere e far nascere delle nuove vite.
Ora il problema è capire chi potesse essere informato che le tre donne erano ricorse a una interruzione di gravidanza." disse Colli

“Quelle donne, però, non si conoscevano, quindi si tratta di qualcuno che non fa parte né della cerchia familiare, né delle amicizie.

Nel frattempo cerchiamo di sapere se anche Chiara ha abortito. Se l’ha fatto, c’è la possibilità che i genitori non ne siano a conoscenza. Tu, comunque, devi andare a parlare con loro perché anche se Chiara non ne ha parlato in casa, può averlo fatto con un’amica e in questo caso dobbiamo sapere se c’è qualche ragazza con cui aveva un’amicizia più stretta”.

Furono interrotti dal sovrintendente Renzi che, dopo aver bussato ala porta, entrò dicendo che una donna aveva chiesto di parlare con chi si stava occupando degli omicidi delle tre donne.

Colli si alzò e andò verso la sua stanza, dove trovò una donna seduta di fronte alla scrivania.
Era sui quaranta anni, ben vestita e molto curata. Una bella donna, molto esile e dallo sguardo ansioso.
Colli le tese la mano e lei si presentò.
“Mi chiamo Michela Boschi, sono una parrucchiera. Ho un negozio in via Rossini. Ho deciso di venire qua perché ho letto che, chi sta indagando sulla morte delle tre donne trovate a Villa Borghese, cerca qualcosa che possa accomunarle”.
"Lei è qui perché può aiutarci?”

“Non saprei dire se ciò che sto per riferire può essere d’aiuto, ma tutte e tre le donne uccise erano mie clienti ma non si conoscevano e non credo si siano mai trovate nel mio negozio nello stesso momento. Avevano orari diversi.

Monica la conoscevo da oltre vent’anni. Posso dire che la nostra, era una conoscenza che andava oltre il rapporto che si ha con una cliente. Eravamo amiche, anche se non ci siamo mai incontrate fuori dal negozio, ma lei sapeva quanto le fossi affezionata e che poteva contare su di me quando aveva bisogno di un supporto o se sentiva il bisogno di confidarmi qualcosa. "

“Monica le ha mai confidato qualcosa che lei ritiene possa essere utile per le indagini? Le ha mai detto di essere preoccupata per qualcuno o per qualcosa?”

“No, anche ultimamente era sempre tranquilla."

“Anche in Alice e Chiara non ha notato niente di diverso dal solito?”

"No, se avevano qualche problema, me ne parlavano ma neppure in loro ho riscontrato dei cambiamenti nell’umore e nello stato d’animo”.
“Le hanno mai confidato di aver interrotto una gravidanza?” disse di getto Colli per vedere la sua reazione istintiva.
Lei sembrò improvvisamente a disagio, come se non fosse certa di voler rispondere con sincerità, poi pensò che dire la verità avrebbe costituito solo la conferma che l’ispettore stava cercando.
“Si me l’hanno detto. Tutte e tre”


Colli stava riferendo a Sandrelli il colloquio avuto con Michela Boschi.

"Questo negozio è l’unico luogo frequentato da tutte e tre le vittime. I tagli sul ventre sono certamente da collegare agli aborti che, da quanto ho saputo, sono avvenuti in luoghi diversi quindi sono da escludere medici o paramedici obiettori di coscienza che possano aver visto le tre donne come carnefici dei loro figli mai nati. Sono sempre più convinto che, per quanto possa sembrare assurdo, il movente dei tre omicidi sia proprio il fatto che le tre donne avevano rifiutato una gravidanza. Quindi, volendo tracciare un profilo psicologico del killer, lo definirei uno psicopatico con probabili manie religiose." disse Sandrelli.

"Potrebbe essere una falsa pista ma io seguirei quella del negozio di parrucchiere. In fondo si tratta dell’unico posto frequentato dalle tre donne e, almeno per Michela Boschi, non era un segreto che le vittime avevano avuto aborti procurati.”


Marina Mazzanti non riusciva a sganciare quel pensiero.

Sapeva che non era compito suo trovare l’assassino di sua sorella ma aveva deciso che non sarebbe rimasta ad aspettare eventuali risposte dagli investigatori, non ci sarebbe riuscita.
Doveva capire da dove partire e poi si sarebbe messa in gioco, avrebbe iniziato la sua caccia all’assassino parallelamente alla polizia e nessuno lo avrebbe dovuto sapere perché non voleva bastoni tra le ruote e doveva essere libera di agire indisturbata.
Decise che avrebbe parlato con l’ispettore per sapere se c’erano novità e se ci fossero state, sarebbe partita da lì.



Colli e l’immancabile sovrintendente, arrivarono all’indirizzo che Michela Boschi gli aveva dato.

“Il negozio si sviluppa su due piani, ha voluto fare le cose in grande la signora Boschi” disse Colli entrando nel locale.
Un uomo si avvicinò a Colli e a Maselli e rivolse loro un sorriso forzato.
“Buongiorno, posso esservi utile?”
“Sì, vorremmo parlare con la signora Boschi” disse Colli mostrando il distintivo.

Michela Boschi era seduta davanti ad una grande scrivania e stava lavorando a un PC.

“Salve ispettore. Non mi aspettavo proprio di vederla arrivare qua ma immagino che abbia qualcosa di importante da dirmi”.
“Sono venuto, insieme al mio collega Maselli, per chiederle un elenco completo delle persone che lavorano in questo negozio. È necessario che io parli con tutti quelli che hanno conosciuto le vittime”.

“Va bene ispettore. Le stamperò l’elenco completo dei miei dipendenti con i loro indirizzi e numeri di cellulare. Mi dia qualche minuto”.

Prima di andar via, chiesero all'uomo che li aveva accolti di passare in centrale verso le diciannove e trenta.

Colli e Maselli uscirono dal locale e, in macchina, lessero l’elenco che la Boschi aveva fornito.
“Sono due gli uomini che lavorano lì. Uno si occupa delle chiome, l’altro del settore estetico. Iniziamo da loro, naturalmente”.

Il mattino seguente Colli arrivò in commissariato in leggero ritardo.

Sentì bussare e subito dopo, vide la faccia di Maselli sbucare dalla porta.
“Mi sono permesso di fare una telefonata al negozio della Boschi e di convocare uno dei due maschietti, quello che si occupa dei capelli. Sarà qui alle diciannove e trenta. Si chiama Daniele Crespi."

Colli sentì di nuovo bussare alla porta e questa volta era la collega di turno alla portineria che avvisò l’ispettore che la sorella di una delle vittime voleva parlare con lui.
Maselli uscì dalla stanza e Marina Sabatini entrò salutando Colli.
“Ispettore non sono qui per farle perdere tempo ma vorrei sapere se ci sono novità sulle indagini. Non riesco a stare in casa in attesa di notizie. Mi perdoni ma sento la necessità di essere a conoscenza di ogni eventuale evoluzione”.
“Una novità c’è e la ritengo una buona base di partenza. Abbiamo trovato un elemento che accomuna le vittime. Tutte e tre frequentavano lo stesso salone di bellezza, pur non conoscendosi tra di loro”.

“Grazie Ispettore e sono certa che lei mi capirà se tornerò qui per essere aggiornata sulle ultime novità, sempre che lei possa riferirmele”.

Colli chiese a Renzi di convocare i genitori della ragazza più giovane e loro non ebbero alcuna esitazione, dopo circa un'ora erano lì.

L'ispettore sapeva che stava per far loro una domanda delicata che li avrebbe potuti sconvolgere ma anche queste cose facevano parte del suo lavoro.

"Mi scuso per avervi fatto venire qui in tutta fretta ma c'è una domanda che mi è difficile farvi ma ne sono costretto ai fini delle indagini. Vostra figlia Chiara ha per caso avuto un aborto procurato?"

I due si guardarono negli occhi stupiti e affranti ancor di più per dover parlare ancora di quella brutta vicenda.

"Sì, sei mesi fa. Si è trattato di una cosa non voluta, il suo ragazzo sarebbe stato disposto a sistemare le cose ma noi ci siamo opposti e abbiamo convinto Chiara a rinunciare a quella gravidanza."

"Vi ringrazio e non voglio aggiungere altro. Capisco il vostro stato d'animo in questo momento."


Marina non aveva alcuna intenzione di condividere ciò che aveva in mente di fare con nessun’altra persona al mondo. Si guardò allo specchio, cercando di scorgere un barlume di follia nel suo sguardo, ma vedeva solo l’espressione di una donna ferita e risoluta.
Il personale del salone che Monica frequentava, era sicuramente a conoscenza che lei aveva una sorella ma nessuno l’aveva mai vista quindi non potevano avere idea di quale fosse il suo aspetto.

Parcheggiata l’auto nei pressi del salone, Marina fece un profondo respiro ed entrò.
Una ragazza sui trent’anni le venne incontro sorridendo e prese la giacca che Marina si era sfilata.
“Che cosa deve fare signora?”.
“Un po’ di tutto. Taglio, colore, colpi di sole e piega”.
Dopo il lavaggio fu fatta accomodare su una poltrona e un uomo dall’espressione seria e di poche parole iniziò a pettinarle i lunghi capelli bagnati, prima di iniziare il taglio.
Prese un giornale, che aveva in precedenza scelto, e iniziò a leggere.
Ovviamente aprì la pagina del quotidiano in cui si trovava un articolo riguardante l’uccisione delle tre donne.
“Che cosa terribile! Ha saputo di quelle tre poverette trovate morte da un giardiniere a Villa Borghese?”.
“Sì, certo. Tutti ormai sono a conoscenza di questo incredibile triplice omicidio. Noi qui ne siamo rimasti particolarmente colpiti perché le vittime erano nostre clienti.

Le conoscevo, soprattutto una di loro, perché era una nostra cliente da molto tempo”

Marina ebbe l’impressione che il tono usato dall’uomo fosse troppo distaccato e freddo e che la morte di Monica, perché era sicuramente lei la donna cui lui si era riferito, non lo avesse colpito come aveva appena affermato.
“Posso sapere il suo nome?”

“Mi chiamo Daniele”.
“Io Martina e da oggi mi affiderò solo alle sue mani”.
Aggiunse una lettera al suo nome perché non voleva essere collegata in alcun modo a Monica.
Quando ebbe finito di tagliare i capelli a Marina, Daniele la affidò a una ragazza perché proseguisse il lavoro.
Dopo essersi sommariamente conosciute, Marina decise che era il momento di rivolgere anche alla ragazza, qualche domanda sulle tre clienti morte tragicamente.
“Ho saputo da Daniele che le tre donne uccise erano vostre clienti abituali. Non deve essere facile accettare una realtà così crudele. Probabilmente si tratta di un serial killer che uccide a caso, senza un motivo preciso. Ci sono stati molti casi di questo genere. È l’unica ipotesi che si possa fare perché non credo che quelle donne avessero qualcosa in comune”.
“In realtà una cosa in comune l’avevano ma non credo proprio possa essere il motivo per cui sono state uccise”.

“Quale sarebbe questa cosa, se non sono indiscreta?”
“Ecco…una cosa molto personale, che tutte e tre avevano confidato a Daniele e a me, in tempi diversi, ovviamente. Ognuna di loro, per validi motivi, aveva avuto aborti procurati ma per carità, che rimanga tra noi due, alla signora Boschi non piacciono quelli che lei chiama pettegolezzi”

“Chi è la signora Boschi?” chiese Marina pensando che lei non dovesse essere a conoscenza del nome della proprietaria.
“La titolare. Una brava donna ma desidera si rispettino certe regole”.

Colli guardò l’orologio, misero e antiquato, che era sulla parete di fronte a lui.
Mancavano pochi minuti alle diciannove e trenta e Daniele Crespi sarebbe arrivato lì a momenti.
Maselli entrò annunciando l’arrivo dell’uomo che stava aspettando.
“Si sieda signor Crespi e mi dica tutto quello che sa delle tre donne."

“Tutte e tre le vittime avevano, recentemente, passato un pessimo periodo. In tempi diversi, Monica, Chiara e Alice mi hanno confidato di aver abortito. Ognuna di loro per un motivo diverso, ma rinunciare a portare avanti la gravidanza è sembrato a tutte e tre, l’unico modo per uscire da una situazione che avrebbe procurato loro molti problemi”.
“E il loro comportamento, negli ultimi tempi in cui le ha viste, era lo stesso di sempre? Nessuna di loro tradiva nervosismo, inquietudine?”.
“No ispettore. Io non ho notato nessun cambiamento in loro, a parte lo sconforto per aver dovuto prendere la decisione che le ho appena detto”


Marina si era momentaneamente trasferita in casa del cognato perché, essendo l’unica a non avere impegni familiari, desiderava assisterlo nelle faccende domestiche e far trovare una cena sostanziosa a lui e ai ragazzi. Voleva soprattutto stare vicina ai quattro nipoti che non erano più gli stessi da quando la loro mamma non c’era più.

“Marina che hai fatto? Non sembri nemmeno più tu!” disse suo cognato.
“Ho rinnovato il mio look, cosa che ha fatto male al mio portafoglio ma bene al mio spirito”.
Finita la cena, Paolo e Marina rimasero soli al tavolo del soggiorno.
“Sono stata in commissariato e ho parlato con l’ispettore. C’è una novità per quanto riguarda le indagini. Hanno trovato il punto in comune tra Monica e le altre due donne. Frequentavano tutte e tre lo stesso salone di bellezza, anche se non si conoscevano tra di loro. Questo è, per l’ispettore, un buon punto di partenza”

Paolo rimase un attimo pensieroso poi disse: “Significa che l’assassino è qualcuno all’interno di quell’attività?”

“Già, ma su chiunque si puntino i sospetti bisogna avere le tre cose essenziali per incriminare qualcuno. Movente, opportunità e prove. Le prime due sono le più facili da scoprire ma poi è necessario anche trovare le prove che inchiodino una persona."


Appena Paolo e i ragazzi se ne andarono, ognuno alle proprie attività, Marina si diresse verso il bagno, fece una doccia e si preparò per uscire.
Sapeva che questa volta avrebbe rischiato e molto. Sapeva anche che, se pure non fosse stata scoperta, difficilmente sarebbe riuscita a ottenere l’informazione che le occorreva, ma non c’era altro modo per averla. Almeno a lei, finora, non era venuto in mente nient’altro. Aveva cercato su internet, aveva cercato su facebook ma non aveva trovato niente.
Parcheggiò la macchina ed entrò nel salone.

“Signora che è successo? Non è soddisfatta del lavoro che le abbiamo fatto?”.
“Tranquilla Loredana, non è per questo che sono qui. Dovrei parlare con la signora Boschi perché vorrei iniziare a fare dei trattamenti estetici”

Salirono al piano superiore e la ragazza la fece entrare in una grande stanza dove, seduta a una scrivania, c’era Michela Boschi.
“Si accomodi signora….?”.
“ Martina Barbieri”.
“Che cosa vorrebbe fare signora Barbieri?”
Marina cercò di pensare a qualcosa che non avrebbe dilapidato il suo conto in banca.

"Per ora vorrei fare una profonda pulizia del viso e delle sedute per reidratare la pelle.”

Marina si toccò la fronte e restò qualche istante con la testa bassa, senza parlare.
Michela la guardò preoccupata e chiese: “Si sente bene signora?”.
“Veramente no. Mi scusi, ma ho uno dei miei soliti cali di pressione”.
“Che cosa assume in questi casi?”
“Di solito mi basta una bustina di zucchero o un caffè molto dolce”
“Se le basta un caffè glielo porto subito. Mi dispiace lasciarla qui da sola ma i ragazzi sono tutti occupati e le clienti si spazientiscono se interrompono il loro lavoro”.
“Non si preoccupi, anzi, lei è gentilissima”.
Questo fu un vero colpo di fortuna, perché il timore di Marina era proprio che il caffè lo facesse portare da uno dei suoi ragazzi e a quel punto non avrebbe saputo che altro inventare per far allontanare Michela dalla stanza.
Appena la donna uscì, Marina si precipitò al PC sperando di avere la stessa fortuna.
Era pratica di computer, ci lavorava tutti i giorni da anni, ma ognuno aveva un diverso modo di impostare le attività.
Cercò l’elenco del personale e lo trovò subito.
Daniele Crespi – Via Nomentana 1112 – 00137 ROMA
Un paio di minuti dopo, Michela entrò con un bicchierino di plastica con il caffè.
“Le ho portato quattro bustine di zucchero. Ne metta quanto le occorre”.
“La ringrazio, è stata davvero cortese”.
Ora aveva fretta di andarsene e, con la scusa del malessere, salutò la Boschi dicendole che l’avrebbe chiamata in settimana per prendere un appuntamento.

Prima di uscire, Marina si guardò allo specchio e, per un attimo, pensò che probabilmente stesse impazzendo.
Si vide ridicola e grottesca con quella tuta nera felpata e attillata, il cappello di lana, nero anch’esso, nel quale aveva raccolto i capelli, calato quasi fino agli occhi.
Poi pensò al motivo per cui stava facendo tutto questo e non ebbe più dubbi.
Salì in macchina, impostò il navigatore sul cellulare e partì.
Voleva arrivare il più presto possibile ma, allo stesso tempo, temeva il momento in cui si sarebbe trovata lì, sola, al buio e senza nemmeno uno straccio di piano.

“Sei arrivato a destinazione” la voce del navigatore la fece sobbalzare.

Frenò e, procedendo a passo d’uomo, cercò il civico.
Lo vide e, prima di parcheggiare davanti alla casa, spense i fari.
Guardò la casa e vide che era a un solo piano, con un cancello di legno verde e un muretto di recinzione di tufo alto circa un metro e mezzo.
Raccolse tutto il suo coraggio e tirò fuori tutta la determinazione che derivava dall’odio che provava nei confronti di chi aveva ucciso sua sorella e le altre due donne.
Mise un piede in una delle fessure nel muro e fece forza sulle braccia, fin quando non si trovò seduta sul muro.
Ora doveva solo saltare giù cercando di non farsi sentire.
Era riuscita a entrare nel giardino senza fare rumori ma si voltò, comunque, immediatamente verso la finestra illuminata.
L’ombra era ferma, in piedi con la testa bassa, sembrava avesse le mani giunte.
Si addossò alla parete avvicinando il viso alla finestra, quel tanto che bastava per guardare anche con un solo occhio.
Daniele Crespi stava veramente pregando. Era in piedi davanti a una sorta di tabernacolo e sembrava così intento nelle sue orazioni, che Marina ebbe l’impressione che non si sarebbe accorto di lei nemmeno se fosse entrata direttamente in quella camera.
In quel momento le sembrò tutto assurdo e surreale.
Era lì per seguire le mosse di uno spietato e pervertito serial killer e invece si trovava a spiare un uomo che pregava.
In quel momento Daniele iniziò a spogliarsi.
Si sfilò la maglia e la depose sul letto, quindi cominciò a sbottonare i jeans.
Marina aveva ormai deciso di andarsene, silenziosamente com’era arrivata, quando vide qualcosa che la bloccò.
Daniele aveva tolto i pantaloni ed era rimasto con dei boxer e sulla sua coscia destra era visibile qualcosa di strano, che Marina non aveva mai visto prima e che non capiva cosa potesse essere.
Un cerchio metallico era avvolto sulla sua gamba e, sul momento, Marina pensò che dovesse trattarsi di uno strumento ortopedico.
Guardò con maggiore attenzione e, quando Daniele con pochi gesti lo tolse, Marina vide la pelle arrossata lì dove prima si trovava quel cerchio e capì.
“Usa il cilicio?” pensò Marina incredula.
“Allora è un prete o qualcosa di simile!” era confusa e sconcertata.
Non sapeva proprio cosa pensare, quando lo vide prendere un oggetto e il suo stupore crebbe ancora di più.
Si trattava di un frustino con più code e all’estremità di ciascuna, c’era un nodo.
Marina intuì cosa stesse per vedere e, infatti, Daniele iniziò a colpirsi sulla schiena mentre pronunciava delle parole che lei non riuscì a distinguere.
Furono una oltre una decina, le frustate che Daniele s’inflisse, e quando ebbe finito, Marina vide la sua schiena arrossata ma lui sembrava non sentisse alcun dolore.
Non doveva essere stata una fustigazione particolarmente severa, piuttosto qualcosa di simbolico e rituale.
Daniele tornò a inginocchiarsi davanti al tabernacolo e riprese le sue preghiere.

Marina pensò di aver visto abbastanza e, sicuramente, ora non sarebbe avvenuto più niente che a lei potesse interessare.
Probabilmente aveva scoperto qualcosa che avrebbe suscitato l’interesse dell’ispettore, ma non sapeva proprio come spiegare il modo in cui lo era venuto a sapere.


Marina aveva passato ore al PC facendo ricerche e alla fine era riuscita ad avere alcune informazioni di cui non era a conoscenza.
Probabilmente Daniele Crespi era un membro dell’Opus Dei.

Come aggregato laico il suo compito principale sarebbe stato quello di divulgare l’Opera nel mondo.
Non c’era dubbio, quindi, che Crespi facesse parte di questa congrega, considerata l’ala integralista della Chiesa cattolica.

Aveva anche letto toccanti testimonianze di persone che ne erano uscite, ferite nel corpo e nella mente, a causa delle insopportabili restrizioni, del forzato isolamento dall’ambiente familiare, delle forti pressioni verso chi manifestava sintomi di ribellione, cui seguivano ricatti morali.
Ma quanto poteva incidere tutto questo nella psiche di una persona? Era mai possibile che Crespi avesse abbracciato e poi estremizzato questi indottrinamenti al punto da diventare assassino per un’ideologia religiosa, alla pari dei terroristi islamici?


Alle nove di mattina di una frizzante domenica d’inizio dicembre, Michela Boschi lavorava nel suo giardino estirpando tutto ciò che restava della precedente fioritura.
In un angolo, sotto il patio, faceva bella mostra una grande carriola che conteneva due o tre vasi di edera ricadente e, ai lati della porta di un grande magazzino in legno, due anfore con l’erica.
Nel silenzio di un giorno festivo in campagna, si sentì forte il rombo di una moto che si fermò in prossimità del cancello e, poco dopo, il suono del citofono.
Daniele stava percorrendo il vialetto che portava alla casa mentre si toglieva il casco.
“Non ti aspettavo così presto ma va benissimo, anche perché immagino che dopo avrai da fare”.
“Infatti, alle dodici mi attendono in prelatura”.
“Daniele vado subito al punto, anche se immagino che tu già sai che cosa mi affligge. Il nostro locale è diventato il fulcro delle indagini e da quando sono andata in commissariato per informare che quelle tre donne erano nostre clienti, non c’è giorno che la polizia non ci faccia visita e questo non va bene”.
"Hai ragione però, io che sto a contatto con le clienti, posso dirti che, nella maggior parte dei casi, le visite della polizia, suscitano più curiosità che disagio."
“Sì di gente nuova ne ho vista e ho anche capito che vengono da noi per soddisfare una curiosità che definirei morbosa, il problema è che non vorrei perdere le nostre clienti abituali”.
“Non le perderemo. Del resto noi, con l’uccisione di quelle poverette non c’entriamo niente."

Michela fece terminare la conversazione, offrendo a Daniele un’abbondante colazione e, da quel momento, i loro discorsi riguardarono solo faccende di lavoro.
Il lunedì successivo, Colli arrivò in commissariato e entrò subito nella stanza del commissario.

“Dobbiamo partire dal presupposto che gli omicidi non sono avvenuti nel luogo dove sono stati trovati i cadaveri.
Probabilmente ognuna delle vittime è stata rapita o tratta in inganno e poi portata in un luogo, dove l’assassino ha avuto la possibilità di narcotizzarla, somministrare il veleno e poi conservare i primi due corpi in un posto dove non iniziasse la decomposizione, quindi deve disporre o di una cella frigorifera o di un grosso pozzetto al quale ha regolato la temperatura in modo che i cadaveri non congelassero.
Il problema consiste nel fatto che non otterremo dei mandati per fare perquisizioni se non riusciamo a trovare i presupposti che li giustifichino." disse Sandrelli.

Bussarono alla porta e Renzi entrò con espressione sconcertata.
“Ispettore, proprio ora è arrivata questa” e porse a Colli una busta.
Lui la prese e guardò stupito Renzi.

“Ma è una lettera anonima!” esclamò Colli.

“Già. La busta è stata scritta con un normografo e immagino che anche per il contenuto sia stato usato lo stesso strumento”.
Colli prese la busta e la aprì lentamente, quindi estrasse il foglio e lesse:
“SE FOSSI IN VOI CONTROLLEREI DA VICINO IL SIGNOR DANIELE CRESPI.
È UN MEMBRO DELL’OPUS DEI E USA CILICIO E FUSTIGAZIONE, OLTRE AD AVERE UNA SORTA D’ ALTARE NELLA SUA CAMERA.
È UN CATTOLICO INTEGRALISTA, UN FANATICO, FORSE UN ESALTATO ED È L’UNICO UOMO CHE FOSSE A CONOSCENZA CHE LE VITTIME AVEVANO INTERROTTO LE LORO GRAVIDANZE”

“Che cosa ne pensa ispettore?”
“Per prima cosa mi chiedo chi possa averla scritta e come abbia potuto fare riferimento agli aborti, poiché di questo legame tra le vittime non abbiamo fatto parola con la stampa. Ritengo presumibile, quindi, che a farlo, sia stato qualcuno che lavora in quel locale e che conosce Crespi e la sua vita privata.
"A me sembra una figura inquietante questo Crespi. Un soggetto fuori dagli schemi comuni” disse Maselli.
“Certamente tutto questo getta un’ombra su di lui, tuttavia la considerazione che dobbiamo fare è che gli omicidi sono avvenuti in un luogo diverso da quello in cui le vittime sono state trovate. Bisogna tenere conto del fatto che l’omicida ha tenuto due corpi conservati in un luogo refrigerato, quindi dovremmo scoprire chi ha avuto questa possibilità” disse Sandrelli.
“Andiamo a fare una visita a casa di Crespi e, anche se non abbiamo un mandato, potremmo guardarci intorno e vedere se ha un grosso pozzo frigorifero”

“La motivazione per andare a casa di Crespi, quale potrebbe essere?” chiese Maselli.
“Una cazzata qualsiasi. Per esempio potremmo creare un falso sospettato, Mirko Volpi, il ragazzo che lavora al piano di sopra come massaggiatore."

“Mi sembra ragionevole”.


Domenica mattina, di buon’ora, Daniele Crespi era in tuta da ginnastica, nel suo piccolo giardino, a fare flessioni su una stuoia.

Alla trentesima flessione si alzò per andare a bere un integratore posto su un piccolo tavolo da giardino quando sentì il citofono suonare.
Non aspettava nessuno e cercò di sbirciare attraverso le fessure del cancello ma riuscì a vedere solo che si trattava di almeno un paio di persone.
Si avvicinò e premette il pulsante dell’apricancello.
“Buona domenica signor Crespi. Se lo permette e se non ha da fare, vorremmo scambiare qualche parola con lei”.
“Entrate. Stavo facendo un po’ di ginnastica”.
Crespi non parve stupito dall’arrivo dei due poliziotti, quasi se lo aspettasse.
Mentre percorrevano il breve vialetto, Colli si guardò intorno e vide un piccolo giardino e una casetta di dimensioni modeste. All’esterno non c’era nulla oltre un tavolino e due sedie e una panca posta sotto una siepe.
Entrarono in un soggiorno all’americana arredato con gusto vagamente etnico, con alcuni batik appesi alle pareti, un tappeto multicolore davanti al divano e alcune statuette di legno raffiguranti indigeni africani.
“Una casa graziosa, per quel che vedo. Della giusta grandezza per una persona che vive sola”. disse Colli.
"Venite, vi faccio vedere il resto anche se rimane ben poco da vedere è una casa molto piccola."

L'ispettore perquisì con sguardo attento ogni angolo della casa ma non vide pozzi frigo.

A quel punto avrebbero potuto terminare lì la loro visita, ma dovevano in qualche modo giustificarla.
Tornati in soggiorno, Colli disse: “Vorrei che mi parlasse del suo collega, Mirko Volpi. Ho avuto un colloquio con lui ma è stato breve, mi è sembrato sfuggente, come se avesse delle reticenze a parlare con la polizia”.

“Mi stupisce che lei dica questo. Mirko è un ragazzo molto disponibile, aperto e sicuramente non ha proprio nulla da nascondere. Conosceva superficialmente le vittime poiché lui non instaura mai un rapporto confidenziale con le sue clienti”.
“Lei sa se Volpi è a conoscenza che le tre donne avevano avuto aborti procurati?”.
“Non credo. Io non gliel’ho mai detto e non penso l’abbiano fatto le mie colleghe. No, sono sicuro che non lo sappia”.
“Un’ultima cosa, signor Crespi. Lei possiede solo questa casa?”.
“Sì, e le assicuro che mi ritengo fortunato ad aver avuto la possibilità di acquistarla. Non sono abbastanza ricco da potermi permettere una seconda casa”.
Tornati in macchina, Colli e Maselli si trovarono d’accordo sul fatto che quella casa non poteva essere stata la scena del crimine.
“Speriamo che non abbia una baracca dotata di corrente elettrica. In tal caso, ci avrebbe fregati ispettore”.
“Per averla deve possedere un terreno. La baracca potrebbe non essere accatastata ma il terreno sì. Faremo un controllo così ti tranquillizzi”.


Se non le fosse accaduta quella tragedia, Marina non sarebbe stata il tipo da rendersi invadente, soprattutto in un commissariato.
Era di nuovo lì, davanti quel portone, intenzionata a estorcere informazioni sugli sviluppi delle indagini.
Voleva, soprattutto, sapere se, dopo aver ricevuto la sua lettera anonima, avessero scoperto qualcosa riguardo Daniele Crespi.

“Buongiorno ispettore, come le avevo promesso, sono qui” disse Marina sfoggiando quel sorriso che sapeva quanto di solito, riuscisse a essere accattivante.

“Le posso dire che, in seguito a una segnalazione anonima, abbiamo ritenuto opportuno, verificare alcune cose riguardo Daniele Crespi, ma non abbiamo scoperto nulla che potesse fare di lui un sospettato”.

Marina uscì dal commissariato profondamente delusa e frustrata. Aveva rischiato molto per non ottenere nulla, eppure le sembrava impossibile che quella figura così inquietante, che si dedicava a pratiche discutibili e fuori dagli schemi comuni, non destasse nessun sospetto.

“Commissario, in quella casa non esiste un buco, dove Crespi possa aver piazzato un pozzo frigo.
L’unica cosa da prendere in considerazione, è quella che le donne siano state uccise e riposte al freddo altrove. Se Martelli è certo che lo stato di conservazione delle prime due donne uccise non coincide con il momento della morte, dobbiamo puntare su chi possa aver avuto la possibilità di ritardare il processo di decomposizione di due cadaveri. Solo chi ha avuto la possibilità di servirsi di un pozzetto o una cella frigorifera può essere riuscito a farlo”.

“Che cosa intendi fare per sapere se Crespi possiede un locale, un capanno o qualsiasi altro tipo di edificio dove gli sarebbe stato possibile uccidere le donne e metterle in un frigo?”
“Il sistema più ovvio sarebbe quello di fare una ricerca catastale."

“Bene Colli, procedi”


Maselli entrò nella stanza del suo superiore con un paio di fogli in mano: “Abbiamo la copia del certificato del catasto, ispettore”.
“Fammi vedere” Colli lesse quanto riportato, poi li restituì a Maselli.
“Come immaginavo, non risulta nessun’altra proprietà a nome di Daniele Crespi”.
“La signora Boschi, che è sua amica, non potrebbe essere a conoscenza di qualche proprietà di cui lui usufruisce ma che non ci risulta perché non intestata a lui?”.
“Forse. Prima di metterlo in stretta sorveglianza, la qual cosa potrebbe portarci via anche dei mesi, meglio tentare di chiedere alla signora”.

Usciti dal commissariato, Colli e Maselli si diressero verso il salone.
Colli e il suo assistente entrarono nel salone e furono accolti, come sempre, dall’immancabile Loredana.
“Salve ispettore, che cosa possiamo fare oggi per lei?”.
“Avremmo bisogno di parlare con la signora Boschi”.
“Non è venuta oggi, ha preso un giorno di riposo perché non si sente molto bene”.
“La possiamo trovare a casa, immagino”.
“Sì ma solo se si tratta di una cosa davvero importante, perché quando sta male, non gradisce visite, soprattutto in questo caso…”.
“Capisco che non le farà piacere vederci ma, in effetti, si tratta di una cosa urgente”.


Arrivarono alla villetta e suonarono al videocitofono. Rispose un uomo.
“Buongiorno ispettore, se è venuto per parlare con mia moglie devo dirle che, purtroppo, non è nelle condizioni di riceverla. Non sta bene”.
“Lo so ma si tratta solo di alcuni minuti. Devo semplicemente fare una domanda a sua moglie”.
“Va bene ispettore ma non le garantisco che accetterà di parlarle”.
Il cancello si aprì e il marito della Boschi andò incontro ai due uomini.
“Sono Stefano, il marito di Michela”
“Io sono l’ispettore Colli e lui è il mio collega Maselli”.
“Mia moglie soffre saltuariamente di crisi depressive. Per fortuna la fase acuta, dura non più di due o tre giorni, poi torna alla normalità”.
“Non lo sapevo e mi scuso per aver insistito, ma si tratta di una cosa urgente ai fini delle indagini”.
S’incamminarono lungo il vialetto e Colli notò come tutto fosse in perfetto ordine in quel giardino.

I vasi di edera posti nella carriola vicino al magazzino, erano ancora più rigogliosi e le estremità dei rami, arrivavano quasi a toccare il terreno.

Entrarono in casa e Stefano disse: “Aspettate qui. Vado a parlarle”.
Passò un tempo che a Colli sembrò interminabile, ma finalmente Stefano scese dalle scale che portavano al piano superiore della casa: “Michela ha detto che se si tratta solo di una domanda vi risponderà. Forse è preferibile che vada solo lei ispettore”.
Colli salì le scale, preceduto da Stefano, e si trovò in un corridoio sul quale vi erano diverse porte chiuse.
Il marito di Michela ne aprì una lentamente e disse: “Michela l’ispettore è qui”.
Entrarono entrambi nella stanza e Colli vide la Boschi come non l’aveva mai vista.
Sembrava ancora più piccola e minuta in quel grande letto e, senza un filo di trucco e con il viso pallido, gli appariva più giovane e indifesa rispetto alla donna che aveva visto fino allora.
“Venga ispettore, si sieda su questa poltrona, ma non mi faccia parlare troppo, ho una grande confusione nella testa”.
“Mi spiace davvero che non stia per niente bene, signora Boschi e per questo, le ruberò pochissimo tempo.
Ho solo una domanda da porle. Lei sa se Daniele Crespi possiede altre proprietà, oltre a quella in cui abita? M’interessa sapere, anche se possiede una una casupola o un capanno”.
“Se avete dei sospetti su Daniele sbagliate, mi creda ispettore. La violenza non gli appartiene. Comunque sono certa che non possieda nient’altro oltre la sua abitazione.

Adesso che ci penso, il mese scorso mi chiese se poteva usare il mio magazzino per riporre provvisoriamente della mobilia che intendeva vendere. Se avesse avuto un capanno o qualcosa di simile non me lo avrebbe mai chiesto. Si trattava di poca roba che sarebbe potuta entrare ovunque”


“Caro Maselli, Crespi sembra proprio che non avrebbe avuto alcuna possibilità di tenere due cadaveri in frigo per alcuni giorni. È ambiguo, inquietante ma sembra proprio che non sia un assassino”

Marina aveva fatto le sue riflessioni: o la polizia stava sbagliando tutto o il fanatismo religioso di Daniele non aveva nulla a che fare con quei delitti, allora il suo interesse doveva spostarsi altrove.

Tralasciando le tre ragazze, decise di porre la sua attenzione su Mirko Volpi e Michela Boschi.
Avrebbe iniziato dalla titolare perché, anche se fosse stata del tutto estranea agli omicidi, era a conoscenza di fatti e persone più di chiunque altro.
Doveva parlare con lei, avere la possibilità di porle delle domande ma come cliente, non sarebbe stato possibile.
Il fatto che il triplice omicidio di Villa Borghese fosse un avvenimento di cui parlavano quotidianamente i mass media, le fece venire un’idea.
Era ancora più azzardata dell’intrusione nell’ufficio della Boschi per sbirciare sul suo PC, ma ormai niente avrebbe potuto fermarla, nemmeno il rischio di essere smascherata.
La sua intenzione era di fingersi una giornalista di un piccolo quotidiano a diffusione capillare e di andare a casa sua per un’intervista, uno scoop giornalistico dove veniva rivelato al grande pubblico che le vittime di Villa Borghese erano sue clienti.
Le avrebbe detto che aveva saputo la notizia da un suo contatto all’interno del commissariato e che era giusto che l’opinione pubblica ne venisse a conoscenza.
Avrebbe dato a quell’intervista, il valore della testimonianza di una persona che aveva avuto la possibilità di conoscere le vittime.
Un altro problema consisteva nel fatto che la Boschi la conosceva, quindi aveva bisogno di un valido travestimento.

Una parrucca biondo cenere, lunga e liscia, un paio di occhiali grandi e scuri, un cappellino di lana oversize, un rossetto rosso fuoco, dei jeans con lacerazioni ad arte, un maxipull bianco con il collo alto, unghie finte dello stesso colore del rossetto, un paio di camperos che, tra l’altro, desiderava da molto tempo. Spese una bella cifra ma pensò che ne valesse la pena.


Marina non entrò con le sue chiavi a casa di Paolo, ma suonò il campanello.
Lui aprì la porta, la guardò e rimase in attesa.
“Salve!” disse Marina.
“Buonasera, posso fare qualcosa per lei?”.
“Farmi entrare sarebbe una cosa opportuna”.
“Non la conosco. Se vuol dirmi cosa desidera…”.
“Paolo! Missione riuscita. Sono Marina, svegliati!” disse lei facendolo da parte ed entrando in casa.
“Quale sarebbe il motivo di questo travestimento?”.
“Prima che ti dica qualsiasi cosa, voglio la verità. Davvero non mi avevi riconosciuta?”
“Assolutamente no. Non somigli neppure alla donna che conosco”.
“Bene, era proprio ciò che volevo ottenere: essere irriconoscibile”.
“Lo sei. Ora spiegami il motivo di questa trasformazione, perché c’è sicuramente qualcosa che mi sfugge”.
“Paolo so che ti chiedo molto, ma fidati di me. Saprai tutto a tempo debito. Forse domani, ma per ora non voglio parlarne”.


Il mattino seguente, Marina compose il numero del cellulare di Michela Boschi.
“Pronto?” la voce di Michela non era vivace come il solito.
“Salve signora Boschi, mi chiamo Valeria Rampelli e scrivo per un quotidiano online che si sta interessando al caso delle tre donne uccise. Da un contatto che ho all’interno del commissariato, ho saputo che lei ha avuto l’opportunità di conoscere le vittime. Sarei molto interessata ad avere un colloquio con lei per descrivere, in un mio articolo, la personalità delle tre donne, in quanto, su di loro, non è trapelata nessuna notizia in merito”.
“Crede davvero che sia il caso? Per ora sono riuscita a evitare che la stampa sapesse che le vittime erano mie clienti e lei ora vuole addirittura farci un articolo?” rispose Michela con tono aggressivo.
“Perché no? Sarebbe anche un modo di fare pubblicità alla sua attività, e non sarebbe di certo negativa, tutt’altro!”.
L’idea di una forte spinta pubblicitaria del tutto gratuita al suo locale, fece riflettere Michela, che rispose con un tono molto più conciliante. “Purtroppo non sto molto bene da alcuni giorni. Se vuole parlare con me, dovrà venire a casa mia perché, per ora, evito di uscire”.
“Non è un problema, signora Boschi. Mi dica quando posso venire da lei”.
“Anche domani ma nella serata, andrebbe bene alle venti” rispose Michela, sapendo che l’angoscia che la attanagliava soprattutto il mattino ma anche durante la giornata, a quell’ora, di solito, si attenuava.
Quando arrivava la sera, sapeva di avere davanti a sé tante ore di sonno che l’avrebbero tenuta lontana dalle sue angosce.
Marina si guardò allo specchio per accertarsi che il travestimento fosse perfetto e, dopo aver sistemato gli ultimi dettagli, uscì da casa, in preda alla stessa agitazione che aveva provato quando, di notte, si era introdotta nel giardino di Crespi.
Arrivata a casa di Michela, si fermò per un po’ in macchina, cercando di calmarsi.
Scese dall’auto e suonò al citofono.
“Buonasera signora Boschi, sono Valeria Rampelli”.
“Percorra il vialetto, io la attendo davanti alla porta”.
Marina entrò e si avviò verso la casa. Passando, vide il grazioso giardino che la circondava e le piante rigogliose anche in quel periodo invernale. Poi la sua attenzione fu attratta da un particolare che le fece scattare nella mente un’idea assurda ma possibile.
Quindi le sue intenzioni cambiarono, così come avrebbe cambiato il genere d’intervista.
“Se quello che sospetto è vero, forse so chi è l’assassino” disse tra sé Marina.
Michela la aspettava sulla porta e il suo aspetto era del tutto diverso da come lo ricordava.
Appariva invecchiata e ancora più esile, sofferente e abbattuta.
“La disturbo signora Boschi? Non si sente bene?”.
“Non è un buon periodo per me, ma si accomodi. Parlare un po’ servirà a distrarmi”.
“Spero non le sia accaduto niente di grave”.
“Non adesso. Un paio di anni fa ho subito un grave lutto e, da allora, periodicamente soffro un po’ di depressione, soprattutto quando ricorrono certe date”.
“È sola in casa?”.
“Sì, mio marito è fuori per lavoro e tornerà domani sera”.
“Non ci sarà nessuno a farle compagnia fino a ritorno di suo marito?”.
“No, nessuno. Ma non si preoccupi, ormai sono abituata. Se mi attende un attimo, prendo i miei farmaci così dormirò tutta la notte”.
Michela si alzò e andò in un’altra stanza e Marina rimase sola a riflettere.
Quel che aveva intenzione di fare le sembrava pazzesco e quasi criminale, soprattutto ora che aveva saputo che la Boschi prendeva farmaci, presumibilmente antidepressivi e ansiolitici.
Avrebbe voluto versare parte della bottiglietta del sedativo che portava sempre in borsa da quando avevano ucciso sua sorella, per far cadere in un sonno profondo Michela e rovistare tra le sue cose.
Voleva trovare cartelle cliniche da cui potesse risultare che lei non soffrisse di una semplice depressione dovuta a motivi ben precisi, ma di qualcosa di ben più serio.
Il fatto che Michela prendesse medicine simili, le impediva di farle bere altri farmaci che avrebbero potuto costituire un mix pericoloso.
Però un indizio lo aveva avuto appena era entrata dal cancello della villetta, quindi si sarebbe dovuta accontentare di quello, ma si trattava di qualcosa di talmente labile, che difficilmente avrebbe convinto Colli a prenderlo in considerazione.
“Purtroppo sono costretta a prendere antidepressivi e ansiolitici, non ho problemi a parlarne, poiché la motivazione che mi porta ad attraversare questi momenti difficili, è davvero grave”.
“Signora Boschi, ora mi trovo in difficoltà nell’iniziare la mia intervista e penso che anche lei non ne abbia alcuna voglia. Sostituirò l’articolo sugli omicidi di Villa Borghese con qualcos’altro, quindi la lascio al suo riposo. Se lo vorrà, rimanderemo tutto a un momento più appropriato. Sicuramente ne verrà fuori qualcosa di migliore di quello che avremmo potuto fare oggi”.
“La ringrazio per la sua comprensione. Le assicuro che tra due o tre giorni la chiamerò e faremo l’intervista in tutta tranquillità”.
Marina uscì da quella casa con un gran senso di confusione nella testa.
Improvvisamente, le venne in mente qualcosa che aveva visto nella stanza dove avevano avuto la conversazione, un particolare cui non aveva dato nessuna importanza sul momento.
Esposta su un mobile, c’era la foto di una bambina molto piccola, due o tre mesi al massimo, in una preziosa cornice d’argento.
Qualcosa iniziò a concretizzarsi nella sua mente, alcuni tasselli cominciavano a inserirsi in posti che potevano essere quelli esatti.
A questo punto doveva parlarne con Colli, qualunque reazione avesse avuto non le importava.
Sapeva che avrebbe avuto la più completa disapprovazione dall’ispettore, che le avrebbe potuto muovere delle accuse, ma alla fine, si sarebbe dovuto necessariamente interessare alla sua ipotesi perché più ci pensava, più la trovava possibile.


Colli sedeva pensieroso sulla sua poltrona.

Nella testa un’idea pazzesca e lui sperava lo fosse davvero, perché non voleva crederci, gli sembrava inaccettabile, eppure non riusciva a liberarsene e ad archiviarla come inconcepibile.

“Ispettore c’è la signora Mazzanti che desidera parlarle” Maselli sulla porta era imbarazzato e fece un gesto eloquente per esprimere a Colli che ormai era una croce che si sarebbero portati dietro, fino alla conclusione delle indagini.
“Falla entrare, tanto non ho niente da dirle”.
“Salve signora Mazzanti. È venuta per un caffè?”.
“No ispettore, sono venuta per ben altri motivi e lei, anche se penserà che tutto quello che le dirò è assurdo, dovrà ascoltarmi senza pregiudizi.

C’è una persona che nel suo giardino ha un magazzino, di dimensioni sufficienti per contenere uno o più pozzi frigo che sarebbero stati utilissimi per evitare la decomposizione dei cadaveri man mano che lei uccideva. E poi…ci sarebbe un’altra cosa che spiegherebbe il modo in cui sarebbero stati trasportati i cadaveri”.

“Si può sapere di cosa sta parlando? Anzi di chi sta parlando”.
“Della signora Boschi”.
Colli fece un lieve balzo sulla poltrona e la fissò negli occhi.
“Ma come fa a sapere tutte queste cose? Signora Mazzanti, che cosa sta combinando?”.
“Glielo anticipo io, prima che me lo dica lei. Ognuno deve fare il proprio mestiere e non mettere a rischio quello degli altri. Questo lo so, ispettore. Ma io sono una persona che non riesce a frenare i propri istinti e, soprattutto, non riesco a stare in casa a guardare la TV, in attesa che, chi di dovere, faccia il suo lavoro e scopra chi ha ammazzato mia sorella”.

“Quindi lei sta facendo delle sue personalissime indagini, parallelamente alla polizia?”.
“Sì, posso dire che, in effetti, è quello che sto facendo” disse Marina senza dare alcuna importanza alla sua dichiarazione, come se ritenesse il fatto, qualcosa di accettabile, quasi normale.
“Ma si rende conto della gravità di quello che sta facendo? Dei rischi a cui si espone? Senza contare che, se davvero lei avesse intercettato l’assassino, con un comportamento inadeguato, potrebbe metterlo in guardia e questo si chiama intralcio alle indagini!”.
“Non si agiti ispettore, non ho fatto nulla che possa compromettere il vostro lavoro. Con uno…stratagemma, sono riuscita a farmi ricevere a casa di Michela Boschi. Lì ho visto alcune cose che mi hanno fatto ipotizzare una teoria”.
“Non voglio neppure sapere come accidenti ha fatto ad arrivare dalla Boschi, però adesso mi esponga la sua teoria, poi io le esporrò la mia”.
“Come prima cosa Michela soffre di ripetute crisi depressive dovute a un trauma per un evento accaduto due anni fa, ma non mi ha specificato di che cosa si sia trattato. Da allora, assume farmaci antidepressivi e ansiolitici, ma ci sono periodi in cui questi non bastano e lei è costretta a casa nel suo letto”.
“Questo lo so anch’io, sono stato bravo quasi quanto lei, perché, pur avendo parlato con la Boschi a casa sua, non sono venuto a conoscenza di tanta dovizia di particolari. Mi ha parlato anche di un magazzino. Lo ha visto?”
“Se è stato a casa sua, lo avrà visto anche lei, impossibile non notarlo poiché si trova a ridosso dell’abitazione. Purtroppo non ho avuto modo di potervi entrare, quindi l’ho visto solo esternamente. Però c’è. E davanti alla porta di questo magazzino, una carriola ricolma di vasi di edera, fa da ornamento a quella parte del giardino”.
“Sì l’ho visto anch’io il magazzino, ma per noi, la signora non era una sospettata quindi non ho dato alcuna importanza al fatto che ci fosse”.
“Parla al passato, ispettore? La signora non era una sospettata e ora lo è?”.
“Lasci stare i tempi dei verbi che uso, per favore, e mi dica perché mi ha parlato anche della carriola”.
“Mi sembra evidente, ispettore. Anche una persona esile come la Boschi, con l’aiuto di una carriola, avrebbe avuto la possibilità di trasportare un cadavere alla volta per quei cinquanta metri che dividono la strada, dove le è stato possibile lasciare l’auto, e il posto dove sono stati trovati i cadaveri”.
Colli la guardò e non riuscì e reprimere un’espressione di ammirazione nei suoi confronti.
La faccenda della carriola lo stava ossessionando da un paio di giorni perché, riflettendo sull’uso che la Boschi avrebbe potuto farne, era arrivato alla stessa deduzione alla quale era arrivata lei.
“La ringrazio Marina. Lei ha dato forza a un sospetto che io avevo già. Purtroppo, per ora, non ho assolutamente niente in mano per chiedere al PM un mandato per esaminare la carriola e per ispezionare il magazzino ma le assicuro che troverò una motivazione per farmelo concedere.”

Colli era rimasto davvero colpito da quella donna. Era un tipo cui non mancava di certo la determinazione, il coraggio e anche una buona dose d’intelligenza intuitiva.
Doveva, però, impedirle di continuare a mettere a rischio la sua incolumità con delle imprese azzardate e pericolose e doveva farlo ad ogni costo, anche se questo significava doverla trattenere nella cella della caserma per qualche giorno.
Ma la sua intraprendenza, era stata sufficiente ad avere accesso alla casa della Boschi e la sua perspicacia e lo spirito d’osservazione, le avevano fatto notare il particolare della carriola e, come un buon investigatore, aveva immaginato quell’attrezzo, come un mezzo di trasporto per i tre corpi.
Prese il telefono e chiamò il dottor Martelli.
“Ciao dottore, ho bisogno del tuo aiuto disperatamente. Ti prego, non deludermi perché ne va dell’intera indagine.”
“Addirittura! Che cosa posso fare per te?”.
“Incontriamoci al più presto, preferisco parlarne di persona”


Due ore dopo erano a cena in un ristorante e avevano scelto il tavolo più appartato.
"Ho dei sospetti su una persona ma nessun indizio su di lei, per questo mi trovo con le mani legate.
Non ho la possibilità di ottenere un mandato di perquisizione, né di ottenere delle informazioni a cui tu, in veste di medico legale, potresti avere accesso, sia pure in via confidenziale”.

“Che cosa vuoi sapere?”.
“Tutto quello che riguarda Michela Boschi e il suo stato di salute fisica e mentale. Due anni fa ha subito un trauma che le ha causato delle crisi depressive che permangono tuttora e per cui assume dei farmaci.
Mi occorrerebbe sapere se ha avuto dei ricoveri e, se è possibile, per quale motivo. Insomma, tutto quello che riesci a sapere su di lei, potrebbe dare una svolta decisiva alle indagini”.
“Sospetti che abbia qualche patologia mentale?”.
“Qualcosa di questo genere, sì. Sarebbe importante anche sapere cosa le è successo due anni fa e se tu parlassi con il medico che cura la sua depressione, potremmo conoscere anche questo particolare non trascurabile”.
“Bene, farò il possibile ma non ti assicuro niente”.


Passarono due giorni senza che Colli avesse notizie da Martelli.
Cominciava a credere che, anche per lui, era un’impresa troppo ardua acquisire certe informazioni attraverso le sue conoscenze.
Era nella stanza di Sandrelli e in quel momento squillò il telefono. Il commissario rispose.
Dalle sue parole, Colli capì che si trattava di Martelli e fu lui che cominciò a fremere.
“Era Martelli. Ha detto che ci vuole vedere subito perché ha delle cose interessanti da comunicarci”.

Mezz’ora dopo, Martelli era nella stanza del commissario e Colli era seduto vicino a lui.
"Stamattina mi ha chiamato un mio amico psichiatra e mi ha detto che è una sua paziente, quindi mi ha raccontato la sua storia."

La Boschi è in cura da uno psichiatra?” chiese Sandrelli un po’ stupito.
“Sì e devo ammettere che si tratta di qualcosa di straziante ma veniamo al punto.
Questa donna si è sposata quando aveva solo ventidue anni e intorno ai venticinque ha provato ad avere un figlio.
Il tempo passava ma lei non riusciva a rimanere incinta, ma ha continuato a provare perché i medici erano certi che né lei, né suo marito avessero alcuna patologia, niente che impedisse un concepimento.
Si rivolse a diversi specialisti ma tutti erano concordi nel dire che il problema era esclusivamente di natura psicologica, che si sarebbe dovuta mettere tranquilla, non essere ossessionata da questa mancata gravidanza e solo allora, avrebbe avuto la possibilità di concepire.
Passarono molti anni ma la situazione non si sbloccava nonostante frequentasse anche un qualificato centro per la sterilità.
Improvvisamente, quando aveva da poco superato i quarant’anni, Michela Boschi si accorse di essere incinta.
Nacque una bellissima bambina, perfetta e sana.
Lei era una donna felice, aveva realizzato il sogno della sua vita e una mattina, quando la bimba aveva sette mesi, andò vicino alla sua culla per svegliarla ma si accorse che la figlia era morta.
Si trattò di uno di quei casi chiamati “morte bianca”, un evento tragico e sconcertante al quale neanche l’autopsia riuscì a dare una risposta.
Da allora, la Boschi non fu più la stessa. Non dormiva, né mangiava, aveva forti crisi depressive alternate a fasi di aggressività verso persone e oggetti.
Venne ricoverata in una clinica psichiatrica, anche perché si temeva che potesse fare qualche gesto sconsiderato.
Rimase lì per quasi un anno e la diagnosi fu di sindrome da stress post traumatico.
Durante quei mesi passati in clinica, le vennero praticate le cure del caso, sia farmacologiche sia psicoterapeutiche.
Ne uscì in condizioni che i medici ritennero accettabili e Michela riprese la vita di sempre, anzi, si dedicò completamente alla sua attività, riuscendo a essere attiva ed efficiente.
Ma non fu più quella che era prima della tragedia.
La depressione, l’angoscia, gli scatti d’ira soprattutto nei confronti del marito, insonnia e incubi non l’hanno più abbandonata”.
“Una storia davvero sconvolgente, ma può tutto questo, portare una persona a diventare un serial killer?”
“Difficile stabilirlo. Nella maggior parte dei casi no, altrimenti guerre barbare e sconvolgenti come quella del Vietnam, avrebbero rimpatriato una gran quantità di potenziali serial killer, perché è tra i reduci che si concentra il maggior numero di casi di PTDS.
Un fattore importante è la resilienza cioè la capacità “autoripararsi” dopo un trauma e riuscire a riorganizzare la propria vita nonostante la lacerazione interiore.
Ho posto anch’io questa domanda al mio amico. Mi ha risposto che, in casi di persone affette da PTDS, la vita del soggetto si modella nel tentativo di evitare ogni possibile contatto che potrebbe innescare la memoria traumatica e, nel caso di persone molto fragili psicologicamente e del tutto incapaci di essere resilienti, può accadere che si riesca a provare odio nei confronti di chi ritengano in qualche modo, colpevoli di episodi simili a quelli che loro hanno vissuto.
Alcuni pazienti, nei quali il trauma è stato particolarmente lacerante e la loro resilienza è inconsistente, possono diventare dei soggetti potenzialmente pericolosi”.
“A questo punto, almeno il movente lo abbiamo. Di origine psicotica ma è pur sempre un movente” disse Sandrelli.
“Sì commissario, ma c’è un problema. Non possiamo richiedere un mandato di perquisizione su notizie ottenute in modo non del tutto consono alla legge” osservò Colli.
“No Giancarlo, non è un problema. Lo psichiatra che ha in cura la Boschi, è disposto a rilasciare un referto nel quale fa riferimento alla diagnosi da lui effettuata sulla donna e che la stessa può essere causa di azioni pericolose per se stessa e per gli altri” precisò Martelli.
“Per fare una cosa simile, il professore ritiene che ci sia la possibilità che la Boschi possa essere l’artefice del triplice omicidio. Non credo che si esporrebbe in questo modo altrimenti” disse Sandrelli.


Daniele Crespi era seduto accanto al letto di Michela e le parlava sottovoce.
Vedrai che uscirai presto da questo stato, del resto non è la prima volta e sappiamo che dura alcuni giorni e poi torni a essere quella di sempre. L’assenza di Stefano non ti aiuta ma io, appena posso, sai che sono qui con te”.
Lei gli rivolse un sorriso spento e mormorò: “A proposito di Stefano, questa mattina mi è arrivato un quadro da New York. L’ultima volta che ci siamo stati insieme, lo avevo visto in una galleria d’arte e me ne ero innamorata. Se n’è ricordato e me l’ha fatto avere prima ancora del suo ritorno”.
“Dov’è?”
“Non ricordo Daniele, l’ho messo da qualche parte ma non so più dove”.
Daniele si guardò intorno e lo vide accostato a un’anta dell’armadio.
“Eccolo! Posso vederlo?”
“Certo, dimmi che ne pensi”.
Daniele prese il quadro e tolse la carta da imballo quindi lo appoggiò al muro.
Rappresentava un vascello che navigava in un mare in burrasca, con le onde impetuose che s’infrangevano sullo scafo e sopra, un cielo plumbeo carico di tempesta.
Non fu difficile, per Daniele, fare una similitudine tra le difficoltà che viveva Michela e quelle di quel vascello che, nonostante la burrasca, continuava la sua navigazione.
“È molto bello, suggestivo, ma un po’ tetro”.
“A me piace proprio l’aspetto drammatico di questo quadro. Chissà se quel vascello riuscirà ad arrivare a destinazione” disse con un filo di voce.
“Che cosa dici Michela? Non ti capisco”.
“Anche lui si trova al centro della tempesta perfetta”.
“Smettila di dire sciocchezze! Lo appendiamo?”.
“Ovunque tu lo metta, il destino di quel vascello non cambierà” sussurrò piano Michela.

Daniele scese al piano terra e prese le chiavi del lucchetto che sapeva fossero in un piccolo armadietto accanto alla porta di entrata, quindi si diresse verso il magazzino.
Quando entrò, vide che non vi era il solito ordine maniacale con il quale Stefano teneva quel locale.
C’era una sedia rovesciata, dei brandelli di corda sul pavimento e sul pozzo frigo, c’era della polvere.
Apri un cassetto e tirò fuori una scatoletta contenente dei chiodi, poi prese il martello che era appeso a una rastrelliera.
Stava per andarsene quando vide qualcosa in un angolo, tra il pozzo e il muro, che attrasse la sua attenzione.
Si trattava di una fiala per iniezioni, spezzata e vuota.
Un pensiero orrendo si fece strada nella sua mente.
Tutto combaciava, le corde, la fiala, il pozzo sporco, la sedia inspiegabilmente rovesciata.

Tirò fuori dalla tasca della giacca un fazzoletto pulito e la raccolse, la avvolse nella stoffa e la mise in tasca.
Aprì il pozzo frigo e lo esaminò con attenzione e vide che, depositati sul fondo, c’erano dei capelli neri, lunghi.
Prese il fazzoletto e, con quello, raccolse i capelli, poi richiuse tutto con cura e lo rimise in tasca.
Era in preda a uno stato di agitazione che gli impediva di riflettere, nella sua mente regnava solo una grande confusione e un forte senso di paura.
Era ormai convinto che Michela dovesse aver commesso qualcosa di tremendo.
Si trovava sulla scena di un crimine e a commetterlo era stata la sua migliore amica, una donna che lui pensava di conoscere bene e per la quale provava affetto e senso di protezione.

Colli era appena entrato in commissariato, quando sentì delle voci concitate provenire dalla stanza di Sandrelli.

Maselli gli andò incontro. Aveva il viso arrossato ed era in preda a un’inconsueta agitazione.
“C’è Crespi di là. Forse ci siamo, ispettore”.
“Crespi? Che cosa ha fatto? Si è costituito?”.
“Ma no ispettore. Crespi è qui come testimone. Sembra abbia scoperto qualcosa d’importante”.
“Vado!”
Colli entrò nella stanza di Sandrelli e vide Daniele Crespi quasi in lacrime che mormorava qualcosa e Sandrelli con un fazzoletto bianco in mano.
“Il signor Crespi ci ha fornito delle prove su un vassoio d’argento”.
Fece avvicinare Colli e gli mostrò il contenuto del fazzoletto.
C’erano una fiala e dei capelli scuri.
Colli guardò Crespi e disse: “Dove ha trovato queste cose?”.
Daniele aveva gli occhi rossi e sembrava che provasse dei sensi di colpa.
"Nel magazzino di Michela."

Sandrelli chiamò il pubblico ministero che stava seguendo le indagini e richiese un mandato urgente per una perquisizione nel magazzino della Boschi.
“Come la giustifichiamo quest’urgenza con il magistrato?” chiese il PM.
“Perché abbiamo prove sufficienti per ritenere che il magazzino possa essere la scena del crimine e anche per la pericolosità che la sospetta costituisce per se stessa. È sedata da giorni ed è preda di crisi depressive. Inoltre è sola in casa, il marito è negli Stati Uniti e, anche avendolo avvisato subito della situazione, prima che abbia il tempo di rientrare, la Boschi avrebbe la possibilità di compiere un gesto sconsiderato”.
Nel frattempo, Colli aveva parlato con un funzionario della Scientifica e ne stava sollecitando l’intervento, certo che, di lì a poco, sarebbe arrivato il mandato.
Dopo venti minuti, il PM chiamò Sandrelli e gli disse che avrebbe trasmesso il mandato via fax.

Colli e Maselli partirono immediatamente portando con sé ciò che Crespi aveva raccolto nel magazzino.
Arrivati a casa della Boschi, suonarono ripetutamente al citofono ma non ottennero risposta.
“Guarda Maselli, al primo piano c’è una luce accesa, quindi la signora è in casa”.
“Già, è preoccupante che non risponda al citofono”.
Nel frattempo era giunta la squadra della scientifica cui Colli consegnò il fazzoletto contenente la fiala e i capelli.
Maselli forzò la serratura del cancello ed entrarono.
Percorsero il vialetto, fino ad arrivare alla porta d’ingresso.
Colli prese il cellulare e chiamò il 118, mentre Maselli, con il suo attrezzo, riuscì ad aprire la porta.
L’ispettore corse al piano superiore salendo le scale due gradini alla volta, seguito dal sovrintendente.
Si trovarono in un corridoio con diverse porte ma solo da una proveniva una luce che si rifletteva sul pavimento lucido.
Colli la aprì e vide Michela Boschi stesa sul letto, con gli occhi chiusi. Sembrava dormisse.
La scosse leggermente e la chiamò ma la donna non si mosse, né aprì gli occhi.
Le mise allora due dita sul collo e sentì battere la vena.
“È viva”.
Sul comodino c’erano due flaconi di Roipnol, entrambi vuoti.
“L’ha fatto, accidenti!” imprecò Colli.
Si sentirono le sirene dell’ambulanza che si avvicinavano sempre più, poi silenzio.
“Maselli va giù e porta qui i medici, corri, vola!”.
Dopo pochi minuti, nella stanza entrò il sovrintendente, seguito da tre persone.
Uno dei tre, un uomo giovane ma calmo e professionale, si avvicinò a Michela, le tastò il polso poi prese lo sfigmomanometro e le misurò la pressione.
Poi, con un fonendoscopio, sentì cuore e polmoni.
“ I parametri vitali sono al minimo, ma forse ce la facciamo”.
La caricarono velocemente su una lettiga e la portarono via.
“Maselli, fatti dire dove la portano, poi chiama in centrale e chiedi che siano messi due agenti di guardia alla stanza dove la sistemeranno”.

Colli scese in giardino, dove gli uomini della scientifica, avevano aperto il magazzino e stavano ispezionando ogni angolo.
“Trovato niente?” chiese a uno degli agenti.
“Un’altra fiala usata. Era sotto un armadietto”.
“Esaminate anche la carriola che è in giardino. Potrebbe aver usato quella per trasportare i corpi. Finite il vostro lavoro con calma, io vado all’ospedale. La Boschi sembra abbia tentato di suicidarsi con degli psicofarmaci”.

Colli si avvicinò al medico che era uscito dalla stanza della Boschi.
“Che cosa mi può dire dottore?”.
“Le condizioni sono stabili. La stiamo monitorando, nel frattempo aiutiamo la respirazione e la funzione cardiaca. La signora è in buona salute e dovrebbe farcela”.


“Ora il suo avvocato farà leva sull’infermità mentale ma la vedo dura. Dopo aver fatto fuori tre persone, ha continuato a svolgere una vita normale, a occuparsi dei suoi affari e, addirittura, è venuta qua per dire che le vittime erano sue clienti. Pensava che, presentandosi spontaneamente per farci sapere che il suo negozio era ciò che accomunava le vittime, avrebbe distolto ogni sospetto su di sé, tentando di dimostrarsi collaborativa” disse Sandrelli

Dopo mezz’ora arrivarono due funzionari della scientifica e furono accompagnati nella stanza del commissario.
Lui li fece accomodare, poi disse all’agente che era ancora sulla porta, di volere anche la presenza dell’ispettore.
“Veniamo subito al punto. Quali sono i risultati delle analisi?" chiese Sandrelli
“È tutto qui, in questa cartella che può far avere al PM perché avvii il giudizio.
Con questa cartella possiamo chiudere le indagini”.

Colli e Sandrelli si recarono in ospedale per parlare con la Boschi.

Salirono fino alla stanza dove si trovava Michela. All’esterno c’erano i due agenti di sorveglianza che salutarono i due superiori e aprirono la porta.
Michela era sveglia e sembrò non stupirsi quando vide entrare Colli e Sandrelli.
“Buongiorno signori. Forse è inutile chiedervi il motivo di questa visita” disse la Boschi.

Michela era calma, come se tutta la faccenda non la riguardasse e Colli pensò che dovesse essere l’effetto di qualche farmaco sedativo che si dà a chi ha appena tentato un suicidio.
“Perché ha ucciso quelle donne che lei conosceva e con una delle quali, era anche amica?” chiese Sandrelli.
“Perché era giusto che lo facessi commissario. Erano delle assassine, io ho solo fatto un atto di giustizia per dei crimini che, altrimenti, sarebbero rimasti impuniti”.
“Abortire non è un reato, signora Boschi” replicò Colli.
“Per la legge, che è fatta da esseri umani, quindi non infallibile! Quando nel grembo di una donna c’è un cuore che batte, c’è vita. E come la definisce lei, uomo di legge, la distruzione di quella vita?”.
“Non spetta a me discutere le leggi ma solo farle rispettare” disse Colli in modo deciso.
“Bene, io non ritengo giusta una legge che permette di uccidere un essere vivente, sia pure un embrione!”

“Non è questa la sede, né il momento adatto per addentrarci un discorsi tanto complicati.
Signora Boschi la dichiaro in arresto per gli omicidi di Monica Mazzanti, Alice Casali e Chiara Anastasi.
Le consiglio anche di non parlare fin quando non ci sarà la presenza del suo avvocato”.

Sandrelli e Colli lasciarono l’ospedale con un senso di amarezza. Entrambi pensavano a quelle tre povere donne vittime della follia di una donna segnata dalla disperazione e a quante altre vite erano state rovinate per sempre, private di una moglie, di una madre, di una figlia adolescente.



Nessuno ha ancora commentato, sii tu il primo!

Ottimo! Visita la libreria per gestire i tuoi magazine

×
!
La tua sessione è scaduta! Effettua di nuovo il login e spunta Ricordati di me per rimanere sempre connesso e non perdere i tuoi progressi!
Ottimo!

Controlla la tua email per reimpostare la tua password!

×