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Una storia di Gan20

DANNATA

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12 minuti

Pubblicato il 20 novembre 2020 in Thriller/Noir

Tags: #verismo #attualit #violenza #cronaca

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Mi ritrovai vedova a trentacinque anni e non sapere cosa fare del resto della mia vita, sola, senza più neanche mio padre, per quel che valeva, morto qualche anno prima. Rimaneva mia madre, se cosi, la vogliamo chiamare, una madre assente, presa solo dalle sue cose, dalla sua Silvia, l’amica cara che diventò parte della famiglia, giacché mia madre non ebbe mai il coraggio di affrontare la sua omosessualità vista, la sua posizione nell’elite, erano gli anni dove ancora vi erano discriminazione e vergogna. Ora capisco le lunghe assenze di mio padre dovute in parte al lavoro di diplomatico sempre in viaggio per il mondo. Una volta, fu che la relazione di mia madre con Silvia fosse motivo di una discussione, era un mattino d’estate nella villa al mare, all’epoca io avevo sedici anni, non fu un bel ricordo, lei si preparava per andare in spiaggia mentre mia madre e mio padre erano già andati dopo la colazione. Solitamente mi alzavo tardi quando ero in vacanza e dopo la colazione avevo l’abitudine di occuparmi del mio corpo con calma e devozione mentre tutti erano a prendere il sole in spiaggia. Non mi accorsi che lei era ancora in casa e mentre ero intenta a spalmarmi la crema sul corpo apparve all’improvviso. Ebbi uno scatto e paradossalmente mi venne d’istinto di coprirmi col telo da bagno - Hai paura di me? Vuoi una mano a spalmarti la crema?- disse, mentre si avvicinava sempre di più. Provavo una strana sensazione, pudore più che altro, anche se ero abituata a vederla per casa da quasi dieci anni, anche se era una donna, ma ancora non avevo capito la sua indole. Mi prese la bottiglietta di crema dalle mani e messosene un po’sul palmo le fregò assieme, poi iniziò a spalmarmi le spalle e lentamente diventavo più concedente, lei continuava a spalmarmi sino a che arrivò ai miei giovani seni turgidi, da prima il movimento attorno delle sue mani mi pareva normale, man mano che incedeva era più insistente e mirato, provai una sensazione di piacere ma subito di disapprovazione alche le allontanai seccata le mani sgusciandole sotto le braccia e corsi a rinchiudermi nella mia stanza. Piansi di rabbia e di vergogna sino all’ora di pranzo, non si era azzardata a seguirmi e raggiunse i miei in spiaggia. - Come mai non sei scesa alla spiaggia?- chiese mio padre - Avevo mal di pancia … sai le mie cose!- Risposi, mentre Silvia mi guardò con un sorriso dato che non feci parola dell’episodio, ma continuava a guardarmi con occhi di lussuria ed a un certo punto disse - Stai diventando una donna, hai anche un bel seno!!- Rimasi impietrita mentre mia madre diede un colpo di tosse, all’improvviso non so che mi prese , gli scaraventai il vassoio dell’insalata addosso e scappai fuori a rifugiarmi nella casa degli attrezzi. Mentre uscivo mia madre urlò forte il mio nome richiamandomi e Silvia si dileguò. Dalla casa degli attrezzi sentivo i miei litigare come non avevano mai fatto, sentivo rumori di piatti rotti e sedie che si rovesciavano, rannicchiata nell’angolo sotto il balcone potevo solo immaginare mentre piangevo e tremavo di paura cosa stesse accadendo. Avrei voluto morire quel giorno pur di non avere dei genitori così. Rimossi questo episodio rapidamente dalla mia mente, continuai la mia vita tra scuola, amici e feste che mi organizzavo nella dépendance per conto mio. La più bella fu quella del mio ventesimo compleanno, si, quella dove conobbi Ettore. Lui era più grande di me, dieci anni, lo portò alla festa nella dépendance Lucilla, un’amica dell’università. Dopo quel giorno c’incontrammo sempre più spesso e mi fece conoscere i suoi amici, i suoi genitori, e un sacco di gente semplice e umile come lui, ci sposammo solo in comune e non facemmo neanche il ricevimento, a parte un pranzo coi suoi e pochi amici; i miei erano latitanti da anni,sino al giorno che Ettore morì in quel brutto incidente, ero sconvolta, spaventata, distrutta dal dolore ma anche adirata con la vita che mi aveva rubato ancora qualcosa che amavo. Andai a vivere in una città lontana da tutto ciò che mi ricordasse il mio passato decisa a rifarmi una vita a voltare pagina. Trovai casa in un grande stabile del centro in una via commerciale, condividevo l’appartamento con una ragazza più giovane che studiava all’università, Evelina, nome singolare, era una ragazza carina, molto socievole, dinamica, ma a volte introversa; si chiudeva in stanza per studiare e usciva solo per qualche bisogno, senza dire una parola, senza salutare, non facevo caso a questo suo comportamento. Non ero mai abituata ai suoi vari orari ma quella sera era a casa, avevamo un unico bagno e lo impegnava lei, le chiesi di uscire un attimo perché avevo necessità, lei mi guardò e si avvicino alla porta senza però uscire del tutto, per non discutere dovetti adattarmi e visto che si era voltata di spalle feci quello che dovevo. Non avevo fatto caso che era appena uscita dalla doccia, con l’asciugamano a modo di turbante in testa e l’altro telo avvolto nel suo esile giovane corpo. Stavo per uscire dal bagno quando mi bloccò e sorridente mi disse -Mi spalmi la crema corpo sulle spalle per favore?- Esitai un attimo, presi la boccetta dalle sue mani e ne misi un po’sul palmo, la sfregai e iniziai a spalmare la crema sulle sue bianche spalle … in quell’attimo mi riaffiorò il ricordo di Silvia e il suo gesto di quell’estate di tanto tempo fa, mi fermai per un attimo cercando di scacciare quel pensiero -Bhe’?! Che c’è?!! Già stancata?!!- mi arguì. Ripresi a spalmare la crema sulle sue spalle da dietro verso il davanti e di nuovo quel pensiero mi affiorò, lo cacciai senza fermarmi e mi ritrovai a massaggiare il suo seno nello stesso modo che Silvia fece con me, la cosa mi disturbava e sospesi il massaggio, lei mi prese le mani e le guidò di nuovo sui suoi seni poi le lasciò e continuai il movimento da sola, il suo telo era ormai a terra; lei gemeva di piacere, si voltò e a occhi chiusi io continuai a massaggiare i suoi seni come lo stessi facendo a me. Mi tolse la giacca, poi iniziò a sbottonare la camicetta e volò via anche quella, fummo smaniosi, anche il mio reggiseno volò via e le sue mani avide mi accarezzarono e mi sembrarono quelle di Ettore, che solo lui sapeva come toccare i miei seni, poi si strinse a me e avvicinò sempre più le labbra alle mie; vicino e poi lontano, desideravo la sua bocca, la sua lingua; mentre le mani andavano su e giù per il corpo giovane di ragazza. A un tratto sentii la sua lingua vischiosa e dolce penetrare nella mia bocca e cercare la mia lingua, era una sensazione strana provare le stesse cose che avevo provato con Ettore, come se in quel momento lui fosse lì, come se il suo spirito si fosse impossessato di Evelina, ma poco per volta era come se io avessi trovato la mia vera natura. Ero io e lei nello stesso istante, ero io ventenne, figlia dannata partorita da una lesbica. Tutto tornava chiaro, i miei pensieri confusi di bambina mentre mia madre mi lavava, le sue carezze, il piacere che mi provocò Silvia in quell’episodio, le notti da adolescente a masturbarmi pensando a lei; che nel risvegliarmi attribuivo a degli incubi per giustificare quel mio gesto. Questo crescendo alimentò quella sorta di odio nei suoi confronti. Tormentata e dannata scappai da quella casa e dalle attenzioni di quelle donne, rifugiandomi nell’amore etero di Ettore che ho sempre considerato un vero uomo. Ma mentivo a me stessa, in quel momento capii che trovai amore in quel fuoco di passione con Evelina, che qualunque cosa una possa nascere è la sua vera natura che le cambia la vita, infondo capisco anche mia madre; che forse neanche mi voleva sapendo che avrebbe messo al mondo un’altra omosessuale, oppure fu proprio un caso che io nascessi?! Però vivevo la mia vita da omosessuale senza vergognarmi lottando perché chi dopo di me, di tante come me, siano trattate come umani prima di tutto e non come fenomeni da evitare o discriminare, penso che anche Ettore in qualche modo avesse quella parte di femminilità celata e solo con me poteva rivelare perché tra me e lui non c’era nessuna differenza. Quella ragazza ventenne che viveva con me, ero io in quel momento che avrei dovuto affrontare la mia vera natura e solo per pregiudizio o per non dare un altro dolore a mio padre non feci. Anche la mia ritrosia nei confronti di mia madre e di Silvia e le persone come loro erano tutte congetture dettate dall’idea che io ero eterosessuale e non avrei mai cambiato per non essere uguale a mia madre, ero fermamente convinta che fossi “normale” condannando sempre la relazione di mia madre con Silvia, odiandola per avermi messo al mondo sapendo che non voleva figli e che non amava mio padre. L’astuzia di mia madre nel nascondere il suo stato fu emblematica. Lei difendeva quel suo amore “diverso” lo proteggeva dalle insidie delle persone, lo viveva in segreto e discrezione, su questo forse vi era da ammirarla. Io non avrei saputo fare lo stesso essendo di carattere impulsivo e fragile, la mia è stata un’omosessualità occulta, rifiutata, doveva succedere prima o poi che venisse alla luce; dovevo vivere quel tormento, dovevo subire quel martirio, questo penso. La mia vita con Evelina è stata il voltare la pagina, anzi un rinascere, non si può voltare una pagina e pensare di continuare la stessa vita cambiando i personaggi, si può solo cancellare tutto ciò che è stato prima, chiudere definitivamente una storia e riaprirne un’altra. Evelina è stata la rinascita, lei così giovane ma consapevole della sua condizione, non se ne preoccupava minimamente, diceva che il problema non era il suo, ma degli altri. Certo ammiravo quel suo coraggio quando per strada mi teneva per mano o mi baciava ardentemente. Nei primi tempi trovavo un po’ d’imbarazzo ma poi notavo che la gente in quella città non badava a noi, nessuno ci guardava con disprezzo o con stupore, e via via anche il mio imbarazzo spariva. Certi momenti dopo che facevamo l’amore si accoccolava su di me in una tenera posizione infantile e notavo tutta la fragilità di un animo sensibile di una donna che non aveva avuto l’affetto che ogni bambina o bambino deve ricevere dai genitori. Mi ritenevo felice con lei, anche quel senso materno mi piaceva, lei era sempre gioiosa, curiosa, aveva sempre fame di sapere, di conoscere, spesso andavamo dei week end in gita in qualche città o al mare. E fu in una di queste gite che Evelina incontrò il fratello che lavorava in un bar. Quel giorno fu terribile, quell’atteggiamento di disprezzo e discriminazione ferì lei quanto me. Il cameriere che venne al tavolo si rivolse a me, Evelina portava dei grandi occhiali da sole e sembrava nervosa, non guardò neanche il cameriere e disse a me cosa voleva. Il cameriere arrivo con i grossi bicchieri d’acqua poggiandoli sul tavolino e bruscamente con tono ironico ma severo rivolto a Evelina incominciò a insultarla -Pensavi che non ti avessi riconosciuto con questi occhiali da gay, ah?!!- Strappandoglieli dal viso e gettandoli per la piazza -Smettila Roby!!! Lasciami in pace!!!- rispose lei raccogliendo gli occhiali, mentre io esterrefatta non riuscivo a reagire. -E questa chi e’, ah?! La tua Pappona?!! Che,Ora ti sei messa a fare le marchette, ah?!!- -Ti ho detto di smetterlaaa!! E lavati la bocca!!- ribatte lei seccata. Il tale le diede il bicchiere d’acqua in faccia e urlò -E tu lavati questa faccia da schifosissima lesbica!!!- Evelina scappò via e io senza dire una parola presi ad inseguirla raccogliendo le nostre borse, mentre quell’energumeno continuava a ridere e insultare sotto gli occhi sbigottiti di alcuni clienti stranieri. Lei correva velocissima, avevo difficoltà a raggiungerla, la persi di vista. Non sapevo che fare non sapevo dove cercarla e mi recai all’albergo. Passarono le ore e stavo a letto non riuscendo ad avere un pensiero una qualsiasi cosa nella mente, provavo solo ansia e disperazione, piangevo. Non so quanto tempo passo ma sapevo che ormai era quasi sera, mi rinfrescai il viso e decisi di uscire a fare un tentativo di ricerca. Camminavo e pensavo, la disperazione si trasformava in presentimento. Iniziavo ad essere preoccupata seriamente per Evelina, un ultimo pensiero mi passo per la mente nell’avvicinarmi alla stazione, mi diressi là con il cuore che mi guidava. Davanti alla stazione vi era un sacco di gente e le luci blu dell’ ambulanza e della polizia non mi destarono più di tanto. Avvicinandomi sempre di più a quella folla sentivo una strana sensazione ma non volevo pensare al peggio, la gente borbottava che qualcuno si era buttato sotto il treno e io sempre più impaurita singhiozzavo e affrettavo il passo facendomi posto tra la calca, andando avanti a spintoni, pensando che no, non poteva essere. Arrivai con fatica ai binari; un corpo giaceva coperto da un lenzuolo appena macchiato di rosso, gli agenti della polizia avevano delimitato il posto e rilevavano le misure, con gli occhi appannati dalle lacrime guardavo quel corpo e speravo che non fosse così. Il lenzuolo non copriva tutto di quell’ esile corpo, un braccio usciva appena, era quello di una donna, mi stropicciai gli occhi e notai un bracciale al polso di quella sventurata, ero troppo distante per vederlo bene ma il presentimento mi spinse a ravvicinarmi; diedi un urlo e mi precipitai verso quel corpo eludendo gli agenti, sorpresi dal mio gesto, qualcuno mi afferrò non riuscendo a trattenermi, mi gettai su quel lenzuolo urlando disperatamente tutto il mio dolore, tutto lo strazio e l’angoscia covata in quelle ore, ripetendo -Perché??!!! Perché, Amore miooo!!.- Il silenzio incombe su quella stazione rotto solo dai miei singhiozzi mentre un’agente mi indusse a rialzarmi invitandomi a seguirlo nell’ufficio. Ho creduto di morire anche io in quel momento che ero sul suo corpo ancora caldo, se solo fossi andata prima alla stazione avrei potuto salvarla, riaverla con me, saremmo stati abbracciati come quando a volte dopo fatto l’amore si accovacciava su di me in una tenera posizione infantile e notavo tutta la fragilità di un animo sensibile di una donna che non aveva avuto l’affetto che deve ricevere e un po’mi sentivo madre.



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