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Una storia di GioMa46

Questa storia è presente nel magazine TRAVELOGUE

ROMA IN CORNICE

(.. attraverso gli occhi degli altri)

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8 minuti

Pubblicato il 14 gennaio 2019 in Viaggi

Tags: #Citt #Gente #Letteratura #Roma #Turisti

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Roma all'imbrunire.
Roma all'imbrunire.

Roma in cornice, (..attraverso gli occhi degli altri).



È l’alba, e i primi bagliori di luce stagliano di netto il profilo della Roma papalina, così come ci appare ancora oggi dalla balconata del Pincio:

“A gruppi e a una a una, una dopo l’altra, affiorano le case, i tetti, le statue, le terrazze aeree e le gallerie. Là tutta la massa si screzia ed erompe in cime sottili di campanili e di cupole con la capricciosità ricamata delle lanterne; là esce intero un palazzo oscuro, là la cupola piatta del Pantheon; là la cima ornata della Colonna Antonina col capitello e con la statua dell’apostolo Paolo (..). L’aria è così pura e trasparente che la minima lineetta dei lontani edifizi risulta chiara, e tutto pare così vicino, come se potesse afferrarsi con la mano. L’ultimo ornamento architettonico, l’addobbo ricamato di un cornicione”. (*)

Richiuso il libro alla pagina in cui Gogol descrive la città dov’è vissuto fino al 1848, s’ode un primo scampanio che chiama alla Messa mattutina. In coro rispondono altre cento campane disseminate qua e là, un po’ dappertutto: Santa Maria sopra Minerva, Sant’Andrea, l’Ara Coeli, e poi tutte le altre, come per un concerto.

Raccolgo l’invito, e mentre la città si risveglia alla vita frenetica della nostra era, mi unisco ai passanti frettolosi che s’avviano al lavoro, alle auto che passano in corsa, ai cani randagi che abbaiano, ai venditori montano i banchi al mercato. Intanto aprono le prime edicole e i giornali riportano a grandi scritte le ultime e importanti notizie della giornata. Si risvegliano i barboni, i celerini, i netturbini che portano via le montagne “de mondezza”, i preti e gli avvocati, mentre vanno a letto assieme coi magnaccia, le puttane.

Coinvolto nel traffico cittadino, bloccato da una delle consuete visite ufficiali, o da uno degli innumerevoli cortei di protesta, può ritenersi fortunato chi riesce a trovare il tempo “de buttà un occhio”, così si dice in gergo per dire di osservare ciò che di più bello lo circonda. È questa la città dai mille problemi e dalle centomila risorse che offre oltre ad innumerevoli occasioni di svago, l’opportunità di un incontro con l’arte e con la storia, la poesia, la musica, commiste a momenti di vita popolare e spunti di autentico intrattenimento. Basta stare a guardare.

La si scopre a piedi, pian piano, attraverso una fuga di strade del Fontana e le scenografie del Valadier, in un palazzo rinascimentale disegnato da Michelangelo e un rifacimento barocco del Bernini; fra le rovine dell’antichità e gli ultimi edifici moderni sedi di Banche e Grandi Magazzini. La si legge sulle pagine dei quotidiani, dietro un “pasticciaccio” di cronaca nera e una speculazione edilizia, la visita di un Capo di Stato straniero, in occasione dell’Anno Santo, la morte di un Papa, o lo sciopero dei filo-tranvieri.

La si ritrova in arte nei Musei, declamata da celeberrimi poeti, cantata e musicata da grandi interpreti d’Opera e da semplici cantori di strada che “s’accorano” sotto ad un balcone, o che “se sgolano” dentro un’osteria. La si riscontra nelle abitudini giornaliere dei romani pigri e faciloni, bonari e un po’ sornioni, come quei gatti che ritrovi dappertutto al Colosseo come all’Argentina o al Foro, nelle piazze umbertine come nei mercati. Sono loro i veri padroni di Roma, metamorfosi di quei romani famosi dei banchetti luculliani, delle orge sfrenate e dei lazzi da teatro.

Per lo più la si ricorda per aver disceso la scalinata di Piazza di Spagna o per aver gettato una moneta nella Fontana di Trevi. Perché è accaduto che hanno rubato un portafogli, oppure perché s’è rotto il tacco in “fra li sampietrini”, quei sassi grigi di cui è lastricata la città, proprio quando stavate andando ad un appuntamento, al quale, guarda caso, non sareste mai potuto arrivar per tempo.

Ma, soprattutto, la si ricorda per le tavolate all’aperto, per uno stornello cantato in comitiva, per la parolaccia scappata al cameriere, per il tassista intraprendente, per gli autobus che non passano mai o per la coda interminabile intrapresa nei pubblici uffici. La si vive nel traffico giornaliero, nei caffè e nei mercati rionali.

Per chi ne trova il tempo, e i romani sono i massimi esperti in questo, la si vive all’aria aperta, passeggiando per le piazze o lungotevere, negli immensi parchi di Villa Borghese e di Villa Panphili, oppure sulla terrazza niente male, del Giardino degli Aranci che s’affaccia dall’Aventino.

Se per caso fosse domenica si va tutti al mercato “delli panni stracci” in quel di Porta Portese. Un andirivieni di genti e di costumi: c’è il bellimbusto e la madama, il ragazzino lesto e il vecchio stanco, la venditrice di sigarette e l’accalappiatrice d’uomini, il burbero e lo scialacquatore, l’ebreo, il negro e il marocchino, e dove li poverelli vendono e li signori accattano, per darsi una parvenza d’ilare nobiltà.

Mancano ormai da sempre Ghetanaccio e Rugantino e Gigi er Bullo non la fa più da padrone. E dove infine fra una carabattola, un ombrello smesso e un libro vecchio, c’è un po’ d’antichità, magari dentro una cornice appesa a un chiodo, dove Roma t’appare com’era un tempo immersa in un tramonto tutto d’oro.

Intanto s’è fatto mezzogiorno, e dal Gianicolo spara il cannone nel mentre da San Pietro risponde il campanone. Si deve correre al Vaticano per la tradizionale benedizione dove il Papa, prima di sedersi a tavolino tosto s’affaccia alla finestra, e fra “‘na parola e n’antra sente come sta de sale la minestra”.

Poi, quasi imprevedibilmente, la gente si disperde per le strade, si dilegua nei portoni bui delle case e come per incanto s’inabissa sotto il sole, come risucchiata nell’apparente felicità. Là una lavandaia canta una canzone antica, più in là un gruppo di monelli che gioca a palla, la bella che s’affaccia alla loggetta e la vecchia che ripone la calzetta. Ed ecco s’è fatta l’ora del riposo quotidiano, cosiddetto della sacrosanta “pennichella”.

Le ore più calde passano così, nel meriggio immerso nel silenzio. Più tardi ha inizio lo struscio, ovvero la passeggiata: i vecchi amici s’incontrano attorno a un tavolino per la solita partita a carte e bevono un “goccettino”; la compagnia che gira fra le bancarelle de Trastevere ricolme d’ogni ben di Dio, e poi la festa inizia piena di gozzoviglie e giochi, con la giostra dei cavalli e lo spettacolo “de li burattini”.

I suonatori ambulanti fanno il giro delle Osterie per rimediare alle consuete necessità, cantando le canzoni strappacore di Romolo Balzani, o rifacendo il verso a Petrolini. Qualcuno parla in versi alla Belli e alla Trilussa, c’è chi recita un sonetto, chi intona “Vecchia Roma sotto la luna” con un pizzico di compassata nostalgia.

Intanto il Sor Capanna, personaggio popolare della città canterina, si guarda indietro in cerca del Tempo Perso col nodo in gola colto da malinconia. Si ripete così l’antica tradizione, con romanzi e stornelli a volte galanti, altre un po’ salaci e in fondo bonari, cantati un po’ per celia e un po’ per non morire.

È questa una certa Roma che si lascia vivere alla buona, mentre ogni cosa intorno ha già subito più d’un cambiamento: là dove c’era un porticciolo c’è adesso un casermone di più piani; dove un tempo i romani giocavano a palla si rincorre invece la cavallina; la paninoteca ha preso il posto della trattoria e all’apparenza manca sempre qualche cosa.

Ma non è poi tutto così, va detto, nelle botteghe l’artigiano, il restauratore, il materassaio, hanno trovato il modo di convivere con la modernità. E chi dice ch’è cambiato il gusto della gente dice solo una cosa vera a metà, poiché c’è sempre quello che dà importanza più alla parvenza che alla sostanza, che fuori tutto espone e “nun ch’a gnente drento a la credenza”.

La ponderatezza, date retta a me, è una gran cosa, e chi ce l’ha l’adopra. E prima di dire che li romani non hanno fantasia, pe’ dì che non conoscono la filosofia, pensassimo voi pure a come fanno invece tutti quanti, che a Roma “pe’ campà abbisogna sapè prima come tirà avanti”.

Si, certo, Roma è anche questo, quel suo essere abitudinaria e provinciale, poco propensa a “dovesse dà da fa, ad esse producente”. Se ci si rifà alla frase proverbiale che ogni giorno è Pasqua e “ogni poeta abbusca, e o‘gni morto de fame se ne casca”, beh, ogni cosa allora assume un altro aspetto, per cui: “se mi chiami rispondo” oppure “se tu vai io vengo” e il gioco potrebbe non finire mai.

E forse è questo il vero segreto della sua eternità. C’è chi dice che non è così, ma è innegabile che, in un certo senso, è questa la sua filosofia tutta romana “de campà”. E io dico, ch’è degna di rispetto, perché accomuna il Santo al bevitore, il Papa al pellegrino, il romano a chi è “burino”, il turista al buontempone, e che, guarda caso, a Roma si ritrovano “a vantà li stessi diritti e a coje li stessi piaceri”, con la differenza, se pur con rispetto parlando delle cose del Signore, quest’ultimi “nun pagheno le tasse e nun conoscheno religione”.


(*) 'Roma' di Gogol.


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