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Una storia di MirianaKuntz

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All'attimo direi: sei così bello, fermati.

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12 minuti

Pubblicato il 04 settembre 2018 in Storie d’amore

Tags: #carpediem #attimi #istinto #amore

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All’attimo direi:
Sei così bello, fermati!
(Johann Wolfgang von Goethe)


Avevamo fatto l’amore e la casa profumava di caffè.


Intorno a noi c’erano tante persone addormentate, ognuno veniva da un posto diverso. Era da un po’ che parlavamo su internet, ma poi avevamo deciso di vederci davvero. I miei erano restii al riguardo, quel posto pullulava di gente molto più grande di me, e di -sconosciuti- essenzialmente. Ma non ero stata brava a raccontare bugie, e non ero stata nemmeno brava a rinunciare a lui, così, senza dire niente a nessuno, senza cadere nella trappola grigia delle bugie, né nella morsa della verità, ero corsa a Roma, in una palazzina che non avevo mai visto nemmeno in foto. La ragazza che ospitava tutti era una signora adulta, la frangia a coprirgli le sopracciglia e a nasconderle le espressioni. Era gentile, e la sua voce sembrava come cosparsa di zucchero e cannella.


Quando ero in treno un po’ tremavo e un po’ cercavo di non piangere dalla gioia. Paura e felicità, mischiate insieme come zucchero e caffè. Sul fondo della tazza un po’ di amaro e un po’ di grumi dolci lasciati a raffreddare.

Il mio grumo dolce era lui, fermo sull’uscio della porta, con le mani nei fianchi. La bocca spalancata dalla sorpresa. Sapeva che i miei non mi avrebbero mai permesso di seguire quella follia, ma non aveva creduto al mio – ci sarò comunque- L’ammasso ferroso di binari e ritardi mi aveva lasciata in stazione con cinquanta euro in tasca messi da parte. Avevo poi preso un taxi, mi aveva un po' derubata, ma avevo raggiunto via dell’argine n°4, fino a guardare le sue braccia aperte e la sua bocca spalancata. Entrava tutto lì il suo stupore, in mezzo ai suoi denti, e alla sua bocca. Quando lo baciai sentii i grumi dolci e l’amaro del caffè, tutto di colpo, come un’iniezione letale che ti ostruisce le vene.


Non avevo pensato a niente, avevo solo ascoltato il mio cuore in cuffia stereo, e quella canzone gridava il suo nome a squarciagola, non importava di quale città si trattasse, di quale mezzo avrei preso. Avrei solcato i cieli, nuotato nell’oceano, o sgomitato in mezzo alla gente in treno, ma qualunque sarebbe stato il modo, la mia destinazione era lungo i suoi occhi.

A cena erano tutti sorpresi dalla mia determinazione, qualcuno mi chiedeva se fossi matta, qualcun altro rideva della mia testardaggine, mentre la proprietaria di casa, Melina, da tutti chiamata Meli, sottovoce mi disse che ero una piccola grande donna, perché avevo fatto di testa mia, e avevo capito che la vita è oggi, e che il domani esiste solo se oggi esistiamo.

Io non avevo capito fin in fondo quella frase, si era incastrata tra l’arrosto ed i peperoni squisiti che qualcuno aveva preparato, ma più tardi, quando la birra era entrata in circolo, e il suo profumo acquoso ed immaginario, era diventata la fragranza della mia pelle, la capii tutta di colpo. I miei capelli sembravano incorniciargli il volto, le sue mani stavano giusto nelle mie, come il centro di un dipinto sta alla giusta cornice. I suoi occhi scuri erano la pece dei miei poco più chiari. Mi camuffavo in mezzo alle risate di qualcuno, e al russare di qualcun altro, ma non seppi resistere.


Ero fatta così, in tutte le cose, ascolto sempre me stessa, e faccio le cose d’ istinto. Leggo oggi perché domani non potrei svegliarmi, anticipo le cose che ho da fare perché domani potrebbe piovere, ed amo senza saper aspettare, perché domani potrebbe non esserci la giusta temperatura, il perfetto tono d’arancio sulle finestre, la coperta adatta alle nostre gambe nude.

Il cervello mi ha sempre fatto fare cose stupide, dire spesso dei no che non volevo dire, perdonare persone che mi avevano ferita e da cui mi aspettavo in seguito un torna conto emotivo. Perso giuste occasioni, mi ha persino frenata dal fare cose che volevo, solo per paura. Così un giorno, l’ho spento, e quel giorno, quando ero nelle sue braccia, in mezzo agli altri, in una stanza dal profumo di caffè ed erba, ho tirato via per sempre la spina di alimentazione. Il mio cuore si aggrappò alle costole, poi lungo la gola, risalì negli occhi, per posizionarsi dentro la scatola cranica.


Una testa di cuore, senza spigoli appuntiti, né tondi perfetti. Un cuore, con l’incavo nel mezzo. Lo sentivo fare fumo e pompare sangue quando la mia bocca toccò la sua, quando le sue mani mi spingevano sul suo corpo. Ero un battello a vapore, una barca in mezzo ad una tempesta, ero l’aereo sull’Amazzonia, ed una nave da crociera che percorre tappe -non fisse-

Seguivo l’istinto per ogni volta che la mia voce strozzata si abbassava di un tono, la gente dormiva, e noi ci amavamo al buio, come nessuno aveva mai osato fare.

Quando al mattino si svegliarono tutti, noi sembravamo come una scultura. Alì e Nino, di Kurban Said. Perché mentre noi ancora dormivamo vicini, ignari del mondo e delle sue mosse meschine, gli altri immaginavano mondi dove io e lui non eravamo una sola cosa.

Ed in fondo, anche se non del tutto, un po’ avevano ragione.

Di lì a poco tornai a casa mia, facendo il viaggio a ritroso, i miei erano arrabbiati, ma dopo un po’ capirono che la mia era stata una fuga d’amore. Mia madre aveva solo detto – non hai usato il cervello, sei stata stupida-

Per la prima parte aveva piena ragione, per la seconda non ero d’accordo. Non ero stata stupida o incosciente, avevo scelto di vivere nel presente, senza il peso del passato o l’ansia del futuro. Le cose sarebbero potute andare meglio, o irrimediabilmente peggio, ma non volevo scoprirlo in quel frangente di tempo, così sono andata avanti.


Quando tornai a casa mia però, avevo una sensazione ferrosa sullo stomaco, sentivo come se le nostre spalle si stessero toccando osso ad osso, senza più guardaci in faccia, né essere uno di fronte all’altro o accanto. Ci stavamo girando di spalle, la mia spina dorsale stava contorcendosi per arrivare alla sua, ma la sua autostrada ossuta aveva preso una salita difficile, che io non riuscivo a raggiungere.

Più correvo, più i miei piedi diventavano pesanti. Maggiore era la forza che impiegavo, più la strada diventava in salita. La schiena divenne muro, e il muro tempo invisibile dove non si parla più, non si ascolta più, ed a stento si vive.

Io non vivevo senza di lui, una parte di me era totalmente in pilota automatico. Mangiavo, bevevo e studiavo senza particolari perché. Non volevo neppure morire, mi sembrava un’avventura troppo grande da vivere senza di lui. Ero come bloccata in un mondo anestetico, dove la neve diventa polvere, ed il polistirolo cibo.


Lui aveva scelto un’altra, una che abitava dalle sue parti, che non doveva amare solo ogni tanto, quando Meli ci prestava casa sua, o quando i miei erano indulgenti. Non c’erano treni, né attese, né controllori, né stupidi annunci meccanici che ti avvisano di un ritardo. Lui bussava alla sua porta e le portava dei fiori, così senza pensarci, senza dover aspettare niente.

Il suo carpe diem era di ossa e pelle, sangue e canzoni. Aveva una porta cui bussare, dei capelli da toccare, una voce ad accarezzargli i timpani, e un nome da dire agli amici. Un amore a portata -di piedi-

Molti erano gli ammiratori che avevo io a portati di piedi, ma le cose che non mi permettevano di riavere indietro me stessa, non mi interessavano granchè.

Non mi ero mai interessata ai loro zerbini, alle loro porte, ai loro fiori, nemmeno a come diavolo si chiamassero, io volevo lui, lui e basta.


Così senza pensarci tanto, avevo toccato l’interruttore dell’istinto al lato sinistro della mia testa. Il cortocircuito fu così forte che non ebbi nemmeno la forza di gridare o piangere. Avevo con me -il niente-, non avevo soldi, non avevo borse, nemmeno le chiavi. Non avevo il biglietto, il controllore mi parlava a voce alta, quasi gridando, continuava a dirmi qualcosa, che non capivo, balbettavo, poi alzai poco la voce anche io, ricordo solo qualche parola- non ce l’ho, non ce l’ho, mi faccia la multa-

Qualcuno si sarebbe discolpato, sarebbe scappato nel bagno dell’ultimo vagone, o avrebbe pianto sperando nella commiserazione di quell’uomo in cravatta. Ma io non avevo paura né voglia di fare qualcosa, volevo solo che il treno arrivasse. Forse gli gridai i miei connotati, o forse all’uomo dovetti far paura, ma non ricordo la fine di quella storia.

Quando arrivai in stazione feci tutta la strada a piedi, era una strada di campagna, sperduta in mezzo al niente. L’erba incolta puzzava di urina, il sole stava calando rapidamente, perché era quasi inverno, e la strada terrosa diventava una nuvola ad ogni mio passo veloce. Ero in mezzo ad una polvere di campagna, coi pantaloni peggiori che potessi indossare, coi capelli alla rinfusa, e la gola secca, ma camminavo, continuavo a camminare, fino al suo paese.

Quando bussai le mie nocche fecero un rumore fragoroso, non avevo usato il campanello, perché mi sentivo una molestatrice seriale. Ma una donna, che riconobbi essere subito sua madre, dalle foto che mi aveva mostrato, mi disse che lui era partito con la sua ragazza, per andare a vivere all’estero.

Quando richiuse la porta sul mio naso, la mia voce sembrava non essere più riproducibile, come se un errore di sistema stesse bloccando le mie funzioni vitali. La mia fronte sudava, gli occhi mi bruciavano, ed era ormai quasi sera.


Correvo, chiesi ad un uomo di darmi un passaggio in aeroporto, in cambio di soldi, che per sua sfortuna non avevo. La sua barba era lunga ed incolta, la tappezzeria puzzava di chiuso. Ogni tanto dava uno sguardo al sedile posteriore e mi sorrideva, io abbassavo gli occhi e tamburellavo con le dita sul finestrino. I Pink floyd della sua radio cantavano -another brick in the wall.-

Pioveva quando ormai dovetti fuggire dall’auto del tizio barbuto. Imprecò contro di me, o qualcosa del genere, ma aveva troppa pancia per rincorrermi, ed io ero troppo veloce per essere presa.

L’acqua mi scendeva nei capelli fino alla gola, mi sentivo una pozzanghera di occhi e labbra, sarò sembrata una pazza, ma che importa. Sentivo le suole delle mie scarpe strisciare sulle piastrelle di un marrone talpa smorto. Spinsi qualcuno, un paio di valigie si ribaltarono, ma quando li vidi in lontananza, presi un ultimo bel respiro grosso, e lo voltai strattonandogli le spalle.


Lui aveva la stessa bocca sorpresa di quel giorno sull’uscio di casa di Meli. Io tiravo su col naso lacrime inesplose, e mi toglievo i capelli fradici dalla fronte.

Mi sentii dire le stesse cose che aveva detto sua madre, ma con un tono più malinconico, con la testa bassa e gli occhi acquosi. Non sembrava la felicità di un uomo che va in contro ad una nuova vita con la sua donna. Nella sua bocca morsa rivedevo ogni nostro bacio, nei suoi occhi venosi c’erano tutti i giorni passati insieme, i natali che avremmo dovuto vivere seduti accanto, le chiamate nervose e quelle invece dove sottovoce ci salutavamo per la notte. E le rincorse, e le volte che volevamo dirci basta, ma che il coraggio non bastava, e l’amore non passava. Tutto intorno la gente se ne stava tranquilla con valigie, bambini e biglietti. La sua ragazza incredula era ferma contro lo stipite della sala grande, vicina abbastanza da capire che quella matta bagnata era la ragazza di cui aveva sentito certi racconti del passato.

Noi che ci eravamo fatti troppo male, noi che avevamo capito con ritardo che la vita è oggi, e non si aspetta domani per un oggi grande e bello. Noi che avevamo preso strade diverse, ma mai troppo lontane, noi che sotto un tetto alto, in mezzo agli aerei, non prendevamo quota abbastanza se le nostre dita non riuscivano a toccarsi.


-Non partire- gli dissi solo, sottovoce, quasi piangendo.

-L’ho promesso.- mi rispose rapido

- a chi? E che importa?-


Quando feci le due domande, la sua schiena tornò a battere contro la mia con tutta la forza che il silenzio può imbastire. La cassa armonica della sua schiena mi faceva maledettamente male. Ma non stetti ferma, non stavolta, lo rigirai di nuovo, e senza che potessi capirne il consenso, o la rabbia, o il disgusto del mio gesto, lo baciai sulla bocca.

Bagnata, pazza, immobile e frenetica.

Sarò sembrata cosi vista da fuori.

La sua mano portò indietro i miei ricci fradici, il mio naso si accostò al suo, l’aria che mi mancava tornò a fluire nei polmoni a boccate profondissime. La mia bocca sapeva di nuovo del suo sapore.


-All’attimo direi, sei così bello, fermati- mi venne in mente questa frase di Von Goethe che avevo letto da qualche parte in mezzo al mio caos di libri.

-Fermati, fermati- Come un’istantanea di polmoni, baci, tempeste, motori di aereo, piloti ubriachi, biglietti, ritardi, partenze. Fermati, in mezzo a questa gente, in mezzo al niente. -fermati tempo- e sembrò davvero durare una vita quel bacio affollato e caotico che non mi sarei mai aspettata, ma servii, giusto per capire la fine della storia, e i ringraziamenti ad inchiostro sul fondo della nostra pagina.


Avevamo fatto l’amore, e la casa profumava di caffè, il mio attimo colto in tempo, aveva fatto capire alla sua testa fatta di cervello e musica, che partire non mi avrebbe cancellata, e che restare aveva senso solo se nella sua casa, nel suo letto, in mezzo alle sue cose, ci fossi stata io.


-Fermati, ancora un po’, amore- Mi dice sempre, prima di dormire, adesso, ogni notte.


Ed io ho iniziato a credere che sia per sempre.


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