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Una storia di Stegia18

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... E vissero tutti felici e contenti

Sulle orme di Andersen

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12 minuti

Pubblicato il 02 ottobre 2019 in Fiabe

Tags: #Andersen #Giullare #Turchina

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Un bel giorno Turchina e Giullare decisero di fare un viaggio per conoscere il mondo e fare nuove esperienze. Cammina, cammina arrivarono in una cittadina che giaceva in una valle verdeggiante circondata da splendide montagne. Qui decisero di sostare per riposarsi e trovarono alloggio in una locanda vicino alla dimora imperiale.

Erano a cena quando un gran fracasso di piatti e bicchieri infranti li fece sobbalzare.

«Oh, non spaventatevi» disse l’oste «è solo la solita scenata di Gaianello» e, vedendoli interdetti, proseguì: «Gaianello è il nome del nostro imperatore, ma dovete sapere che “gaio” non lo è proprio per niente, anzi spesso si arrabbia e urla, fracassa i mobili e frantuma le stoviglie»

«Un’abitudine piuttosto costosa» osservò Turchina «spenderà molto per l’acquisto di nuovi pezzi d’arredamento e nuove suppellettili»

«Cara mia, le tasse le paghiamo apposta: per ripagare le distruzioni dei suoi numerosi scatti d’ira e non certo per i servizi alla popolazione»

«Tuttavia abbiamo visto belle strade lastricate e una grande e splendida piazza davanti alla reggia imperiale» intervenne Giullare

«Beh, a quelle ci tiene tanto e paga profumatamente operai e giardinieri perché le curino; servono per la sua gloria, per le innumerevoli sfilate con cui ci delizia, indossando sempre nuovi abiti sontuosi, seguito dalla sua corte di ignobili adulatori e delatori»

«Chissà lo sfarzo di queste parate!» esclamò Turchina

«Proprio domani ne è prevista una. Si dice che l’imperatore indosserà un abito tessuto con una nuova stoffa che ha il potere di essere invisibile agli occhi degli incapaci e degli stupidi» Turchina e Giullare, che ben conoscevano la famosa fiaba di Andersen, essendo lei figlia della stessa penna, si guardarono sorridendo e decisero di trattenersi ad assistere allo spettacolo che si sarebbe svolto il giorno dopo. Come tutti sapete, la voce dell’innocenza, nelle fattezze di un bambino, si levò alta mentre il corteo procedeva: «Ma sono tutti nudi!» E a ben guardare l’imperatore, che procedeva impettito, sembrava un tacchino spiumato. Facendo finta di sostenere lo strascico dell’inesistente mantello, lo seguivano il duca Gatti e la duchessa Volpi, che parevano due rosei maialini. Urla e schiamazzi si levarono tra i piccoli che assistevano alla scena, seguiti dalle risate e dalle salaci battute di tutta la popolazione intervenuta per assistere all’evento. Il sovrano e il suo seguito dovettero far buon viso a cattiva sorte e procedettero fino alla fine cercando di assumere un atteggiamento il più dignitoso possibile, cosa, come potete immaginare, piuttosto difficile.

Perciò l’imperatore orchestrò la sua vendetta e ordinò che, in tutte le scuole, i bambini dovessero scrivere duemilatrecento volte sul quaderno “Il nostro imperatore è giusto e democratico”. Per gli adulti che lo avevano deriso, invece, istituì una nuova tassa definita “Imperatoris habitu” di duemilatrecento euro a testa.

«Poiché sono giusto e democratico, questa tassa sarà uguale per tutti, senza distinzioni di sesso, età o stato sociale» disse, dimostrando ancora una volta la sua stoltezza. Infatti la maggioranza della popolazione, che viveva dei proventi del proprio lavoro, facendo due conti, dedusse che per pagarla avrebbe dovuto stare a pane e acqua per un lungo periodo, mentre quelli ancora più poveri si disperavano e piangevano calde lacrime. Invece gli adulatori e i delatori, facendo anche loro due conti, decisero che potevano permettersi di pagare anche quella mazzetta che, in fondo, si sarebbe rivelata un buon investimento per mantenere il favore del reggente, tanto le loro tasche non ne avrebbero sofferto più di tanto. La sera l’oste invitò alcuni amici nella sua locanda per discutere sulla nuova iniqua tassa che era stata imposta. Anche Turchina e Giullare si unirono al gruppo.

«Non se ne può più» diceva uno «io ho tre figli che non so come sfamare e vestire e quello se ne va in giro a pavoneggiarsi per i suoi abiti nuovi»

«A chi lo dici» aggiungeva un altro «noi non rinnoviamo il guardaroba da anni, gli abiti ci vanno tutti larghi per la dieta che siamo costretti a seguire: senza soldi non si mangia!»

«Sembriamo proprio i sudditi “dell’imperatore nudo” coi nostri vestiti diventati trasparenti per l’uso e i tanti lavaggi» dichiarava un altro

«È tempo di fare qualcosa per risolvere la situazione» affermò l’oste

«Sì, ma cosa?» chiese il suo giovane figlio

«Voglio raccontarvi una storia» intervenne Giullare «poiché questo è il mio lavoro, una storia che forse potrà esservi utile» e cominciò a narrare:

«C’era, in un lontano paese, un re che comandava in modo assoluto e dispotico. Il suo potere, lui diceva, gli era stato conferito direttamente da Dio e perciò i sudditi non potevano fare altro che obbedirgli. Viveva in un bellissimo castello, circondato e omaggiato da una corte di nobili sfaccendati. Passavano il tempo tra feste e banchetti, divertendosi in tutti i modi. Organizzavano favolosi balli in maschera, dove sfoggiavano ricchi costumi, tessuti con fibre d’oro e d’argento e tempestati di gioielli. Al re piaceva sentirsi potente e desiderava aumentare il suo dominio. Perciò inviava i suoi eserciti a conquistare nuovi territori, oltre le montagne e al di là del mare. Ma si sa che tutte queste cose costano e, siccome i soldi non gli bastavano mai, ordinava al suo ministro delle finanze di imporre nuove imposte. Ma una grave siccità e un pessimo raccolto avevano creato un pesante disagio tra la popolazione, che cominciava a morire di fame. Dal pagamento delle tasse, naturalmente, erano esonerati i nobili sfaccendati, dato che il re non voleva deludere i suoi compagni di bisbocce»

«Accidenti sembra proprio il nostro imperatore!» esclamò il figlio dell’oste

«Stai zitto che voglio sentire la fine della storia» lo rimproverò il padre

«Alla fine ci fu una rivolta generale che si concluse con un attacco al palazzo reale. Il re, la regina e tutti i dignitari furono catturati e rinchiusi in quelle stesse celle del carcere in cui coloro che non avevano potuto pagare le tasse erano stati, in precedenza, segregati. Alla fine della sommossa fu proclamata la repubblica. Furono promulgate nuove leggi che assicuravano la libertà e l’uguaglianza tra tutti gli abitanti della nuova nazione, nata sulle ceneri di quella disgraziata monarchia». Il silenzio calò sulla locanda, mentre tutti riflettevano sulla bella storia narrata da Giullare. Una nuova speranza andava formandosi negli animi degli ascoltatori, mentre giravano sguardi interrogativi e segni di intesa.

La residenza imperiale fu presa d’assalto e lo stolto imperatore fu confinato, coi suoi sciocchi adulatori, nelle sue camere private, in attesa di un verdetto. Si proclamò la repubblica, si fecero le elezioni e l’oste fu nominato presidente. A Turchina e Giullare fu chiesto di giudicare i colpevoli:

«La vanità e la stupidità sono grossi difetti, ma la clemenza è una virtù dei forti» rispose Turchina. E così all’imperatore non fu fatto alcun male e fu lasciato a riflettere sulla sciocchezza del suo operato. Ma si decise che un castigo sarebbe stato comunque necessario perché imparasse la lezione. Perciò da allora, in quel paese, il giorno della festa della repubblica, tra i frizzi e i lazzi del pubblico, si può assistere alla sfilata dell’ex imperatore che, indossando il suo prezioso abito tessuto con una nuova stoffa che è invisibile agli occhi degli incapaci e degli stupidi, sembra proprio un tacchino spiumato. E, naturalmente, lo seguono, reggendo lo strascico dell’inesistente mantello, il duca Gatti e la duchessa Volpi, che continuano a somigliare a due rosei maialini!

Dopo qualche giorno, Turchina e Giullare ripresero il loro viaggio verso altre mete e alla ricerca di nuove avventure. Infine arrivarono nelle grande città di Copenaghen dove decisero di sostare per onorare la memoria di Hans Christian Andersen, dalla cui fantasia lei, insieme agli altri fiabeschi personaggi che popolano i sogni dei bambini di mezzo mondo, era stata creata. Girando per le strade furono attratti dai suoni e dalle luci provenienti da un piccolo locale situato nel fondo di una stradina senza sbocco e decisero di entrarvi per bere qualcosa e rilassarsi un po’.

Varcata la soglia trovarono un mondo fatato. In fondo al locale i nani scavatori mostravano le loro gemme e mercanteggiavano con i compratori; gli elfi viaggiatori raccontavano a chi voleva ascoltarli avventure e disavventure di viaggi nel loro mondo incantato e in quello più banale degli uomini. Gli elfi silvani, che profumavano di resina di pino e di fiori selvatici regalarono a Turchina una coloratissima ghirlanda e le fatine sussurravano tra loro raccontandosi le ultime novità e ridendo della stupidità di molti umani.

Al bancone Robert lo gnomo chiacchierava con una fanciullina magra e neanche troppo bella che indossava un abitino striminzito e stinto, che sembrava proprio fuori luogo in quel posto magico e sfavillante.

«Oggi, cenerentola, voglio farti assaggiare una bevanda di mia invenzione. Sono certo che ti piacerà» le diceva mentre mesceva in un alto bicchiere a stelo un bel liquido verde smeraldo che odorava di frutta.

«Oh, Robert» ribatteva la fanciullina «ci vorrebbe proprio una pozione miracolosa che mi facesse diventare bella come tutti gli altri bambini dell’orfanatrofio. Anche oggi sono venuti dei ricchi signori ben vestiti che volevano un figlio da amare. Hanno scelto Martina. Lei piangeva e non voleva andar via, ma, sai, le hanno regalato una bambola bellissima, che pareva una principessa. E così lei si è calmata e li ha seguiti. Come avrei voluto che scegliessero me!»

«Non ti addolorare, prima o poi verrà anche il tuo turno vedrai»

«Magari fosse vero! Ma non posso proprio crederci. Non vedi? Sono proprio insignificante e anche un po' goffa. Nessuno mi vorrà non credi?»

«Ma no, cenerentola. Cerca di essere felice, qui con noi puoi sognare. Guardati, non sei affatto un brutto anatroccolo. Sei uno splendido cigno. In effetti il magico specchio dietro al bancone rifletteva una bellissima principessa con un vaporoso abito nei colori dell’arcobaleno, una collana d’oro intorno al collo e uno splendido diadema di diamanti sulla testa. La fanciullina sapeva che era soltanto un sogno, ma sorrise felice e accettò l’invito dei folletti cantori a ballare per loro mentre la musica suonava dolcemente in sottofondo.

Turchina e Giullare si avvicinarono a Robert per farsi raccontare la storia della piccola orfana che si credeva brutta e si rifugiava in quel mondo magico per sfuggire la realtà di coloro che la rifiutavano non sapendo guardare nel cuore. Perciò decisero di adottarla loro: «Per noi sei bellissima, proprio come il Cigno della famosa fiaba». Così furono espletate tutte le formalità per l’adozione e la piccola orfana diventò l’adorata figlia di Turchina e Giullare. Dopo qualche giorno decisero di rimettersi in cammino per tornare a casa. Robert regalò a Cigno lo specchio fatato: «Così potrai sempre ricordarti che non sempre quello che, a prima vista, può sembrare brutto lo è veramente e, tanto spesso quello che sembra un male si rivela essere il seme di nuovi positivi sviluppi».

Il viaggio di ritorno non era breve. Avvicinandosi il buio, i nostri tre ebbero la necessità di trovare un luogo dove fermarsi a dormire. Videro una cascina in lontananza e decisero di chiedere ospitalità per la notte. Lì abitavano un babbo e una mamma che avevano cinque figli un po’ monelli, che correvano tutt’intorno e schiamazzavano allegramente. Ma per fortuna c’era anche un nonno che sapeva incantarli raccontando tante belle fiabe. Perciò tutti si riunirono intorno al fuoco ad ascoltarlo raccontare la storia di “Klumpe-Dumpe che cadde giù dalle scale, salì sul trono e sposò la principessa”. Poi ognuno si ritirò nella propria camera per mettersi a letto a sognare fino al mattino. Ma, Turchina nel cuore della notte si svegliò sentendo sussurrare. Pensò dapprima che fosse il nonno che, pur dormendo, continuasse a raccontare favole come un sonnambulo. Poi, dopo il primo attimo di smarrimento, capì che quella flebile voce proveniva dalla soffitta. Perciò si alzò per vedere chi fosse che raccontava storie a così tarda ora. Avvicinò l’orecchio all’uscio della mansarda e capì che era Abete che, parlando ai topolini, raccontava loro la storia di quando era un piccolo alberello che non vedeva l’ora di crescere lì nel bosco dove il sole splende e gli uccelli cinguettano, di quando, ormai cresciuto, era stato messo in un vaso e portato nel grande salone della cascina per essere addobbato con luci e palline colorate per far felici i bambini durante le feste di Natale. Adesso l’albero si rammaricava di essere stato spogliato di tutti i suoi splendidi addobbi e relegato lì al buio, nel sottotetto, senza che un filo di luce del sole ravvivasse il verde delle sue fronde. Cominciava a sentirsi un po’ spoglio e vedeva i suoi rami ingiallire. Sperava ancora di poter un giorno tornare nel suo bosco ad ascoltare gli uccelli cantare, i fiori spuntare e ascoltare le fantastiche storie che il vento gli sussurrava.

Ma Turchina, che ben aveva studiato tutta l’opera di Andersen, sapeva che non sarebbe stato così e, conoscendo il triste destino che lo attendeva nel camino, sotto il paiolo, si impietosì.

Il giorno dopo disse al fattore: «Il giardino della nostra casa è ricco di fiori, ma senza neanche un albero sotto cui sedersi a riflettere. Ora che abbiamo una bambina ci piacerebbe proprio un piccolo abete da adornare a dicembre per le feste per poi vederlo ospitare, in estate, uccellini e rampicanti di fiori. Mi sembra che c’è un vecchio abete in soffitta….». Il fattore fu ben contento di regalarglielo, dato che lei era così bella e gentile, tanto più che si sarebbe anche evitato la fatica di segarlo a pezzi per poterlo bruciare nel camino.

E finalmente Turchina, Giullare, Cigno e Abete tornarono nella loro bella casetta, nelle vicinanze della residenza reale di Azzurro che ancora schiumava di rabbia per non essersi potuto risposare con la sua principessa. In giardino fu scavata una bella buca e vi fu alloggiato Abete, le sue radici furono nuovamente ricoperte di terra e gli fu fornito il necessario nutrimento perché i suoi rami crescessero più belli e rigogliosi che mai. Ai suoi piedi è stata sistemata una panchina su cui Cigno si siede volentieri ad ascoltare le favole che lui le racconta, dopo averle ascoltate dal vento che sussurra tra i suoi rami.



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