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Una storia di Neith

IL SIMBOLO DI VENERE

Una donna di passaggio. I dilemmi di una lesbica.

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3 minuti

Pubblicato il 06 luglio 2019 in Altro

Tags: #Amore #Infatuazione #Introspettivo #Lesbica #Lgbt

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"É cosí bella."
Pensava Giulia di quell'insolita passante che sciabordava nell formicaio di teste del traffico cittadino.
Gli occhi verde scuro, il viso tagliente, la chioma castana lisciata a piastra con quella carinissima ciocca incastrata fra le ciglia. Jeans attillati, t-shirt Dolce & Gabbana e giacca in pelle in pendance con la borsetta in eco, che si trascinava dietro come un sacco della spazzatura. I tacchi quadrati martoriavano il lastrico piú del frastuono dei motori delle auto. Portava un orecchino sul lobo sinistro, il simbolo di venere.
"Cosa significa?" Fu il primo quesito che si pose. Brillava d'un argento innaturale, il sole rifletteva il metallo fino a lei, anche a quella distanza. Poteva essere un banale simbolo di femminilità. Alle donne piace sentirsi donne. Urlava indipendenza, come il suo passo scaltro. Quello di una donna in carriera. Non sembrava lesbica. "E se lo fosse davvero? A volte le apparenze ingannano." Quel segno poteva dire quello. - Amo le donne -. Un simbolo distintivo. A volte lo fanno. Le stava venendo incontro, o meglio, lei era ferma in mezzo alla strada. Il petto ballava al ritmo dei passi, le pieghe sul bianco enfatizzavano le onde. Giulia ci si perse. Avrebbe potuto fissarlo per ore. Non portava il reggiseno? "Forse vuole essere approcciata". Il pensiero la scosse. "No, può valere anche per gli uomini. Soprattutto per gli uomini. A loro piacciono i seni pieni." Forse era solo una riminiscenza hippie, o una rivolta femminista. Magari lo trovava semplicemente scomodo. "Se le parlassi di punto in bianco sembrerei strana". Si morse un'unghia. "Forse non vuole affatto essere approcciata. Potrebbe offendersi, scandalizzarsi... Non mi piace quando succede. É orribile. Odio quella sensazione, mi fa sentire così sbagliata... É il mondo ad essere sbagliato." I loro sguardi non si incrociavano mai. "Sembra di fretta." Uno schiocco orribile sancí lo spezzarsi della cheratina. Le rimbombó nel cranio. "Forse é solo abituata alla cittá. Tutti vanno sempre di fretta, diventa un'abitudine." Mosse un timido passo avanti, ma combattuta ne fece altri tre indietro. Avrebbe avuto più tempo per pensare. "Tre passi." Con quell'andatura li avrebbe coperti in due secondi. Li sprecó pensando di avere ancora due secondi. "Si sta avvicinando. Dovrei parlarle? É stupenda..." Le passó accanto e non sembró nemmeno notarla. Giulia si voltò, la seguí passare. "Chissà come ha avuto quelle gambe. Forse fa palestra. E quel sedere..." Non era una grande esperta di sederi, cogliere quale attività desse loro la forma era un esercizio troppo difficile da imparare per lei. Ma le piaceva guardarli. "Forse se ci fidanzassimo potrei toccarlo... Guardando insieme Law & Order alla TV in mutande, abbracciate sul divano con una ciotola di patatine. Magari con un cane, di quelli grossi e pelosi. Un San Bernardo." Lasciava una scia profumata all'acqua di rose. Forse era menta. Probabilmente entrambe. "Chissà se é il suo shampoo." Trovava difficile che uno shampoo avesse quella mistura, ma lei sembrava una di quelle donne sofisticate, che si riempiono di creme ed oli solo per una doccia. "Fare la doccia insieme, lei che mi rimprovera perché uso il bagnoschiuma per lavare i capelli..." Ma lei ormai era passata. Non la vedeva più, solo la punta castana della testa svettava fra le altre. Una come tante, fagocitata dal formicolio della cittá. Chiuse gli occhi e riprese a camminare. Le poste chiudevano alle 12 in punto. "Chissá se era lesbica..."
Una vocina in fondo all'animo l'incolpava di aver perso un'opportunità.

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