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Una storia di GioMa46

Questa storia è presente nel magazine TRAVELOGUE

HALLOWEEN AT NIGHT

VADEMECUM ROMANO / 1

75 visualizzazioni

12 minuti

Pubblicato il 31 ottobre 2019 in Fantasy

Tags: #Esoterismo #Fantasmi #Racconti #Roma

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Roma : la porta magica.
Roma : la porta magica.




VADEMECUM ROMANO / 1



Il mosaico dei sampietrini bagnati dopo il temporale dona alla bella piazza umbertina, intitolata a Vittorio Emanuele II, la patina smaltata della pietra dura, incastonata nella tenue luce dei lampioni accesi. La restituisce, per così dire, alle brume del crepuscolo, in cui le nuvole giocano a rincorrersi dentro le gore acquitrinose. A poco a poco le ombre della sera, nascoste sotto i porticati, tornano a impossessarsi del tempo per l’intero arco delle rimaste ore, fino a quando, ombre mobili più cupe e più profonde delle altre, finiscono per avvolgere ogni cosa.

Rimasta vuota, dopo le affollate ore del mercato, la piazza tutta sembra inabissarsi dentro le pozzanghere, e tremola quando la ruota di un ultimo carro l’affetta prepotente. «Le case, che je stanno a pochi passi, guardeno come drento a ‘no specchio le crepatura sopra ar muro vecchio che mostrano le grinze de li sassi» (1). Tremano le arcate a tutto sesto e le robuste colonne allineate sotto al parapetto di travertino, le mensole come le ampie cornici delle finestre, tremola la luna come per dispetto.

Quello che del resto capita al viandante che frettoloso dopo aver messo il piede in un pantano, tosto affonda, e tutto gli si confonde dentro l’immagine dello specchio, spaventato non poco della sua stessa sorte. Dicono a Roma: «Senza ragione, tanto ce se sà, che chi er piede inzuppa ner bagnato, o è straniero, o è minchione. (..) Der resto quanno piove sarvognuno, è meijo de sta’ ariparato, ché manco a fallo apposta ner serciato ce stà ‘sto monno arivortato» (2).

Finanche l’elegante cancellata del giardino, appartenuto un tempo ai Palombara, scompare nell’occhio cupo della notte per far posto all’enigma della Porta Arcana che un doppio Bes, “guardiano dell’orizzonte”, mantiene nel segreto della fronte:


EST OPUS OCCULTUM

VIRI SOPHI APERIRE TERRAM

UT GERMINET SALUTEM PRO POPULO (3)


L’ordine dei simboli scolpiti sugli stipiti e la traversa nulla lascia intendere al profano, mentre lancia l’invito di ermetica memoria a “colui che sa” di elevare lo spirito sommesso e a portare la Grande Opera a compimento.

Quand’ecco, all’improvviso, s’ode un rumore di ruote di legno e il calpestio di zoccoli sull’acciottolato. È quello d’una carrozza che si ferma appena sul nitrito furente del cavallo, la cui briglia il vetturino ha pressoché tirato. Ne discende la figura elegante di una dama d’altri tempi, incappucciata in un ampio mantello nero. Ha il volto nascosto da un elegante velo, e con passo affrettato, attraversa il cancello lasciato socchiuso del giardino.

Giunta che è davanti alla Porta Arcana, accende due piccoli lumi e li depone ai piedi dei Bes dall’orrendo aspetto: – “colui che le profonde tenebre scruta, demone e signore dell’occulto” – poi si appiattisce col corpo contro la parete terrosa del fondo poggiandovi la fronte. Dunque, levate le sue bianche mani verso il cielo, le fa scorrere più volte dall’alto verso il basso, sovrapponendole in modo contrapposto e congiunto sopra gli stipiti di marmo, quasi le fosse richiesta la ripetizione incrociata d’ogni segno.

O meglio, quasi che l’imposizione delle sue mani abbia il potere di mettere in moto in tutta segretezza, la formula occulta che intercorre tra un simbolo e l’altro, che le permette infine di spalancare quella Porta Arcana, dietro la quale, un tempo, maghi e alchimisti di gran fama, predisponevano atanor ed alambicchi, alfine di attivare dall’umile piombo la sua trasmutazione in oro.

La luna affacciatasi appena per un istante tra le nuvole che scorrazzano tumultuose nel cielo notturno, illumina il biancore delle dure pietre sulle quali trasfigura l’opale evanescenza delle mani della bella signora. Poi il buio più completo nasconde l’intera sua figura agli occhi di chi “non è in grado di vedere”, allorché la Dama Nera (così era chiamata), scompare attraverso la Porta arcana, senza lasciare di sé più traccia alcuna. L’anziano vetturino non rimane ad attendere il suo ritorno e s’avvia per una strada traversa facendo stridere il cerchio delle ruote sul selciato mentre la carrozza si dilegua nel groviglio della città antica.

Un labirinto d’intrighi e complotti, di congiure e cospirazioni, di storie folli e oscure, solo appena assopite, “galleggiante” sopra le rovine del passato, il cui fasto sontuoso è inseparabile dall’alone di eternità, dall’idea stessa della bellezza pensata e vissuta dentro vaste cornici monumentali tra parchi e giardini di verzura, fontane che cantano e obelischi che svettano verso il cielo, superando le facciate delle basiliche ombrose, delle cupole silenziose, delle terrazze e delle balconate che si rincorrono all’interno di un’unica imponente scenografia.

Quella Roma due volte imperiale, feudale e papalina, romanica e rinascimentale, manieristica e barocca, sopravvissuta ai secoli, attraverso la compresenza e la sovrapposizione dei suoi molteplici aspetti, elaborata e accresciuta nelle tele e nelle immagini dei molti artisti che l’hanno immortalata, nelle penne dei poeti che l’hanno inneggiata, fino ai tanti cantori spontanei, colti e di strada, che hanno saputo cogliere il fiore del suo vernacolare prosaico e scanzonato.

Sebbene un’altra Roma, che per contrasto possiamo dire “sommersa”, attende ancora d’essere narrata, meno conosciuta e meno fotografata, capace di una facezia pungente e villana ad ogni angolo di strada. Talvolta ironica e beffarda, talaltra bonaria e sorniona, ludica e trasognata, che pur chiede d’essere evocata dal ceppo della tradizione annosa che sempre si rinnova e che qui assume forme imprevedibili di grande fantasia, consapevole al tempo stesso di appartenere alla storia e al mito che ne rivendicano la sorte.

Quella «Roma santa, Roma del diavolo!», per dirla con Annibal Caro, a cui certo non manca l’originalità: «la sua lingua, i suoi concetti, l’indole, il costume, gli usi, le pratiche, i lumi, la credenza, i pregiudizi, le superstizioni, ed una sorta di gusto artistico naturale, tutto ciò insomma che la riguarda e ritiene essere un’impronta che la distingue da qualunque altro popolo» (4). E le cui “visioni”, come sospese nell’aura di un incantesimo, indugiano assorte entro uno stupore magico e arcano.

. . .


L’indomani, in un clima luminoso e un ambiente apparentemente florido e felice, si svolge nella medesima Piazza il mercato. I banchi carichi di ortaggi, di frutti saporosi, di pesci, di masserizie e stracci colorati, attendono gli avventori d’ogni dove accolti dai richiami dei venditori: “venite gente! ciò ’r pesce che me scappa ‘nda le mane”, “ciò l’ova calle ‘de jurnata! ”, “ciò la fava de Roma er pisello ‘de fora!” (5), e non senza un ché d’umoristico e di villano.

La verdurara all’angolo della strada, finita che ha la mercanzia mi chiede di aiutarla ad attraversar la strada. Quando, nel ringraziarmi, trattiene a sé la mano e guardandomi negli occhi mi dice: “ched’è che stai cercanno?, no, nun me lo dì, te sei perso dietro a quarchid’una, e nun la poi trovà?!”. Si, la Dama Nera, azzardo io. E lei: “eh ariconsolete, dietro de quella, persa che hai la strada, perderai puro la testa! Vedi io nun’zò gnente, però posso datte ‘n consijo, così, da madre a fijo, lassala perde!”. “Ma quarchiduno che ce lo sà lo poi trovà in un sito, detto der Cristo tignoso, là ‘ppe quella strada.

Và, nun te poi sbajà!”, e con un gesto della mano mi indica l’adiacente via. Detto fatto leggo l’indicazione che di Napoleone III porta il nome, quando vedo un certo numero di persone ch’entrano ed escono da un portone. Tre belle donne, di quelle che proprio attraggono l’attenzione, che stanno ferme all’angolo di un Bar, s’avviano nella mia stessa direzione.

Nel mentre che queste si salutano e si abbracciano, una di loro perde un orecchino. Io lo raccolgo e faccio invano il gesto di restituirlo. Esse m’ignorano ed entrano frettolose nel portone. Entro anch’io e mi ritrovo ultimo di un gran numero di persone che stanno in attesa d’una qualche chiamata che ignoro.

Cerco di vedere dove mai siano andate, quando, guardandomi d’intorno, comprendo che in mezzo a quella folla sia vano ogni tentativo di trovarle. “Er Cristo tignoso”, dico ad alta voce, ed uno dei presenti risponde a sua volta: “Si, er Monte de’ li Pegni o come dicheno qua er Monte de’ Pietà!”.

Sì che in molti sembrano piuttosto nobili, o quantomeno benestanti e pochi in verità hanno l’aria d’esser poveracci! – dico tra me. Ma più mi guardo intorno e meno capisco tutta quella gente “che ce sta affà?”, ché nessuno, di quanti affollano l’androne, sembra bisognoso “de’ pietà”.

“Psst! Psst! Chi cerchi? Cerchi quarchiduno?”, mi fa da vicino un galoppino.

“No”, dico io.

“Son qua a curiosare”.

“Si cerchi quarche cosa da comprà, le mejo vetrine stanno di là!”, dice.

“Oh, benintesi, si ch’ai intenzione de comprà, t’hai da rivorge a mene”.

“Tante grazie”.

Mi avvio lungo un corridoio stretto dove in alcune teche illuminate sono in mostra gioielli incredibilmente belli. Penso tra me: “davvero degni di Re e di Regine”. Allorquando una vecchia, neppure m’avesse letto nel pensiero, avvicinatasi ripete: “degni de Re e de Regine!”. “Quello ad esempio - aggiunge indicando uno splendido orecchino di smeraldo blu uguale a quello che io tengo nella mano chiusa, all’interno della tasca - è appartenuto un tempo a ‘na gran zignora”.

In molti in verità vengheno a vedello, ma nessuno ha mai pensato de comprallo veramente, perché arisurta scompagnato. Che se ne fa uno d’un orecchino scompagnato?, gnente! E pe’ giunta blu come la notte. Come l’occhi della Dama Nera che ammalia e inganna, e che nottetempo se trasforma in una strega, oppure nel diavolo che l’accompagna”. Dice sorridendo ironica, come per dire che la sa lunga assai sulla questione, e io non esito a chiederle ulteriori informazioni.

“Io nun so gnente, proprio gnente!”, risponde rabbuiandosi in viso.

“E nun vojo avecce a che fa co’. . .”

Con?”, chiedo.

“Coi misteri de sta città”

Quali misteri?

“Quelli della città notturna!”

Scopro così dell’esistenza di una Roma “altra” che s’infrange ogni notte contro lo smalto del suo cielo, e che trascende la realtà entro un alone di mistero. Una città che richiama a sé cronache e leggende d’altri tempi, ancor viva di aneddoti curiosi e rievocazioni, quasi a voler dare un senso all’antica consapevolezza che la vuole distratta e sempiterna. E quello che poco prima era stato non più che un vago sentore, adesso trova in me un’appagata corrispondenza.

Comprendo che la gente comune, i cosiddetti “romani” dei vicoli e delle piazze, sanno ogni cosa, conoscono ogni segreto anfratto, della città come della vita, ma che tutto e niente al dunque può essere narrato. L’esistenza di una certa Roma segreta ad esempio, il cui nome occulto, quello che gli antichi aruspici vollero restasse rigorosamente sconosciuto, è rimasto nel chiuso nei Libri Sibillini e pressoché scomparso, come qualcosa di torbido e funesto, di cui i romani, fatti per vivere come le loro statue mirabili in una pacata e superiore autonomia, non vogliono immischiarsene, per continuare a dormire nell’anelito di un sonno pago e primordiale, come sopra un magnifico sepolcreto.

Dunque “… c’è una città nascosta, sotterranea, in cui si può accedere nottetempo attraverso i luoghi del mistero”, mi dice la vecchia allungando la mano per la dovuta ricompensa. Ma quando vede che stento nel tirar fuori la moneta dalla tasca ripete stentorea: “No io non so’ gnente, ma proprio gnente!”, e fa per andare via. Solo dopo averle dato del denaro, si ferma guardinga, volgendo lo sguardo più volte, di qua e di là, come per accertarsi di non essere vista, o forse, sentita.

Lei non la vede mai nisuno. Solo di tanto in tanto, una o due volte all'anno nelle notti scure, si precipita con la sua carrozza trainata da bei cavalli dall’occhi de foco, attraversa li cancelli spalancati der giardino fino alla Porta Arcana e poi scompare attraverso er muro. Se dice pure che ‘na volta un giovinotto romano, invaghitosi di Lei, cercò di fermarla durante la corsa, e che nella lotta furente intrapresa coi cavalli, la carrozza je se ribartò addosso, lasciornolo sul serciato”.

Poveraccio!, lo trovorno steso senza vita. Era un giovine più che bello e tutta Roma lo piagnette ar funerale. Un bel giorno un Principe romano, insignito da Sua Santità er Papa de portà la “sedia gestatoria”, promise ‘na ricompensa a chi j’avrebbe ariportato l’orecchino ch’aveva perso la bella signora, e quando l’indomani un garzone del mercato lo portò al Monte di Pietà l’arrestorno e imprigionorno pe’ quer reato che lui nun aveva commesso. Nisuno più in verità si presentò mai con l’altro orecchino in mano, da allora. .”.

Le chiedo quanto tempo è passato da allora.“Eh!, tanto, fijo mio, adesso nun me lo ricordo. Vedi, ancora oggi chiunque ariporti ‘no orecchino come quello pò esse imprigionato. A meno che. . .”. A meno che?, chiedo io, non va direttamente da quel nobile zignore. “Ma prima dovresti avé l’orecchino, diss’ella, ce l’hai? Se no, potrei sempre vendettelo io. Però te costerà più d’en quatrino. Quanto sei disposto a pagà?”. Non saprei, le dico, e mi soffermo a pensare fra me che gli orecchini a questo punto sono almeno tre.

“Chi era dunque quell’illustre Nobiluomo, quando è vissuto?”

Ve l’ho già detto. Nun ce voijo avè a che fà

Non voijo avè a che fà coi misteri de sta città!

Posso sortanto divve che. . .

S’interrompe e mi porge nuovamente la mano, e solo dopo aver ricevuta la ricompensa, riprende a parlare non senza loquacità: “Lei – dice, riferendosi alla Dama Nera – un tempo c’ebbe ‘na visione. Ma prima ha da sapé che nei giardini di Villa Torlonia, appena fuori le mura, c’è un Tempio pagano, murato, nascosto alla vista dalla vegetazione. Una Porta segreta conduce nella cripta dov’ella si reca di nascosto a pregare una certa divinità egizia. Ecco, è li che ha avuta la visione”.

Suo padre, che non voleva ch’ella si dedicasse a certe cose, un giorno l’ha fatta murare viva in quer Tempio, dov’è rimasta nun s’ò pe’ quanto tempo. Solo un cocchiere, rimastole fedele, ancora la va a prenne nottetempo e la porta in carrozza, di qua o di là, secondo dove Lei vole, in giro per la città. C’è chi l’ha vista attraversà Ponte Sisto con la bruma, chi fermà la carrozza in Piazza Navona, ma il più delle vorte s’ode sul selciato il rumore stridulo de le rote e un’ ombra nera passa veloce illuminata dar chiarore de la luna”.

“Di che visione si tratta?”

Oh Signore!” – esclama la vecchia, facendosi il Segno della Croce.

Nun me lo fate dì!

Ve prego, nun me lo fate dì: Diavolerie!

“Diavolerie?”

Sì, diavolerie!



Tratto da "Roma in Fabula: fabula picta, fabula dicta" - Inedito di Giorgio Mancinelli.


. . .

(continua)

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