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Una storia di Jelena

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Regali di natale

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4 minuti

Pubblicato il 12 dicembre 2018 in Altro

Tags: #casa #ildono #natale #regali

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E' un Dicembre un pò strano, spaesato, teso, senza brillantini e ghirlande sulla porta.

Non ho fatto l'albero, casa mia è esattamente come lo è in qualsiasi altro periodo dell'anno, non c'è assolutamente niente che richiami il Natale.

Che poi ad esere sincera non è nemmeno casa mia, ma di mio padre, io ci vivo da ormai sette anni. Ci sono le mie cose un po' sparse ovunque, appoggiate in ogni stanza della casa, mio padre ha liberato una mensola in bagno, i suoi dopobarba sono stati sostituiti con e creme per il viso e, al suo unico pettine, si sono unite spazzole di diversa grandezza. Ho riempito casa sua con i miei colori, quelli di una figlia che si fida poco di tutti e ancora meno dei genitori. Siamo una famiglia disfunzionale, una di quelle in cui le feste si passano in modo separato, devi donare e ricevere affetto a turno, per non far soffrire nessuno, ma nel frattempo soffri tu. Per questo ad ogni taglio di pandoro, ad ogni regalo scartato si notano più le assenze che le presenze, gli abbracci mancati e non quelli ricevuti. Ci si chiede cosa stia facendo l'altra metà del tuo DNA, se tra l'odore di cannella e fritto ci sia anche un pensiero rivolto a te, se tua madre possa ricordarsi che se io e mia sorella fossimo lì avremmo finito i dolci prima di iniziare a cenare. Te lo chiedi, ma non osi domandarlo, perchè le risposte scontate hanno il retrogusto di cose infiocchettate lì per lì, tanto per non farti sentire l'amaro della verità.


E la verità è che nessuno ci aveva mai pensato che due ragazze avrebbero dovuto scegliere per sempre con chi passare le feste, con chi condividere i sorrisi, con chi sentirsi al sicuro. Ho sentito così tante volte dire quanto sia meglio avere due genitori separati rispetto a due che vivono sotto lo stesso tetto ma progettano l'uno l'omicidio dell'altro. Sapete chi lo dice? Quelli che il giorno di Natale, a tavola, la madre è intenta a sporzionare la lasagna nei piatti e il padre a versare vino nei bicchieri di tutti. Lo dicono quelli che prendono il cellulare solo per mandare messaggi di auguri a colleghi e parenti lontani e non per chiamare il proprio papà o la propria mamma per sapere cosa hanno mangiato, se anche loro hanno visto la neve cadere. Non è affatto una critica, ma un senso di invidia nei confronti di una normalità che mi è stata tolta.


Perciò in casa mia e di mio padre quest'anno non c'è nessuna atmosfera, niente soprammobili tirati fuori per l'occasione, niente addobbi sistemati sulle credenze, niente speranze riposte in cose che non potranno mai cambiare.

Ma nonostante la mia esistenza non sia costellata di brillantini e stelle filanti e il Natale sia una ferita che si riapre a cadenza annuale, quest'anno per la prima volta mi sono concessa un regalo tutto mio. Uno di quelli impossibili da incartare, impossibili da consegnare o da chiudere in una scatola con un enorme fiocco dorato.

Mi sono regalata la sensazione di girare la chiave nella serratura e sentire qualcuno che tira fuori i piatti per la cena, mi sono regalata la sicurezza di non restare sola anche mentre vorrei esserlo, di condividere le giornate amare senza parlarne, restandomente accoccolata tra le braccia di chi ha imparato a non interferire nei miei silenzi, a lasciarli sospesi in aria come luci in attesa di essere accese.


Mi sono regalata una casa ed una convivenza, con le sue relative difficoltà, con i conti da far quadrare, le bollette da pagare e la spesa da sistemare, gli attimi di pazienza persa e le parole che non avremmo mai voluto dire, con le discussioni da risolvere e i difetti dell'altro da accettare.

Trascorrerò i primi giorni del nuovo anno a riempire scatoloni, a scegliere quali cose portare via e quali lasciare, a quali paure dare le chiavi della nuova casa e quali lasciare sotto al letto della cameretta.

Comprerò un grande tavolo da mettere in salone, con più posti possibili, ed inviterò tutta la mia famiglia al completo, non voglio rimettere insieme i pezzi ma provare a farli coesistere nel mio mondo, senza attriti e colpe da ridistribuire come doni mal recapitati.

Sarà una casa vera, fatta di periodi più o meno semplici, ma sarà la nostra, senza cose messe lì in attesa di trovare una sistemazione migliore.

Per me, che vivo i cambiamenti come carburante, che ho bisogno di ridisegnare la mia vita più volte al giorno, che ho progetti che non collimano, che faccio le valigie senza aver prenotato un viaggio, che cambio umore ogni dieci passi, la convivenza è una cosa che mi terrorizza. Mi chiedo se sarò all'altezza, se sarò in grado di restare accanto all'uomo che amo, di creare una famiglia e non mandarla in frantumi, di non farmi inghiottire dalle mie frasi non dette, di essere normale come le cose belle.

Lascerò la casa con gli occhi di mio padre per entrare in una piena di cose che ho visto con i miei.


Ho sparso un po' di zucchero a velo sui miei sogni, perchè un po' me lo merito come se lo meritano tutti, infondo.

Mi regalo la felicità, che è un dono che non passa mai di moda.


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