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Una storia di ClaudiaNeri

CORONAVIRUS - cosa ci toglie e cosa ci dà

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4 minuti

Pubblicato il 01 aprile 2020 in Giornalismo

Tags: #coronavirus #covid #quarantena

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Cos’è e com’è lo sappiamo tutti, bombardati da ogni dove: c’è chi la prende con ironia, chi è pessimista, chi è fatalista, chi invece ancora ignora il problema, qualcun altro vorrebbe stare dall’altro lato del mondo dove si sentirebbe più tutelato.

In ogni caso, qualunque sia il nostro modo di prenderla, quando sarà finito il Coronavirus ci avrà cambiati tutti, almeno un po’.

Gli effetti che mi hanno colpito in prima persona e che ho potuto vivere sulla mia pelle sono molto relativi rispetto ai casi peggiori e io mi giudico tra le persone più fortunate.

Non ho sentito realmente il Coronavirus nella mia quotidianità fino a che non hanno chiuso le strutture pubbliche, tra cui le palestre, e io ho dovuto smettere di allenarmi. Chi fa uno sport può capirmi perfettamente e soprattutto chi pratica una disciplina di gruppo avrà già un’idea precisa di quanto la mancanza possa fare male al cuore e al fisico.

Il secondo effetto che mi ha colpito in pieno è stato il limite comunale di movimento, e quindi l’impossibilità di lasciare la propria area di residenza, che mi ha inibito altre attività dilettevoli che alleggerivano la mia routine.


Fino a venerdì ho lavorato, per cui l’effetto l’ho avuto più sulle modalità di presenza in ufficio che non su altre cose: nessun contatto, nessuna riunione, amuchina ad ogni angolo, disinfezioni, niente più pausa caffè coi colleghi, nessuna chiacchiera post pranzo, permesso di cambiare ufficio (anche per informazioni necessarie) controllato e igienizzato. Per non parlare delle benedette mascherine che attaccate alla faccia non fanno respirare e appannano pure gli occhiali (chi li porta mi capisce).

Ho mia sorella e i miei due nipoti al piano di sotto che non posso vedere e i miei genitori che, se è vero che non posso evitare perché ci convivo, evito di toccare e persino di mangiarci insieme perché sono anziani e temo per la loro salute.

Certo, se confrontiamo tutto questo ai tempi di guerra, naturalmente sembra una barzelletta e anche se pensiamo alle persone che vivono peggio di noi, come in Iran, ci sentiamo quasi stupidi a lamentarci.

Tuttavia qualcosa la stiamo vivendo anche noi e di certo le strade deserte, i supermercati con le code a distanza e il divieto di uscire di casa sarà qualcosa che racconteremo ai nostri figli.

L’essere umano ha bisogno di una routine, di abitudini piacevoli, di ripetitività e costanze, intese come conseguenze stabili di azioni riconosciute: corri troppo, prendi la multa; sei in ritardo, c’è la fila alla cassa; incontri qualcuno, gli stringi la mano; hai fame, ordini a domicilio; è domenica mattina, caffè coi vecchi amici, eccetera, eccetera…


Tutti abbiamo bisogno di ordine e l’assenza di esso ci disorienta. La cosa che ho notato di più in me è lo sgomento della mutevolezza delle norme nelle ultime settimane: nulla è fisso, ogni cosa cambia continuamente, non si possono dare date certe e nessun numero è abbastanza stabile da fare statistica.

Questo tipo di instabilità penso che sia lo shock maggiore per la cosiddetta società civile, così abituata a prevedere, agire, reagire.

Oltre a tutto questo però, il Coronavirus ci ha anche dato il tempo. Sembra una banalità, ma avere molto tempo a disposizione, in cui non dobbiamo “lavorare per pagare le bollette”, ci mette davanti alla scelta di ciò che vogliamo davvero fare, a cosa vogliamo dedicare la nostra preziosa vita, che attualmente ci appare così vuota.

Possiamo finalmente riflettere e andare a cercare quella creatività che credevamo perduta per farne qualcosa di buono, qualcosa di nuovo. Possiamo coltivare antiche passioni, dedicarci a imparare e seguire tutti quei corsi che sono nei preferiti di Google dal 2018 o leggere i libri lasciati incompleti sui comodini.

Il tempo ci dà l’enorme occasione di riscoprirci e ritrovare ciò che amiamo, con nessuna fretta della responsabilità (o quasi) che ci insegue.

Un’altra importante fonte d’insegnamento secondo me è la mancanza delle persone. Da quanto ci mancano ci rendiamo conto di quanto siano importanti alcune e, allo stesso tempo, di quanto altre siano superflue. Sto avendo modo di riflettere sulla presenza, così costante seppure da lontano, di alcuni e sull’assenza di altri, che nemmeno io cerco. È bello ritrovarsi vicini alcuni amici che, anche un po’ per caso, alleggeriscono il peso della solitudine.


Ci sono tanti abbracci di cui ci stiamo privando, ma non c’è da temere che li recupereremo tutti.

Un altro piccolo input spassionato che voglio condividere con voi: ho iniziato un percorso meditativo di 15 minuti al giorno. Lascio la mente libera di spaziare dove preferisce, a volte la forzo un po’ involontariamente a ragionare su cose che ritengo importanti in quel momento, ma in ogni caso, quando riapro gli occhi, il mondo mi sembra più leggero.

Ecco, questa è la mia prima riflessione su questa drammatica emergenza mondiale, che spero possa essere d’ispirazione per alcuni di voi. Vi invito a riflettere sulla bellezza del tempo e della riscoperta di piaceri e passioni che, non si sa mai, potrebbero persino continuare quando ci toglieremo le mascherine.


Claudia Neri


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