scrivi

Una storia di GioMa46

Questa storia è presente nel magazine TUTT'ALTRE STORIE

Rosa Pierno

(… ovvero, come ridisegnare le linee della nostra esistenza).

242 visualizzazioni

15 minuti

Pubblicato il 21 giugno 2020 in Recensioni

Tags: #Arte #Autori #Letteratura #Poesia

0

Rosa Pierno “Il contorno dell’ombra” un libro Oedipus Editore 2018

«Non scrivo di me, disegnando. Colorando non afferro concetti. Meno il tempo per l’aia, ramazzo le foglie, riordino e sistemo. Il mondo, così come dovrebbe essere.»

Rosa Pierno
Rosa Pierno

Il segno nero del carboncino scorre rapido, sicuro, essenziale sul bianco della carta che fa da supporto all’opera grafica, traccia un perimetro che rasenta i margini del foglio, come fosse il limite oltre il quale s’apre lo spazio imperscrutabile che l’immaginale estende all’infinito, in un ‘non luogo’ estremo, attraversato da migrazioni d’idee e sembianze appena intraviste nell’ottica di un caleidoscopio in bianco-nero che recupera all’ombra la sua ragione d’essere. Ovvero l’anamorfica illusione della poesia descrittiva che in Rosa Pierno s’avvale del ‘senso’ solo in quanto interiorità emotiva, sensibile al cambiamento repentino del punto focale di posizionamento del guardare …


«Disegnare è farsi depredare, qualcosa che non si può sostenere, se non nel modo naturale in cui lo si fa, velocemente, senza riflettere, né valutare; senza impegno. Deve essere così, deve venire da sé quel che viene e che ogni volta sorprende. Si deve non saperlo fare, per riuscire a farlo.»


A saper disegnare non basta il semplice ‘vedere’, quanto invece è necessario l’ ‘osservare’. Tutti noi muniti di vista vediamo, anche se talvolta ci sfuggono i contorni che delimitano la dimensione delle cose; così come a tutti noi è dato ‘osservare’ secondo le capacità sviluppate dalla propria formazione (culturale, emotiva, sensitiva, educativa, artistico-creativa), seppure non a ciascuno è dato comprendere quelli che sono i segni e le forme, i pieni e i vuoti, le sfumature dei colori, il posizionamento delle ombre, la cui deformata prospettiva è data dai cambiamenti repentini della luce. L’equivalente di un piano valutativo che elude ogni formalità oggettiva, posizionandosi nel punto focale (sopra=sotto, aperto=chiuso, sinistra=destra, alto=basso, positivo=negativo) per quanto equanime e coinvolgente di un univoco sguardo d’insieme, quantunque comporti in sé l’eccitazione e lo spavento edenico dell’origine …


«Volendo mettere in rilievo il busto, immergo le estremità nell’ombra. […]L'incidenza della luce, sulla parte centrale, lo cancella. […] La luce si rifrange in ogni dove. Non riesco a ottenere ombre che seguano una legge prospettica.»


«Nella luce atmosferica, la direzione dei raggi crea stigmate abbacinanti. […] esco dal quadro, non voglio ridurmi a cosa


«Il chiaroscuro per disegnare un mondo d'invenzione. Con l'immaginazione lo stipo d'improbabili presenze, di chimere: affiorano dai più comuni utensili, quasi avessero una doppia vita. È come essere sempre minacciati da un fondale che prenda il sopravvento.»


«Eppure, esiste un'ora precisa, lucente e vivida, senza velature. Da un limone nasce un seno; da una piantina grassa, una ciminiera; da un pettine, alcuni rami di corallo. L'ombra alligna minacciosa in ogni consesso, sull’approntato palco […] ..denuncia un'estraneità rispetto al materiale ceramico, implicando una diversità non riducibile alla sostanza.»


Quasi che l’abbaglio iniziale magnifichi l’esistenza ‘mistica’ dell’ombra ridisegnandone il ‘contorno’ che la rende oggettiva dentro l’assunta forma immateriale che la domina. La mancanza di un’anima pensante non esclude l’ombra dall’essere più o meno marcata, più o meno intensa, o dall’essere di per sé mutevole d’aspetto, in quanto proiettata a difesa dell’oggettività delle cose riscattandole dall’invadenza della luce che, altrettanto le oblitera all’evidenza … «In un continuo scambio tra pieni e vuoti, tra volumi e piani, non è di poco peso l'artificio che ivi si attua.»


Ma se l’intensità dell’ombra è tale da compenetrare, ad esempio, il nostro ‘silenzio interiore’, ècco che ben presto diviene protagonista dei nostri pensieri, talvolta offuscando i nostri sentimenti, i nostri sogni, le nostre idee, rendendo cupi i nostri desideri, i connubi delle nostre azioni, la lucidità della nostra mente, in breve ci rende ‘diversi’ da come effettivamente siamo, per poi dare sfogo al magma che giace sul fondo della nostra incomprensibilità …


«L'ombra, demandata a fingere con il suo obliquo menare profondità spaziale, cede il posto a una mendace affermazione che coagula senso con la sua sola presenza, nella mutevolezza dell’ora.»


Paul Klee
Paul Klee

«Si può pensare a un concetto che abbia tali gradienti di luminescenza da essere in grado di tenere ferma la mente su baluginanti contiguità e incommensurabili distanze?»


È allora che si restringe il campo immaginale non lasciando ‘vedere’ e/o ‘osservare’ quale e quanta ‘bellezza’ riveste l’animo umano, rendendolo incapace di ridisegnare le linee della propria esistenza all’atto della creazione. È quanto Rosa Pierno cerca ostinatamente di ribaltare tracciando il ‘contorno dell’ombra’ che ha individuato intorno a sé, restituendola alla ‘visione d’insieme’ che, smussate le controversie attraverso la variante della ‘poesia descrittiva’, la riporti all’archetipo universale del ‘tutto’, in cui …


«La luce s'incunea nelle volute, risucchiata in profondità intestine.» Così che, oltrepassata la soglia, il ‘senso’ sollecita il sentimento a ricominciare. Ed è come … “vedere un cielo tempestoso squarciato da fulmini, come assistere al mare in tempesta su cui scorrono cicloni, come sentire un terremoto che scardina un prato in fiore”. (V. Andreoli)


Immagini queste che sono dell’arte nei suoi diversi generi di espressione, della pittura come della letteratura, della poesia come della musica, e che in qualche modo (che scopriremo in seguito) ripercorrono le strade ansiogene della natura, onde ricercare il momento dell’impatto primordiale, della ‘ierofania solare’ in cui un raggio di luce ha dato forma e corpo all’ombra …


«Con il disegno, origine e fonte della scultura e della pittura, si raggiunge il medesimo fine, un’artificiosa imitazione della natura feconda, la quale cede al foglio tutti i suoi segreti», favorendo la ‘mimesi astrale’ di una ‘verità più grande’ alla cui iniziazione non si sottrassero gli antenati nel ricreare l’immagine universale dell’ ‘albero della vita’. Immagine onirica dell’aspirazione profonda del Sé, rappresentativa del processo di crescita e del perenne rinnovamento, che si protende e si moltiplica in un’infinita varietà di forme e di simboli (feticci esoterici), a conferma della propria centralità nel cosmo armoniosamente ordinato …


«Alcune chiazze sono presenti dove l’oscurità è più densa. A un tratto, le pozze catramose iniziano a volteggiare in ogni direzione, macchiando ciascun colore e alterando la prospettiva. In breve, tutto il disegno ne è sommerso. I lumi, pericolosi, possono (sì) abbacinare.»


«Accosto il cono del carboncino alla carta e ne ascolto lo stridio. Facendolo lentamente scorrere lungo la verticale, anche la pelle avverte fastidio per il brivido che lo strofinìo provoca, ma non smette, il polso, di strofinare il bastoncino. Osservando le crepe nel segno nero, dovute all’irregolarità della carta, riconosco qualcosa nel tratteggio, anche se così breve, quasi un innesto. Roteo il cono per infittire, coprire. Il carboncino pare rifiutarsi di passare sulla medesima superficie che ha percorso, anche se la mano ve lo spinge. La carta ha la sua forza, fa deviare il polso, e nuove aree forate, inevitabilmente, appaiono.»


«Rende felice la decisione di portare la matita sul campo aperto, di vedersela con un segno, il quale impegna il sé in un vuoto ulteriore, mentre la punta può andare dove vuole oppure essere trattenuta o acquistare maggior velocità. Si potrebbe chiamare esercizio della volontà in una rappresentazione. In questo gioco ne va dell’apparenza del visibile. Si può rendere più complessa la sfida immettendo una conchiglia bivalve o una brocca di vetro cesellato. Ciò che sembra superfluo risulterebbe, al contrario, equivalente all’immissione, nel disegno, di una realtà che esista al di fuori di noi, che noi non abbiamo creato. Disegnare l’edera non sarebbe la stessa cosa che disegnare un vaso di Gallé.»


Non è la stessa identica cosa di copiare/fotografare l’ordine di un raggio di luce proveniente dal lato oscuro della coscienza di ognuno, da quell’inconscio che attraversa il ‘fuoco’ dell’esperienza (della sofferenza umana) e che affonda le sue radici nel cono d’ombra dell’immaginazione visionaria degli antenati: “pure la quercia muore, ma la sua individualità non muore mai, bensì ritorna dal seme maturato nell’ombra sotterranea della sua eterna madre” (GioMa); la cui sembianza è all’origine del pensiero contemplativo annoverato nel grande ‘libro della natura’, ai ritmi nascosti che regolano l’intima intesa tra la mano dell’uomo e l'arcano segreto del creato, fra la sua mente e lo spazio cosmico, fino alle sfere più alte in cui si muove la vita …


«Se la matita sale per tutta l’altezza del foglio e poi, di nuovo, ripartendo dalla base, dallo stesso punto, crea una biforcazione, e tutta l’operazione viene ripetuta accanto alla prima, allora si ottiene il delta di un fiume o la chioma di un albero, è lo stesso. L’analogia a volte è una porta già aperta. La natura replica le sue forme. Mantengo il disegno nell’incertezza di flebili linee precarie che risalgono, senza dargli un titolo, a onta di quanto è somigliante. Conduco la matita sino al bordo superiore e poi la vedo prendere un’altra direzione.»


«Il desiderio si prende e si perde per l’equilibrio di una mina. Si dovrebbe tratteggiare solo per consumarne la punta, nei giorni senza orizzonte da raggiungere. Con una matita si può riconsiderare lo scopo dell’esistenza e perderla, l’esistenza, senza dover perdere la vita. È una cosa simile al gioco dei dadi: gettare per vedere l’esito, ma solo per ricominciare. Tirare e disegnare. Accanto a me, carte diverse nel peso e nel colore, affinché vi sia una storia dello spreco: le ore spese a disegnare saranno quelle della giusta comprensione, del valore esatto delle cose, quelle dell’equilibrio totale, della perdita piena, del segno inutile, del segno felice.»


Un dialogo si è detto appena iniziato e mai concluso fra la mente umana e lo spazio cosmico che da illo tempore non conosce interruzioni, sebbene oggi possa sembrare riferito a un mondo accolto nell’oblio del tempo. Tuttavia, benché tante siano le mutazioni sopravvenute, pur trova in noi una sua continuità nella memoria emblematica della conoscenza, seppure solo in parte, che giustifica le ansie e i malumori, le fortune e le avversità della sorte che ci compete; così come i diletti, i piaceri e le disavventure dell’amore, stabilendo con ciò l’occulto ‘gioco del destino’ al quale, sostanzialmente, ognuno tende …


«Il contorno (dell’ombra) crea scompiglio, anziché suggellare, con morbida mano d’amante. Inseguo vacuoli, zone indefinite, di accavallo, che si ritraggono dal proprio e sconfinano nell’improprio, quasi fosse, quest'ultimo, terreno di più stabile conquista. […] Inizio come se obbedissi a un dettato per poi scartare repentinamente dalla retta via e avventurarmi nelle lande desertiche del bianco, posizionando boe come segni di trapasso da una materia all’altra; non più quella vegetale, ma quella dell’intenzione.»


«Le bordeggiature non accettano di adeguare il proprio svolgimento al percorso consueto e dichiarano di non avere un destino. Pretendono, come acqua che scivoli via su un pendio di sassi, la medesima libertà di adempiersi. […] Dipingere quel che resta vorrà dire porre marcatori, segnalare che il passaggio è avvenuto con lascito di scarti consunti o di massicci residui. La linea di bordatura appare sfrangiata, rotta a tutti gli accidenti, estenuata, quasi esangue o, a tratti, in ripresa, con un flusso rossastro, lì dove il desiderio abbia ripreso il suo slancio.»


«Se si potesse sollevare lo strato di pigmento non si troverebbe la forma degli oggetti, ma la linea che s’intrica o che s’interrompe per mancanza di dettagli. […] I mutamenti sono costantemente in corso. Adempiono ad approssimazioni indefettibili, risiedono nell’ordine dell’irripetibile.»

È questo un ‘dialogo’ precipuamente intellettualistico che l’autrice di siffatta avventura poetico-descrittiva, rivolge al lettore in forma catartica, fornendo allo stesso tempo la chiave per una lettura liberatoria dalle ‘angosce’ (individuali e/o collettive) maturate all’ombra del baratro che ci attende …


«La tinta non tollera il profilo di alcunché: disprezza la forma chiusa, sorvola sulle disparità di trattamento causate dalle differenze materiche delle superfici. Disponendosi in strati, ritaglia porzioni per suo conto, segue altre vie, non si sottomette alla gravità, si rifrange sul mobilio, ritorna sul luogo del delitto e vi sosta per meglio rimarcare l’atto. […] Proietta le ombre con disinvoltura. Dalla sua posizione, all’interno dello spazio bidimensionale, lancia residui di angoli, lamelle a forma di sogliola, sfere schiacciate. Coriandoli di rigida osservanza. […] I volumi ricompaiono asserendo che un’ombra l’hanno ancora. È il rimasuglio della loro volontà di esistere. Un limone è forma e ombra insieme, un vaso proietta un busto di donna; le ombre di altri arnesi si assottigliano in foglie zigrinate.»


L’inportanza di un linguaggio siffatto cambia l’insieme dei concetti che ne sono alla base, trasferendone la terminologia nell’ordine/disordine di un lessico locuzionale riconducibile alle sole linee grafiche che lo compongono, e renderlo manifesto al di dentro di campiture monocrome, la cui spazialità non abbisogna di cornici né d’altri orpelli, in quanto visibile nella luce come nell’ombra, esposto alla compenetrazione del silenzio interiore di chi l’osserva e ne convalida l’essenza e/o la sola presenza, quasi la si volesse riordinare …


«Con parole acconce, mostrare il baratro tra lo scrivere e il figurare. Non è questione di tradurre, ma di rimarcare lo iato, i regni senza ponte del mio operare. Lessicali equivalenze, partiture sintattiche in equilibrio con legature di linee e tinte, con tratti esarcebati o dolci, oppure ammagliati oggetti trafitti da spilli lucenti: non è che un far la spola, un andare e venire senza remissione. Il mondo elegante non è quello reale. Nemmeno un’intonazione adeguata può far superare il guado. Come una musica strepitante o dissonante disturba l’udito, allo stesso modo, colori troppo carichi e squillanti procurano fastidio. Se il troppo acceso o lo smorto, lo spento o l’abbagliato, mortificano il disegno, vivo lo rende l’armonica mistura e anche la parola arguta, che, a schiera, segue, sonora.»


«Il mondo non ha forma: è solo colorato!», esclama l’autrice, volenterosa di trovare una possibile simbiosi tra la primaria visione del nero sul bianco del cartoncino che si rivela esemplificazione del contrasto esistente tra due colori assoluti, che non esclude l’esistenza di tutte le altre tinte, tuttavia derivate e/o contenute nelle sfumature dell’ombra, onde …


«Sotto un lume sfavillante, i contrasti rimbalzano. Infidi e instabili, traballano e s’infrangono in una miriade di luccichìi irricomponibili. Aprendo totalmente gli scuri, la luce investe la scena predisposta. Le zone più offuscate s’allumano, producendo deformazioni nel calcolato spazio. Nelle ombrature, l’io, risucchiato, sparisce. Modulo l’apertura delle imposte per il mio teatrino privo di figure.»

È allora che il «Colore strìa, erode, sdrucciola, scava. Ma, quando non rispetta alcun margine, si polverizza nell’aere, divenendo il contrario esatto di tutto ciò che ha una massa; non è però ancora luce.»


Si evidenzia così un secondo elemento di interesse epistemologico nel tentativo dell’autrice di conciliare il fascino puramente attrazionale del segno originario che ella pone sulla carta (e/o sulla tela o altro materiale), con l’assegnazione di una precisa funzione narrativa. Come del resto avviene nella tradizione onirica dell’arte e/o della letteratura costituita da immagini associative, in cui la grafia del segno e/o la parola si fonde a campiture di colore, a dar luogo a una struttura di sintesi più vasta e articolata, attraverso un’alternanza di convergenze e disgiunzioni, in un complicato ‘gioco di destini’ che si incrociano, si perdono e si ritrovano, mescolandosi infine nell’opera d’arte compiuta …


«Non contendono il primato alla luce, le ombreggiature, ma lavorano nei recessi tenebrosi per disporsi come massa coloristica anch’esse. Le figure umbratili non vogliono distinguersi dalla sostanza.»


E cos’è un’opera d’arte compiuta, se non un ‘contorno d’ombra’ contenente tutte le varianti narrative (in musica sono le ‘variazioni’ sul tema) e le sfumature imitative degli elementi della natura …


«L’ombra, reclamando un diverso concetto, distante da quello della mancanza di luce, effonde aromi muschiati, si muove con libertà fra il vasellame, decanta una propria sostanza, mal assimilata alle materie che, mosse, producono rumore. Nella penombra abitano colori allo stesso titolo che sugli oggetti. Foglio accoglie tutto con generosità, fornendo alte luci all’illusione.»


«Quando l’ombra si riduce alla linea di bordura, è segno che è oramai entrata nel luogo assediato e sta per sferrare l’ultimo attacco. Si assottiglia per fingere di allentare la presa, ma impone la propria direzione all’oggetto, lo deforma fino a renderlo una figurina, lo stana e lo perseguita, echeggiandone il nome. Sa essere ancor più scaltra: traccia gli incavi nel quale costringerne i profili.»


«Il colore essuda, saturando la figura; travalicando l’essenza dell’oggetto, s’impone, per ciò che in ultimo resta.»


«Le trafitture lucorose, provenienti da ogni dove, percuotono il disegno. Con il trascorrere dell’ora lucente, che abbacina e tiene in scacco, colano oleose e coprono i tratteggi, sbiadendo i contorni. Non si depositano, non attecchiscono come l’acerrima ombra, la quale aderendo alle pareti delle cose, le impiomba.»


È qui, con la mente rivolta all’“essenza” del tracciato che si chiude la mia personale investigazione sull’opera di Rosa Pierno, volendo dar luogo a una più intima riflessione sugli effetti dissolventi la luce nell’ombra, negli interstizi bui dove sprofonda il pensiero visivo ed ha luogo l’immaginale dell’arte …


«È necessario ricominciare, se si ha la sensazione di aver tralasciato qualcosa. È necessario ripetere senza essere il medesimo. Mai porre un’ingenua corrispondenza tra sé e il giallo-sole o il malva-clandestino.[…] Il colore è attratto dal colore, mai sazio, assetato fino alla lordura.»


«C’è un modo per allontanarsi dal disegno – adduce l’autrice – chiudere la scatola dei pastelli e – ridisegnare le linee della nostra esistenza – ancor ché con la punta di un taglierino incido una forma per distruggere il disegno.»

Nota d’autore.

Tutti i «corsivi» esclusi quelli contrassegnati, sono di Rosa Pierno contenuti nel volume “Il contorno dell’ombra” edito da Oedipus 2020.



L’autrice.


Rosa Pierno (Napoli, 1959), poeta e architetto, dal 1993 è nella redazione di “Anterem, Rivista di ricerca letteraria” fondata nel 1976. Ha diretto con Gio Ferri (2015-2018) la rivista TestualeCritica.

I suoi interessi letterari, attestati dalla partecipazione a riviste di poesia, antologie e convegni, corrono parallelamente all’attività di critico d’arte.

Con Anterem, ha pubblicato Corpi (1991), Buio e Blu (1993), Musicale (1999), Trasversale (2006, Premio Feronia 2006, Sez. Poesia).

Da segnalare, inoltre, Didascalie su Baruchello (1994), Interni d’autore

(Joyce&Company, 1995), Arte da camera (d’if, 2004), Coppie

improbabili (Pagine d’Arte, 2007), Artifi cio (Robin, 2012), Corpo in

movimento, con fotografi e di Josef Weiss (Private Press Weiss, 2017),

Istoriato (Gilgamesh, 2019).


Cura dal 2011 il blog Trasversale www. rosapierno. blogspot.com.


Nessuno ha ancora commentato, sii tu il primo!

Ottimo! Visita la libreria per gestire i tuoi magazine

×
!
La tua sessione è scaduta! Effettua di nuovo il login e spunta Ricordati di me per rimanere sempre connesso e non perdere i tuoi progressi!
Ottimo!

Controlla la tua email per reimpostare la tua password!

×