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Una storia di DomenicoDeFerraro

Questa storia è presente nel magazine LA FILOSOFIA NAPOLITANA

IL POETA RANOCCHIO

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8 minuti

Pubblicato il 05 luglio 2020 in Fiabe

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IL POETA RANOCCHIO




Se la vita, mi avesse baciato sulle labbra , ora sarei un poeta felice sarei chiamato santo o principe , sarei parte integrante di quell’ amore che come una candela illumina la stanza , ove siedo ed immagino giorni migliori . Cosi viaggio ai limiti della mia fantasia , attraverso questo mondo psichico , ove l’emozione si collega ad un filo che unisce tutte le cellule neurali , una luce illuminante una parte del cervello, una parte di ciò che siamo e come una lucciola attraverso questo caos di forme , mi dirigo verso il peccato che vive in me . Osservo il mondo dell’ignoto , non ho parole , sono legato ad un filo senza fine ad un destino con pochi vestiti, addosso che scivolano via nella confusione , nell’ apatia di un atto ripetitivo che prosegue all' infinito come fosse una tabula rasa . Quante auto , ho visto passare , seduto al sole , la felicità mi è passata davanti, mi ha travolto, mi ha reso , vittima del mio passato . Una fila enorme di parole , legate alla mia vita , celata nel loro mistero , nello scrivere , nel vivere che mi ricongiunge ad un concetto etimologico sepolto in me. Sopra di me un cielo nero, come il carbone , una tomba senza croce , una fossa dove finire i propri giorni .


Cosi mi rendo conto che tutto era scritto , che il mondo va avanti anche senza di me che il signor Giuseppe non era un campione , neppure un marinaio , faceva l’imbianchino e gli piaceva fare tanti giochetti erotici con sua moglie . Quando ingoierò l’amaro calice della sconfitta , finirò presto all’inferno , accerchiato da demoni che si divertiranno a giocare con le mie colpe commesse tra le radure dei boschi della conoscenza . Quando sarò fuori dal mio inferno , sarò il giorno e la notte , tutti mi dovranno dire dove potrò buttare le mie ossa , tutti mi dovranno confessare cosa nascondevano dietro la schiena. Tutto scorre , come fosse un replicare di cerchi concentrici ,i cerchi si chiudono , la vita apre le porta alla percezione dell’universo . Siamo a pranzo, sopra le nuvole, nel vento , s’ode il grido dell’aquila romana . Io cerco di capire le etimologie delle mie parole, il senso delle mie canzoni , vorrei provare a volare di nuovo ad andare in spiaggia , sedermi vicino alla mare a pensare , a guardare l’onda che ritorna a riva , poiché io so che tutto scorre . Un lungo corteo funebre mi guida ai confini dell’indefinito , là trovò una casa rossa con dentro una signora dai capelli bianchi , prego con lei, dialogo con lei , cerco di capire quanto tempo mi rimane, sulla scia di un elica, un areo, passa nel cielo azzurro , passa veloce , sordo con un motore fumoso , verso la città dei balocchi , fugge dai mostri della ragione, che giocano con altri mostri ed altri strani personaggi , nati dal mio delirio frutto di questa mia lirica estiva .


Il canto del ranocchio è un canto funesto che s’eleva nella calma degli atti grafici , in quell’ errore insito nel sistema logico del dire e del fare , attraverso l’animo afflitto , nella forma , espressa ,riassume l’amore di un essere nello scorrere di un espressione ermetica . Una folle, donzella danza nel mio intelletto , gioca con la mia dignità , con questo mio cuore che siede in disparte lontano dall’odio . E tutto scorre , come il tempo , il vento del mare spinge le barche verso le isole. La superflua , illusione della conoscenza mi porterà a capire che non siamo fatti per essere chiamati Vincenzo o Renato che ogni verso scivola via , come l’acqua del rubinetto . E mentre le donne vanno al mercato a comprare pannolini , detersivi , vanno a discutere di un amore ingrato, sono perse dentro una sequenza di azioni sconsiderate che potrebbero essere fatali per la propria salute. E quando ritornerò ad essere solo , la metropoli non sarà un luogo simpatico , cosi finirò per rendermi conto che il presidente della Repubblica è un immigrato come me . E senza patente , andrò a piedi come fossi l’ultimo uomo o donna di strada , porterò con me il ricordo della mia terra , forse un fiore , fino al vicino camposanto. Poiché tutto può essere , non essere, fino a quando sarò sincero con me stesso fino all' inverosimile , nella mia deleteria coscienza il mio giudizio sarà sempre un punto fermo e non ci sarà un vantaggio, ne imbroglio, il prezzo rimane sempre quello pattuito.


Ma io aspetto ritorni il tempo della rivolta , cosi potrò concludere in diversi rime e ritmi il mio lungo poema metafisico, intriso di tante sciocchezze freudiane . Analizzerò la mia coscienza , credimi sarà uno scherzo di pessimo gusto, sarò come detto da molti, un caso letterario di pessimo gusto , un e-book nel mare dell’editoria online , un granello di sabbia , scivolato nel vuoto di uno spazio poetico . Così gusterò il mio caffè amaro e poi chiamerò l’ufficio e mi farò passare il mio capoufficio , credimi non c'è limite alla decenza, la schizofrenia percuote l’ intelletto , ne moltiplica le immagini virtuali. Ed il gusto della vita è come una caramella alla menta. Mi tufferò nei tuoi sogni , sarò finalmente il re della festa dell’estate , contribuirò a creare un nuovo verso ove ogni immagine è un tutto , un nulla , una pia canzone.

Ed un dannato mi disse:

Tu scrivi

Ed io risposi:

Io sono di Catania

Cosa facevi a Montecatini ?

Cucinavo, manicaretti

Cercherò di essere pratico

Non tirare troppo la corda

Bada, uomo che il signore non guarda in faccia nessuno

Ora mi spiego meglio, perché sono vivo

Non ho tempo per riflettere sul significato delle tue lettere

Buon per me sono incapace di cantare , figurati di fuggire dal bene e dal male

Scrivi per il gusto di scrivere

A volte cerco di riposare

Ti vorrei invitare ad una festa

Io sono un cappellano

L'oggetto in questione è festa

Io sono cattolico

Io musulmano

Vieni è bello, s’ incontrano tante persone perbene

Lo puoi dire forte

Quanto avrò il consenso del capoufficio ti faccio sapere

Non dire peccato, sono mortificato

Sai chi ha messo le dita nella marmellata ?

Forse Cristofaro

Chi Colombo ?

Credo in un solo Dio.

Io prego per la tua anima

Sono al fondo di questa pagina

Vieni su ti salvo io

Tirami una corda

Aspetta , chiamo aiuto

Non lasciarmi solo

Ti prego , signore salva questo uomo.


Così quando giungerò dove credo sia giusto essere , vedrò le prime case della città , ritornerò ad essere uguale a come ero un tempo , vedrò il figlio con la mamma ed il papà in mutande , dormire beati sopra i tanti loro successi , infilati nei tanti marchingegni che conducono a diversi tentativi filologici . E le parole sono amare , sono volate via ed hanno reso la mia dimensione , una dimensione plastica, artistica , capace di evolversi fino all' infinito grado dell' intelligenza artificiale. La maturità degli atti , perseguiti , non mi conduce ad una questione peripatetica , ma ad una pedagogia di costumi , atti a desumere lo svolgimento dei fatti svolti.


Non avrai altro Dio all' in fuori di me , mi disse il signore della porta accanto , mentre il bambino ammazzava la lucertola verdognola . Mi disse : sarai l’autore ritrovato non te ne pentirai , vieni a giocare a calcetto con noi . Di ogni cosa , detta , sarò il fulcro del discorso , la perifrasi grammaticale, un discorso emerso dall’ incontro per essere giudicato nella sua chiaroveggenza. Io credo finirò in un limbo di anime pure , tutte unite , tutte gaie , tutte belle che si uniranno in un amplesso virtuale . Cosi un anima dannata mi raccontò della storia del ranocchio macchiato con l'inchiostro che decantava la sua vita , mentre era in cerca della regina di cuori , nello stagno incantato. Forse , era solo una favola ma io mi ci vedevo nei panni del principe ranocchio e nella mia incredulità , ero fiducioso, forse perdutamente innamorato di quella regina . Cosi uscii fuori dalle regole grammaticali , incominciai a fare discorsi illogici per giungere a questa ilare scenetta e rendere pan per focaccia al satiro , nascosto nel bel boschetto.


Camminai a lungo , vagabondai a lungo per strade assolate, persi il senso dello scrivere , chiacchierai con tante lettere bislacche e seducenti , accesi il lume della ragione. Ed il ranocchio mi era simpatico per quanto l’osservassi mi rivedevo in lui come se mi guardassi allo specchio. Cosi la meraviglia prese il sopravento in me , ed il vento del meriggio , mi condusse alla comprensione dei miei errori . L’amore per la regina , era una figura malata nella sua fisiologia , la sua incantevole persona , il suo scorrere verso l’immaginario , verso quel palazzo incantato ove vivevano i tanti mostri della mia conoscenza poetica . Ed ogni scienza è ragione dell’esperienza , un filo conduttore che unisce ogni uomo ed ogni donna . E un ranocchio, rimane uno scarabocchio , poiché la poesia trasforma , ogni cosa che vedi in un soggetto poetico , ove emerge l’amore per la vita . Le ali della fantasia mi condussero verso il fine prefisso. Il mare in lontananza era calmo, splendido sotto il sole, il ranocchio si lanciò dall’alto del trampolino, mostrando i suoi enormi muscoli , i bagnanti , acclamarono le gesta del prode ranocchio , Saputo del prode ranocchio , venne convocato il presidente ed il consigliere e tutti i ministri del regno ad applaudire il giovane ranocchio che di occhi ne aveva tanti , alcuni azzurri, altri verdi, altri rossi come il sangue dei martiri. E l’amore è una strana malattia , simile al dubbio , mi condusse ad essere ranocchio poi pio poeta chiuso in una macchina a fornicare con una signorina benpensante che per una pagnotta di pane , una borsetta di cose perdute, un desiderio represso , accese un lume nella sera che passò e fluì nella mia poesia , nell’atto illogico del divenire me stesso , nella bella , breve fiaba di questa terribile , contagiosa estate.


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