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Una storia di QuintoMoro

Nella Terra dei Cani Pazzi

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28 minuti

Pubblicato il 11 gennaio 2019 in Fantasy

Tags: #avventura #fantasy #horror #infanzia #narrativa

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Nella Terra dei Cani Pazzi è un romanzo completo, pubblicato sul mio sito personale. Puoi leggerlo gratuitamente senza registrazione su www.cantastoriestonato.com.


Lily si risveglia nel bosco di una terra straniera. Non ricorda come ci sia arrivata, sa soltanto che il suo fratellino è scomparso. Lei l'ha cresciuto, gli ha fatto da madre e lo ama più di ogni cosa. Ora deve salvarlo da un orrore ignoto.

Armata solo della sua rabbia, accompagnata dal fido Madni e altre folli creature, Lily parte alla volta della Terra dei Cani Pazzi. Lungo la strada riaffioreranno i ricordi che l’hanno condotta fin lì…


Una favola nera colorata col rosso del sangue. Un viaggio in quel luogo bello e terribile che chiamiamo infanzia.

Capitolo 1.


La piccola Lily era finita sul sentiero blu nel mezzo del Bosco degli ebani. Non aveva idea di come ci fosse arrivata e seduta sulla ghiaia di quarzo fredda e pungente si premeva i palmi sulle tempie. Strizzando gli occhi e riaprendoli cercava di farsi strada nella confusione di un mal di testa lancinante. Raccolse il berretto bluastro che sporgeva tra i sassi come un guscio di tartaruga, lo spolverò con la mano e se lo cacciò in testa. Non ricordava di averlo mai indossato ma era il suo cappello – il suo basco, così si chiamava. Indossarlo la fece sentire meglio, come se la pressione accumulata sulle tempie e in fondo alla nuca si fosse liberata in uno sbuffo di vapore tra i capelli e la stoffa. Lily picchiettò il bottone in cima al cappello e, come avesse premuto un pulsante magico, scattò in piedi.

Le gambe andavano da sole. Passo dopo passo, braccia strette e respiro tremante, Lily percepiva le presenze di drughi e folletti tra le foglie bionde degli ebani. Sapeva d’essere spiata ma ogni brivido di paura le restituiva il coraggio di andare in fondo al sentiero. Guardando di traverso gli alberi sempre più stretti ai lati del sentiero, distingueva bolle rosse tra le cortecce nere, lucide e gonfie amarene sgocciolanti resine dall’odore pungente di pappa reale. Il succo scintillava sempre più acceso colando in striature lungo i tronchi, spargendo profumi invitanti.

Lily sapeva che erano i folletti bianchi ad incidere i tronchi perché lacrimassero il dolce succo per ingannarla, dirottarla dal suo scopo e infrangerne la volontà. I folletti bianchi volevano ucciderla. Lo sentiva nell’aria macchiata dal loro respiro che sapeva di veleno e morte, ma sapeva che non avrebbero potuto avvicinarsi a più di tre passi, perché era viva ed era vera e forte nella volontà più di quanto loro non lo fossero nel corpo. E i drughi, quegli spiritelli satanassi più potenti e vigliacchi dei folletti potevano solo spiarla, sibilare sinistri tra le lingue biforcute, ma non potevano toccarla a meno di un ordine dei loro padroni, i grandi Druidi, che avevano sempre qualcosa di più importante da fare che occuparsi di una bambina smarrita, a meno che non gli servisse polvere d’innocenza e succo di paura per qualche incantesimo. Della prima non doveva esserne rimasta molta, ma di paura avrebbe potuto riempire un barile.

Lily aveva studiato per anni i legami tra le creature del bosco e sapeva per certo che solo i Druidi avrebbero potuto farle del male. Si nascondevano di tanto in tanto dietro facce o sembianze di folletti, o branchi di spiritelli incappucciati divertendosi a trasformare la realtà in ottovolanti di sogni ed incubi. Sperava di avere l’occhio abbastanza aguzzo da riconoscerli caso mai le fossero comparsi davanti.

C’era nell’aria una nebbiolina soffice, quel velo che nelle giornate d’afa si stende ad appannare i colori addensando la sostanza stessa dei raggi solari. La cortina vibrava sui contorni degli alberi e delle foglie che sporgevano sempre più invadenti sul sentiero, e i piccoli vortici di respiri dal bosco spingevano i vapori a disegnare scie strascicate, pennellate d’olio sporcate da una mano invisibile.

Da freddi, i brividi di Lily s’erano fatti caldi appiccicandole i capelli sulla fronte. Levò il berretto rigirandoselo tra le mani, provando a ricordare chi gliel’avesse regalato. Si accorse così di non aver ricordi, se non quelli legati a ciò che vedeva e sebtuva di volta in volta. Tirò indietro i capelli d’arancio e sistemò il basco sulla fronte a scurire lo sguardo cauto.

Oltre il grosso della nebbia vide i colori accendersi e illuminarsi, mentre l’aria vuota e pulita arricchiva lo spazio di nuovi particolari. Formiche giganti, nere nei loro gusci d’ossidiana, si arrampicavano sui rami degli alberi per mangiarne le foglie, camminando a testa in giù e voltandosi a guardarla con le antenne minacciose. Avevano ganasce robuste e pallide d’avorio, che riempivano l’aria del crocchiare delle foglie che seppur verdi si sbriciolavano, come secche, nel rumore di cocci di vetro.

Lily proseguì in silenzio, cercando di non dilungarsi a sbirciare le stranezze del bosco. Camminò impettita quando vide rami bluastri allungarsi a formare sopra il sentiero volte intrecciate, da cui pendevano alveari gonfi e ronzanti, iridescenti come lanterne cinesi. Non c’erano api o vespe intorno, ma Lily soppesò ogni passo per non risvegliare qualche sciame. Il ronzio cessò appena oltrepassato l’ultimo alveare e lei non si voltò a guardare.

Giunse ad un grande cartello di legno color bianco vivo. Profumava come appena tagliato, e lavorato in fretta con scheggiature grossolane. C’era una scritta verniciata con la resina rossa della corteccia degli ebani.

IL SENTIERO NON E' SICURO!

Lettere scritte di traverso con sinistra eleganza.

“Non fidarti mai dei cartelli” bisbigliò Lily. Era una frase che aveva sentito centinaia di volte dagli amici del suo papà, e lui la ripeteva in tono alto e scherzoso mentre tra un bicchiere e l’altro brindavano agli affari. Lily aveva sentito parlare dei cartelli tante volte, sin da quando aveva quattro anni – quattro anni, come quelli del suo fratellino smarrito. C’era il cartello boliviano, il cartello cileno, il cartello messicano. Lei non sapeva che cartelli fossero, se li era sempre immaginati a forma di rombo giallo, come quelli che aveva visto qualche volta in adesivi appiccicati ai vetri posteriori delle macchine. Ne aveva visto qualcuno con la figura di un canguro al centro e la scritta Australia più sotto. Per lei quello era il cartello australiano, ma non ne aveva mai visto uno che dicesse Messico o Bolivia, né gli amici di suo padre avevano mai parlato di un cartello australiano. Così aveva imparato anche lei a non fidarsi dei cartelli, perché quelle macchine con il cartello Australia non venivano veramente dall’Australia che Lily sapeva essere un posto troppo lontano per andarci con qualunque mezzo. Dunque era giusto non fidarsi dei cartelli, men che mai in quel sentiero con la boscaglia pullulante di creature malvagie.

“Liiily…” sibilavano “Liiiiiiiiily… vieni qui Lily… vieni nel bosco”

Non c’era dubbio che quel cartello fosse bugiardo, altro che sentiero non sicuro, era il bosco a non esserlo: fitto com’era dopo due passi non avrebbe più visto da dove era venuta e dove andava. Il sentiero era invece illuminato e bello, nel suo azzurro sgargiante che non nascondeva la via e anzi la indicava.

Continuò a camminare sulla ghiaia blu che crocchiava sotto i piedi come sotto i denti i biscotti che faceva la sua mamma, tanti anni prima.

NON FIDARTI DEI FOLLETTI ROSSI!

Un altro cartello. Stavolta era la scritta ad essere bianca e il legno intorno verniciato d’un rosso vivo. Anche questo aveva una calligrafia strana, benché avesse visto raramente la scrittura altrui, così abituata dalla perfezione delle lettere stampate sui libri, era comunque la scrittura di chi era andato a una scuola diversa dalla sua o non c’era andato affatto.

Lei di folletti non ne aveva ancora visti, quindi proseguì con ancor più attenzione. Diffidava dei cartelli ma non voleva essere stupida da confondere prudenza e superbia, rischiando di ritrovarsi in pericolo per aver evitato un buon consiglio. Pochi passi e puntuale spuntò dal bosco un folletto vestito di bianco, con la faccia rossa e lucida come un peperone.

“Ciao Lily!” esclamò con voce acuta.

“Ciao” disse lei con diffidenza “visto che sai il mio nome dovresti dirmi il tuo, folletto rosso”

“Folletto rosso? Non mi vedi che sono tutto bianco?”

“Ti sei vestito di bianco, ma si vede che sei rosso dalla faccia e dalle mani”

“Mi chiamo Madni, piccola e sveglia Lily” il folletto sorrise e abbozzò un inchino.

“Allora, sei un folletto rosso” il tono era a metà tra domanda e affermazione.

“Esatto, e se ti interessa sono i folletti bianchi quelli di cui non fidarsi, se ne stanno sempre nel bosco a sibilare”

“E allora perché ti sei vestito da uno di cui non ci si deve fidare?”

“Per farti capire che puoi fidarti! Te l’ho detto io che non puoi fidarti dei folletti bianchi, altrimenti non lo sapevi”

“Almeno fino al prossimo stupido cartello. E comunque lo sapevo già”

“I cartelli non sono stupidi Lily, devi stare molto attenta a come li interpreti”

“E come devo interpretare quello che dice che non devo fidarmi dei folletti rossi?”

“Come uno scherzo, visto che l’ho scritto io. Lo faccio per vedere quanto sono svegli i viaggiatori che incontro. Lo sai che più della metà credono che io sia bianco solo perché sono vestito così?”

Lily era perplessa ma la loquacità e l’espressione allegra del folletto le sembravano alleviare l’ansia e i tremori che l’avevano scossa nella traversata solitaria del sentiero.

“Cosa vuoi da me Madni?”

“Aiutarti”

“E perché mai?”

“Perché posso farlo! E perché so cosa stai cercando. E poi tu mi piaci, perché non hai guardato il mio vestito ma la mia faccia”

“Non puoi sapere cosa sto cercando, lo so solo io”

“Invece lo so! Tu stai cercando Andy, il tuo fratellino”

Il solo udire quel nome la fece impallidire. L’adrenalina bollente la scosse tutta e un brivido di paura e apprensione la fece urlare.

“Come sai di Andy? Dov’è? Dimmelo!”

“Calma piccola Lily, lo sai anche tu dov’è, dove staresti andando sennò?”

“Lui è…”

"Avanti, dillo, stiamo andando lì”

“Come sarebbe stiamo?”

“Beh, tu sai dove ma non sai come arrivarci. Io ti aiuterò a trovare la strada”

“Non ci sono già sulla strada?” sbottò ancora. “Non è questo che hai detto?”

“Sei acida come la matrigna di Hansel e Gretel, anzi peggio, acida come lo yogurt scaduto nel mio frigo”

“Non sapevo che i folletti mangiassero yogurt”

“Non li mangiamo infatti, per questo scadono. Ehi ma ti sei vista? Che faccia scura che hai, ché ti prende?”

“Sto cercando mio fratello che ha solo quattro anni e si è perso, ecco ché mi prende!”

“Ah ecco, vedi che qualcosa cominci a ricordartela?”

“Ma cosa ne sai di cosa mi ricordo io”

“Che ne sai tu?” incalzò il folletto.

“Oh uffa. Non ho voglia di starti a combattere a forza di frasi senza senso. Se sai qualcosa di Andy dimmela! Lui ha solo quattro anni e…”

“...e si è perso. Allora andiamo a riprenderlo! Ma devi dire il nome del posto se vuoi che il sentiero ti indichi la via”

Ancora diffidente Lily stette coi piedi puntati di chi non vuol andare in nessun posto. Imbronciata e torva si guardava intorno mentre Madni aspettava.

“E va bene, andiamo in questa Terra dei Cani Pazzi…” disse, e pronunciate quelle parole uno dei fili d’erba che spuntava tra la ghiaia azzurra crebbe in un attimo, e biforcandosi indicò con un lembo di foglia a destra e con l’altro a sinistra, ma se uno dei filamenti era rimasto verde e vi era sbocciato un fiore bianco, l’altro si era seccato. La scritta "Terra dei Cani Pazzi" stava sulla freccia di ciascun lembo di foglia, a destra e a sinistra.

“Tu da che parte andresti Lily?” chiocciò Madni con l’aria di chi la sa lunga.

“Andrei a destra no? Non vedi che la foglia a sinistra si è seccata?”

“Ahi ahi, eppure credevo non ti lasciassi ingannare dalle apparenze. Quello è il fiore dell’inganno, vuole ammaliarti con la sua bellezza per farti credere che di là sia la strada più facile, mentre quello secco è per distrarti da quella che potrebbe essere la strada giusta”

“Potrebbe? Allora non ne sei sicuro”

“Certo che no! Ma sei tu che devi raggiungere la Terra dei Cani Pazzi. Io non posso decidere per te, solo metterti in guardia. Qui ogni cosa si nasconde dietro ad un guscio o a una maschera, e l’aria bonaria e piacevole delle cose spesso è cattiva consigliera. Tu stessa tremavi appena sei arrivata perché percepivi il pericolo e non ti sei lasciata corrompere dal miele rosso sulla corteccia degli ebani, come non hai ascoltato i richiami del bosco”

“Mi spiavi?”

“Non ce n'era bisogno: io so tutto di questo posto, ci vivo. È come quando un estraneo entra nel cortile di casa tua, non puoi fare a meno di notarlo e non sei tu che spii, lo osservi per quell’intruso che è”

“Allora perché non mi indichi la strada migliore per ritrovare Andy? Così ti lascio al tuo bel bosco-cortile”

“Te l’ho detto, non mi è permesso indicartela. Posso aiutarti a rifletterci un po’, ma sta a te muovere i passi, questo è il tuo viaggio”

Il ragionamento non faceva una piega ma Lily titubava. Se era vero che non ci si poteva fidare proprio di niente e di nessuno, anche i sibili delle creature nel bosco potevano essere richiami benigni di chi voleva aiutarla, e magari dietro il bosco poteva arrivare alla Terra dei Cani Pazzi in metà del tempo. Ma nella confusione aveva bisogno di potersi fidare di qualcuno, se non di se stessa ancora troppo spaventata, almeno di Madni che sembrava conoscere i segreti di quel mondo. Mentre stava così assorta la voce del folletto del folletto squillò a spronarla.

“Coraggio, Andy ti aspetta!”

Sentendo nominare il fratello Lily si diede un contegno, drizzò la schiena e assestandosi il berretto sulla fronte imboccò la strada a sinistra, quella con le foglie secche.

Capitolo 2.


Una mattina d’autunno.

Aveva otto anni.

La stufa a legna sbuffava dal giunto difettoso della canna fumaria. Il portello chiuso soffocava lo scoppiettio dei carboni accesi. I respiri facevano appannare i vetri squadrati e giallognoli della finestra del soggiorno e Lily ci stava disegnando con un dito le lettere stilizzate del titolo di una fiaba letta la notte prima. Dietro la striscia d’impronte che schiariva il vetro poteva veder fumare le ciminiere delle case di fronte e il tetto del palazzo vicino farsi scuro e verdastro per i muschi nati dalle prime piogge. Era sola in casa e la scuola era chiusa, o così aveva detto il papà. Sentì la porta aprirsi e corse ad abbracciare la mamma che quasi non la guardò, andando a sedersi sul divano con un’espressione mai vista. Non si capiva se fosse contenta o arrabbiata, sembrava imbronciata ma da qualche parte sul volto era nascosto un sorriso, intorno agli occhi persi, a metà delle guance.

Lily rimase in disparte sbirciando seminascosta dalla poltroncina rossa vecchia e rovinata. Le sfilacciature della stoffa simili a lombrichi rossi ricadevano sul tappeto e Lily ne faceva piccole trecce, guardando la mamma di sottecchi mentre se ne stava seduta con la testa all’indietro e le mani sulla pancia. Quando si curvò in avanti per poggiare i gomiti sulle ginocchia e giunse le dita come in preghiera, la mamma spalancò gli occhioni sulla figlia come si fosse appena accorta della sua presenza.

"Ciao piccola"

Lily adorava quello sguardo. Come adorava quella voce. E quelle mani e quelle braccia. Le piaceva quando la chiamava piccola, un nomignolo che non le sarebbe piaciuto sentire dalla bocca di nessun altro. Qualunque cosa fosse uscita da quella bocca, a Lily sarebbe piaciuta. Ogni sua parola sembrava iniziare prima del suono, suggerita dagli occhi o da un fugace gesto delle mani o della testa, dal respiro esitante nel petto prima di parlare, e l’impercettibile scrollarsi delle spalle. Quando poi il suono finiva le parole non sparivano dall’aria, ci restavano un poco prima di ricadere, piano, su tutte le cose e su di lei, come i corpuscoli di cenere dalla canna storta della stufa.

“Vieni qui” disse per spezzare l’esitazione della bimba, che scattò in piedi e andò a sedersi a gambe incrociate davanti a lei, guardandola dal basso.

“Presto non sarai più sola” disse la mamma in un sospiro, allungando la mano per accarezzarle i capelli mentre con l’altra si sfiorava il ventre.

Lily non era sicura di aver capito, ma ripetendosi la frase in testa realizzò di cosa si trattava, e si sentì in tanti modi diversi. Si sentì fiera e felice, importante e grande. Quando la mamma scomparve a sbrigare le faccende di casa lei andò a disegnare sui vetri riappannati piccole figure infantili. Bimbi fatti di segmenti di braccia e gambe, con testoline oblunghe e occhi grandi. Piccoli alieni, perché come gli alieni, anche i bambini dovevano scendere dal cielo, come in quella filastrocca:

"Ogni bimbo vien dal cielo, perciò si dice che viene al mondo

un ciel notturne che insegue l'alba, perciò si dice che viene alla luce

e atterra da straniero in una terra strana, perciò va accolto e accompagnato

ché ogni bimbo è un alieno da ammaestrare"

Lily disegnò quattro piccoli alieni e pensò che un fratellino avrebbe reso tutti una vera, grande famiglia. Lily non aveva mai pensato che lei, la mamma e il papà bastassero a farne una. Si sentì felice con intensità crescente, e ripreso il gioco delle lettere stilizzate mise insieme un nome: A-n-d-y.

Capitolo 3.


Il folletto e la bambina percorrevano il sentiero delle foglie secche. Turbini di polvere s’attorcigliavano sulle caviglie per sciogliersi al prossimo passo, mentre sassi macchiati di licheni gialli e blu spuntavano come bolle sulla strada, sempre più grandi, irregolari e ispidi. Madni saltellava da un sasso all’altro sempre più veloce con evoluzioni e capriole, giri su se stesso e favolosi salti di traverso.

"Vuoi smetterla di ballarmi intorno?" disse Lily.

"No" rispose Madni.

"Non capisco dove mettere i piedi, così mi distri"

"Non si dice distrai?"

"Si dice che mi rompi le scatole" sbottò Lily.

"E' che tu resti indietro se non faccio così" fece Madni piroettandole ancora davanti.

"Non puoi andare più piano?"

"Preferisco fermarmi" disse Madni facendosi immobile, come una statuina.

"Ecco, bravo" sbuffò Lily, che ormai doveva saltare da un sasso all'altro come tra i picchi d'una scogliera, aiutandosi con le mani per atterrare sugli scogli bassi e aggrapparsi a quelli più alti. Le pietre stavano mutando forma, non somigliavano più a bolle ma a prismi esagonali scolpiti e levigati, che salivano e scendevano come stantuffi levando nuvolette di fumo. Non sembrava più esserci un sentiero, le fronde degli alberi erano alte e lontane e scomparivano sfumate nella nebbia che saliva sempre più su.

Guardandosi indietro Lily non riusciva più a scorgere la sagoma bianca di Madni, né il suo faccione rosso. Cercò di andare avanti in linea retta ma il saliscendi delle rocce, che s'ergeva a creare muri e scalinate a casaccio, non le rendeva la vita facile. D'improvviso, spinta su da una roccia in ascesa si ritrovò davanti Madni.

"Sei tornata indietro" disse il folletto "ti sono mancato così presto?"

Lily si guardò intorno, in quel saliscendi di pietre sembrava tutto uguale. Sedette in preda allo sconforto, massaggiandosi i piedi indolenziti e le mani arrossate.

"Accidenti a te! Non dovevi accompagnarmi?"

"Non volevi che ti ballassi intorno"

"E non potevi smettere e basta?"

"E' proprio quello che ho fatto"

Lily era troppo stanca per discutere col folletto. "Di questo passo non troverò mai Andy"

"Non vorrai metterti a piangere"

"No"

"Piangere non serve a niente, ti farà solo diventare pazza"

"Più pazza di te?"

"Sei già pazza di me?" fece il folletto agitando le dita come tentacoli "vuoi un bell'abbraccio?"

Lily si tolse il berretto e glielo sbatté in faccia.

"Possiamo riprendere il sentiero?"

"Trovatelo da sola" fece Madni mettendo il muso.

"Indicami la direzione e ci andrò da sola"

"Bene. Allora segui le colombe sul dorso della tartaruga e tanti auguri"

"Quali colombe? Quale tartaruga?"

Madni non le diede tempo di finire che fece un balzo incredibile, come se un cannone l'avesse sparato in aria, facendolo scomparire nel biancore dei vapori intorno. Lily rimase sola ma non aveva tempo per lo sconforto e si guardò intorno. Le colonne di pietra salivano e scendevano, componendo pavimenti che si sgretolavano e risalivano in muri e scale. Niente sembrava uguale a se stesso per più d'un minuto alla volta, ma c'era una gran massa di pietra che faceva un saliscendi come i respiri della pancia d'un gigante, o come un dorso di tartaruga.

Raggiunta quella massa rocciosa Lily vide che il sentiero s'era fatto più pericoloso, con solchi assai profondi tra uno scoglio e l'altro. I prismi pietrosi si ergevano simili a ciminiere in una fabbrica di nuvole, calando a scatti violenti e lacerandosi con fragore temporalesco. Le vibrazioni scuotevano l'aria schiacciando i vapori su se stessi, facendoli attorcigliare e appiattire in piccole ali bianche della durata d'un battito. Lily cercò di seguire quegli sbuffi bianchi, le rocce che riusciva a raggiungere tremavano con violenza crescente, rischiando di farla cadere. Aveva ormai vinto la pendenza e poteva scorgere la discesa e l'affrontò di slancio, tutta d'un fiato. Madni le spuntò accanto, saltellando sui sassi e sfidandola in velocità. Più sicura di sé, Lily riusciva ora a stargli dietro e superarlo ogni due salti. La nebbia a valle s’era diradata e tornavano ad addentrarsi in una radura fitta di cespugli, Lily era avanti e s’immaginava il traguardo là dove l'erba tornava verde e non c'erano più sassi e sterpi, in quel bel sentiero illuminato di pietruzze azzurre. Ma di nuovo ecco Madni spiccare uno dei suoi salti a palla di cannone, piroettandole sopra la testa per rallentare a mezz'aria, planando come una foglia morta fino al sasso più lontano. Lily, che era rimasta a guardare quella prodezza un istante di troppo, inciampò andando a cadere su una pozzanghera. Una pozzanghera più profonda di quanto non sembrasse, perché Lily vedeva lo specchio d'acqua allontanarsi e rimpicciolirsi.

Davanti agli occhi le si accesero uno dopo l'altro ricordi di fantastiche nuotate, al mare, al lago, al fiume e in piscina. Ma erano ricordi dai contorni frastagliati e pasticciati, pieni di spazi bianchi, ricordi di nuotate che non aveva mai fatto per davvero, solo disegnate su carta. Lily non sapeva nuotare, e più si agitava e più sprofondava. Gli occhi le bruciavano per l'acqua torbida, che premeva alle orecchie nella pressione crescente. La paura prese il sopravvento facendole braccia e gambe di legno, ed immobile colò a picco.

Lily si adagiò sul fondo come priva di peso, una bambola di porcellana incapace di muovere uno sbuffo di sabbia. Il basco perso nella caduta le fluttuò sul viso facendo diventare tutto nero.

​***

“Lily! Lily sveglia!”

La voce giunse dapprima lontana, poi sempre più chiara. Lily sentì qualcosa di duro e rugoso spingerle contro la nuca. Cercò di gridare, la bocca le si riempì d'acqua e per lo spavento si drizzò a sedere, annaspando nei movimenti rallentati dall’acqua. Una tartaruga spuntò dal letto fangoso del lago e prese a volteggiarle davanti alla faccia.

“Stavo soffocando in quella fanghiglia” tossì la creatura, scrollandosi i ciuffi di sabbia che uscivano dagli anfratti tra guscio e zampe. “Coraggio, puoi respirare. Qua non è come in tutti gli altri posti sai? Si può respirare sott’acqua, devi solo berne una grande boccata”

Lily non voleva crederci ma era sfinita e dovette arrendersi. Vide le bolle sfuggirle via, guardandole col terrore negli occhi di chi si veda la vita sfuggire.

"Piano, piano" ripeteva la tartaruga "lascia entrare l'acqua"

"Mi vuoi affogare!" gridò Lily, il suono distorto dall'acqua, e con quel grido aveva perso le ultime bolle del suo respiro. Per un attimo si sentì morire ma la tartaruga continuava a nuotarle intorno, carezzandole la fronte con la pinna per tranquillizzarla.

"L'acqua è più densa dell'aria, ci vuole un po' di pratica"

Boccheggiando come un pesce, Lily s'accorse di respirare.

e cercò di afferrarle, e prendendo una grossa boccata scoprì che era vero.

“Visto?” disse la tartaruga in quello che, sul rugoso viso di squame, sembrava un sorriso. Fluttuando bassa sulle dune di fango allungò una pinna per raccogliere il berretto e spolverarlo.

“Mi chiamo Lillie” disse la tartaruga “quasi come te”

“Dove sono?” sospirò Lily calcandosi il basco sulla fronte.

“Siamo in fondo al mare”

“Il mare? Ma stavo nel bosco e sono caduta in una pozzanghera”

“Sei entrata dalla porta di servizio allora. Qui le cose sono un po’ diverse da come le conosci tu: ci sono dappertutto porte che non hanno forme di porte e che conducono in posti che non dovrebbero essere lì, ma ci sono, e alcuni sono pericolosi per una bambina”

“Io non sono più una bambina" boccheggiò con forza "ho tredici anni!”

Lillie sorrise della sua reazione, il rossore del volto e l’espressione determinata aveva scacciato ogni affanno dopo la paura di annegare. “E invece si che lo sei” disse la tartaruga “c'è chi a tredici anni è già una signorina, ma tu proprio come le tartarughe a tredici sei una bambetta. E poi lo sai che sei rimasta ferma a nove anni quando…”

“Stai zitta!” s'infuriò Lily. Il suono della voce si propagava nell’acqua con uno strano eco che la rendeva più profonda e morbida. Non voleva sentirsi dire che era piccola e soprattutto non voleva parlare di quando aveva nove anni, di quando era nato Andy. Già, Andy. Adesso le importava solo di lui ed era bloccata in fondo al mare. In alto vedeva il bagliore ondeggiante e crespo della superficie lontana dieci volte più di quanto era sembrata la caduta.

“Non riuscirò a salire fin lassù, non so nuotare”

“Su con le pinne” disse la tartaruga venendole accanto “troveremo un modo.”

Lily stette in silenzio e si mise a gambe incrociate ripensando alla mamma, di quanto era bello quando sedevano come gli indiani e le insegnava a giocare a carte. E di quando Lily le guardava la grossa pancia rotonda con occhi lucidi, aspettando con ansia il giorno in cui il miracolo sarebbe venuto fuori. Quei ricordi l'aiutavano sempre nei momenti brutti: quando c’era uno o dieci motivi per piangere sedeva muta, evocando un profumo e un colore, come mettendo insieme un mazzo di fiori dal passato.

“Da dove vieni tartaruga?” disse Lily, ma adesso era la tartaruga a sembrare triste, la pelle squamosa del piccolo volto contratta in una smorfia.

“Mi sono persa nei sogni di un bambino che non mi ha più rivisto. Mi aveva trovata in un campo di zucche e portato a casa sua, dove c’era un grande giardino e tutti i giorni mi chiamava per portarmi una foglia di lattuga fresca da mangiare. Quando mi sono persa non ha smesso di chiamarmi e cercarmi e questo continuava a farmi esistere. Per lui ero viva, forse pensava fossi scappata da qualche parte, e il suo ricordo mi ha tenuta in vita, echeggiando ancora, anche quando ha smesso di chiamarmi”

“Come sarebbe a dire?”

“Sarebbe che la mia vita è finita”

“Sei un fantasma?”

“Niente di così spaventoso”

Lily la osservò meglio e un po’ spaventosa lo era, soprattutto perché Lily non aveva mai visto una tartaruga tanto da vicino, né altri rettili, a parte i gechi. “E come ti sei persa? Sei finita in mare e non sei più tornata?”

“Io non ero una tartaruga di mare ma quel bimbo non sapeva dell’esistenza di tartarughe di mare e di terra, così dopo essermene andata mi sono ritrovata così: tartaruga di mare come lui mi ricordava, come immaginava che fossi”

“Sei rinata allora”

“Per lui non sono mai morta, sono rimasta qui sospesa tra il suo mondo e i suoi sogni perduti”

“Ma dov’è qui? Io devo uscire e trovare mio fratello, non potresti nuotare e trascinarmi fino in superficie?”

“Non sono abbastanza grande e forte”

“Proviamoci almeno” insistette Lily.

“È pericoloso”

“Non m’importa! Io devo uscire di qui” non fossero state immerse nell’acqua si sarebbero viste le lacrime solcarle il visto. Andy era sperduto e lontano, doveva ritrovarlo ad ogni costo.

La tartaruga Lillie sapeva che lo sforzo poteva costarle la vita ma davanti alla sofferenza della bimba non sarebbe rimasta indifferente, ed anzi era forse la sua ultima speranza. Se fosse riuscita ad aiutarla forse Lily l’avrebbe portata nei suoi ricordi, facendola sopravvivere nonostante tutto. “D’accordo Lily” disse cominciando a muovere i piedi palmati per sollevarsi in verticale, con lunghe pause tra un movimento e l’altro. “Andiamo!”

Lily le si aggrappò ai lati del guscio, tra una zampa e l’altra, e dando una spinta con le gambe come per un salto aiutò lo slancio della tartaruga.

Lillie si affannava a nuotare ma aveva forze a malapena per se stessa. La bambina era troppo grande e pesante per lei. Si erano staccate dal fondo appena di qualche metro quando esausta non sentì più le zampe e colò a picco. Riadagiandosi sul fondo, rovesciata sul guscio, Lillie prese a consumarsi. Le zampe palmate tornarono tozze ed elefantine come quando era ancora viva e camminava tra le zucche mangiucchiandone le foglie e i fiori. Scintillanti e succulente zucche. E i loro fiori così dolci e soffici, anche un solo morso le avrebbe ridato le forze. Lily era sopra di lei e cercava di scuoterla. Non sembrava delusa del tentativo fallito, piuttosto disperata per quel che stava accadendo: il corpo della tartaruga si era fatto evanescente, evaporando ai deboli raggi di luce dalla superficie. La tartaruga mosse le palpebre sussurrando con voce tanto lontana e rauca che Lily dovette quasi posarle l’orecchio sul becco. Agli occhi miopi dell’animale, l’orecchio della bimba sembrava un fiore di zucca e si accinse ad addentarlo: fiore di zucca o no, strappandoglielo la bimba si sarebbe ricordata di lei per sempre, ogni volta che si sarebbe guardata allo specchio od ogni volta che avrebbe dovuto nascondere la mutilazione coi capelli o col suo strano berretto.

Poi Lillie ricordò quel che le aveva detto il saggio delfino, che ciascuno sopravvive nella forma del ricordo che lascia. Così staccando l’orecchio alla bimba sarebbe stata ricordata per il male che aveva fatto, tramutandosi in mostro marino. Non era questo che voleva, era solo una tartaruga che aveva vissuto una lunga vita anche se non abbastanza lunga per i suoi gusti, ma non aveva desiderato altro che foglie di lattuga e fiori di zucca. Mmm, fiori di zucca, orecchiette di zucca.

Lily indietreggiò con un grido soffocato, gli occhi spalancati tra due scie rosse, il sangue che le usciva dall’orecchio mozzato dal becco della tartaruga.

“Perché l’hai fatto?” gemette Lily.

“Mi dispiace” sussurrò la tartaruga, ma seppe di mentire perché il brandello d’orecchio le aveva infuso nuovo vigore e sentì che il suo corpo non sarebbe più scomparso, almeno per un po’. Se era bastato così poco a farla sentire meglio, cosa sarebbe accaduto staccandole l’intero orecchio – in fondo gliene aveva mangiato solo la punta più alta – o staccandole le dita a morsi, l’intera mano o un braccio? Sarebbe divenuta la più possente e forte degli oceani di Morphea, una tartaruga azzannatrice che non aveva bisogno di nascondersi nei fondali, libera di nuotare o andarsene a spasso per le spiagge e i boschi. Lillie vide le sue zampe tornare palmate e capì di poterle cambiare a piacimento. Nuotò verso Lily che annaspava, troppo lenta per sfuggirle. Il becco della tartaruga si spalancò ancora.

“Ti devo un favore” disse.

Lily rimase a boccheggiare di paura, sbirciando tra le braccia con cui cercava di proteggere le orecchie. “Si, un favore” continuò la tartaruga senza spiegarsi oltre “perciò ti dirò chi può aiutarti: c’è un delfino che vive sul fondale, non è buono né spiritoso come gli altri delfini ma se sei abbastanza in gamba da trovarlo potrebbe aiutarti. Dovrai camminare un po’, ma andando sempre dritta in quella direzione dovresti avvistare una luce, come una stella sul fondo del mare. Non seguirla, continua per la tua strada, ma assicurati di non perderla d’occhio: è una lucciola di mare, con una lanterna appesa al cappello che gira in tondo tutto il tempo, e il delfino sta al centro di quel girotondo”

“Adesso che mi hai assaggiata vuoi mandarmi dal tuo amico per farmi sbranare?”

“I delfini non sbranano gli umani”

“Nemmeno le tartarughe”

“E' stato un gesto istintivo, come d’istinto ho provato ad aiutarti anche se sapevo che mi sarebbe costato caro. Senza quel pezzetto d’orecchio al posto mio ci sarebbe solo l’imbuto sulla sabbia che mi avrebbe inghiottita. Mi hai dato più forza di quanta me ne hai fatto spendere e sto cercando di sdebitarmi”

“Se proprio vuoi sdebitarti riportami in superficie”

“Meglio di no, lo dico per il tuo bene. Adesso che ti ho assaggiata è meglio che non ti avvicini più, potrebbe venirmi voglia di un altro morso, e già mi sento più robusta e forte. Il sangue umano è più potente di molti incantesimi. Credo che potrei anche diventare più grande e se il mio becco crescesse il prossimo morso potrebbe farti assai più male.”

Erano delle ottime argomentazioni, pensò Lily, che senza indugiare oltre e andò per la sua strada.

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