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Una storia di Purpleone

Il suo nome era Timoteo Porter

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15 minuti

Pubblicato il 03 giugno 2020 in Humor

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Il suo nome era Timoteo Porter e aveva un fratello minore, Galileo, che esercitava la professione medica e per il quale nutriva un ben dissimulato disprezzo.

Per la verità non era suo fratello in senso stretto ma fratellastro di terzo letto da parte di padre e, nonostante l’insigne nome, non era neppure un bravo medico. Vivacchiava ricevendo a domicilio quelle poche persone, per lo più anziane, che per pigrizia o impossibilità non volevano spingersi fino al centro città. Falsamente cordiale e affabile con i pochi pazienti che aveva sottomano, era comunque insipido e ignorante al pari di un cetriolo fuori stagione. Al di fuori delle poche nozioni imparate da studente – peraltro mediocre – negli anni di università, nulla era sopraggiunto nel corso del tempo ad arricchire il suo risicato bagaglio professionale. Restava quindi un mistero il perché fosse sempre stato il cocco del babbo e soprattutto, con grande scorno di Timoteo, il principale beneficiario dei suoi beni.

Scapolo anche lui, abitava col fratellastro nella casa signorile a due piani, incastonata all’angolo della via, e lasciata finalmente in eredità a entrambi dal genitore oramai defunto. La morte dell’ingegner Orfeo, questo era stato il suo nome per ottantasei anni, avvenuta quasi dodici mesi prima, era stata motivo d’imbarazzo per diverso tempo. Il suo trapasso a miglior vita (stando cavalcioni su una bellissima escort con meno di un terzo dei suoi anni) aveva alimentato chiacchiere e pettegolezzi a più non posso, ma il peggio era passato. Gli articoli del giornale locale erano finiti del dimenticatoio generale e molte di quelle malelingue che un tempo avevano frequentato la casa dell’ingegnere erano passate, a loro volta, attraverso i cancelli del dell’oltretomba; anche se in circostanze meno stravaganti e certamente meno desiderabili.

Era stato qualche tempo dopo l’affatto dolorosa dipartita che a Galileo era venuta la fissa dello spiritismo. Lui, che non leggeva neppure le date sul calendario, era ritornato una mattina dalla biblioteca comunale con le braccia cariche di libri dedicati al metafisico argomento. Si erano rapidamente incrociati sulle scale, uno che saliva e l’altro che scendeva, e non aveva potuto fare a meno di lanciargli un’occhiata più che stupita, ricevendo in cambio una strizzatina d’occhio e il solito sorrisetto.

Qualche giorno dopo fu la volta del tavolino a tre gambe e dei drappi di velluto scuro recapitati da una ditta che naturalmente aveva suonato al campanello sbagliato, il suo, distogliendolo inopportunamente da una delicata operazione di rifinitura in inchiostro di china.

Timoteo passò il resto della settimana rimuginando sullo stravagante interesse del fratello finché, la domenica sera, con la scusa di una consulenza medica per una delle sue illustrazioni, si armò di faccia tosta e suonò al campanello dell’appartamento di sotto.

Sentì uno strascicato rumore di passi in avvicinamento, poi il portoncino si schiuse il poco necessario a fargli intravedere una mezza porzione del viso insulso e piatto che Galileo aveva ereditato dalla nonna materna. Notò, stupito, che s’era fatto crescere i baffi. Li aveva nella stessa foggia del defunto padre e gli stavano mille volte peggio: pareva una ridicola e patetica copia del Rhet Butler di Via col vento. Trattenne a stento una sghignazzata e chiese di poter entrare.

Dopo un momento di esitazione Galileo si fece indietro e lo fece passare, borbottando qualcosa che poteva essere “entra pure” come qualsiasi altra frase di due brevi parole.

L’appartamento, abitato prima dal vecchio Orfeo, era immerso nella quasi totale oscurità e solo una leggera luce tremolante filtrava incerta nel corridoio.

“E’ saltata la corrente?” chiese cercando di sbirciare oltre la spalla del fratello, in direzione del salone.

“Niente affatto. Che volevi?”

La domanda di carattere medico che aveva così accuratamente preparato gli volò via di mente in un baleno, lasciandolo a farfugliare qualcosa d’incomprensibile su globuli bianchi e rossi, piastrine e fattore RH mentre, invisibile grazie all’oscurità, un violentissimo e bollente imbarazzo gli saliva fino alla radice dei cappelli.

Galileo lo squadrò per un secondo, poi scosse il capo e senza violenza, ma con fermezza, lo respinse oltre l’uscio.

“Non ho tempo, cerca su Internet”.

E lo chiuse fuori.

Stette così a fissare il portoncino, chiedendosi se a Galileo non gli si fossero fusi anche quei pochi neuroni di cui era provvisto. Spinse gli occhiali sul naso e con più domande di prima risalì le scale verso il suo appartamento.

Passò così una settimana e, sempre di domenica, fu Galileo a bussare alla sua porta.

Neppure un “ciao, come va?” o anche un insincero “come stai?”, ma solo il suo solito irritante e imperativo modo di chiedere un favore.

“Mi devi aiutare!” disse lì, sull’uscio e senza preamboli.

“Che c’è?” fece Timoteo con una punta di sarcasmo.

“S’è rotto qualcosa in casa o devi di nuovo spostare l’armadio della nonna?”

“Mi devi aiutare col babbo!”

Timoteo sollevò mentalmente gli occhi al cielo e con la massima calma possibile gli ricordò che il babbo era morto. Anche se lui al funerale non c’era andato e neppure si era occupato delle pratiche per l’inumazione. Quest’ultima precisazione la fece però solo nella sua mente perché non era proprio in vena di litigare di domenica e alle tre del pomeriggio.

“Lo so che è morto, cretino, ma ci devo parlare lo stesso!”

Lo sguardo di Timoteo passò da lievemente irritato a quasi preoccupato. Prese Galileo per un braccio e gli fece attraversare la soglia indicandogli il divano del salone.

“Siediti!” ordinò indirizzandolo con una leggera spintarella.

Gli si piazzò davanti a braccia incrociate e aspettò: un secondo, due secondi, tre secondi poi, spazientito ma con grande autocontrollo, formulò la richiesta con un educato “Allora?” espresso a volume solo lievemente più alto del normale.

“Allora niente.” fece l’altro serafico

“Devo evocare lo spirito del babbo e mi serve il tuo aiuto. Ho provato da solo ma non c’è nulla da fare: bisogna essere almeno in tre. Così ho pensato a te e alla signora Luigina. ”

“E chi diavolo sarebbe la signora Luigina?”

“E’ una mia paziente, e da quando è morto il babbo mi legge i Tarocchi. Ogni tanto.”

“I Tarocchi.” ripeté Timoteo indirizzandogli un’occhiata di compatita curiosità.

“Si, quelle carte per leggere il futuro, hai presente?”

“Ho presente, ma non colgo il nesso col babbo.”

“Il nesso col babbo è che le carte mi dicono continuamente che ci devo parlare! Urgentemente!”

“Ma il babbo è morto, santa pazienza!”

“Certo che si! Per questo devo fare una seduta spiritica. Mi aiuti o no?”

Non c’era mai stato verso di costringere Galileo a un ragionamento o a una spiegazione compiuta che non comportasse un estenuante lavorio di metaforiche pinze per fargli uscire le parole di bocca. E anche quella volta, come tante altre, Timoteo si arrese per sfinimento, rinunciando a chiedere altre spiegazioni.

“D’accordo, ti aiuto. Cosa devo fare?”

“Per adesso nulla, prendo accordi con la signora Luigina e poi ti faccio sapere. Ciao.”

Così dicendo si alzò e rapido guadagnò l’uscita senza lasciarsi sfuggire neppure un mezzo grazie, come d’abitudine.

Timoteo poggiò la testa all’indietro, tolse gli occhiali e chiuse gli occhi. Liberando un profondo sospiro si chiese come fosse possibile che finisse sempre invischiato nei progetti di quella specie di idiota che aveva per fratello, rammaricandosi, nello stesso tempo, di non avergli chiesto il perché di quei ridicoli baffetti.

Trovò il messaggio due giorni dopo, rientrando dal supermercato.

Era appiccicato alla porta con del nastro adesivo giallo, e senza tanti fronzoli lo informava che la riunione era fissata per le dieci di quella stessa sera. In un guizzo di rara quanto inutile pignoleria Galileo aveva barrato il dieci sostituendolo con un 22.00.

Alle dieci (22.00) in punto un Timoteo più seccato che incuriosito, varcò la soglia dell’appartamento di sotto.

Galileo lo accompagnò nel salone, oscurato dalle tende di velluto e illuminato solo dalla debole e giallastra luce di un’antiquata e orribile lampada a stelo, risultato, anche questo, di un’altra delle sue periodiche fisse: l’antiquariato. Purtroppo, a causa della sua non indifferente spilorceria, accoppiata all’ignoranza più completa sull’argomento, si era ridotto a bazzicare improbabili bancarelle di quartiere fornite unicamente di robaccia da cassonetto. Altro che antichità.

Per il resto, notò che l’appartamento del babbo aveva subito ben pochi cambiamenti: stessi quadri, stessi tappeti, stesso tutto quanto. Perfino l’aria vagamente stantia sembrava la stessa.

L’unica altra novità era il famigerato tavolino a tre gambe appresso al quale una signora parecchio avanti negli anni aveva già occupato un posto.

Galileo fece rapide presentazioni e la vecchina tese la mano col dorso in alto, forse speranzosa in un galante baciamano che morì sul nascere, quando Timoteo gliela prese con cautela scuotendola invece leggermente e con pochissima empatia.

Galileo accese la grossa candela al centro del tavolo, spense la lampada e prese posto a sua volta.

Adesso il viso della signora Luigina sembrava ancora più spettrale: illuminato a tratti dal bagliore incostante della fiammella pareva avere almeno cent’anni, con quella crocchia sulla testa e le guance attraversate da rughe così fitte e intrecciate che parevano il risultato di una zuffa col gatto.

Posò le mani aperte sul tavolino e chiese ai due fratelli di fare altrettanto.

“L’avrete certamente già visto in tivù”, fece con una vocina flebile “mettete le mani in modo che ognuna tocchi con le dita quella del suo vicino.”

“Cos’altro dovremo fare durante questa…evocazione?” chiese Timoteo posizionando le mani come richiesto.

“Niente di niente, caro.” fece lei come se parlasse a un bambino di cinque anni.

“Io mi concentrerò nella mia trance, reciterò le preghiere insieme a suo fratello, e aspetterò che la buonanima dell’ingegnere transumi dentro di me; se tutto andrà a buon fine, il signor Galileo potrà rivolgere qualche domanda al defunto e, tramite mio, riceverne risposta.”

“Quindi non c’è nulla di certo, o no?” disse Timoteo con più di una punta di scetticismo nella voce.

“Nulla può essere certo in questi casi. Noi apriamo una porta e basta. Decidere di entrare è una scelta dello spirito del trapassato.”

Timoteo annuì con sufficienza intercettando, con la coda dell’occhio, lo sguardo di rimprovero del fratellastro.

“E inoltre” continuò la vecchina, “un atteggiamento meno negativo da parte sua sarebbe certamente più gradito alle anime.”

Dopo quell’ultimo rimbrotto Timoteo sussurrò un “sissignora” e si dispose a far buon viso a siffatta sorte, dopo di che la signora Luigina trasse un profondo respiro e chinò la testa all’indietro. Incuriosito, la sbirciò di sottecchi e la vide recitare, in silenzio, chissà quale preghiera o invocazione mentre, col busto iniziava a dondolare avanti e indietro come un’inquietante pendolo umano.

Un principio di mal di mare lo costrinse a portare lo sguardo sul fratello che, a occhi chiusi, sembrava altrettanto concentrato nel recitare (pendolante anche lui) la sua parte di litanie a voce muta.

Dopo qualche minuto, sicuramente a causa del buio, del dondolare e dell’ora tarda, gli si chiusero gli occhi in un addormentamento da guida notturna. Nel dormiveglia gli pareva adesso di sentire la voce lontana della signora Luigina che invocava il nome del babbo: “Orfeo…Orfeo….Orfeooo..”

Prima di chinare la testa sul petto pensò: “...si, campa cavallo.”

Poi sprofondò nel sonno.

T

Trattenuta e distorta dalle grinfie dell’abbiocco una voce gli sussurrò qualcosa d’incomprensibile all’orecchio. Non era la signora Luigina e nemmeno Galileo, sembrava invece (incredibile) la voce del babbo. Cercò di sforzarsi per sentire meglio ma era come avere la testa dentro un catino d’acqua, cosicché le parole gli arrivavano frammentate e confuse adrolaana...dro...ciso…adro…ciso.

Mentre cercava di concentrarsi per cogliere il senso di quei farfugli, d’improvviso un grido, e subito dopo una sonora sberla, dritta sul naso, lo catapultò all’indietro facendolo atterrare rovinosamente sulla schiena.

Il resto fu solo confusione: il fratello urlò, la vecchina urlò, il tavolino finì anch’esso gambe all’aria (per fortuna dalla parte opposta alla sua) con gran fracasso, insieme alla candela che naturalmente si spense. Mentre Galileo armeggiava con l’efficienza d’un bradipo per trovare al buio l’interruttore della lampada, lui cercava di tirarsi su e contemporaneamente tamponare il sangue che gli colava dal naso mentre la signora Luigina continuava a balbettare: “Oh Signore, oh Signore, oh Signore…”

Finalmente la lampada prese vita. Timoteo si buttò sul divano con la testa piegata all’indietro e chiese una pezza umida e dell’ovatta da mettere sul naso. Dovette ripetere due volte prima che Galileo capisse e si fiondasse in bagno. Intanto la vecchia, con una mano sulla bocca continuava le sue invocazioni all’Altissimo.

Galileo tornò e gli porse una pezzuola tutt’altro che umida e che appena l’ebbe posata sulla radice del naso gli infradiciò d’acqua il colletto della camicia. Trattenne un paio di porco qui e porco là e s’infilò l’ovatta nelle narici arrestando quel poco di sangue che ancora colava.

“Allora, cosa diavolo t’ha preso?”

Galileo, in piedi di fronte a lui e con le mani sui fianchi in atteggiamento inquisitorio, era l’istantanea di un bambino al quale hanno bucato il pallone.

“Cosa ha preso a me? Chiedilo a Miss Marple qui presente, è lei chi mi ha mollato una sberla sul muso!”

“Giovanotto! Ma quando mai?” Saltò su la vecchina.

“Sta a vedere che mi son picchiato da solo! Ha strillato come se le avessi infilato una mano sotto la sottana e poi mi ha tirato uno sganassone che manco Tyson, altro che.”

“Lei vaneggia, ed io non ho strillato affatto! Per qualche motivo lei ha preso spavento, è caduto e ha battuto il naso.”

“Fifone come sei deve essere andata proprio così”, fece eco Galileo schierandosi immediatamente a favore della donna.

“Io non ho sentito nessun urlo dalla signora Luigina”, continuò, “ho invece sentito te che urlavi. Ho aperto gli occhi e ti ho visto cadere combinando tutto quel casino.”

“Questo è il colmo! Ho urlato dopo aver ricevuto il ceffone!” sbottò Timoteo alzandosi e lanciando la pezzuola addosso al fratello.

“Mi avete proprio rotto le balle con queste scemenze spiritiche, grazie per la bella serata e addio”.

Scostò il fratello e se ne andò, lasciandoli impalati davanti al divano.


Mezz’ora dopo, semi sdraiato sulla poltrona e con una busta di piselli surgelati sul naso, cercò di mettere un pochino d’ordine nel guazzabuglio che gli si agitava in testa.

Più ci pensava sopra e più gli appariva irrilevante chi avesse urlato ed eventualmente mollato la sberla, in confronto a quello che ricordava di aver sentito dalla voce che, senza ombra di dubbio e con lo scetticismo di tutto il mondo, era senza dubbio quella del babbo!

Col senno di poi concluse che non era stata un’idea molto intelligente partecipare alla seduta spiritica, ma chi mai avrebbe potuto immaginare che l’ingegnere sarebbe saltato fuori veramente? Per fortuna aveva scelto di rivolgersi a lui e non a Galileo; evidentemente anche alle anime trapassate continuano a girare i cosidetti, perché quei frammenti di parole, una volta messi insieme, erano una precisa accusa nei suoi confronti e se la medium e Galileo fossero riusciti nel loro intento ci sarebbe stata una bella gatta da pelare, altroché. Invece lo spirito del babbo, nella sua foga accusatrice, aveva forse usato la mano inconsapevole della signora Luigina per piazzargli quello sganassone sul muso, interrompendo così il contatto astrale o quello che diavolo era.

Mandò giù un altro sorsetto di limoncello (anche se l’antidolorifico che aveva preso sconsigliava l’assunzione di alcol) e rivoltò la busta di piselli oramai quasi scongelati. Il dolore andava diminuendo ma sentiva che il naso s’era gonfiato non poco costringendolo a respirare con la bocca; finì il limoncello e decise di andare a letto prima che l’analgesico esaurisse la sua efficacia.

Riuscì a dormire per poco più di un’ora e soltanto per sentirsi ripetere, in sogno, le parole del babbo (udite o immaginate) ma, questa volta, nella versione integrale: “ladro…collana…ucciso”. Poi, come naturale e ovvio accostamento, gli apparve, in dissolvenza quasi cinematografica, la conturbante figura di Adelina.

La escort.

Finì di svegliarsi del tutto con la sua immagine nella mente, così come l’aveva vista (la prima e unica volta) a casa di lei: in reggiseno e slip col faccione di Homer Simpson che ammiccava in posizione strategica.

L’avere scoperto che il babbo frequentava assiduamente una escort non lo aveva turbato più di tanto, neppure dal punto di vista di una più che giustificabile invidia. L’unico sentimento che lo animava da diverso tempo a quella parte, era il malanimo per quel vecchio che non ne voleva sapere di tirare le cuoia e lasciargli la sua parte di eredità.

La mossa era stata un vero azzardo ma, come si dice? “chi non risica non rosica” e solo mentre si allontanava dall’appartamento di Adelina, scendendo a precipizio per le scale in una specie di tardiva fuga, aveva realizzato che un ripensamento dell’ultimo minuto gli sarebbe potuto costare la galera.

Invece Adelina non ci aveva ripensato.

Era giovane, bellissima e, soprattutto, avida. Una combinazione che si era rivelata ideale per il suo piano, tanto semplice quanto privo di rischi. O quasi.

Lei aveva ascoltato con attenzione e senza minimamente scomporsi non aveva neppure mercanteggiato sul compenso, che in verità era stato abbastanza sostanzioso, accettando di mettere in pratica quanto da lui richiesto. Unica condizione, peraltro subito concessa, era stata quella di poter tenere la collana di perle (vere e costosissime) che l’ingegner Orfeo le chiedeva di indossare durante i loro incontri amorosi e che era appartenuta alla sua terza e ultima moglie.

Dopo due mesi (e diversi tentativi) dopo, tutto era compiuto: una dose opportuna di un noto stimolante sessuale, una abbondante cena e le indiscutibili arti erotiche di Adelina, avevano procurato al signor Orfeo un’inevitabile quanto fulminante infarto e quando l’ambulanza era arrivata non c’era stato più nulla da fare se non certificarne la morte.

Pochissime grane per Adelina e nessuna per lui.

Liscio come l’olio.

Uno sbadiglio gli suggerì che forse il sonno stava per prendere il sopravvento, sprimacciò un poco il cuscino e prima di addormentarsi dedicò un rapido pensiero al fratellastro, chiedendosi se ci fosse il modo di levarselo di torno in maniera altrettanto pulita.

Magari il resto della notte avrebbe portato consiglio, chissà.


fine


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