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Una storia di AlessandroCiviero

Questa storia è presente nel magazine Spunti di scrittura: #tempodiinizi

Dover ricominciare

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13 minuti

Pubblicato il 13 gennaio 2019 in Spiritualità

Tags: #vita #lavoro #tempodiinizi #lontananza #sentimenti

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Antonio fermò il pick-up proprio alla fine della strada, dove la rete rossa del cantiere copriva le barriere di assi di legno e i cavalletti di ferro arrugginito impedivano di andare oltre. Al di là c’era il baratro dello scavo: un larga, lunga, vasta buca ghiaiosa che aveva contribuito realizzare. Il tracciato di una strada in costruzione, un’opera importante, e chissà per quanto tempo lo sarebbe stata, quanti anni di lavoro avrebbe ancora richiesto. Oltre l’orizzonte della strada che stava nascendo, nel vuoto della campagna, c’era un’alba pallida e gelida riscaldata solo dal motore del pick-up, che aveva lasciato accesso. Si tolse i guanti da lavoro, gettandoli non curante sul sedile vuoto del passeggero, dov’era adagiato anche l’elmetto giallo. I raggi di un sole smorto che stava sorgendo non avrebbero riscaldato l’aria di quella giornata di gennaio, non avrebbero aiutato a superare il gelo che da un paio di settimane avvolgeva anche il suo cuore. Se ne stava lì, a guadare lontano aspettando l’arrivo degli operai, tutti distanti da casa come lui, per costruire una strada che sembrava non avere un inizio o una fine, ma di cui la sua squadra era responsabile solo per quel tratto. Uno stralcio di pochi chilometri, come una ferita profonda sulla faccia della terra che sembrava imponente, ma che vista dall’alto, su ampie mappe, magari satellitari, sarebbe risultata insignificante, quasi inesistente.

Dove stava andando? Si chiese. Sì, forse aveva sempre sospettato che sarebbe andata così, ma comunque non tutto gli sembrava essere ancora abbastanza chiaro. Se ne era tornato a casa, per le feste di Natale. Come ogni anno il cantiere chiudeva per quindici giorni. Abbastanza tempo per lasciare l’appartamento anonimo da caposquadra, in quella squallida provincia del Nord Est e tornare al paese, giù al Sud. Rivedere la famiglia, gli amici, i suoi posti abitati dal mare, dal sole bello e non triste come in quest’alba sotto lo zero. L’aveva fatto, come sempre, per trovare che cosa?

Nulla era cambiato, gli sembrava, quando i sorrisi e le pacche sulle spalle erano sempre gli stessi, il pranzo di Natale e il veglione di capodanno erano stati calorosi, scoppiettanti e ricchi di festa, baci, calore. Cos’era cambiato, dopotutto? Sono quegli attimi carichi di significato che perdono di efficacia perché sai che sono gesti ripetuti, scontati, stereotipati e poi ti ritrovi con lei a parlare di un futuro che non sai quando arriverà, pur essendo lì a due passi. Allora ti accorgi che lo sguardo di Marianna non è più lo stesso dell’anno prima, non è più lo stesso sguardo carico di amore ed entusiasmo della volta precedente, quando sei sceso giù con le tue solite promesse, i tuoi soliti discorsi, le tue ripetitive proposte.

Già, Marianna. Quest’anno non era la stessa Marianna dell’anno scorso, anzi, forse era la stessa dell’estate scorsa, quando durante le vacanze, non era voluta andare al mare. Sembrava un insulto, una specie di diserzione da un rituale sacro e salutare. Qualcosa si era rotto, l’estate scorsa. Le vacanze erano state brevi, perché nei mesi estivi il cantiere lavorava a pieno regime e i capisquadra si alternavano con le ferie. Marianna non era voluta andare al mare, quell’estate, e c’era uno strano sguardo nei suoi occhi, una luce più cupa e diversa dal solito. C’erano volute le feste di Natale perché accadesse quello che lui si aspettava.


«Anto’! Tutto a posto?» Due colpi secchi sulla cappotta della macchina, e la voce attutita dal finestrino. Era Di Marzio, con il suo tipico accento abruzzese, che, arrivato in cantiere, lo salutava avvolto nel giaccone arancione coi catarifrangenti. Lui fece “ok” con il pollice, sorridendo al suo vice e destandosi dai pensieri che l’avevano intorpidito. Lo aspettava una lunga giornata di lavoro.

Poco prima della pausa pranzo, nell’andirivieni delle macchine d’opera e dei camion che trasportavano il terreno e riportavano in cantiere i materiali da costruzione, successivamente stoccati in grosse piramidi al centro dello scavo, ricevettero la visita del direttore lavori, che era un ingegnere di Viterbo, o di quelle parti. Aveva un pizzo folto e brizzolato sul mento, il colorito pallido e il volto tirato di chi è quasi sempre sulle spine. La sua voce era arrochita dal fumo di toscano, che stringeva tra le labbra, togliendolo solo per parlare, con frasi brevi e concise:

«Questo materiale dev’essere messo in opera per domani…»

«Per domani? È impossibile.» Protestava Antonio, ben conscio di non poter piegarsi alle richieste, sempre pressanti, dei responsabili e della società committente.

«Le armature e la carpenteria sono già in viaggio.» Disse seccamente l’ingegnere, e laconico: «Domani devono trovare tutto pronto.»

«Dopodomani», cercò di contrattare Antonio, «è il massimo che posso garantirle, altrimenti i camion possono aspettare.»

«Senta giovanotto», l’ingegnere spostò lo sguardo dal crono programma al capo squadra, e non era un’occhiata conciliante, ma Antonio lo interruppe anticipandolo: «Ingegnere, dopodomani mi sembra ragionevole: qui alle quattro fa già buio o quasi…»

«Dovete farcela per domani!» Ribadì il direttore dei lavori: «Vi mando le foto elettriche dal tratto “B7”, all’una loro finiscono… sono solo a quindici chilometri da qui. Organizzi dei turni più lunghi e per domattina avremo lo spazio per depositare la carpenteria metallica.» Il tono non ammise repliche.

Antonio convocò Di Marzio e i due misero a punto un piano di lavoro che andava oltre il consueto orario e avrebbe probabilmente smosso qualche malcontento tra gli operai. Alcuni, in verità, si sarebbero sfregati le mani sentendo parlare di pagamenti in straordinario. Avevano a disposizione tre grandi ruspe per mettere a dimora il sottofondo e due bulldozer per spianare il livello. Cominciarono alacremente fin dall’una di pomeriggio, decidendo che la soluzione migliore era quella di iniziare dalle estremità del cantiere, avanzando verso il centro, per congiungersi con il sottofondo alla rampa d’ingresso, che si trovava all’incirca a metà strada. Come promesso, verso le tre, arrivarono le fotoelettriche dall’altro stralcio, che distava più di dieci chilometri da dove si trovavano. La squadra che le aveva trasportate iniziò a montarle e per l’imbrunire erano già efficienti. Vennero accese subito dopo il tramonto, pertanto gli escavatori e i mezzi cingolati, con i fari accesi che spezzavano le zone d’ombra, rombavano nel silenzio della campagna gelida e serale.

Fu verso le sei che la ricetrasmittente di Antonio gracchiò con la voce allarmata di Di Marzio, il quale non esitò a imprecare. All’altro capo del bacino, dov’era stata installata una passerella di acciaio per superare il dislivello dovuto al riempimento con lo strato di fondazione, un conducente aveva sbagliato manovra, forse per la scarsa visibilità, e una ruota era uscita facendo inclinare la scavatrice sul semiasse e rimanendo così incagliata. Il sangue nelle vene di Antonio si raggelò quasi più delle mani fredde e del fiato che gli usciva a sbuffi nervosi dalla bocca. Un danno di quelle dimensioni non ci voleva, non doveva accadere, e non solo perché avrebbe causato gravi ritardi…

«Ci sono feriti?» Chiese subito Antonio, e Di Marzio gli diede per fortuna risposta negativa. «Vengo subito.»


Il mezzo di color giallo che non risaltava nella semioscurità squarciata dalla luce artificiale e fastidiosa dei fari alogeni, era inclinato sulla destra, con una delle enormi ruote uscita dalla guida di acciaio sottostante. Sembrava in vecchio pachiderma caduto in una trappola ed incapace di liberarsi. Anche se la situazione sembrava allarmante, Antonio non si perse d’animo e cercò subito la soluzione migliore, confrontandosi con Di Marzio, piuttosto innervosito, più dalle conseguenze che l’incidente avrebbe arrecato, che dalla difficoltà del momento.

«Dovremmo chiamare l’ingegnere…», stava dicendo il vice capo.

«Vuoi scherzare?» Obiettò subito Antonio, «Ne farebbe un affare di stato e poi interromperebbe i lavori, magari facendoci pagare una penale se domani mattina il cantiere non è pronto per le consegne della carpenteria.»

«Che facciamo? La ruspa non si muove. La ruota è scivolata dalla guida e si è puntellata sul semiasse.»

«Sì, ho visto! Ma perché non hai usato il cingolato per quello spostamento?» Lo rimproverò. Il vice imprecò contro la fretta e la scarsa visibilità: «Dobbiamo finire, no? È colpa di tutta questa maledetta fretta. Che facciamo?»

Antonio ci pensò qualche istante, poi disse a Di Marzio: «Chiama l’autista dell’autogru.»

«Quella a sei assi?» Antonio fece cenno di sì con la testa, e l’altro rispose: «A quest’ora sarà già rientrato: non aveva servizi, oggi. E poi, ci costerà un occhio… e non sappiamo se riuscirà a spostare la scavatrice.»

«Tu chiamalo lo stesso. Preferisci perdere l’appalto?» Già, dovevano provare a cavarsela da soli.

Dopo la telefonata, Di Marzio tornò dall’altro lato del cantiere, dove i lavori di spianamento e fondazione continuavano alacremente sotto la guida di Antonio.

«Gli ho spiegato tutto. Ha detto che ci vorrà un’ora per arrivare e vedere quello che si può fare.»

«Mezz’ora!» Esclamò laconico il caposquadra. «Richiamalo. In mezz’ora lo voglio qui!»

La grande gru su ruote, dal possente braccio telescopico, giunse in cantiere quaranta minuti dopo. Erano ormai le sei passate e tutta l’area dello scavo era un grande buco nell’oscurità che sembrava assorbire tutte le luci artificiali che c’erano a disposizione. Mentre i lavori continuavano nella zona ovest, ad est gran parte degli operai era impegnata nel rimuovere la ruspa e gli altri mezzi, al momento fermi erano stati dirottati da Antonio verso l’altra zona, per terminare più in fretta i lavori da quella parte. Ci vollero quasi due ore per trovare la collocazione migliore della gru, imbragare il mezzo incidentato, sollevarlo solamente dal lato su cui poggiava e poi, con una manovra pericolosa, spostarlo con la propria trazione e rimetterlo in carreggiata. Perlomeno, sembrava che la macchina non avesse subito gravi danni. Quando però riuscirono a riassettarla si accorsero che effettivamente risultava danneggiata. Venne trainata oltre la rampa di accesso del cantiere con l’aiuto di un’altra escavatrice e i lavori ripresero anche sul lato est.

Appena la sezione ad ovest fu terminata, le macchine e gli uomini lì impiegati vennero spostati dalla parte opposta, dove i lavori erano rimasti fermi per risolvere l’incidente. Terminarono alle undici di sera. La mattina seguente il cantiere sarebbe stato pronto per ricevere i carichi del nuovo materiale.

Le squadre e i responsabili rientrarono con i pick-up alla locanda stremati. Avevano avvisato l’albergatore che sarebbero rientrati molto tardi, ma questi gli fece trovare comunque un buon pasto caldo, che tutti consumarono in silenzio, senza neanche prima essersi lavati e cambiati. Era più tardi di mezzanotte, quando il caposquadra chiuse la porta della sua stanza, e dopo essersi fatto la doccia, crollò sul letto, sfinito.


Antonio, appena un attimo prima di chiudere gli occhi pesanti come macigni, ricordò di non aver mai dato un’occhiata al suo telefono per tutto il giorno, e di non ricordare nemmeno dove l’avesse infilato. Si alzò a fatica, sentendo tutte le membra del corpo che protestavano per la stanchezza. Accese la luce di servizio, per non andare a sbattere, e nella penombra della stanzetta appena tiepida, spoglia e anonima di quella locanda dozzinale, in qual paese che non gli apparteneva e sentiva sferzargli la pelle di gelo e preoccupazioni, recuperò il cellulare da qualche parte nel giaccone da cantiere o da qualche altra parte.

Si accorse con stupore che c’erano svariate chiamate perse. Ricadendo sul letto, con le mani ancora anchilosate dalla lunga giornata di lavoro, lesse le notifiche. Era strano. C’erano due o tre chiamate di Marianna, tutte ravvicinate, poi, più tardi, altre telefonate, questa volta di suo fratello e di suo padre. Non era mai accaduto, in passato. Doveva essere successo qualcosa e lui si sentì in colpa per non aver potuto nemmeno sentire gli squilli. Era notte fonda, oramai, e Antonio fu molto combattuto decidendo se richiamare subito o aspettare il mattino seguente, molto presto.

Era trascorso un giorno molto difficile, sapeva che avrebbe dovuto dormire e che riposare come tutti sarebbe stata la cosa migliore. Anche perché, com’era ovvio a quell’ora, anche i suoi sarebbero stati a letto. L’indomani si sarebbe svegliato e sapeva di dover ricominciare. E sarebbe stata dura.

Ma chiamò. Decise di richiamare ugualmente. Lo fece selezionando il numero di suo padre.

L’attesa fu lunga, tanto che stava quasi per rinunciare, premendo il tasto “annulla”, ma alla fine qualcuno rispose. Una voce stanca, che sembrava provenire da molto distante, com’era in effetti.

«Sono io.»

«Anto’? Ma che ore sono?»

«Ho avuto una giornata difficile. Ci sono stati problemi in cantiere. Siamo rientrati da poco.»

«Ma… è notte fonda.»

«Pa’, ho visto le chiamate solo adesso…»

«Anto’…»

«Che succede?»

«Ma hai parlato con Marianna?»

«No. È troppo tardi, la chiamo domani mattina.»

«No, Anto’, richiama me.»

«Perché? Cos’è successo?»

«Sai quegli esami che Marianna aveva fatto l’estate scorsa?»

«Oddio…»

«Antonio… stamattina, hanno ricoverato Marianna. È all’ospedale…»

«Uhm?»

«Devono fare accertamenti, ma sembra che…»

«No… hanno trovato qualcosa?»

«Sì… cioè, voglio dire: devono fare ulteriori accertamenti.»

«Senti… posso prendere un permesso, venire giù. Domani mattina chiamo il direttore dei lavori e gli dico che c’è ‘sta cosa, che devo tornare a casa…»

«Non è una buona idea.»

«Ma cosa dici?»

«No, Antonio, non è una buona idea. Ascolta. Domani mattina mi richiami e ne parliamo.»

«Marianna ha chiamato… e io devo venire.»

«Sì, ma, Antonio, lei ha chiamato per dirti di non venire. L’abbiamo sentita noi. Lei non vuole che tu venga…»

«Non dire sciocchezze!»

«Non sono sciocchezze. Non ti direi mai una cosa simile, se non ne fossi sicuro.»

«Ma…»

«Anto’, ascolta tuo padre. Marianna mi ha detto di essere ammalata. E non vuole che tu adesso ti preoccupi per lei…»

«Come faccio a non farlo?! Devo sentirla e poi tornare a casa, almeno per un periodo.»

«Adesso torna a dormire. Ne parliamo domani mattina.»

«Ma che succede?»

«Domani…»


Tutto era stato detto, e ciò che Antonio s’era aspettato sin dall’estate scorsa si stava avverando in una notte di inizio anno, quando le forze gli mancavano per il duro lavoro della giornata. Quando la distanza dalle persone a cui voleva bene non era solo una separazione fisica. Pensò a Marianna, mentre non riusciva a chiudere occhio nonostante la spossatezza. Ricordò le recenti feste di Natale e la tristezza negli occhi di lei, e tutta l’allegria di facciata e priva di significato che gli amici e parenti gli avevano calato davanti come un velo. Una sorta di benda sugli occhi.

Ecco cosa stava veramente accadendo, la realtà l’aveva colto di sorpresa, mentre lui stava sognando il suo domani con la sua ragazza, nel suo paese, tra i suoi amici, e per questo aveva deciso di sacrificare l’oggi. Si accorgeva che era stata solo una grande perdita di tempo. Nonostante tutta la verità che gli era stata gettata in faccia, non riusciva togliesi questi pensieri dalla testa. Stava accadendo, e lui non sapeva qual era la scelta migliore da fare. Sapeva solo una cosa, adesso che la stanchezza estrema si era impadronita anche della sua testa, oltre che del suo corpo. Domani avrebbe dovuto ricominciare. Anche se non sapeva come, anche se non capiva cosa sarebbe stato meglio fare. Lasciare tutto e tornare a casa, o riempire quella ferita che rimaneva nascosta nel buio. La ferita insignificante di quel tratto di strada che stava costruendo assieme ai suoi uomini, che non era importante come credeva, che era una semplice striscia di terra invisibile dalle mappe satellitari.

Domani avrebbe comunque dovuto rialzare la testa, e pensare a ciò che era giusto fare.

Si sarebbe svegliato e avrebbe dovuto ricominciare. Non sapeva come. Ma avrebbe dovuto ricominciare. Sarebbe stata dura.


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