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Una storia di AlessandroCiviero

Questa storia è presente nel magazine #comecisiamoincontrati

La storia di Stefania

#comecisiamoincontrati

108 visualizzazioni

3 minuti

Pubblicato il 12 agosto 2020 in Storie d’amore

Tags: #comune #gente #storie #incontri

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Credo sia stato tre anni fa. Mi ero fermata in un supermercato mentre tornavo a casa dal lavoro, per prendere un po’ di roba già pronta, perché quel giorno ero stanca e non mi andava affatto di cucinare. Era uno di quei posti immensi, dispersivi, dove puoi girare intere mezz’ore gettando dentro il carrello tutto quello che non ti serve, quando sai benissimo che dovresti andare dritta al banco della gastronomia, ordinare una porzione di pastrami o churrasco, tornartene a casa, doccia, cena e lavaggio del cervello davanti a un programma TV che non seguirai, tanto prenderai sonno prima dell’inizio.

Fatto il conto e pagato con la carta alla cassa automatica, sono uscita dal negozio arrancando con il carrello troppo pieno e ho frugato nella borsa, cercando la chiave col pulsante che apriva la mia Jeep bianca, lasciata da qualche parte nell’intasatissimo parcheggio, senza ricordarmi il posto preciso. Visto il lampeggiare delle luci gialle, mi sono avvicinata e in quel momento ho realizzato che il portellone posteriore della mia macchina era già aperto, e che c’era un tizio in piedi lì a fianco.

Sulle prime, pensai fosse qualcuno che voleva rubarmi la macchina, o rapinarmi, ma quando mi sono avvicinata di più, con molta prudenza, ho notato che stava svuotando il carrello della sua spesa direttamente nel bagagliaio della mia auto. Mi bloccai spaventata, perché il tipo sembrava lo stesse facendo con tutta naturalezza. Prendendo coraggio ed avvicinandomi dissi nervosamente: “Ehm, salve.” Lui mi ha risposto, alzando appena gli occhi dalle sue borse: “Ciao.” Poi mi guardò sorpreso, perché continuavo a fissarlo con un’espressione tra la rabbia e lo sgomento. Quindi gli dissi: “Ehm… sarebbe la mia macchina, questa.”

Lui si è messo a ridere e ha scosso la testa guardandomi come se fossi pazza, rispondendo seccamente: “No, è la mia.” Interdetta, tirai fuori la chiave dalla borsa e, allungando il braccio verso di lui, gli feci vedere che premendo il tasto scattava la serratura e s’accendevano le luci. Allora impallidì.

Cominciò a scusarsi imbarazzatissimo, mentre il suo viso tramutava in tutti i colori che vanno dal bianco smorto al paonazzo. Mi disse che possedeva una Jeep identica, e cercando in tasca le chiavi, provò a schiacciare il pulsante, così entrambi scoprimmo che la sua macchina era posteggiata solamente una fila più in là, pressappoco alla stessa altezza della mia. Disse che dovevamo aver sbloccato la serratura contemporaneamente, mentre ci stavamo avvicinando carichi della spesa, al che lui s’era confuso e aveva aperto il portellone della prima Jeep che aveva visto con i fari accesi. Un istante dopo siamo scoppiati a ridere, guardandoci negli occhi in un modo molto diverso da poco prima.

Poi, sorpresi me stessa dicendo: “Ormai la spesa l’hai caricata; te la porto a casa io.”

Lui ha sorriso di nuovo, e ha indugiato a lungo con lo sguardo sul mio viso, sulle mie spalle, su tutta me stessa, prima di rispondere: “Solo se mi permetti di offrirti la cena, fatta con questa spesa qui…”

Non fu quella sera stessa, ma pochi giorni dopo. E non usammo la sua spesa per cucinare, ma lo feci io, a casa mia, quando invitai Marco. Il resto è storia, anche se la gente spesso non ci crede quando raccontiamo come ci siamo conosciuti. In ogni caso, presumo che nessuno potrebbe inventarsi un’assurdità simile di proposito, se non fosse accaduta veramente.


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