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Una storia di MirianaKuntz

Le donne peggiori della mia vita

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19 minuti

Pubblicato il 02 agosto 2019 in Altro

Tags: #amore #dolore #introspezione #pazzia #ricordi

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Io amo le donne, le considero la salvezza del pianeta, una delle poche cose belle per cui vale la pena alzarsi al mattino. Sono la chiave di volta per tutto, sono un punto fermo in mezzo a milioni di isole vaganti, le donne sono il futuro, e hanno fatto anche il passato. Le donne, sono anche il presente della mia vita, un presente che mi pesa e mi schiaccia ogni giorno. Fatta eccezione per due donne, il resto mi ha fatto del bene, ma quel numero due mi perseguita da anni, e non si tratta di due punti in mezzo ad isole vaganti, loro sono le mine della mia vita, una su cui ho già messo il piede e sono saltata in aria, e l’altra che mi ricorda ogni istante, che basta un millimetro falso per farmi saltare in aria, e nel contempo, mi tiene per la calotta dei vestiti, ostacola le mie libertà, mi uccide lentamente, senza neppure saperlo.

Quando ero un’adolescente ero qualche passo più avanti degli altri, studiavo, mi piaceva molto la scuola, guardavo quei programmi stupidi alla tv, aspettavo le vacanze estive per dormire tutta la mattinata, ma al contempo avevo già scoperto la potenza dell’amore. Mi piaceva pensare che malgrado la mia età, non avrei sprecato i miei momenti con baci dati male e amori estivi. Volevo di più, volevo un amore che mi consumasse, non che fossi lì in attesa ad aspettarlo, quanto piuttosto sapevo inconsciamente, che semmai mi fossi innamorata, per me sarebbe stato diverso.

Quando mi innamorai cambiò tutto il mio mondo. Le cose le vedevo di un rosso perlato strabiliante, come quando guardi al di là della carta delle caramelle, e ogni dettaglio si colora del colore dell’incartamento. Una lente che filtra la luce e i toni, tutto era rosso, tutto era come non avevo mai immaginato, ma mi piaceva. Essere innamorata mi faceva sentire grande (?). Forse grande non è il termine adatto, essere innamorata mi faceva sentire di fare le -cose in grande- e non c’era uno sforzo da parte mia, era tutto naturale.

Non c’è molto da dire su quell’amore, era immenso e appassionante, ma la scia di dolore che si portò dietro lo era altrettanto.

Quell’amore aveva un limite chiamato età. Quei numeri che non combaciavano mi mandavano al manicomio, io che ho sempre odiato i numeri, e non sono mai stata in grado di far quadrare i conti. Eppure c’era chi non doveva sforzarsi neppure per avere la giusta somma. Os era più grande di me, era furba, era diversa. Lei per un po' è stata mia amica, mi dava consigli d’amore, mi ascoltava quando ero nelle mie crisi profonde, cercava di mettere insieme i pezzi della mia vita che crollavano di continuo, come calamite senza forza, su un frigo senza magnetismo. Scivolavo, e lei mi acchiappava giusto in tempo, prima del grande tonfo. Per molto tempo fu brava a raccogliere i pezzi delle mie brutte giornate, fino al giorno in cui feci un gran botto. I pezzi della mia vita si sparsero per tutta la stanza, il collo mi si inclinò, i capelli furono soffiati dal vento, le ossa divennero polvere, e i miei vestiti presero fuoco. Pensai ad una disattenzione, pensai che forse era ammalata, che una grande febbre l’aveva costretta a letto, e non aveva fatto in tempo per raccogliere i pezzi di me prima del grande vuoto. Giusto il tempo di rigirarmi, e lei era lì coi piedi nelle mie ceneri d’ossa, abbracciata all’unica persona che avevo mai amato, aveva lo sguardo cattivo, il rossetto sbavato, mi degnò giusto di uno sguardo, poi si incamminò con lui sotto braccio.

Fu in quel momento che capii che non c’era stata alcuna febbre, che non avrei dovuto provare compassione ma rabbia. Os mi aveva abbandonata nel mio dolore, e pur sapendo il motivo delle mie lacrime, aveva fatta sua una felicità che avevo tanto bramato io. Gli estranei li detesti quando appaiono dal nulla e ti rubano il posto, ma gli amici ti distruggono, perché non te lo aspetti, e perché dopo aver raccontato tanto di te, non ti aspetti mai che la tua dama di compagnia, ti spinga da un lato, trascini con forza la poltrona reale, e si sieda al tuo posto: tu diventi la dama di compagnia, senza volerlo, senza nemmeno rendertene conto. Sei lì a far da mangiare, ad alzarle la coda del vestito per evitare troppa polvere, la guardi mentre legge la sua lettera d’amore.

Dopo qualche giorno non avevo più parole, ma lei si. Ne aveva tante per me, tutte al vetriolo. Non capivo perché usare tanto veleno su una persona già a terra. Iniziò a scrivere poesie, vantandosi che le sue parole fossero più belle delle mie. Io che avevo fatto delle parole ad inchiostro tutta la mia vita, e l’unico modo di sfogare tutta l’alta pressione della mia testa. Più scriveva poesie d’amore, meno scrivevo io. Più mostrava il suo amore, maggiore era il mio odio per il mondo. Arrivai a non saper più scrivere. Ero tornata bambina tutto d’un tratto. Facevo confusione con le sillabe e gli accenti, i miei concetti erano confusi. Le sue parole invece brillavano d’orgoglio. Il suo amore era così luccicante, che il mio sembrava quasi spento.

Quando iniziai a scrivere di nuovo, non sapevo più parlare d’amore, e non sapevo più parlare di -noi- scrivevo solo di vuoto e tristezza, e neppure quello sembrava aiutare le mie giornate. Più parlavo di quanto fossi triste, maggiore era la tristezza che mi tornava indietro, ma lei no, lei era felice.

Iniziò a smettere di scrivere poesie d’amore, quanto piuttosto elogi alla sua persona. Prendeva in giro il mio aspetto, il fatto che a volte mi intrecciassi i capelli, il mio apparecchio ai denti, il mio fisico ancora non definitivamente sviluppato. Quando mi guardavo allo specchio mi mancava il fiato, non avevo mai avuto particolari problemi con me stessa, ma da quel giorno iniziai ad osservami meglio: odiavo il fatto che avessi poco seno, che il mio fisico non fosse propriamente da -donna- che non avessi curve al posteriore, che avessi ancora tutti i denti da aggiustare. Odiavo che il mio sorriso assomigliasse a quello di una bambina, che i miei capelli fossero così ricci e ribelli, ed odiavo tutti i miei vestiti senza scollo, e le mie scarpe basse. Mi odiavo, perché non le assomigliavo, e perché l’unico modo per riuscire a farmi amare era esattamente -essere come lei-

Lei sembrava una cattiva ragazza, almeno è quello che dicevano gli altri. Voleva sembrare una di quelle che se la porti in uno spaccio di droga ti dice -che bello-. Una di quelle che veste solo di pelle, che se non l’accarezzi sotto i vestiti va a casa scontenta. Voleva sembrare una di quelle che fa il giro in decappottabile senza restare seduta, una che fuma e ti svapa il fumo sulla faccia, una che ti bacia prendendoti a morsi le labbra. Odiavo tutte quelle cose, soprattutto messe in fila così, ma cosa avrei dato per essere nello stesso modo. Non che mi piacesse, non che avessi particolare ammirazione per questo genere di persone, ma quando sei piccola ed innamorata, e tutto ciò che sei viene deriso, daresti qualunque cosa per assomigliare anche al tuo peggior nemico che ha più successo di te. Scambi la bellezza del lupo con l’innocenza dell’agnello. Desideri raggiungere cose che forse ti spettavano più in là, ma tempo non ne hai, e vuoi saltare sulle caselle del Monopoli per raggiungere in tempo l’-hotel- e fare il grande salto.

Col passare del tempo sono cresciuta, il mio seno è quello di una donna, le mie curve pure, i miei denti adesso sono perfetti, quando sorrido forse assomiglio ancora ad una bambina, e tutti mi danno meno della mia età, ma sono cambiata, e questo sarebbe dovuto bastare. Alle persone normali, forse, non a quelle come me.

In quegli anni, complice la mia devozione per un amore impossibile, ho allontanato tutti. Ho ricevuto giusto qualche complimento, bloccando gli altri. Mi sembrava una mancanza di rispetto, una forma di protezione dedicata a qualcuno che non ne aveva verso di me. Questo ha contribuito ad una sorta di bolla invisibile dove nessuno poteva più toccarmi né vedermi. Bolla che probabilmente mi porto ancora addosso oggi, perché l’ho costruita spessa e potente. Anche oggi ricevo pochi complimenti e poche attenzioni. Poche proposte. Non che questo mi faccia paura o mi disturbi, ma capisco di essermi chiusa in una gabbia d’oro, senza premi e risoluzioni. A vuoto. Io e la mia gabbia, con poco mangime, e due gocce d’acqua.

Os mi ha lasciato addosso una strana sensazione: quella di non valere niente. Se la ripenso vedo ancora tutti i miei difetti, ma peggiorati, perché adesso sono grande. Non ho le sue curve, non ho i suoi begli occhi, nessuno fa caso a me come fanno caso a lei, non ho i suoi bei vestiti, non sto mai sui tacchi, le mie mani sono quelle di una bambina di seconda media. Il mio corpo è segnato solo dal dolore. A volte di notte la sogno, ride, mi ride in faccia, e mi grida che non sarò mai come Lei, che vincerà una seconda volta. Mi sveglio sudata e spaventata, penso che l’amore non sia una sfida, e che non avrebbe senso sfidarsi a colpi di punti estetici, eppure divento insicura e triste. Da quelle giornate non mi sono più ripresa, e forse il grigio mi è rimasto così addosso che la mia luce non è venuta più fuori, davanti a nessuno.

Nessuno mi vede, neppure l’unica persona che avrei voluto mi vedesse. Sono un film in bianco e nero, che riesce ad essere solo -carina- part time, quando si da un tono e si sveglia riposata, quando non ho le borse sotto agli occhi, quando scelgo i giusti vestiti, quando sotto al sole 10 km di corsa mi sembrano sempre così pochi per tutto il grasso che ho addosso.

Os. è sparita. Ognuno è andato per la sua strada, ma la vicinanza con gli altri non ha di certo risolto i miei problemi, anzi quando è subentrata Na. la mia situazione è peggiorata inesorabilmente.

Stavolta non avevo da fare i conti solo con la mia estetica, ma con le cose che ho dentro. Mi sono rimessa a nuovo, ho disposto i miei miglior pregi tutti in fila, in una corazzata magica che pensavo fosse potente, ed ho atteso. Per qualche tempo sono sembrata interessante, diversa, l’oasi di pace in un continuo susseguirsi di giorni di guerra. Per la prima volta mi sentivo la soluzione di ogni cosa per Lui. Gli rendevo le giornate migliori, lo calmavo se lei lo aggrediva, gli dicevo -passerà- quando sarebbe voluto fuggire via, e quando le giornate d’inverno gli mettevano troppo freddo addosso. Lo scaldavo, a modo mio, e lui faceva lo stesso con me.

Fino a quando Os. non è ritornata in Na. Adesso l’estetica si aggiungeva alla parte interiore. Oltre a non essere bella abbastanza, ero almeno abbastanza bella dentro? Ogni volta che mi porgevo la domanda non sapevo darmi risposta. La osservavo, ma lei non lo sapeva. Guardavo i suoi capelli cambiare nel tempo, crescere, mozzarsi, diventare un po’ mossi come i miei. Ascoltavo i suoi cambiamenti di luogo, e le sue prodezze sul lavoro. Sapevo delle sette lingue che conosce, del modo particolare di pronunciare le sillabe, e sapevo delle sue vacanze al mare, tra le onde e le risate, con lui, senza di me.

Imparai a conoscere tutto di lei. I suoi gusti, le cose che odiava di Lui, come teneva gli spazi in casa, in cosa era diversa paragonata a me.

Lui di certo non mi aiutava, se dapprima gli sembravo l’oasi di pace, divenni prima come la stessa guerriglia affibbiata a Na. e poi per assurdo persino peggiore di lei. La frase che più mi faceva male era la solita – almeno lei…- quando sentivo queste due parole accostate il sangue mi ribolliva dentro. Almeno…almeno.. significava che almeno lei aveva fatto qualcosa che io non avevo fatto, o qualcosa che non ero in grado di fare. Almeno lei gli aveva dormito accanto, almeno lei aveva diviso la cena, almeno lei era stata in silenzio e non aveva peggiorato le cose, almeno lei smise di usare -stronzo- come frase. Io invece ero pessima. Io non gli dormivo accanto e morivo ogni volta, non avevo mai mangiato insieme a lui, e continuavo a dargli dello stronzo, di continuo, perché era l’unica parola che mi veniva in mente per qualcuno che ti vuole ma non troppo, che ti dice sempre di aspettare il momento propizio, e che ha bisogno di te, ma nei momenti decisi autonomamente, non sempre.

Almeno lei non mi conosce e non soffre. Pensavo questo di continuo, e malgrado la mia umanità fosse felice, la mia parte disumana ne era profondamente infelice. Pensavo che non meritasse la felicità più di me, che aveva già preso il mio letto, le mie tazze di porcellana, le mie serate con la tv, le coccole e i baci, il gelato in motorino, e le cene in famiglia. Si era già beccata tutto, solo perché era arrivata in un momento migliore del mio, dove le cose sembravano essersi attenuate, dove chi era stupido stava imparando a vivere meglio, e dove è facile stringersi più forte se si è già vicini abbastanza da potersi camminare in contro.

Perché lei non mi conosce e non soffre? Iniziai a chiedermi di continuo. Volevo che lei sapesse la nostra storia, e non quella di adesso, quella dove c’era Os. ed io piangevo, quella dove c’erano le lettere in treno, e la paura di vedersi, dove sognavo un bacio come acqua nel deserto, e dove alla fine stavo così male perché a casa c’era un casino, e lui mi mancava da morire. Mi chiedevo se lei in quel periodo era felice, se a casa sua le cose erano giuste, e se prima di conoscerlo davvero, non lo avesse già incrociato a comprare il latte e ne fosse innamorata. Io lo amavo senza averlo mai visto, lo amavo senza latte e senza file al supermercato. L’avrei amato così, anche senza volto, perché l’amore non ha bisogno di guardarsi in faccia per sbattere contro la parete del vaso. Il rumore intenso lo senti di continuo, lo sfarfallio delle biglie contro il vetro. Lo senti, e sai che è amore, e ti basta, perché è abbastanza per essere tutta piena. Mi chiedevo se avesse mai lottato quanto me, o se si fossero baciati senza guerre, senza aver atteso troppo. Mi chiedevo se avessero avuto il loro primo appuntamento senza l’ansia di non essere abbastanza, coi primi vestiti messi a caso, con la musica ad alto volume. Mi chiedo se a lei piacesse il suo sorriso, e se avesse anche quel giorno dei bei capelli, se i suoi vestiti fossero di marca e se li portava -da donna- e non da bambina come me. Mi chiedevo se si fossero innamorati con sforzo, e se a loro bastasse, perché io non mi ero mai sforzata d’amarlo, era successo in un attimo, come quando piove e sei fuori senza ombrello, e ti bagni tutta, e sei felice, e ti metti a correre sotto il portico, sentendoti al sicuro sotto il tuo cappuccio di lana, ad aspettare che passi, ma non vuoi che passi davvero.

Poi mi è stato detto che non sarei stata brava, che anche con Na non potevo competere. Che lei aveva affrontato delle situazioni che io non avrei saputo gestire, che rotta dentro come sono, avrei saltato anche io dentro la tana del coniglio nero, e che non avrei avuto la forza di corrergli dietro, sarei rimasta cento isolati più in là e l’avrei visto ansimare dentro una macchina sul corpo di un’altra, con le tasche piene di soldi e gloria.

Il nostro amore sarebbe stato cancellato come una scritta di sabbia. Un’ onda soltanto, e non ci saremmo stati più. A me fa male pensare questo, perché non ci credevo e non ci credo neanche adesso. Che anche se mi è stato detto che non ce l’avrei fatta, io so che ce l’avrei fatta, che il mio amore era così grande, e rinchiuso in una persona così piccola, che prima o poi sarei scoppiata di luce, e tutto sarebbe cambiato, anche Lui. Che forse sarei saltata nella tana del coniglio nero anche io, ma avrei avuto la forza di uscire, e portare anche lui con me. Avremmo fatto l’amore per la prima volta, e non avrei baciato mai nessuno prima della sua bocca, e neanche dopo, da grande. Na non sarebbe esistita, sarebbe solo stata una al supermercato con il latte e le altre cose sul rullo della cassa. Non ce ne saremmo nemmeno accorti, gli avrei tenuto la mano tutto il tempo, lui non l’avrebbe guardata, ed io non avrei mai fatto paragoni.

Gli sarebbe bastato il mio bilinguismo, il mio sorriso da bambina, i miei vestiti comodi, la biancheria intima che avrebbe visto solo lui. Gli sarebbe bastato?

Na non mi conosce, ma io conosco lei, e il fatto che abbia ridotto la mia poca autostima, reduce da Os. in un campo deserto mi fa male da morire. Magari non voleva, magari se sapesse si dispiacerebbe per me, eppure non riesco a pensarla come ad una buona persona. L’odio che provo per lei è così grande che a volte non riesco a vedere nemmeno me stessa. Non riesco più a vedere il buono che c’è in me, perché vedo solo il bello che c’è in lei, e che lui adora. Non riesco a dimenticarla, non riesco a pensare a come sia stata brava ad avere tutto ciò che ho sempre voluto io, a come tutti le vogliano bene, a come sia stato facile per lei bussare alla porta e dire ciao, mentre io ho paura anche solo di stringere la mano ad un suo amico per paura di non essere accettata o voluta bene.

Os e Na sono belle, e lui lo sa. Loro sono due ragazze di successo, hanno fatto tante esperienze nella vita, possono raccontare di come lui dorma, di cosa gli piaccia mangiare, di cosa potrebbe scegliere tra la A e la B e di come sia fatta la sua casa. Os. può vantarsi di quanto amore è stato fatto in quel letto, e Na di quanto sia bello dormirgli accanto.

Io posso solo star zitta. Io non sono bella, e se prima pensavo di non esserlo fuori, adesso penso che anche dentro di me non ci sia bellezza. Le persone e le cose mi hanno rotta, e le cose rotte nessuno le vuole, o nessuno vuole aggiustarle. Vorrei raccontare la favola che tiro fuori quando ho paura o voglio scherzare: sono un leone, i leoni non abbassano la testa. Ma non so se sono ancora un leone, e non so a questo punto se lo sono mai stata.

Quando lei mi prendeva in giro, diceva sempre che non sarei mai entrata in una 42 e probabilmente sarà sempre così, anche quando ho smesso di mangiare non è cambiato nulla se non qualche centimetro, perché il problema sono le ossa, e quelle possono solo essere tagliate o spezzate. Na non ha mai potuto dirmi niente, ma se potesse parlare, forse mi direbbe che i loro otto anni di relazione non possono essere paragonati minimamente ai nostri andare e venire dalle nostre vite, i forse, i periodi lunghissimi di silenzio. Che la loro è una storia d’amore, la mia è solo una serie tv di una stagione, finita anche male, perché cancellata.

Ci sono giorni dove mi da fastidio anche guardarmi, perché vedo tutti i miei difetti concentrarsi in una sola parola: sei sbagliata.

A volte vorrei rendere giustizia a questo corpo e a questo cervello che si è dovuta beccare una persona così incapace di gestire tutto. Vorrei volermi un po’ bene, dirmi che -vado bene- anche se nel mondo esistono Os e Na, più belle e brave di me, che io ho un posto nel mondo comunque, diverso, ma comunque speciale, e che alla fine, anche se fa male, prima o poi andrà tutto bene.

Probabilmente le -persone rotte- non le vuole davvero nessuno, a volte non mi vorrei nemmeno io. Ma non passa, ogni giorno peggioro sempre di più, questo senso di inferiorità aumenta a dismisura, e mi sento sempre di più trascinata contro un muro cieco, dove alla fine mi scioglierò.

Vorrei dirmi che nessuno a sette anni legge Pirandello e ci capisce qualcosa, che nessuno ad otto si mette a scrivere poesie e storie fantasy. Che nessuno ama così in grande quando sei piccola, che nessuno sopravvive senza un pezzo importante della famiglia, che nessuno sta in silenzio mentre tutto cade a pezzi, che mi sono rimessa in piedi ogni volta, ho mandato giù bocconi di cibo quando non ne avevo motivo, che sono stata accanto a mia madre quando voleva solo morire, che sono stata accanto a me, quando ero io a voler solo morire, e che ho aiutato persone ad accettarsi per quelle che sono, ad amare esseri uguali a loro, ascoltare chi non aveva nessuno, scrivere cose importanti anche quando avevo perso la speranza, rinunciato agli studi per non pesare troppo, sognato in grande ma voluto cose piccole, e combattuto anche quando ero stanca.

Vorrei dirmi che sono stata brava, per queste ed altre cose. Ma non ci riesco.

Vorrei poter dimenticare le risate di Os. e quelle di tutte le stronze che ho conosciuto, e tutto quello che ha avuto Na. Vorrei poter essere una persona normale, cancellare tutte queste paure, sentirmi dire che -sono bellissima- tante di quelle volte da arrivare a crederci, sentirmi sicura davvero, senza segreti, senza limiti nelle domande, senza punti oscuri nelle cose.

Avrei voluto essere amata come ho amato io. Come quando senza di lui non hai ossigeno, e dove una sua parola può cambiarti tutta la giornata. Avrei voluto sentirmi dire che Os e Na non esistono più, che sono solo state punti di passaggio senza valore, e che eravamo destinati noi e solo noi ad -essere-

Forse con l’amore assoluto sarei guarita, forse mi sarei sentita meno sbagliata.

Le due donne oscure della mia vita a poco a poco avrebbero lasciato gli alberghi della mia testa, avrei rimesso a nuovo le pareti, gli alloggi, comprato da capo l’arredamento. Avrei ripreso fiato, imparato da capo come ci si ama, e come è bello essere amati.

Esiste una sola persona nel mondo che sa guardarti come tu guardi lui, a volte l’aspetti tutta la vita, a volte te la lasci scappare.

Ma quei giorni, come oggi, dove guardi le loro foto e ti senti morire, non passano. Più fa male, più ti fai del male. E’ una malattia che non ti lascia respirare, è un vuoto che può essere riempito solo dall’amore. E’ paura, è senso di vuoto, è sentirsi ancora piccoli e derisi, sconfitti e scialbi.

E tutto questo dolore, io non lo reggo più.

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