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Una storia di

Une promenade avec Marcel Proust

Monsieur, une orchidée, s'il vous plaît?

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Pubblicato il 22 gennaio 2021 in Altro

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Une promenade avec Marcel Proust . . .

..un incontro ideale quanto impossibile.



«Monsieur, une orchidée, s'il vous plaît?»

«Oui, merci!» - il répondit Marcel au beau fleuriste qu'il allait rencontre lui infilandola nell’occhiello della giacca ...

Quindi s’avviò lentamente verso le Jardin des Tuileries per une promenade dove avrebbe preso volentieri une petit déjeuné avec madame Odette che l'attendeva - immaginò d'un tratto Marcel - seduta al Grand Café. Rammentò di averle rivolto l’invito con piacere già la sera prima, per un incontro del tutto riservato, ma ancor che l’ora s’appressava al quadrante dell’orologio, comprese che non sarebbe mai arrivato per tempo ...

Foto di copertina e qui sopra: Parigi  - Jardin des Tuileries a primavea.
Foto di copertina e qui sopra: Parigi  - Jardin des Tuileries a primavea.

«Che sciocco sono stato a fissare l’orario per il pranzo quando avrei potuto riservarlo per l’ora di cena» - si disse, ben sapendo che il ritardo era dovuto alla solita ragione di aver tirato tardi la sera prima nell’affollato “Salon de thé Tzara” in Rue Bernard-Palissy, dove l’atmosfera vivace, cosmopolita e notevolmente intellettuale s’accompagnava alla possibilità di assaggiare la pasticceria più fine. Dov’anche gli artisti, benché poveri in canna, e forse per questo più autentici, si ritrovavano talvolta ad alzare il gomito, anche se doveva ammettere di frequentarli pur sempre con piacere.

Era quella una delle cose che gli piaceva fare più d’ogni altra e che faceva piuttosto spesso. Così come, dopo, non perdeva occasione per spingersi nel cuore del Quartiere Latino, che trovava giovane e colorito per la presenza massiccia degli studenti, ma solo quando provava l’intimo desiderio d’immergersi in un bagno caldo di folla. Sebbene, negli ultimi tempi, preferiva raggiungere a piedi Rue Grégoire-de-Tours, nel groviglio delle tante piccole strade in cui più batteva il cuore autentico di Parigi, e perdersi fra le sue case ben conservate e le stradine fin troppo strette.

«Da passarci appena!» – si lasciò dire, tornando con la mente a Rue de la Huchette e all'altra forse più famosa Rue de la Harpe; e perché no a quella Rue de la Chat-qui-peche, la più stretta in assoluto, così chiamata per una vecchia insegna che faceva sorridere i passanti.

Per quanto già fosse in ritardo Marcel si fermò all’edicola per acquistare la sua copia di Le Figarò per poi raggiungere l’elegante Jardin des Tuileries, e passeggiare fra le balconate architettoniche in stile neoclassico e le numerose statue immerse nel verde, in cui l’essenza profumata dei fiori, coltivati nelle eleganti aiuole disseminate qua e là, restituiva all’aria tutta la fragranza che solitamente portava con sé la primavera.

«E dire che è da poco sbocciata» - pensò, riferendosi all’orchidea che aveva messo all’occhiello e che, certamente, avrebbe retto al confronto con la moltitudine dei fiori germogliati anzitempo.

L’annuncio dell’imminente prima del Bolscioi all’Operà, strillato a grandi lettere nei titoli della prima pagina, illuminò il suo sguardo di un sottile impercettibile piacere, pari quasi alla tavolozza di colori apparecchiata per l'occasione nel Jardin des Tuileries. Da sempre Marcel provava una particolare attrazione per i Balletti Russi e, almeno per un momento, accarezzò l’idea di recarvisi. «Chissà, magari avrebbe rivolto l’invito a madame Odette? Di certo sarebbe stata un’accompagnatrice elegante quanto ideale.» – pensò.

«Ma forse no, sarebbe stato come offrirgli un’inutile speranza che non avrebbe avuto alcuna ragione d’essere» – concluse, lasciando cadere l’idea ineluttabilmente.

Nel mentre attraversava il parco la vide da una certa distanza, assecondandone nell'immediato l'immagine a un déjà-vu di qualche tempo prima. Madame Odette era seduta a un tavolino all’aperto fuori del Grand Café. Doveva aver smesso appena di leggere perché teneva la mano destra poggiata sulla pagina aperta di un libro e lo sguardo rivolto altrove, vago nella trasparenza dell’attesa, pur tuttavia presente all’interno di una tela sulla quale qualcuno aveva disposto le forme con naturalezza, intervenendo esclusivamente laddove pensava che i colori pastello dei fiori s’imponessero dentro una sottile coerenza tonale.

«No, “la bellezza non è nei colori, ma nella loro armonia”» - si soffermò a osservare Marcel, per quanto trovava che l’immagine di madame Odette sullo sfondo del Jardin s’inseriva in modo perfetto nella cornice del quadro, tale da rammentargli un dipinto di Manet, quel “La musique aux Tuileries”, in cui la donna in primo piano guarda rapita verso l’osservatore, o piuttosto, è catturata dal suono della Banda Militare che in realtà non figura sulla tela, ma che pure – «..sembra ogni volta di sentirla suonare.»

Si disse che quella sarebbe stata infine la qualità della Odette che preferiva, raggiante e ‘viva’, una figura tracciata appena nell’impressionistica esuberanza del momento dell'attesa, superbamente valorizzata dalla cornice stupenda della sua natura di donna.

«E che donna!» - si lasciò dire, tutt’altro che una semplice macchia di colore che si mescolava otticamente agli altri colori sul supporto pittorico della tela … O meglio, «..della ‘parte’ che pensava di scrivere appositamente per lei.»

Madame Odette che non lo aveva sentito arrivare, fu sorpresa quando Marcel, con fare discreto, le si sedette di fronte e appoggiò la mano sulla sua, guardandola negli occhi dolcemente, come avrebbe fatto un amico leale, o forse un innamorato galante.

Giovanni Boldini - Ritratto di donna.
Giovanni Boldini - Ritratto di donna.

«Marcel, che bello avervi qui in una splendida giornata come questa!» – esclamò lei ritirando discretamente la mano, ma il complimento era sincero.

A suo modo Odette apprezzava la compagnia di Marcel, la sua affabile cordialità, il suo conversare colto, la sua pungente ironia. Pur tuttavia c’era qualcosa in lui che le procurava apprensione, come se per una qualche oscura connessione con la propria apparente esistenza, la sua incontenibile voglia di vivere ostacolasse in qualche modo il compiersi del destino che inevitabilmente l’aspettava.

«Uno strano pensare..» – si chiese, ma era pur quella la sensazione che provava, e di certo non giocava a favore del proprio mentore.

«Stavate leggendo un libro Odette, di quale autore si tratta, se la domanda non vi sembra indiscreta?»

«Non un vostro libro Marcel mi spiace, ma una raccolta di Verlaine, il mio poeta preferito.»

«Oh non importa, non importa, l’importante è rivolgere alla lettura una parte del nostro tempo e Paul Verlaine mi sembra un’ottima scelta.»

«Oh sì, la sua poesia m’incanta, la musica delle sue parole m’inebria, il suo mondo letterario mi stordisce, “sono la mia vita, null’altro conta di più per me”..» – proseguì, rifacendo il verso a una frase della Recherche. Ma era quella una speciale qualità della sua mente, che se da un lato squarciava la sua esistenza con improvvisi lampi di ingenua futilità, dall’altro le permetteva di sentirsi viva, appassionata e straordinariamente sensuale.

«E non lo dico solo per farvi piacere, Marcel, questo vorrei lo comprendeste

«Ma chère amie credo ben di comprendere, del resto “un libro è il prodotto di un altro io rispetto a quello che manifestiamo nelle nostre abitudini, in società e … nei nostri vizi”» – aggiunse Marcel non trascurando una sottile punta di sarcasmo nel rimarcare ‘vizi’ nel tono della voce.

«Ciò che più vi da piacere, caro Marcel.»

«Il mio piacere è dato dalla vostra bellezza Odette, quest’oggi siete semplicemente merveilleuse, mentre io sono il solito clochard ritardatario che non merita alcun perdono» – aggiunse Marcel levando il viso al tiepido sole primaverile, giunto al suo meridiano.

«Dovevo ricordarmi di avere a che fare con un adulatore, ma per questa volta potete ritenervi perdonato.»

«Vous préférez rentrer Odette, o..? Garcon, s’il-vous-plaît?» - s’interruppe Marcel richiamando l’attenzione del cameriere.

«No aspettate ve ne prego, godiamo ancora un po’ dello spettacolo di questa natura che ci circonda. Non trovate anche voi che quei fiori siano uno splendore?»

«Potremmo parlare di noi, o magari di Sw..» – azzardò Marcel, ma la sua voce si affievolì, per il sopraggiungere del cameriere.

«Ordinate qualcosa Odette, è giusto arrivato le garçon.»

«Une Perlier, s’il-vous-plaît.»

«Garçon, une Perlier pour madame et une café pour moi, merci

«Vi ho veduta assente Odette, a cosa stavate pensando?»

«Riflettevo in silenzio sul presente. Potete non crederlo Marcel, ma il silenzio mi permette di udire i pensieri, di formulare e trovare risposte che altrimenti non riuscirei ad esprimere..» – s’interruppe nel mentre il cameriere giungeva con la comanda che lasciò sul tavolino e se ne andò.

«Dunque, stavate dicendo Odette?»

«In realtà meditavo sul fatto che spiate nei miei sentimenti, è quanto state facendo anche in questo momento, non è forse così?»

«In verità vi ho osservata mentre arrivavo e come voi dite, meditavate nell’attesa..»

«Non esattamente, in realtà ero priva di pensieri..» – rispose lei, dissimulando.

«Sento esserci qualcosa che mi tenete nascosta, Odette?»

«Sì, ma solo un improvviso accecamento da innamorata per la natura che ci circonda, tutti questi fiori, questa moltitudine di colori, eccitano la mia fantasia in modo tale da procurarmi un’inarrestabile ebbrezza ...»

«Non stento a crederlo Odette, in quanto tutto ciò che dite lo vivo costantemente sulla mia stessa pelle, come l’unico vero mezzo per arrivare a concepire l’assoluto dell'esistenza.»

«Oh davvero Marcel, voi mi comprendete! Talvolta non c’è presenza che ripaghi l’assenza che si sprigiona dal mio desiderio.»

«È così, ci sono momenti nella vita in cui una presenza quasi ci imbarazza, è indubbiamente più forte dell’assenza, di una libertà i cui mutamenti quasi solleticano i sensi facendo sobbalzare il cuore, apparentemente senza una ragione … nondimeno una ragione c’è, è racchiusa in quell’assenza forte come e più della nostra stessa presenza» - divagò Marcel, per riprendersi subito dopo.

«Ma vogliate scusarmi Odette … mi accorgo di perdermi in un vaniloquio senza senso, mentre invero trascuro solo la vostra compagnia.»

«Sono io a scusarmi con voi Marcel, per avervi sollecitato un incontro che da quel galante che siete, avete trasformato in invito.»

«Il y n'a pas que dire ma chère amie : “voi siete un fiore e un’anima” Odette. È così, è solo buona educazione la vostra, oppure stavate considerando l’eccezionale importanza che do al vostro personaggio per chiedermi un ‘incontro’ che fosse, come dire, determinante?»

«Mi state dicendo d’aver pensato di offrirmi una diversa parte Marcel?»

«Che so, magari fare di voi una donna di successo … accanto a qualcuno che ...»

«Oh il vostro interessamento non fa che donare piacere al mio cuore.»

«Davvero lo pensate, Odette?Non si sa mai a quali perversioni può arrivare il ‘piacere’ se si lascia che le sue scelte vengano dettate da ragioni estetiche”, sempre che, in ultimo, non si traducano in qualche dispiacere» - aggiunse Marcel, (trascurando benevolmente il fatto che nella traduzione ho sostituito con ‘piacere’ quel che lui intendeva per ‘piacere sessuale’).

«Come potrei dispiacere il mio mentore quando per compiacermi ha indossato un’ orchidea incomparabilmente bella … che al confronto i fiori di questo giardino impallidiscono per la gelosia.»

«Trovate?»

«Ne ho la certezza Marcel, lo trovo davvero un fiore di ‘una strana e morbosa bellezza’, très, très chic et élégant.»

«Piuttosto, dovrei essere io geloso di voi. Voi Odette siete l’essenza stessa che emana dalla vostra bellezza, come dire, ‘le charme de la vie’; il giusto contatto dei miei occhi per andare incontro a un sentimento intenso qual è il vostro per Swann.»

«Non quanto il vostro Marcel, capace come siete di penetrare l’animo umano con la complicità profonda della vostra passione … Oh pardon!, ou j'aurais peut-être dû dire, de votre sensualité.»

«Indubbiamente sì, come anche le professeur Freud ha scritto, “ci si mostra per essere guardati”, perché forse voi no?» - aggiunse Marcel sorridendo, con quel sarcasmo che non sempre riusciva a mistificare.

«Cosa che tuttavia rivela una qualche vanità agli occhi di chi vi osserva, non lo credete Marcel?»

«Ne sono convinto, per quanto voi Odette, potreste apprezzare che il mio interesse concerne il tenero affetto che nutro per vostra figlia Gilberte.»

«Pensate forse ch’io non lo apprezzi e che, soprattutto, non valuti questa opportunità?»

«So per certo che certe cose voi le apprezzate assai bene Odette, tanto d’averne fatto l’unico scopo della vostra vita. Non è forse così?»

«Forse, ma se il vostro interesse è rivolto esclusivamente a un possesso momentaneo per soddisfare la vostra incerta fisicità, da parte mia posso dirvi che Gilberte non ha ancora maturato “quella civetteria che avrebbe potuto avere l’orchidea per il calabrone provvidenzialmente giunto a fecondarla”, come avete scritto assai di recente, e che mi ha molto divertita.»

«Touché!» - esclamò Marcel mistificando un certo fastidio con un sorriso.

Non era quello un argomento da affrontare, o forse non con una signora, benché madame Odette non mancasse di certe esperienze. In quel preciso istante Marcel percepì che alcune nuvole si andavano lentamente accumulando all'orizzonte del loro dialogare, tuttavia realizzò che la sua vita non sarebbe stata completa se non si fosse abbandonato a una qualche confessione inesorabile ...


..di cui sentiva esercitarsi la violenza nel più chiuso di se stesso con un rigore che (pure) lo atterriva. […] Oppure soccombere, entrando in un avvincente gioco di opposizioni (e profanazioni), precipitato in un ‘vuoto senza sofferenza’ di per se spaventoso.” (&)


Nonostante ciò nulla era detto al riguardo e tutto era lasciato alla perplessità che la mancata rivelazione di Marcel faceva di se stesso, attribuendo ad altri quelle che erano le sue défiance private. Un bivio insormontabile, racchiuso in un labirinto di richiami, di contrapposizioni emotive, ancor più contemplative. Del resto ...


..la contemplazione non era che la distesa, ora calma e ora tempestosa, attraverso la quale, la forza rapida della sua azione veniva messa alla prova […] e che, al dunque lo vediamo ridere in tutta leggerezza, di qualsiasi possibilità umana e di qualsiasi incanto accessibile, in cui si raccoglie la totalità della vita.” (&)


«Vi ho sorpreso che ridevate sornione come un gatto Marcel, stavate ridendo di me?»

«No, sorridevo al pensiero di riuscire ad afferrare ciò che è inafferrabile per natura: la futile avventura dell’amore. Come voi Odette sento “Il bisogno di essere amato e, più precisamente, il bisogno di essere vezzeggiato e viziato ben più di essere ammirato.”»

«Eppure avreste preferito che la mia passione per Swann potesse risolversi in una finzione. Per quanto dovreste sapere che una donna profondamente innamorata in nessun caso s’avvarrebbe di quest’arte lusinghiera se non a Teatro, o forse all’Operà, mai nella vita.»

«Suona come un fastidioso rigetto di moralità, Odette?»

«Voglio sperare di no, se bene vivere accanto a tutti quelli che ho amato e che amo, mi rende felice di quello che sono.»

«Chi davvero voi siete, mon chère amie?»

«Lascio a voi Marcel, in quanto mio ardito mentore, il compito di scoprirlo; per ciò che mi compete “non dovendo risolvere il problema, preferisco non pormelo”.»

«Una risposta davvero apprezzabile mia cara Odette, seppure avrei dovuto aspettarmela, in quanto “nel paese dell’ideale, o meglio, del mio ideale”, c’è posto solo per le fantasticherie. A questo proposito, posso chiedervi quale bistrot preferite, avec le déjeuner?»

«Ovunque vogliate Marcel, per me qualunque posto va bene, purché sia decisamente indiscreto, ah, ah, ah!» - rispose Odette vezzosa, volendo dare corpo al ‘pretesto’ che si era creato fra loro.

«Que vous dites Odette d'un tour en Bateaux-mouches, sur les Seines?»

«Oh sì, mi sembra un’ottima idea. Ho sentito dirne un gran bene. Potremmo approfittarne per continuare la nostra conversazione e parlare dei vostri progetti letterari. Sì, direi proprio di sì!» – confermò Odette sorridente.

A Marcel non parve vero di poter addentrarsi nella sua intimità in quel modo così eclatante e di poter parlare apertamente della propria, andare più a fondo nei propri e nei suoi ‘desideri’. Era senz’altro più di quanto aveva sperato per quel giorno e pensò che circuirla di attenzioni e di complimenti avrebbe dato certamente più corposità all’intreccio Odette-Swann che in quei giorni stava scrivendo. Ma, per quanto s’imponesse di non incorrere in qualche sciocco errore di negata aspettativa, che sarebbe potuta pur sempre capitare, preferì sostenere un’attestazione di reciproca indipendenza che andasse oltre l’alibi stabilitosi fra loro, e che da quel momento in poi, li rendeva entrambi consapevoli dell’essere ‘amanti che disperavano di essere amati’.

In quanto sua creatura letteraria, Marcel sapeva d’aver dotato Odette di una qualità straordinaria, una sensibilità che le permetteva di capire dal tono della voce le intenzioni nascoste delle persone. Tuttavia era disposto a concederle tutto il tempo di cui avesse bisogno, prima di farla agire in modo avventato nell’assecondare la sua infatuazione per la di lei figlia Gilberte. Decise che non sarebbe andato oltre, almeno non per quel giorno, poiché preferiva avere la certezza di non doverla contraddire successivamente, nella consapevolezza che in fondo si trattava solo di una infantile infatuazione. Niente di più.


Una scena dal film 'Il tempo ritrovato' di Raoul Ruiz 1999
Una scena dal film 'Il tempo ritrovato' di Raoul Ruiz 1999


Il Bateaux lasciò l’attracco e prese la sua lenta navigazione lungo la Senna. Madame Odette prese a scorrere con lo sguardo le opposte sponde, i quai dove si allineavano le eleganti case e i magnifici palazzi d’epoca..

«Ecco guardate … le quai d’Orsay, Pont Alexandre III, le Grand et le Petit Palais..» – andava elencando Odette con la gioia negli occhi.

«Lì, sulla Rive Gauche, la magnifica cupola dorata de le Dome, Pont d’Iéna! Lì dovrebbe essere il Trocadero, da questa parte si vede la Tour Eiffel» – aggiunse poi, puntando il dito come una qualsiasi turista che vedesse ogni cosa per la prima volta.

Ed era così, per lei era davvero la prima volta.

In quel momento s’udirono le voci di due ragazzi che si rincorrevano provenire da un giardino prospiciente la riva, e quando d’un tratto li scorse che si trovavano, si abbracciavano e si baciavano a ridosso del parapetto, Odette sorrise, rammentando il primo bacio ricevuto proprio sul lungosenna, il cui ricordo adesso le illuminava il viso. Ma erano davvero suoi quei ricordi?

«Una di quelle cose che non si dimenticano più» – pensò rammaricata per l’essere tagliata fuori da tutto ciò, senza tuttavia rinunciare del tutto di poter fare, un giorno, parte di quella società edulcorata che si vantava del proprio edonistico ‘piacere di piacersi’, della propria bellezza e del proprio fascino.

«Se voi Marcel, soltanto lo vorreste?»

«E già, Parigi è pur sempre Parigi!» – esclamò Marcel quasi divertito, benché sapesse che era solo un modo di dire sulla bocca di tutti.

Altra cosa erano le mille seduzioni della Parigi un po’ impertinente e un po’ clochard dei ‘dernier bohémien’, dei poeti ‘maudit’, dei pittori ‘impressioniste’ di Montmartre, degli ‘chansonnier’ e di quanti, come lui, si concedevano una serata all’Opéra o, soltanto il piacere di fare acquisti lungo gli Champs-Elysées scintillanti di negozi alla moda; di frequentare i molti bistrò e i ristoranti disseminati lungo i Boulevard, in cui la ‘douceur de vivre’ era la massima prerogativa di una città nata per l’arte e per l’amore – «..sebbene ciò non significa affatto che la rendano anche più felice» – pensò divertito.

Lo stridore della campanella di bordo annunciò che le déjeuner era servito, distogliendo Odette dal suo momentaneo tour personale. Decisero entrambi che il menù turistico a prezzo fisso andava più che bene, poiché oltre all’immancabile soup d’anions, prevedeva l’assaggio delle più rinomate escargots à la Bourguignonne.

«Un buon vino, avrebbe accompagnato il tutto» – pensò Marcel.

«Odette, devo pur sempre ammettere che avete delle mani bellissime» – disse lui, sfiorandole quella che lei inconsciamente teneva poggiata sulla tavola e che subito ritrasse guardandosi attorno impacciata.

«Potreste suonare il piano, o che so, diventare una musicista solo per pochi ‘intimissimi’, molto esclusivi.»

«Davvero dite? E sì che mi piacerebbe, amo molto la musica come del resto amo la poesia.»

«E voi Marcel, frequentate sempre le sale da concerto?»

«Raramente in questi ultimi tempi, ma se la cosa può farvi piacere, sono in grado di procurare i biglietti per qualche buon avvenimento.»

«Davvero portereste Gilberte con voi al concerto?» - tergiversò Odette, temendo una possibile avance.

Marcel volse lo sguardo fuori dell’ampia vetrata della sala restaurant senza rispondere alla sua domanda ...

Lungosenna sul Bateaux-mouches.
Lungosenna sul Bateaux-mouches.

La poésie vient de la solitude, du silence.. (improvvisò Odette citando qua e là Verlaine*):


«..Se non il pieno contatto con la vita e il discoprire in me di una tristezza senza fine, perché continuiamo a vivere di meravigliose menzogne?

Se non c’è una verità cui far riferimento, perché continuiamo a scrivere di silenzi, a sognare inesprimibili realtà?

Nulla ho da offrirti, “Oltre al rigurgito di sangue, e labbra belle che ridono di collera, di ebbrezza penitente”. (*)

Null’altro da aggiungere ai tuoi “silenzi attraversati dagli Angeli e dai Mondi”. (*)

“Quanti splendidi amori avrei sognato allora.

È tutto quanto mi resta nell’attesa. Ma la notte è assai lunga..» (*)

Marcel si soffermò un momento con le mani giunte davanti alla bocca prima di parlare, come per trovare le giuste parole.

«Mi stavo chiedendo se … beh, eccoci arrivati!» - terminò di dire quando già s’intravedevano le torri di Notre Dame e il Bateaux giungeva all’attracco.

Le bouquinistes sulla riva della Senna
Le bouquinistes sulla riva della Senna

Si avviarono a piedi, lungo il quai affollato di bouquinistes, le bancarelle di libri e stampe di seconda mano, e dai numerosi passanti che solitamente si fermano a scartabellare liberamente. Trovarono posto al tavolo di un chiosco all’aperto per un’ultima tazza di caffè. Marcel avrebbe ripreso volentieri il discorso appena interrotto, ma nel frattempo Odette si era immersa in altri pensieri e infine scelse di tacere, per quanto grande sentisse il desiderio di parlarle una volta tanto dei propri sentimenti.

«L’ora del meriggio proiettava sulla Senna una luce surreale e Parigi assumeva per così dire un ruolo vitale nella sua storia d’amore con Swann» - pensò Marcel nel vederla presa nelle sue lontananze che pensava leggiadre, mentre gustava il caffè portando il cucchiaino alle labbra senza scomporsi.

«Voglio riuscire a farmi desiderare» – pensò infine, affondando una mano nella tasca dalla quale tirò fuori gli spiccioli per pagare il conto.

Allorché Odette, alzatasi di scatto, pensò di salutarlo con particolare premura.

«Au revoir Marcel, et merci.»

«Aspettate Odette, non volete che vi riaccompagni?» – le chiese, quando ormai lei non poteva già più sentirlo.

Marcel la seguì con lo sguardo che saliva sul landò e s’allontanava lentamente, quasi a sfuggire dal suo immaginario, fino a sparire un momento dopo dai suoi pensieri, quasi fosse in preda a un innaturale straniamento.

Parigi oggi: Bistrot les Deux Magots
Parigi oggi: Bistrot les Deux Magots


Poi s’avviò in silenzio, passo dopo passo distratto, quando improvvisamente lo colse la disperata necessità di bere qualcosa di forte, “..un cognac, forse”, che avrebbe placato il suo improvviso desiderio, malgrado non fosse proprio adito all’alcool. E poiché s’andava facendo sera e sapeva che sarebbe stato difficile trovare un posto a sedere in nessuno dei molti bistrot che si affacciavano sulla via, prese a zigzagare tra la folla che s’accalcava lungo i marciapiedi del boulevard in cerca di un locale che non accettasse prenotazioni, motivo per il quale avrebbe potuto trovare un tavolo libero.

Sedersi al bistrot era una costante quotidiana dei parigini, era lì che si fissavano gli appuntamenti, s’incontravano gli amici, si facevano nuove conoscenze, si concludevano affari o, più semplicemente, si osservava il viavai dei passanti.

«Cosa di non poco conto se si è buoni osservatori» - confermò a se stesso Marcel. Il che corrispondeva esattamente a quello che poi facevano tutti quanti indistintamente, e che avrebbe volentieri fatto anche lui.

“Grandi folle silenziose si vedevano guardare la vita fluire nelle strade” – scriveva Zola appena all’inizio del secolo, parlando dei nuovi locali che ospitavano l’allora giovane “pléiade” di artisti che facevano vibrare di vita le strade di Parigi – rammentò, nella superflua considerazione che forse un tempo, i cosiddetti bohémien erano più “silenziosi”, mentre i nuovi giovani erano certamente “tumultuosi” e senza dubbio meno artisti.

Del resto, com’era stato per lui, così anche gran parte dell’umanità che adesso lo circondava, era rimasta ancorata a quel midi-monde che si muoveva apparentemente felice lungo - “..la sterminata, ampia fascia grigia dei marciapiedi, con le loro panchine, le colorate colonne degli affissi e gli alberi radi”.

Com’era legata a Parigi – “..la folla di persone che si affrettava sui marciapiedi con il rumore delle loro suole e del loro vocio, della loro gioia pura, sconfinata, con un senso di perfezione della vita di strada”– così attentamente descritta da Zola. Il quale, nel volgere il suo sguardo oltre la fitta schiera di abbienti, a quei meno facoltosi bohémien che mai avrebbero raggiunto la notorietà del successo, e che pure contribuivano a fare dei Café i luoghi di ritrovo per eccellenza, considerati dall’élite del momento: “I fari delle notti parigine”.

«Chissà se almeno loro, qualche volta si erano sentiti felici?» – si chiese ancora una volta Marcel, provando un certo rammarico per la futilità della vita e per quella felicità che adesso provava dentro di sé, nel timore che avrebbe potuto abbandonarlo, così come sempre accadeva col ridestarsi dei pericoli che in essa si annidavano.

Non era stato tuttavia un pensiero casuale il suo, la riflessione era maturata nella consapevolezza di un accadimento che sentiva vicinissimo e tuttavia impalpabile, fatto della stessa consistenza dei sogni, vago come lo erano i ‘sogni’.

«Tutta colpa dello spleen di Parigi che si destreggia da una generazione all’altra colpendo le anime sensibili di chi più l’ama» – pensò distrattamente.

Allorché decise di entrare nel primo bistrot meno affollato che gli capitò a tiro, alla ricerca spasmodica di un tavolino, con l’idea di farsi servire un paio di “noisette d’agneau” fritte nel burro e servite con diversi contorni, ch’era la specialità tipica del posto, almeno così recitava il menù esposto fuori. Gli sembrava già di sentirne l’acquolina in bocca.


Più tardi allungò il passo attraverso il quartiere des Halles che Elemire Zola aveva acutamente definito “il ventre di Parigi”, riferito al fatto che ospitava i mercati generali di Parigi; con le sue strade semi-oscure e rumorose ravvivate appena dalle insegne colorate delle porte dei ristoranti, dei negozi a buon mercato e i piccoli bar aperti tutta la notte, e che già a tarda sera erano più affollati che mai. Era di moda, soprattutto tra i giovani, recarvisi in cerca di qualche avventura ‘galante’, cosa che pur se in un’atmosfera diversa da quella più raffinata e raccolta dei luoghi frequentati dalla ‘bonne societé’, almeno lui riconosceva che ne valesse la pena.

Marcel vi si recava non proprio di sovente, soprattutto quando aveva voglia di mescolarsi alla gente che vi andava per “vedere e farsi vedere”, come appunto all’epoca lui stesso definiva quello che oggi in gergo diremmo ‘lo struscio’. Lo si poteva incontrare al Café Costes, un locale frequentato nottetempo da giovani e giovanissimi. Per lui, che pure amava ricercare il passato, tutto ciò aveva invece significato d’immergersi nel presente, e s’intratteneva volentieri con quei ragazzi che in certo qual modo, lo facevano sentire come loro, anche se in tutt’altra dimensione da quella spensierata degli anni dell’Université. Per così dire, proiettato nel futuro. Nonostante la sua età matura, Marcel sembrava non rendersi conto che era proprio la visione del futuro che gli sfuggiva di mano, soprattutto, che essere giovane non significava poi…

«Oh no, certo non era come allora» – si era lasciato dire al ricordo degli anni spensierati e folli che erano stati della sua gioventù a Parigi, cosciente di averne smarrita quasi ogni traccia. No, i giovani moderni non erano come quando lui aveva la loro stessa età, in cui il tempo e lo spazio davvero cessavano di esistere.

«No, i giovani oggi vivono nel modo in cui vivono, in cui si lasciano vivere, credono di poter mettere il bavaglio alla solitudine, alle frustrazioni, alla mancanza di affetti veri, alla possibilità di un’amicizia sincera, con il loro comportamento fuori da ogni schema, ma si sbagliano» – pensò critico Marcel.

Alle Halles una certa amicizia ‘spicciola’ la si poteva trovare a buon mercato, e tutt’al più durava una sera, o al massimo il tempo di una notte. La si consumava per la strada o in un bistrot e talvolta dietro un vicolo buio, e solo fino al margine delle ombre delle case, poi non ci sarebbe stato più il tempo di coltivarla. La notte forniva l’alibi necessario al presente, mentre il futuro non era che un tempo fermo senza domani. Ogni cosa finiva lì. L’alba, spazzina della notte, avrebbe portato via tutto con sé. Raramente un incontro fortuito, per quanto bello fosse, avrebbe visto il nascere del nuovo giorno.

Marcel, sapeva che tutto ciò non apparteneva alla realtà ma lui, a differenza di altri, sapeva fingere, pur non ammettendolo mai a se stesso. Lavorare alla Recherche gli faceva provare un bizzarro senso di nostalgia, ma non sarebbe mai stato come rispolverare qualcosa che sapeva di vecchio, bensì agognava di intrappolarlo in un ‘presente’ che aveva in sé qualcosa di quell’eternità spesso vagheggiata. E in parte, oggi possiamo ammettere vi sia riuscito. Per quanto il passato, che pure avvolgeva di mistero e dichiarato erotismo sul quale anelava riflettere, trovasse riscontro nella metafora floreale elaborata in modo indiretto nel presente, e che riguardava la sua dipendenza possessiva della sua diversa sessualità, allo stesso modo in cui la società all’epoca la declinasse in forma impronunciabile quanto inaccettabile.

Marcel Proust
Marcel Proust

L’orchidea all’occhiello della redingote nel dipinto di Jacques-Emile Blanche al Museo d'Orsay a Parigi, ogni volta attrae lo sguardo e quasi sorprende, regalandoci “un’atmosfera da serra, la cui strana e morbosa bellezza non mette radici nel suolo”. E doveva essere così anche allora, quando capitava a Marcel d’incontrare qualcuno che avesse nello sguardo certe sue virtù favorite, come la dolcezza dell’affetto, la spontaneità dell’intelligenza, il senso ‘morale’ della seduzione, tutte qualità cui egli anelava ma che in realtà non possedeva.

Allo stesso modo di quando intravedeva in un casuale sorriso maschile la femminilità e lo charme che prediligeva in una donna. Allora si trasformava in un amante apprensivo fino a che non conquistava (e possedeva) l’uno e l’altra nella stessa sera. Ma non erano che brevi amori passeggeri i suoi, racchiusi in un unico giro del quadrante dell’orologio, per un tempo lungo quanto poteva assumere la dilatazione di un istante che serviva a stemperare la sua voglia narcisistica dell’amore per l’amore. Quasi non ne fosse cosciente, o almeno fin quando fingeva di non esserlo, e allora come per incanto conosceva quella profonda tenerezza che desiderava gli fosse corrisposta.

«Tutto bene» – ripeteva sovente Marcel ai suoi interlocutori e amici, ma nel suo intimo sapeva che non era così, che alla luce della sua finzione quegli amori non avrebbero contato più del tempo che avrebbe dedicato a un ipotetico atto sessuale unico e irripetibile con i ‘personaggi’ usciti dalla sua fantasia. Da sempre aspirava agli originali, ma questi finivano sempre per negarsi a lui senza che riuscisse a comprenderne la ragione.

Fu certo per caso che quella notte al Café Costes incontrasse Robert (di Saint-Loup?), un giovane universitario dall’aria malinconica, con il quale aveva speso il suo tempo al tavolino fuori del bistrò. Insieme avevano parlato a lungo, avevano bevuto molto e avevano riso, si erano divertiti un mondo a rincorrersi e a prendersi per la strada, poi Marcel l’aveva afferrato in un vicolo buio e l’aveva baciato. In quel frangente si accorse che il ragazzo aveva lo stesso sguardo di qualcuno che conosceva già, lo stesso suo sorriso, era davvero incredibile quanto gli somigliasse. E quando Robert gli chiese perché l’aveva fatto, Marcel era stato esplicito nel rispondergli che quello era il pegno che aveva dovuto pagare per essere stato preso.

Ma Robert si era ben presto liberato dalla stretta e si era messo a correre prendendo per una via laterale. Marcel aveva anche provato a rincorrerlo, ma un istante dopo l’agile figura del ragazzo si perdeva nel buio, allontanandosi definitivamente dalla sua vista. Col cuore in gola per l’affanno Marcel si era poi abbandonato a ridosso del muro in un vicolo in ombra. Osservandolo andar via immaginò una farfalla che spiegate le ali carezzevoli sul filo dell’aria, lasciava lo stelo del fiore su cui si era posata, sostenuta dalle note di una musica leggiadra a lui sconosciuta, fintanto che …

«Mentr’io sarò ancora qui, certo a fantasticare sull’origine del desiderio che riaffiora alla mente, come intimo ricordo che si ferma ai miei occhi, indelebile come sensazione che consola e colma la distanza, o forse, che separa la presenza dalla sua assenza.» (**)


Quella notte al chiuso della sua stanza da letto Marcel Proust avrebbe scritto pagine indimenticabili sul suo nero 'quaderno' privato.


Orchidea
Orchidea

Note:

(*) Verlaine “Tutte le poesie

(**)Florinda Recchi “Purpurea, una passione

(&) Georges Bataille “La letteratura e il male” – SE 1987 - e in Georges Bataille “Il Labirinto” – SE 2003.


Le frasi virgolettate “.” sono di Marcel Proust raccolte nei testi citati in bibliografia.


Bibliografia di consultazione:

Marcel Proust “Alla ricerca del tempo perduto” - I Meridiani Mondadori,1986.

Giovanni Raboni (a cura di) “Album Proust”– I Meridiani Mondadori 1987.




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