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Una storia di Purpleone

Sonno

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9 minuti

Pubblicato il 06 gennaio 2021 in Horror

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Ecco, è successo ancora! Non è trascorsa neppure una settimana dall'ultima volta e questa maledetta paralisi ritorna a farmi visita con lo stesso accanimento di un creditore ignorato.

Il medicastro che la mia giovane moglie si ostina a consultare ritiene si tratti di una mera questione di nervi, risolvibile con un periodo di riposo e una dose di laudano prima di andare a dormire. La mia impressione, però, è che anche lui, come il suo più anziano predecessore, non abbia la ben che minima cognizione di questo mio male e di cosa fare per porvi rimedio. Non nego i benefici del laudano ma, Santo Dio, come si può pretendere che un uomo nella mia posizionepossa gestire i suoi affari stando beatamente in vestaglia e pantofole, sorbendo tisane e sfogliando cataloghi di filatelia? Nossignore, il riposo forzato non si addice per nulla alla mia indole e non cambierò le mie abitudini per colpa di queste maledette paralisi. Me ne starò qua, come le altre volte, aspettando e pregando che finiscano il più in fretta possibile.


La prima volta che fui preda di questa terribile condizione avevo da poco compiuto sedici anni e ne rimasi terrorizzato. Quel mattino, e anche quelli delle settimane successive, impiegai un'eternità a riacquistare l’uso delle mie membra ma, nell’intima speranza che si trattasse di un fenomeno passeggero, per quanto agghiacciante, non ne feci parola con i miei genitori. Quando però a questo problema si aggiunsero frequenti episodi di sonnambulismo, non potei più celarlo e ne subii le infauste conseguenze. Seguirono mesi di inutili e, secondo me, improvvisate cure finché, non cavando un ragno dal buco, al nostro medico non restò che arrendersi e consigliare un ricovero. E così, senza avere alcuna voce in capitolo, mi ritrovaia varcare la soglia di una delle più rinomate cliniche per la cura delle malattie nervose.

Feci il viaggio muto e con gli occhi bassi. Sul sedile dirimpetto al mio stavano il nostro medico e l’uomo che aveva preso il posto di mio padre. Il buon dottore cercava in tutti i modi di rincuorarmi decantando i pregi del mio nuovo domicilio mentre l’altro, di certo più interessato alle notizie del Times che alla mia sorte, non mi rivolse parola. Non lo fece neppure per salutarmi quando, una volta sceso dalla carrozza, fui preso in consegna da due robusti infermieri.

Poco prima di superare l’ingresso mi voltai per rivolgergli un’ultima implorante supplica ma egli, ormai compiuta l'incombenza, aveva dato l’ordine al vetturino e la carrozza era ripartita con uno schiocco di frusta.

Le cure – se così vogliamo chiamarle - a cui mi sottoposero per mesi ebbero, per chi sa quale casualità, l’effetto sperato e il sonnambulismo scomparve senza apparente motivo così come era arrivato. Non fu lo stesso per le paralisi prima del risveglio ma, a quel punto, avevo imparato a riconoscerle e ad aspettare che facessero il loro corso senza lasciarmi prendere dal panico e, pur di uscire da quell’orribile luogo, giurai e spergiurai che i miei risvegli erano oramai tranquilli come quelli di un bambino. Di fronte alle mie insistenze e di certo anche per vantare la bontà dei loro trattamenti, fui dichiarato guarito e dimesso.

Il mio patrigno pagò forse a malincuore il conto e mia madre pianse quando tornai a casa.

Piansi anch’io quando fui tra le lenzuola candide del mio letto. Piansi ma presi le opportune precauzioni per impedire a eventuali e disgraziate passeggiate notturne di inaugurare il mio ritorno a casa.

Furono precauzioni inutili perché da allora non ne ho mai più sofferto.

Anche gli episodi di paralisi si fecero sempre più sporadici, anche se mai sopiti del tutto: affezionati e fedeli come un vecchio cane che, a tratti, ritrova l’energia per farti le feste.

Questo fino al maggio di un anno fa, quando hanno ripreso a manifestarsi con sempre maggior frequenza. Per la verità il loro repentino intensificarsi mi ha causato più fastidio che preoccupazione poiché la loro durata raramente supera il quarto d'ora e sopportarle non mi crea eccessivi patemi. Il trucco è stare quanto più calmo e rilassato possibile, volgere la mente altrove e aspettare che essa riprenda il comando delle membra inerti.

Fino a ora.

Questa volta, infatti, sembra che non ci sia nulla che io possa fare per contrastare quest'orribile situazione nella quale sono vigile e cosciente ma impossibilitato a ricevere obbedienza da alcun muscolo.

La speranza che la mia sposa si desti e mi tragga da questo abisso è una possibilità remota, ma non posso certo biasimarla. Pur al corrente del mio problema non è mai stata in grado di discernerlo da un normale sonno e, le poche volte che s'é destata mentre ne ero preda, non ne ha avuto il benché minimo sentore. L'unica patetica consolazione che a volte il mattino dopo mi è concessa, è il poter accostare il capo al suo seno e godere, per qualche minuto, del suo profumo e delle sue carezze come riparazione alla sua poca accortezza.

In quei momenti la rivedo al braccio dell’anziano zio, la vigilia di Natale, alla cena dei soci, e di come ne fui quasi folgorato. Attraversarono la sala ammutolendo una conversazione dietro l'altra e la sua diafana bellezza annullò, in pochi passi, qualsiasi altra presenza femminile. Quando poi si voltò, guardandomi, annaspai nei suoi occhi e me ne innamorai seduta stante.

Ci divideva quasi mezzo lustro d'età ma, a dispetto dell'invidia di molti, dopo un anno di serrato corteggiamento vinsi le sue difese e la sposai.

E quasi nove mesi dopo, come un figlio non desiderato e forse per smorzare quell'inattesa felicità, gli attacchi ripresero a manifestarsi con maggior frequenza.

A metterci lo zampino fu sicuramente la consapevolezza di non essere del tutto all'altezza delle sue necessità, e il conseguente timore che potesse trovare soddisfazione altrove iniziò a rodermi le viscere…

Maledizione! Indirizzare i miei pensieri su questa strada sta solo peggiorando le cose. Ormai dovrei avere ripreso un poco di sensibilità alle dita e invece non riesco neppure a capire se ho gli occhi aperti oppure no.

Mi sento perfettamente sveglio ma nonostante ciò non odo alcun rumore.

Il ticchettio del grosso orologio nella nostra stanza, ad esempio, perché tace?

Inoltre è da poco è iniziata una fastidiosa sensazione di scuotimento o tremolio che mai ho sperimentato prima. Potrebbe essere per via dello sforzo immane che sto facendo per richiamare alla vita braccia, gambe e dita che sembrano quelle di un cadavere. Sento che sto per cedere e nella mia mente urlo come un ossesso mentre il panico e la frustrazione mi trascinano via come un cavaliere intrappolato nell’arcione.

Devo calmarmi.

Ci sto provando con tutto me stesso, ma sta facendo capolino un orribile parto della fantasia che temo di non poter contrastare.

Non con le poche forze che mi restano.

L'ha innescato quello stupido pensiero sul cadavere e così, mentre svanisce ogni traccia di razionalità, mi convinco di un'eventualità non del tutto campata in aria: potrei aver avuto un attacco molto più forte dei precedenti ed esser stato frettolosamente dato per morto dal nostro inetto e stupido dottore.

In verità, col senno di poi, devo ammettere che l'aver esagerato con la notturna dose di laudano potrebbe non esser stata una gran bella idea.

Però, che diamine! Anche in preda a una profondissima catalessi il mio cuore - anche se in maniera quasi impercettibile - avrebbe continuato a battere, e qualsiasi buon medico non faticherebbe ad accorgersene.

Già, eccole le parole magiche: un buon medico! Mi chiedo se ci sia abbastanza sapienza in quell’incapace damerino con l’abilitazione comprata grazie al padre magistrato. La riposta, scontata, non fa che aumentare la mia disperazione.

Maledetto lui e maledetta lei per avermelo portato in casa!

Se veramente sono stato sepolto, posso soltanto pregare di riprendere il controllo prima di restare soffocato in questa cassa. Basterebbe poi muovere appena un poco la mano per tirare con forza la cordicella che mi è stata legata al polso.

Non immaginavo certo di finire in questa situazione ma sono stato comunque abbastanza previdente da aver espressamente indicato, nel mio testamento, la volontà di esser sepolto con tutte le precauzioni e ho perfino descritto le generose dimensioni della campanella da fissare alla base della lapide.

Sono certo che i suoi rintocchi saranno in grado di svegliare tutti gli scavafosse del cimitero. Fossero anche, come loro costume, ubriachi o addormentati.

Devo solo ritrovare l'uso di almeno un braccio.

Un solo maledettissimo braccio.


Nella stanza da letto le imposte chiuse e le pesanti tende di damasco blu nascondono il mattino ormai inoltrato.

Il chiarore di una lampada a petrolio illumina il lavoro di ricamo che la giovane donna tiene in grembo. Distratte da un rumore lieve dall’altra parte della stanza, le dita fermano l’ago sulla traccia di un intricato motivo floreale. Lei solleva lentamente lo sguardo verso la porta e l'uomo che ora sta entrando le rivolge un accenno di sorriso. In pochi rapidi passi lui è accanto al grande letto. Sfila l'orologio dal taschino del panciotto e lo osserva per qualche secondo. Annuisce e lo ripone mentre, con aria interessata, scruta l’uomo che tra le lenzuola sfatte è scosso da leggeri tremiti.

Si china sul volto sudato e gli preme il palmo della mano sulla fronte trattenendo la testa sul cuscino. Poi con il pollice solleva le palpebre, prima una e poi l'altra. La pupilla è rovesciata all'indietro e si vede solo il bianco della sclera.

La donna si alza dalla poltroncina blu come le tende, posa sul tavolino il fazzoletto che sta ricamando e si avvicina al dottore sfiorandogli la guancia con un bacio.

"Ci vorrà ancora molto?" domanda con una punta d'impazienza.

"Non credo” le risponde mentre è intento a intercettare, con la punta delle dita, il pulsare lieve delle carotidi.

“Le gocce che ho messo nel laudano hanno quasi fatto il loro dovere e appena termineranno gli spasmi gli si fermerà anche il cuore."

"Mi ami?" chiede lei prendendogli il viso tra le mani e guardandolo negli occhi.

"Ho fatto questo per te. Certo che ti amo."

"Baciami".


Note:

La paralisi del sonno, detta anche paralisi ipnagogica, è una patologia esistente.

La paura della sepoltura di persone ancora vive (tafofobia) era molto diffusa in epoca vittoriana, così come l'uso, in via prudenziale, delle "bare di sicurezza".


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