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Una storia di DanieleRutigliano

L'Uomo Tigre era mio padre

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4 minuti

Pubblicato il 27 settembre 2018 in Fumetti

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Quando avevo tre anni, Naoto Date, alias Uomo Tigre, era mio padre.

Sapevo che il mio papà, quello vero, usciva tutte le mattine per andare al lavoro. Il suo volto da pendolare, però, lo vedevo soltanto di sera quando tornava a casa. Quindi al mattino lo sostituivo con il protagonista del mio cartone preferito.

Ero un bambino ciccione e irrequieto. Sapevo di essere figlio di un ingegnere, e gli volevo pure bene, ma un lottatore mi sembrava molto più figo. Forse da grande avrei avuto i suoi muscoli. E magari avrei lottato contro quei bastardi della Tana delle Tigri.

Una mattina il pulmino dell’asilo arrivò in anticipo. Il mio lottatore preferito era bloccato dalla morsa di Pitone Nero. Di lì a poco si sarebbe liberato. Io ero immobile a fissare l’incontro con la bocca piena, le guance gonfie come boe. La mamma cominciò a chiamarmi con insistenza. La sua voce suonava alle mie orecchie come una litania incomprensibile e fastidiosa. E proprio quando il mio mito stava per liberarsi, lei mi strattonò per infilarmi cappotto e berretto. Ci stavo da dio con quella roba addosso, un vero bambolotto, ma in quel momento mi faceva schifo. Sbraitavo e piangevo. Volevo vedere la fine del match. Ma quella donna, più testarda del figlio che aveva generato, non cedette. Con uno scatto felino afferrò il telecomando e spense la TV.


All’asilo rimasi muto e con il broncio per tutto il giorno. Non partecipai alla preghiera, né ai giochi. Non dissi una parola neanche quando Diana, la mia fidanzatina, mi portò un fiore fatto con il das. La maestra cercò di tirarmi fuori almeno qualche sillaba ma non ci riuscì. Persino il direttore fallì in questo intento sebbene i capelli grigi e gli occhiali con la montatura d’osso gli conferissero una certa autorità.


Ritornato a casa, continuai a stare zitto nonostante mia madre mi avesse minacciato di mandarmi a letto senza cena. Ma io lo sapevo che stava bluffando. Le mamme non possono rinunciare a nutrire i loro piccoli. Neanche l’arrivo di mio padre (quello vero), le sue urla e uno schiaffo ben assestato mi persuasero. Rimasi in silenzio.

Quella notte i miei genitori sbrinarono il frigorifero e tolsero la corrente in tutta la casa per impedirmi di dormire con la luce accesa, abitudine che non riuscivo proprio a perdere. Era la loro punizione ma non ebbe effetto perché il sonno sommerse presto la mia paura.


Il pubblico dell’Uomo Tigre, immobile, urlava frasi indecifrabili d’incitamento. Al centro del ring, solo, con indosso il grembiule bianco dell’asilo, c’ero io. Ai miei piedi, una pozza di sangue rappreso. Non sapevo cosa fare finché qualcuno alle mie spalle pronunciò il mio nome. Mi voltai d’istinto trovandomi di fronte a Kenta, uno degli orfani di cui si occupava il buon Naoto Date, quello che si era auto-designato suo erede nel mondo della lotta libera. Mi assalì, bloccandomi a terra. Stava cercando di strozzarmi con rabbia e io mi sentivo soffocare. Ero paralizzato. Il mio avversario diventava sempre più grosso e pesante, pur conservando l’aspetto di un bambino. Avvertivo il freddo del pavimento sulla nuca perché il mio volto era rivolto all’indietro. Era tutto sottosopra. Avevo davanti agli occhi la base del palo di fronte a me. Nel tentativo di opporre resistenza mi mossi di qualche centimetro, accorgendomi che in cima al palo c’era appeso qualcosa di familiare. Kenta mollò la presa e cercò di afferrarla. Mossi istintivamente le gambe, facendolo cadere. Mi sollevai tossendo e focalizzai l’oggetto appeso al palo. Era la maschera di Uomo Tigre. L’altro bambino si stava precipitando a prenderla ma io, non so in che modo (forse allungandomi come Carletto il Principe dei Mostri), lo anticipai. Indossai la maschera e divenni una furia. Lo presi per le gambe, facendolo roteare in aria. Il pubblico era in delirio. Quando mollai la presa Kenta schizzò fuori dal ring, spaccando alcune sedie in prima fila. Gli applausi degli spettatori sembravano imitare il ritmo battente delle gocce di pioggia che cadono durante un temporale. Ed erano tutti per me.

Mi svegliai in preda al panico. Menomale che almeno avevo vinto. Non c’era ancora il sole ma mio padre era già uscito.

Il televisore era spento e il telecomando troppo in alto. Mentre inzuppavo i biscotti nel latte, controllavo i movimenti della mamma con la coda dell’occhio. Appena raggiunse il lavello, io scattai verso il televisore, accendendolo manualmente. Arrivai al canale dei cartoni in un secondo e rimasi allibito. L’Uomo Tigre era ancora lì, braccato da Pitone

Nero. Tirai un respiro di sollievo e dissi: “Mamma, ti voglio bene.” Il combattimento era stato diviso in due episodi per mantenere alta la suspanse. Accadeva spesso ma quella fu la prima volta che ne presi coscienza.

Per un po’ di tempo non feci più i capricci e i miei pensarono che avessi imparato la lezione.



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