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Una storia di DomenicoDeFerraro

Questa storia è presente nel magazine LA FILOSOFIA NAPOLITANA

BALLATA DELLA MESTA ESTATE

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13 minuti

Pubblicato il 14 giugno 2020 in Storie d’amore

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L’estate avanza in un vento di versi sciolti per lassi dire vado per vie oscure tra ombrosi boschi , lungi dall'ira per luoghi sconosciuti menando il passo verso la pace con le nuvole sul capo nel sole lucente osservo il tuo vestito sporco di terra, disteso tra l’erba alta tra il mare e la terra nel canto del mite mattino . Canto che mi ha condotto per mano verso un altro canto in un fuggire tra rime ermetiche , sbilenchi giochi linguistici , strofe ed altre ecloghe ove l’animo si bea nella sua speranza nell’ eclisse di espressioni concentriche che s’uniscono all’infinito nell’attimo di un vivere segnato dal caso dalla speranza d’essere diversi. E tutto scorre , attraverso il ruscello della vita i miei giorni , le mie domande ed i miei dubbi amorosi, passioni sinistre , figlie bibliche , chete monacelle di primo pelo che seggono al conviviale desco. . Guarda la terra s’apre a tanti intendimenti ed il vento mi conduce verso terre estreme verso le gorgoni , verso me stesso nell’espressione fallace in quella forma mostruosa che nasconde il mondo antico il mito e la morte di Ofelia . Ora nell’ora decima legata al caso ,la sorte tacita rimane ferma nel suo sortilegio , legata al casto amore che gli dato la vita. Ed io mi dispero nel nulla , vago , ramingo, zufolando con il capro le meste melodie etrusche.


Altere le bionde bambole in bilico sui tacchi senza alcun rancore , senza quell’amore di mezzo che uccide per un non nulla , nella sorte avversa io sono compromesso e lasso nel discernere mi rende un uomo libero . Nel caso non lo fossi , emergo dalla bugia la quale cresce , scema tra le lenzuola macchiate di sangue innocenti , come in un ossesso di forme fallaci , raggruppate in viluppi canori nati in vari intendimenti . Io vivo di molte vite legato all' amore terreno che mi percuote come fossi un tamburo. Versi lirici , latini inni mi conducono oltre la mia volontà di essere non essere , ove tutto scorre, verso un nuovo viaggio verso altri esametri ed altri continenti in mondi surreali nell' infinito che mi plasma nell’ossesso del sesso . La rosa , sboccia , nella luce del casto mattino , sull’ ali della fantasia migro attraverso il nesso logico che mi ringiovanisce nella volontà di rinascere in altre forme. Esterrefatto dalla voglia di volare , mi fluttuano intorno le belle ecloghe, frutto della vergine immagine di giorni felici , mi accompagnano mano nella mano , verso il mare delle mie memorie in altri amori , ed altri tempi meno crudeli , frutto del vivere nella forza del pensiero che immane mi conduce verso mondi fantastici. E la forza dell’essere nel divenire ,dirige il passo verso altre dimensioni , mi fa comprendere cosa siamo diventati, esseri unici nella storia dell' arte. Arte e immagine , arte e morte, io canto seduto sopra i sassi delle vecchia rupe di Montegrillo ove Giove giocava un tempo a pallone con apollo.


Guarda le nubi del cielo, guarda il gabbiano come veleggia nell’aria con la sua ala ferisce il cielo azzurro, ferisce questo mite sentimento che fiorisce ramingo sopra le alture dell’ antico promontorio . Nel mare cumano annego , mare che condusse enea in questo porto salvo, spinto da vediche visioni ove ivi nuoto tra le barche disperse a largo dopo la terribile tempesta . E legando il filo comune alla memoria di un mondo antico , alla volontà d’essere e di fiorire diveniamo la stessa semenza di cristo.


Ora l’estate esplode nel mio canto augusto plagiato dalla forma inferma , solo nella mia sorte come fosse un figlio caduto negli abissi della morte , scendo verso il fondo di un nero mare , cosi fondo che non si riesce a vedere la fine , nuoto, giro a largo , sotto il sole ora sopra quella nuvola , mi seggo ad ammirare questo mare , quest’anima .


Ma io so di non capire nulla , cerco il senso delle cose trascritte , troppo in fretta ,attraverso versi dimenticati , dentro la risacca di un mare splendido. Seduto sotto il sole , sotto questo cielo controverso , gioco ad essere un mostro , una creatura mitica un amore dalle molte rime che cadono davanti a me come fossero giorni di altre epoche . Cosi sono giunto al termine del mio viaggio nella mia ragione , vivo in molte vite ed in molti canti , annego nel mio domani E so che sarà difficile scalare la montagna delle mie illusioni che il mondo va all’incontrario e non tutti sono neri , bianchi e gialli come il mio canarino che canticchia nella gabbia la sua canzoncina d’amore .


Simile la mia storia al canto di un canarino che saltella nella sua gabbia, preso dall’estro di un amore estivo, udito nel vento di giugno, portato dalla notte placida e soave , figlia delle mie illusioni e dei mie versi esplosi in questi luoghi solitari . Riprendo la via , per strada impervie le quali mi conducono oltre quello credevo ed ora sono giunto nel compimento, nell’ora sesta , la vidi una dona mobile, ridere delle mie debolezze. Nell' ora funesta, ferito nell'orgoglio , nell’ora che mi avrebbe condotto alla fine al patibolo . Ed ero in quel tempo assai giovane e non conoscevo la logica dei fatti non comprendevo il mio amore ed il fiorire delle rime nella vita agresta e la sera era cosi dolce come il giorno trascorso per loschi lidi e foschi momenti d’imperitura memoria. il castello volò nell’aria e la corte lo insegui , erano in tanti a seguire la morte , qualcuno fuori al largo del castello vendeva gelati a limone ai bimbi abbondonati al loro destino , mentre giù al molo

l’ attendeva clandestino il comandante di una nave che aveva girato i sette mari.



Non esiste l’utopia , tutto noi siamo l’impossibile , viviamo ignari nella verità che s’apre ai diversi intendimenti, Ora la selva, innanzi a li occhi miei divenne , misteriosa e grave, ergeva i tronchi e i rami ed il ciel maggiori , componendo l’aria , cosi andai libero nel mio credo nell’illusione d’essere e non essere ed il mare bagnava la terra, bagnava le barche attraccate ai moli silenziosi nella sera dell’estate giunta. Nello scivolare a largo annegai nelle tante pene e nei diversi inganni , nati nello loro scrivere funesto , perduto nella danza delle onde , fui preso su loro dorso e fui accompagnato verso le isole deserte . Fuggiaschi zefiri fuggiti dall’otre di Eolo mi spinsero oltre quello che credetti , verso la buona novella , sulla mia navicella eravamo tutti liberi nel fulvo vento estivo che ci scompigliava il crine . Con l’animo afflitto, giungemmo sulle sponde della triste terra , là udimmo l’eco di tante voci salire dal fondo di quella crepe ove s’annidavano i mostri della nostra coscienza.


Il viaggio intrapreso mi condusse all’estremo di un mondo senza nome, inerme , viaggiai con la mia volontà con la voglia di vivere ed ero consapevole di poter solcare quel mare dell’incoscienza , attraversare uno spazio senza vincoli che racchiude il domani e tante domande, figlie delle pie illusioni , figlie dell’estremo tentativo di vivere un altra vita.

Così disse la prima voce

Non sognare assai che spegni in te il sacro furore

Ed io risposi

Cerco di credere ci sia un mezzo per giungere presto all’amore

Non c’è strada neppure un domani per chi non credere

Una strada diritta ed oscura allora m’aspetta

Io vorrei invitarti ad essere una volpe

Io non voglio finire dentro una trappola

Allora balliamo poi prendiamoci per mano

Tu mi istighi al peccato

Perbacco e la mela a tentarti non io

Io sono la bocca

Io sono il peccato.

Ed ella disse : cerchiamo la via per ritornare a casa

Ed io mi grattai il capo e non sapevo cosa dire

Balzai a terra cercai dentro di me l’antico dolore, nel nesso logico confusi i miei versi nello scempio di molte rime , oltrepassai l’ossesso metropolitano. Ero solo come fossi un orso in montagna che va in cerca di miele per le pendici dei monti, tra i pini marini e gli abeti secolari nell’aria agreste , questo mondo s’ apriva a vari intendimenti nei timidi emistichi e nel ticchettio delle lancette osai andare per altre terre ed in altre dimensioni. S’udivano galoppare i cavalli nel vento, andare verso l’infinito per gli immensi prati verdi della giovinezza , verso la cima galopparono impettiti, correvano imbizzarriti , ritti , sfrecciavano verso la sommità dei monti nel caldo mattino delle meste visioni , plagianti l’animo mio ,la mia voce si accordava alla natura circostante, nell’eco delle voci degli animali selvatici. Pioveva sul verde ed in ogni cosa il sole viveva come fosse una massa incandescente.

Non capisco chi sono, nudo come sono

La natura mi tese la mano e mi disse :

Sei figlio dei tuoi versi , sei figlio della tua follia

Sono uno spaghetto e non so parlare forbito

Sei un maccherone in compagnia di un involtino

Io mi tingo i capelli

Sei buffo come un gufo

Sei stato padre poi amante ora sei la mia rovina

Sei fesso te lo sempre detto

Facciamo come ieri io ti chiamo , tu rispondi

Sei la mia promessa di matrimonio

Io sono lo sposo, tu la mia disgrazia

Pazzia , amico mio

Io lo chiamerei amore

Oh cosa dici non è amore e sesso

Oh un sasso , sono un sasso

Sei sempre lo stesso

Si sono fesso

Sei stato un tempo bello

Ora sono vecchio

Ed io canto la tua vita


Nell’aria del sabato sera come tanti anni fa io ho appresso della tua vita di quella vita fatta di alti e bassi , senza domande, composta di lunghi silenzi in macchina . E tu sapevi muovere le labbra rosse come fragole appese ad un albero di desideri , tutto qui questa vita mi dicesti : guardandomi di traverso, mentre ingranavo la marcia e passavo con il rosso . Sabato sera tutti vanno a ballare ed io sono rimasto a casa con i miei desideri a contare le pecore saltare lo steccato , le pecore saltano i monti verdi della speranza ed io sono qui in questo sogno fermo al semaforo pronto a ripartire . Ed il tuo profumo sapeva invadere la mia mente ed i tanti miei pensieri diventano nere serpi striscianti dentro il mio corpo . Sono diventato un nero di Harlem che sa suonare l’armonica a bocca , capace di lunghi assoli in questa spazio decimale dove fiorisce la mia vita. Sento ancora il tuo profumo , il corpo vicino al mio petto, ora che tu non ci sei più , io mi sento un rottame. Continuo ad ingranare la marcia , le tue parole mi ritornano alla mente , sono fatto, strafatto , sono sballato come una trottola che ruota, ruota , fino all’inverosimile nell’infinitesima evoluzione dell’immaginario dire io discendo l’inferno . E questa sera nel mio letto, dormirò con il tuo ricordo , con il ricordo dei giorni passati insieme , sotto quella luna che cheta ora riappare alla finestra . La sua luce mi guida verso l’immaginario , verso di te che voli nell’aria come un angelo , come una farfalla notturna.



Cosa importa se è finita , mi dicesti vestita di giallo quella sera al pub di Tony

Ed io fumavo una sigaretta dopo l’altra e non sapevo tenere il discorso della resa

Cosa fai seduto ancora nel mio cuore mi dicesti

Ed io ti risposi che ero impressionato da te

Ora vorresti ricominciare ?

Facciamo pace

Io non bevo più l’aranciata con te

Sono diventato astemio

Il tuo amore mi ha ferito

Io sono la tua via di mezzo

Si ma non mi aiuti a volare via

Sono cosciente dei miei errori , credimi forse è ancora possibile

Non ci sono altre possibilità è tutto un bluff

Cosa importa se non ci siamo capiti, l’importate e stare insieme

Per quanto tempo ti ho aspettato , per ore fuori al parcheggio del supermercato

Fu un terribilmente ritardo

Ogni ora persa fu una coltellata nel mio animo

Sono cosciente di averti ferita

Io di non averti aspettato più del dovuto

Come sei bella

Dillo di nuovo

Sei una favola

Sono la fata turchina

Io Pinocchio.


Riprendemmo cosi la via verso le grandi praterie nel verde della valle fino al mare dell’Etruria , noi andammo mano nella mano in cerca della favola sotto il moggio , sotto la falce della luna, obliqua decantata dal cantore nello scibile dello scrivere , forgiando il sacro metallo delle parole che racchiudono la forma ed il verso sagace. La storia di un uomo di una donna , mobile nella sua mole, che sa ballare con i topi , con il gatto , con il matto sa picchiare sopra l’ incudine mentre la città fa festa con il coronavirus . Già sono tutti fuori a comprare il pere musso con le scarpe rotte ai piedi.

Non sognare io gli dissi

Ed ella mosse il ventaglio e la veste poi mi disse :

un giorno sarai il re di questo cuore infranto

Sono caduto tanto in basso gli risposi che forse finirò all’inferno

Sei cosciente che l’amore ti abbia abbandonato

Non parlarmi d’amore , preferisco il mare d’estate alla montagna

Mangiamo insieme ?

Ora forse cerco pace

Come vuoi, se cambi idea , io sono al bar di Tony


Io avrei preferito divenire un mago , invece di essere un saltimbanco e la cercai di qua e di la come cercai di racimolare qualche spiccioli per pagare la cena. Ed il senso mi cingeva il capo come fosse alloro . Ed io credevo di poter ritornare ad essere poeta, solo di domenica . Che sarei andato al mare con il canotto e la mia ciambella azzurra , con il cannocchiale avrei guardato le belle sirene la in mezzo al mare di Licola . Si avrei girato in lungo e in largo l’intera America in cerca di un qualcosa che potesse accrescere la mia stupidita , il mio verso fallace , stretto in fasce, sopra la fascia laterale del campo di calcio. Cosi venne il giorno in cui scoppiò la rivoluzione , cosi iniziarono i moti che portarono alla morte le migliore menti della mia generazione. C’è qualcosa che non va in questa domenica in questo sabato sera , c’è tanta gente che non sa più cosa è la storia. Cosa è la bella che la da dietro piazza mercato. E s siamo tutti antagonisti di questa storia terribile di questo amore fatto di tanti pene e tanti perché che le farfalle volano libere nell’aria sopra la citta sopra i palazzi , morti tanti anni fa. C’è qualcosa che non va in questa filosofia, brucia questa passione patria, questo amore fatto di cioccolato, bacia questa donna come fosse una bambola gonfiabile . Ed ella si ammoscia alla prima botta , ella che voleva essere toccata nelle parti intime a meta prezzo. Non c’è prezzo, c’è qualcosa che non va in questa storia, troppi morti inutili , troppa gente che ha dovuto pagare il biglietto per stare nelle ultime file a guardare come va questa vita . A guardare come balla la signora al centro della citta diventata gialla poi nera, rossa dalla vergogna . Ed il gallo canta la sua canzone sopra i merli del castello , l’attore recita la sua parte con grande diligenza, egli il più grande di tutti il più grande di questa città di morti innocenti . C’è che dici no , poi tutto diviene illogico come fosse ieri siamo condotti in catene alla caserma dei carabiniere , c’è qualcosa che non va in questa storia , troppi morti inutilmente , ed io non vado avanti e non godo del male altrui , rimango meravigliato di me stesso da parte in attesa tutto passi.







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